martedì 19 novembre 2013

Archimede



L’Archimede in bacino di carenaggio a Bordeaux (g.c. Maurizio Brescia).
All’entrata in guerra dell’Italia, il sommergibile Archimede (un’unità di grande crociera della classe Brin, del dislocamento di 1016 t in superficie e 1266 in immersione, impostato nei cantieri Franco Tosi di Taranto il 23.12.1937, varato il 5.3.1939 ed entrato in servizio il 18.4.1939) era dislocato a Massaua, base navale nell’Africa Orientale Italiana (precisamente in Eritrea), in forza alla LXXXII Squadriglia Sommergibili. Nove giorni dopo la dichiarazione di guerra, il 19 giugno 1940, l’Archimede, al comando del tenente di vascello Elio Signorini, lasciò Massaua per la sua prima missione di guerra, un agguato nelle acque antistanti Gibuti in cooperazione con il sommergibile Perla, ma tale missione ebbe conclusione anticipata e drammatica: a bordo del sommergibile si verificarono infatti perdite di cloruro di metile, un gas incolore impiegato come gas refrigerante negli impianti di condizionamento (che, nel torrido clima del Mar Rosso, con temperature ben oltre i 30° C e tassi di umidità superiori al 90 %, dovevano essere tenuti continuamente in funzione, specie su unità con spazi angusti e scarso ricambio d’aria quali erano i sommergibili) ma altamente tossico (oltre che cancerogeno) in caso di inalazione: gli effetti andavano dallo stordimento ed intontimento alla depressione, alla perdita parziale o totale di conoscenza, all’inappetenza, all’euforia ed alla smania distruttiva e persino omicida, alle allucinazioni, a danni al sistema nervoso, alla follia, fino anche alla morte. Problemi all’impianto di condizionamento erano già stati rilevati prima ancora dell’entrata in guerra, ma l’improvviso ordine di partenza aveva impedito di completare i lavori di riparazione. Non era passato neanche un giorno dalla partenza da Massaua, quando alcuni uomini vennero colti da malore; dapprima non si riuscì a capire la causa di quelli che apparivano sintomi di avvelenamento. La situazione andò peggiorando, ed il quarto giorno i sistemi di condizionamento dell’aria dovette essere disattivato. Due ufficiali e parecchi sottufficiali e marinai vennero colti da colpi di calore, molti altri, sempre di più, iniziarono a manifestare i sintomi dell’avvelenamento. La maggior parte dell’equipaggio fu colpita dagli effetti del cloruro di metile: dapprima depressione e svenimenti, poi inappetenza, poi atteggiamenti maniacali ed euforia, seguiti da allucinazioni e per ultima una frenesia distruttiva ed omicida che per alcuni fu anticamera della morte. L’Archimede dovette trascorrere le ore diurne posato sul fondale nei pressi dello stretto di Bab el Mandeb.

Nel tardo pomeriggio del 23, il comandante Signorini valutò seriamente la possibilità di annullare la missione, ma il comando di Massaua assegnò all’Archimede una nuova posizione 50 miglia più a sud della precedente. Nella notte tra il 23 ed il 24, quattro marinai morirono per effetto del cloruro di metile, ed a quel punto il comandante Signorini decise di interrompere la missione e rientrare alla base. A causa del continuo aggravarsi dello stato di salute dell’equipaggio, l’Archimede dovette dirigere per la base di Assab, dove arrivò il 26 giugno alle 8.30 del mattino.

(Secondo quanto raccontato dal membro dell’equipaggio Giuseppe Lo Coco nel 1943 quando venne interrogato dalle autorità statunitensi dopo la cattura, l’Archimede partì il 10 giugno, rimase in missione per 15 giorni e poi venne attaccato da 6 cacciatorpediniere che lo bombardarono, ad intermittenza, con cariche di profondità, costringendolo a restare in immersione per ventiquattr’ore; fu questa circostanza a causare la rottura dei tubi dell’impianto di refrigerazione e la fuga di gas. Quasi tutti furono colpiti da tempranea follia, ad eccezioni degli ufficiali in camera di manovra, che avevano chiuso le porte stagne ed impiegato l’impianto di ventilazione per impedire la penetrazione del gas anche in quel locale. Terminato il rischio di altri attacchi, gli ufficiali avevano fatto riemergere il sommergibile ed avevano liberato i compartimenti dal gas; poi lo avevano riportato a Massaua. Questa versione contrasta in molti particolari con quella che risulta dalle fonti ufficiali italiane, ed è possibile che Lo Coco avesse mentito agli americani – allora ancora nemici, sebbene Lo Coco nell’interrogatorio si dichiarò più favorevole a questi ultimi che ai tedeschi – o che ricordasse male).

Ventiquattro uomini gravemente intossicati, tra cui il comandante Signorini ed il direttore di macchina, vennero sbarcati: due di loro, il sottocapo Luigi Zecchini ed il marinaio Ermenegildo Rubini, spirarono subito dopo essere stati sbarcati, portando così a sei il numero delle vittime, altri otto impazzirono (da altra versione sembra invece che i 6 morti complessivi, gli 8 impazziti ed i 24 rimasero gravemente intossicati fossero da considerarsi come “separati”, per un totale di 38 tra morti, impazziti ed intossicati gravemente), gli altri rimasero malati per lungo tempo.

Non era la prima tragedia causata dal cloruro di metile sui sommergibili del Mar Rosso, e non sarebbe stata l’ultima. L’equipaggio passò cinque mesi in ospedale a Massaua, dopo di che gli uomini vennero mandati a riposo ad Asmara per due settimane. L’Archimede, che per poter tornare a Massaua dovette imbarcare personale sano (compresi un nuovo comandante, il capitano di corvetta Livio Piomarta, ed un nuovo direttore di macchina) da là inviato a bordo del cacciatorpediniere Leone per rimpiazzare i morti e gli intossicati, poté lasciare Assab il 3 luglio (per altra versione il 13) e ritornare in servizio solo il 31 agosto (il 31 luglio per altra versione), dopo aver sostituito il cloruro di metile nell’impianto di condizionamento con il più sicuro freon (in precedenza non impiegato per via della sua ridotta disponibilità e dei suoi elevati costi).


7 maggio 1941: dopo oltre due mesi di navigazione, l’Archimede, proveniente da Massaua, arriva a Bordeaux. (g.c. Maurizio Brescia)
Il 3 marzo 1941, in vista dell’ormai inevitabile caduta dell’Africa Orientale Italiana, accerchiata ed invasa dalle truppe del Commonwealth e priva di ogni possibilità di rifornimento, l’Archimede lasciò Massaua diretto a Bordeaux, città francese sede della base atlantica italiana di Betasom: dopo aver circumnavigato l’Africa, il sommergibile arrivò a Bordeaux il 7 maggio 1941, ed iniziò così un periodo di operatività per quella base, che si protrasse sino alla primavera del 1943. Durante la sua attività in Atlantico l’Archimede ottenne due successi, il 16 giugno 1942, quando silurò ed affondò il piroscafo panamense Cardina da 5586 tsl, ed il 9 ottobre 1942, quando silurò ed affondò il transatlantico britannico Oronsay da ben 20.043 tsl (la seconda nave, in ordine di grandezza, mai affondata da un sommergibile italiano), in uso come trasporto truppe.

Durante le sue varie missioni l’Archimede fu danneggiato due volte: il 25 ottobre 1941, quando fu per due volte bombardato con 66 cariche di profondità da sei cacciatorpediniere per un totale di dodici ore sotto attacco, subendo gravi danni (il pagliolo del ponte venne sfracellato, tutte le luci si ruppero, i serbatoi di carburante furono danneggiati ed ebbero perdite, le pompe vennero poste fuori uso, i vetri delle strumentazioni ed i manometri andarono distrutti, ed alcuni tubi lanciasiluri furono danneggiati ed ebbero perdite) ma restando operativo ed in grado di proseguire la missione, anche se, dopo il rientro alla base, dovette passare due mesi in bacino per riparazioni; ed il 23 maggio 1942, quando venne bombardato con 29 cariche di profondità dopo aver infruttuosamente lanciato due siluri contro l’incrociatore statunitense Milwaukee e subì seri danni agli impianti elettrici ed anche vari danni interni, che richiesero un mese di riparazioni. Non vi furono perdite tra l’equipaggio.



Il sommergibile nella base di Betasom (coll. Erminio Bagnasco via Maurizio Brescia).

Durante il secondo conflitto mondiale l’Archimede effettuò sette missioni di guerra, percorrendo 43.847 miglia in superficie e 2058 in immersione e trascorrendo in mare 277 giorni.

 
Il 26 febbraio 1943 l’Archimede, al comando del tenente di vascello Guido Saccardo, partì da Bordeaux per quella che sarebbe stata la sua ultima missione. A bordo vi erano quattro giovani ufficiali appena imbarcati (il tenente del Genio Navale Direzione Macchine Bruno Miani e il sottotenente della medesima specialità Camillo Boteschi, rispettivamente primo e secondo ufficiale di macchina, entrambi triestini, il guardiamarina genovese Carlo Greppi e l’aspirante padovano Italo Sandrini) e venti nuovi ed inesperti sottocapi e marinai, reclute appena arrivate dalla Scuola Sommergibili di Pola, che non sembrarono adeguatamente addestrate (Lo Coco, che era stato tra i membri dell’equipaggio incaricati di addestrare i nuovi arrivati prima di partire per la missione, era infatti infastidito dal fatto che ci fossero sempre nuove reclute da addestrare a terra ed a bordo). Anche un altro degli ufficiali era al suo primo imbarco sull’Archimede, il guardiamarina palermitano Diego La Licata, appena trasferito dal sommergibile Ammiraglio Cagni. Altri 25 sottufficiali e marinai erano invece dei sommergibilisti veterani, ma di questi solo cinque o sei, tra cui Giuseppe Lo Coco, erano i membri dell’originario equipaggio dell’Archimede, che aveva portato il battello dall’Eritrea alla Francia. Prima della partenza, l’equipaggio venne benedetto e ricevette la comunione dallo stesso prete che per ultimo era stato visto dall’equipaggio del sommergibile Ferraris prima che quell’unità partisse per la missione in cui sarebbe stata affondata, oltre un anno prima. Lo Coco disse poi che gli uomini dell’Archimede ebbero una “premonizione” della loro sorte, e salutarono il prete esclamando “Non ci vedremo più, andiamo a morire”.

L’Archimede, insieme ai sommergibili Leonardo Da Vinci ed Alpino Bagnolini, avrebbe dovuto compiere un pattugliamento della durata di un mese; secondo Lo Coco, l’unità partì da Bordeaux il 14 febbraio, ma prima ancora di raggiungere Le Verdon (un porto alla foce della Gironda, sul mare aperto) ebbe problemi ai motori, e dovette tornare indietro. Alle cinque del mattino del 15 febbraio il sommergibile poté ripartire, preceduta da un’unità addetta al pilotaggio, e raggiunse Le Verdon; da qui proseguì preceduto da un dragamine un centinaio di metri a proravia, e fiancheggiato da due cacciatorpediniere tedeschi, mentre aerei sorvolavano la formazione fornendo copertura. Il dragamine fece scoppiare due mine vicino all’imbocco della Gironda. (Si può notare la discrepanza tra la data di partenza indicata dalle fonti ufficiali, il 26 febbraio, e quella indicata da Lo Coco, il 14 o 15: di nuovo vale la possibilità che Lo Coco non ricordasse od avesse volutamente mentito agli americani.) Dopo un giorno, la scorta lasciò l’Archimede; nei sei giorni successivi il sommergibile fu impegnato nell’attraversamento del golfo di Biscaglia, considerato uno dei tratti più pericolosi del viaggio a causa della minaccia degli aerei Alleati, che vi avevano affondato innumerevoli sommergibili dell’Asse. In questo periodo il battello navigò in immersione dalle otto del mattino alle otto di sera, ed in superficie dalle otto di sera alle otto del mattino. Venticinque giorni dopo la partenza da Bordeaux, l’Archimede arrivò nella zona assegnata, un triangolo avente un “lato” di 500 miglia tra Pernambuco e l’isolotto di San Paolo, un secondo “lato” di 300 miglia in una linea a nordovest dall’isolotto di San Paolo, e la “base” costituita dalla linea che univa i due lati. Cinque o sei giorni prima di arrivare nella zona d’operazioni, il sommergibile avvistò una nave argentina e due spagnole; il 12 marzo 1943 il battello entò nella zona assegnata per il pattugliamento, e la pattugliò senza avvistare nessuna nave nemca. Il 14 aprile, alle 24.00, Giuseppe Lo Coco vide chiaramente il faro di San Fernando de Noronha. L’Archimede proseguì lungo la sua rotta verso l’isolotto di San Paolo. Durante il pattugliamento si scoprì che il tubo lanciasiluri n. 7 di poppa aveva una grave perdita, quindi il siluro contenuto venne rimosso ed il tubo venne allagato. Gli ordini erano di pattugliare la zona assegnata, al largo di Pernambuco, sino a quando la riserva di carburante non si fosse ridotta a 70 tonnellate, dopo di che l’Archimede sarebbe stato rifornito da un altro sommergibile dell’Asse. Con il carburante ricevuto, l’unità sarebbe potuta arrivare sino anche a Rio de Janeiro, ma tutto venne annullato. Invece di scendere sino al 23° parallelo, il battello rimase a nord del 20°, ed il 10 aprile comunicò a Betasom – fu il suo ultimo messaggio radio – che si trovava in posizione 16°45’ S e 37°30’ O e che non restavano che 61 tonnellate di nafta in riserva, pertanto fu disposto un incontro con un sommergibile tedesco, che lo avrebbe rifornito di carburante in quantità sufficiente a rientrare alla base.

Il 15 aprile 1943, alle 15.10 ora americana (altra fonte indica le “due del mattino” ma non è chiaro secondo quale fuso orario; in ogni caso l’attacco avvenne nel pomeriggio), l’idrovolante 83-P-5 tipo PBY-5A “Catalina” dello Squadron VP-83 dell’US Navy, di base a Natal (in Brasile), mentre volava a 2200 metri durante una normale missione di ricognizione, con rotta 240° ed alla velocità di 95 nodi, avvistò l’Archimede proprio davanti a sé, ad otto miglia di distanza, con rotta opposta. L’aereo era decollato alle 5.20 da Natal per una missione di sorveglianza contro eventuali violatori di blocco tedeschi, e si trovava in volo già da dieci ore (per una versione stava rientrando alla base dalla missione, svolta nell’area BuNo 2472/5; due membri del suo equipaggio, Earl Kloss ed Arnold Burggraff, dissero che l’avvistamento avvenne appena un quarto d’ora prima dell’orario pianificato come conclusione del loro volo di pattuglia) quando avvistò l’unità italiana, circa 390 miglia ad est-sud-est di Natal. Fu il marinaio di seconda classe Earl Joseph Kloss, la vedetta di prua, guardando fuori da un finestrino (un anno dopo Kloss avrebbe ricevuto da Eleanor Roosevelt, la moglie del presidente degli Stati Uniti, la Gold Star e la Air Medal), a vedere per primo il sommergibile. Kloss pensò di aver avvistato una nave, ma il navigatore, il guardiamarina Eugene Colley Morrison, che al momento dell’avvistamento stava andando verso prua per dare un’occhiata al mirino, identificò l’unità come un sommergibile emerso e tornò indietro ad informare il pilota.

(Per altra versione l’Archimede venne dapprima avvistato da un ricognitore, che richiamò poi sul posto due idrovolanti antisommergibile Catalina dello Squadron VP-83, ma tale versione appare errata). Il battello italiano era in navigazione in superficie ad una velocità di 5-7 nodi (per altra versione 10-12 nodi), con rotta 040°. Il sommergibile, diretto verso il punto fissato per l’incontro con il sommergibile rifornitore tedesco, era appena arrivato all’altezza dell’isola di Fernando de Noronha, e si trovava a 150 miglia dalla costa del Brasile. C’erano alcune nuvole nel cielo ed il sole era basso sull’orizzonte quando l’aereo venne avvistato dall’Archimede, alle otto di sera ora italiana (interrogatorio di Lo Coco del 1943; nella deposizione che rese in Italia nel 1946, invece, Lo Coco indicò l’orario dell’attacco come le 21.40): il venticinquenne sottocapo nostromo Giuseppe Lo Coco si trovava nella camera lancio siluri poppiera quando sentì il comandante in seconda, il tenente di vascello Ennio Suriano, annunciare all’altoparlante “Aereo avvistato diritto di prora”. Subito il comandante Saccardo ordinò di armare cannoni e mitragliere e di chiudere tutte le porte stagne; Lo Coco corse al suo posto di combattimento, al cannone di prua. L’ufficiale addetto agli armamenti, il sottotenente di vascello Adolfo Magnano, rimase in attesa, in piedi accanto al cannone di prua, con le braccia incrociate, senza dare ordini, dicendo semplicemente “Spero che ci immergiamo presto ed usciamo da questo casino”. In effetti l’immersione sarebbe stata la manovra più sicura per eludere l’attacco senza danni, ma l’Archimede non ebbe modo di immergersi, probabilmente per un’avaria, la cui natura non poté in seguito essere accertata.
Magnano, un ufficiale della Marina mercantile, era stato assegnato ai sommergibili nella tarda estate del 1942, ma non aveva nessuna esperienza di artiglierie, come lui stesso ammetteva, nonostante l’incarico che gli era stato assegnato.

Prima che Morrison potesse avvertire il pilota, il velivolo aveva già sorvolato, ed oltrepassato, l’Archimede: tutti, a bordo del sommergibile, furono sorpresi dal fatto che l’aereo li avesse sorvolati senza sganciare bombe. Il pilota del Catalina, il guardiamarina Thurmond Edgar Robertson – che a seguito dell’azione avrebe ricevuto la Distinguished Flying Cross –, coadiuvato dal copilota parigrado B. S. McCoy, mantenne la propria rotta ed altitudine sino a portarsi a poppavia del sommergibile. Questi iniziò a compiere manovre evasive, ma senza cercare d’immergersi. Quando l’aereo si fu portato circa un miglio a poppavia dell’Archimede ed iniziò a virare, l’Archimede aprì il fuoco con cannoni e mitragliere, e Morrison lo riferì a Robertson, che fino a quel momento non aveva ancora avuto modo di vedere di persona il sommergibile. L’aereo americano virò gradualmente sulla dritta (per altra fonte a sinistra), abbassandosi di circa 300 metri, poi, provenendo da poppa e da sinistra, Robertson, in considerazione del rischio costituito dal fuoco contraereo del sommergibile, decise di non attaccare subito a bassa quota, ma di sorvolare l’Archimede tenendosi a 1800 metri e sganciare dall’ala di dritta due bombe tipo Mark-44 con spolette tipo Mark-19, ad impatto. L’Archimede, infatti, non aveva cessato il fuoco – anzi, quando l’aereo aveva terminato la virata per iniziare l’attacco con le bombe, aveva a sua volta virato verso di esso, continuando a sparare –, e Robertson pensava di tenersi in quota, fuori tiro, e di sganciare le prime due bombe, le cui esplosioni avrebbero dovuto spazzare via i membri dell’equipaggio dal ponte, in modo da far cessare il tiro. Tuttavia dall’idrovolante, quando la distanza si fu ridotta a mezzo miglio – l’aereo era sempre a 1800 metri di quota (per altra versione a 2200) –, sembrò che il battello stesse per immergersi (Morrison disse a Robertson, attraverso l’interfono, che il sommergibile si stava immergendo), quindi Robertson, per non perdere l’occasione per affondarlo, decise di gettarsi in picchiata con un angolo di 60°, nonostante i Catalina non fossero progettati per manovre del genere (e per giunta i cavi di controllo dell’aereo 83-VP-5 erano gravemente sfilacciati), in modo da poterlo colpire prima che s’immergesse. L’idrovolante, mentre proiettili traccianti provenienti dalle mitragliere della torretta dell’Archimede sfrecciavano tutt’intorno alla sua prua, scese in picchiata con un angolo di circa 60° a 245 nodi di velocità e, da un’altezza di 600 (o 650) metri, sganciò tutte le quattro bombe di cui era dotato, tra cui, dall’ala sinistra, due bombe di profondità tipo Mark-44 dotate di spolette idrostatiche regolate per una profondità di 7,62 metri (le altre due erano quelle dotate di spolette Mark-19). Le bombe, del peso di 160 kg, contenevano esplosivo di tipo Torpex.

Lo Coco ed i suoi compagni videro il Catalina avvicinarsi da poppa e sganciare due bombe: entrambe mancarono il bersaglio, ma una cadde vicina alla prua, sulla dritta, e la concussione che causò fu estremamente violenta, tanto da spalancare, scardinare e strappare i portelli interni ed esterni del boccaporto prodiero, e da sollevare un muro d’acqua che ricoprì l’intero sommergibile (Lo Coco spiegò poi che molti dei superstiti, in seguito, si sentirono male a causa della molta acqua di mare che avevano ingoiato quando erano stati travolti da questa vera e propria cascata). La concussione era stata tanto violenta da far pensare a due o tre dei membri dell’equipaggio del Catalina che l’aereo fosse stato colpito. Le bombe dell’ala di dritta erano scoppiate vicino, a bordo e sulla sinistra dell’Archimede, circa sei metri a poppavia della torretta, e quelle dell’ala di sinistra erano cadute sulla dritta del sommergibile, una ventina di metri a proravia della torretta, mentre il battello continuava a rispondere al fuoco per tutta la durata dell’attacco; l’enorme massa d’acqua sollevata dalle detonazioni nascose completamente alla vista il sommergibile, poi, quando l’acqua fu ricaduta in mare, l’equipaggio statunitense vide l’Archimede, in superficie, girare in tondo verso sinistra, apparentemente incapace di virare a dritta. Il sommergibile lasciava dietro di sé una lunga striscia di carburante marrone, e molto fumo grigo scuro usciva dalla torretta e da poppavia della stessa: all’equipaggio del Catalina il battello appariva ingovernabile, e navigava a circa 4-5 nodi. Dopo circa 15-20 minuti il fumo si dissolse e l’Archimede riprese a navigare con rotta diritta, rilevamento 065°-080°. A causa dei danni ai portelli prodieri, l’Archimede si trovava ora impossibilitato ad immergersi; le luci erano state distrutte, ed uno dei motori diesel era stato posto fuori uso. Non restava che proseguire in superficie con una rotta evasiva, mentre il Catalina continuava a volteggiare in cerchio, in lontananza. Anche una delle due mitragliere situate nella parte poppiera della torretta, quella di sinistra, era stata resa inutilizzabile dall’attacco.

(Per una versione americana, quando l’aereo si venne a trovare a circa 600 metri di quota il sommergibile s’immerse, perciò Robertson fu costretto a sganciare subito tutte e quattro le sue bombe; subito dopo le esplosioni l’Archimede riemerse ed iniziò a compiere giri irregolari verso sinistra. Questa versione sembra però errata perché Lo Coco non parlò mai di un tentativo d’immersione dell’Archimede durante l’attacco, ed i rapporti statunitensi parlarono della percezione, da parte degli uomini del Catalina, di un tentativo d’immersione, ma senza che il battello fosse riuscito effettivamente ad immergersi prima che le bombe scoppiassero).

Terminata la virata a sinistra seguita all’attacco, il pilota del Catalina, tenendosi in vista del sommergibile, risalì ad una quota di circa 1800 metri e chiamò via radio altri aerei statunitensi che si trovavano nelle vicinanze (ce n’erano quattro), chiedendo assistenza; mentre il Catalina volteggiava in cerchio ad una distanza di sei miglia, notò degli sbuffi di fumo dal cannone di prua dell’Archimede, che ad intervalli irregolari sparò dieci colpi durante i quaranta minuti che trascorsero prima dell’arrivo di un secondo aereo. Non vennero però notati gli scoppi dei proiettili.

Secondo quanto Lo Coco affermò durante il suo interrogatorio dopo la cattura, a differenza di quanto riportato da Robertson e dal suo equipaggio, nessun cannone o mitragliera dell’Archimede aveva aperto il fuoco per tutta la durata dell’attacco, e neanche dopo fino alla comparsa di un secondo aereo; riguardo l’inefficacia del cannone di prua, Lo Coco la imputò alla totale inesperienza del sottotenente di vascello Magnano.

Tre quarti d’ora dopo il primo attacco – secondo il rapporto statunitense; Lo Coco ritenne invece che fosse passato appena un quarto d’ora –, un altro Catalina dello Squadron VP 83, l’83-P-12 pilotato dal tenente di vascello (guardiamarina per altra fonte) Gerald Bradford Jr., in base alle indicazioni fornite via radio dal primo aereo, giunse sul posto; volando a circa 460 metri avvistò da una distanza di otto miglia il battello italiano, che era in superficie ma appariva appoppato, con il ponte di poppa sommerso. Erano le 16.20 ora statunitense (o meglio, ora “Zone plus P”, il cui preciso significato non appare chiaro; per altra fonte le 19.10, senza specificare il fuso orario). L’equipaggio del sommergibile vide l’aereo emergere improvvisamente da una nuvola, da una distanza di circa mille metri. Invece di attaccare subito, il Catalina sorvolò l’Archimede girando intorno alla poppa per attaccare da poppa con un angolo di 180°. Durante questa manovra da parte dell’aereo, l’Archimede modificò la rotta accostando a sinistra, così che, al momento dello sgancio delle bombe, l’angolo risultò essere di 210° invece che 180°. Quando aereo e sommergibile furono ad una distanza di circa 1370 metri, entrambi aprirono il fuoco; la mitragliera all’estremità poppiera della torretta sparava circa due colpi al secondo. Nel suo primo attacco, l’idrovolante sorvolò l’Archimede a bassa quota, ad una velocità di 125 nodi, e sganciò da circa 15-30 metri di altezza quattro bombe, cariche di profondità tipo Mark-44 con spolette Mark-24-1 regolate per una profondità di 7,62 metri ed una distanza l’una dall’altra di 20 metri. L’equipaggio del Catalina osservò le esplosioni lungo il lato sinistro, tra centro nave e poppa, e ritenne che avessero colpito (o mancato di pochissimo) lo scafo immediatamente a poppavia della torretta; la quarta esplosione avvenne sul ponte, a dritta, subito a poppavia della torretta. Le bombe, infatti (Lo Coco ritenne però che l’aereo ne avesse sganciate solo due), colpirono lo scafo resistente a poppavia della torretta: una s’infilò dritta nel boccaporto di poppa, ed una fiammata eruppe dal deposito di carburante situato in fondo al boccaporto. I quattro siluri che erano nei tubi di poppa, pronti al lancio, esplosero, e le esplosioni aprirono un enorme squarcio nello scafo resistente: la camera di lancio siluri poppiera si ritrovò a “penzolare” attaccata allo scafo del sommergibile, “come un braccio rotto”. (Altre fonti affermano che l’Archimede si spezzò in due, ma questa sembra essere un’esagerazione: dalle foto scattate durante l’attacco appare che il sommergibile rimase relativamente integro). Giuseppe Lo Coco fu colpito da numerosi frammenti metallici proiettati dallo scoppio delle bombe. Il pilota dell’aereo americano ritenne che l’esplosione delle bombe potesse aver strappato il cannone di poppa dalla sua sede.

L’aereo effettuò poi altri quattro passaggi in cui sorvolò in cerchio, virando verso destra, il sommergibile, mitragliandolo e colpendolo, con la mitragliera di prua, nella torretta e nei pressi della stessa; sia durante l’attacco con le bombe che durante i mitragliamenti, l’Archimede rispose al fuoco. All’83-P-12 si unì, in due dei quattro passaggi con mitragliamento, l’83-P-5, l’autore del precedente attacco. (I mitraglieri Earl Kloss ed Arnold Burggraff del Catalina affermarono di aver spazzato il ponte del sommergibile con le loro mitragliere anche durante l’attacco con le bombe, ma questo non trova conferma nel rapporto americano né nella testimonianza di Lo Coco.) Dopo gli scoppi delle bombe, l’Archimede, colpito a morte, andò gradualmente appoppandosi e la prua andò via via sollevandosi ed uscendo dall’acqua, sino a protendersi con un’angolazione di 50°; mentre il battello affondava di poppa, impennando la prua nell’aria con un angolo di 50°, il Catalina 83-P-5, da solo, lo mitragliò di nuovo. All’interno del battello condannato, quando fu dato l’ordine di abbandonare la nave, il direttore di macchina, capitano del Genio Navale Franco Firrao, un ufficiale capace ed apprezzato, inspiegabilmente estrasse una pistola e trattenne sottocoperta molti uomini dell’equipaggio, dicendo “Se il nostro sommergibile affonda, noi moriamo con lui”. La maggior parte degli uomini che non riuscirono ad abbandonare il sommergibile non poterono perché trattenuti sottocoperta da Firrao. L’Archimede scivolò lentamente sotto la superficie, affondando di poppa, e scomparve alle 16.25, circa sei minuti dopo essere stato colpito dalle bombe, in posizione 03°23’ S e  30°28’ O, circa 350 miglia a nordest di Natal, in Brasile, ed a circa 140 miglia da Fernando de Noronha. L’Archimede aveva sempre risposto al fuoco durante tutti gli attacchi con bombe ed i mitragliamenti da parte di entrambi i Catalina, sebbene con scarsi risultati (il cannone di prua e la mitragliera pesante da 37 mm situata nell’estremità poppiera della torretta risultarono inefficaci – i loro proiettili oltrepassarono il primo Catalina – mentre una mitragliatrice da 13,2 mm installata sulla torretta fu più precisa e colpì con tre proiettili l’ala destra di uno degli aerei), fino alla fine: il mitragliere addetto alla mitragliera di dritta situata nella parte poppiera della torretta (quella di sinistra era fuori uso già da dopo il primo attacco), il sergente motorista Ludovico Vottero, non cessò il fuoco finché non si ritrovò con l’acqua al collo, finché la torretta stessa non venne sommersa. Mentre la prua s’inabissava, emerse in superficie una grande quantità di bolle. Il carburante, marrone ed oleoso, formò una grande chiazza semicircolare di circa 7-8 metri per 60 che galleggiava sulla superficie, marcando il punto dell’affondamento.


Di seguito le foto scattate dal Catalina del tenente di vascello Bradford all’Archimede, durante l’attacco. Per gentile concessione di Jerry Mason. 









 



 
 
Non vi erano rottami in acqua; gli aerei americani ritennero che ci fossero in acqua 30 o 40 sopravvissuti, circa un terzo dei quali con indosso giubbotti salvagente in Kapok o apparati respiratori. In realtà, secondo quanto Lo Coco affermò nel 1943 nell’interrogatorio, solo venticinque uomini, tra cui il comandante Saccardo, riuscirono a gettarsi in mare, e sei di essi annegarono a causa delle ferite riportate nell’attacco o delle ustioni provocate dal carburante in fiamme. Nella testimonianza che rese in Italia nel 1946 Lo Coco affermò invece che solo lui ed altri 18 uomini ebbero modo di buttarsi in mare, mentre 41 uomini, compresi tutti gli ufficiali di macchina, affondarono con il sommergibile.

Dopo l’affondamento, l’idrovolante 83-P-12 effettuò due passaggi sorvolando a bassa quota i naufraghi, ed ad ogni passaggio gettò vicino a loro una zattera di gomma da 7 posti; anche l’83-P-5 compì un sorvolo gettando un’altra zattera in gomma da sette posti vicino ai superstiti (la zattera ammarò in mezzo ai naufraghi). Quest’ultimo velivolo rimase in zona per quasi due ore dal suo primo attacco con le bombe. Lo Coco disse che il primo aereo aveva mitragliato gli uomini in acqua prima di gettare una zattera. (I mitraglieri Kloss e Burggraff del Catalina 83-P-5 dissero in un’intervista di essere stati “fortemente tentati” di mitragliare i naufraghi in acqua, ma che fu loro ordinato di non sparare.) Delle tre zattere buttate dagli aerei, i sopravvissuti dell’Archimede riuscirono a recuperarne solo due: Lo Coco dovette nuotare per circa cento metri per raggiungerle, poi le gonfiò, ne legò una all’altra per rimorchiarla e remò in direzione degli altri naufraghi. Su una delle due zattere, quella di Lo Coco, salirono in tutto tredici uomini (lui compreso), tra cui il comandante Saccardo, il comandante in seconda Suriano, il sottotenente di vascello Magnano ed il guardiamarina Carlo Greppi, l’unico altro ufficiale superstite; sull’altra zattera presero posto sei marinai.
Il sergente Vottero, issato a bordo di una zattera ma gravemente ferito ad una gamba, morì poco dopo essere stato tirato a bordo. Le due zattere erano legate insieme, ed andarono alla deriva, essendo gli occupanti troppo deboli per remare; il guardiamarina Greppi, un giovane genovese alla sua prima missione con l’Archimede, affermò che la deriva li stesse portando verso le Antille.

Questo secondo il resoconto del 1943; nel 1946, invece, Lo Coco affermò che uno dei 19 uomini che si erano gettati in mare, del quale non conosceva le generalità, fu ucciso dalle nutrite raffiche di mitragliatrice che gli aerei avevano sparato sui naufraghi mentre il sommergibile affondava, dopo di che, terminato il mitragliamento, gli aerei lanciarono ai superstiti due canotti in gomma provvisti ognuno di quattro remi, ed i naufraghi vi si divisero equamente, nove su ogni battellino. I sopravvissuti tentarono di dirigersi verso la costa brasiliana, distante 150 miglia, ma le correnti li portarono invece sempre più al largo. Tutti i naufraghi erano totalmente nudi, esausti e senza cibo.






 



L’Archimede è affondato, lasciando sulla superficie del mare solo una chiazza di carburante ed una ventina di sopravvissuti, cui vengono lanciate delle zattere gonfiabili. Sotto, i lievi danni arrecati al Catalina del tenente di vascello Bradford dalle mitragliere Breda da 13,2 mm del sommergibile (tutte le foto sono per g.c. di Jerry Mason).
 




 

Gli equipaggi dei Catalina videro i naufraghi dell’Archimede salire sulle zattere, ed il giorno seguente un aereo venne inviato alla ricerca dei sopravvissuti, ma non riuscì a trovarli: i superstiti sulle zattere, infatti, sia il giorno dopo l’affondamento che quello ancora successivo videro aerei che volteggiavano in cerchio, ma in lontananza. Alcuni dei naufraghi si alzarono in piedi e soffiarono nei piccoli fischietti di cui le zattere erano dotate; non avevano, però, pressoché nessun indumento per segnalare, e non vennero avvistati. Iniziò così un’interminabile deriva nell’Atlantico meridionale.

Il comandante Saccardo, un ventinovenne napoletano che si era offerto volontario per il servizio sui sommergibili perché infastidito dall’inazione sulle navi di superficie in Mediterraneo e che godeva di grande popolarità tra l’equipaggio dell’Archimede per il suo carattere gentile ed alla mano (a Bordeaux aveva persino fatto rimborsare ai suoi uomini il prezzo della doppia razione), subito dopo l’affondamento incoraggiò i superstiti e li mantenne uniti; sembrava calmo, rassegnato al suo destino. Il comandante in seconda Suriano, un padovano che aveva già prestato servizio sui sommergibili tascabili in Mar Nero (dove era stato comandante del CB 4), detestato dall’equipaggio perché sempre critico ed irascibile nonché unico ufficiale che avesse cercato di far vigere una rigida disciplina, mentre si trovava febbricitante dopo l’affondamento criticò duramente le capacità di Saccardo, affermò che il comandante era interamente colpevole per la perdita dell’Archimede ed attribuì l’affondamento all’inesperienza ed alla giovane età del comandante. Suriano aveva sempre avuto frizioni con Saccardo, a causa dell’inesperienza di quest’ultimo riguardo i sommergibili (che in effetti anche Lo Coco confermò), e spesso aveva dovuto aiutare od anche di fatto sostituire l’inesperto comandante nel dare gli ordini.

Il quinto giorno alla deriva, i superstiti avvistarono un piroscafo all’orizzonte, ma i tentativi di attirarne l’attenzione non ebbero alcun risultato. Il settimo giorno venne avvistato un altro piroscafo, che passò a circa 1200 metri di distanza, alla velocità di circa dieci nodi: il comandante Saccardo, che riteneva il piroscafo argentino, si trasferì sulla zattera che aveva sei uomini a bordo, prese in prestito due remi dalla prima zattera e cercò di raggiungere la nave, promettendo di tornare indietro a prendere gli altri dodici se fosse riuscito a raggiungere la nave. Ma del comandante Saccardo e dei suoi sei compagni non si seppe più nulla. Lo Coco ritenne che non fossero riusciti a raggiungere il piroscafo.

Anche in questo caso, la versione data negli Stati Uniti nel 1943 (e sopra riportata) fu sensibilmente differente da quella data in Italia nel 1946: in quest’ultima, infatti, Lo Coco disse che i due canotti avevano navigato insieme per venti giorni, poi, intorno alle 13 del ventesimo giorno, era stato avvistato un piroscafo a circa tre miglia di distanza, e l’altro canotto con nove naufraghi si era diretto con decisione verso la nave, sperando di riuscire a farsi avvistare e salvare, ma Lo Coco e gli altri sul suo battellino notarono che il mercantile proseguiva per la sua rotta, allontanandosi velocemente e sparendo alla vista, ed il canotto che gli aveva mosso incontro svanì all’orizzonte: dei nove uomini in esso non si ebbero più notizie.

La zattera di Lo Coco continuò ad andare alla deriva, ed i sopravvissuti, uno dopo l’altro, morirono per le ferite, per le ustioni, di fame, di sete, o per aver bevuto troppa acqua di mare. Solo un occasionale e breve rovescio interruppe l’intenso, tremendo caldo del giorno. Il ventunesimo giorno di deriva morirono due uomini. Il giorno seguente, altri tre, poi, il ventiquattresimo giorno, altri due. Il comandante in seconda Suriano morì due o tre giorni prima che la zattera giungesse a riva, e prima di spirare assicurò a Lo Coco che sarebbe stato l’unico sopravvissuto. Lo Coco gettò i cadaveri in mare. Rimasero così solo in due: Lo Coco ed il sergente silurista Aldo Santolamazza (Lo Coco parlò del “sottocapo La Mazza Santo”, ma non vi era nessuno con questo nome tra l’equipaggio dell’Archimede, e Santo La Mazza appare una evidente distorsione del cognome Santolamazza, che è l’unico nome, nella lista dell’equipaggio dell’Archimede, riconducibile a “Santo La Mazza”), entrambi distesi sul fondo della zattera, ormai privi di sensi e di forze.

Secondo quanto Lo Coco raccontò in America nel 1943, durante il ventottesimo giorno alla deriva, la zattera si capovolse e gettò Lo Coco in mare, ma l’onda successiva raddrizzò nuovamente la zattera e lo gettò nuovamente a bordo. Questo gli fece ricordare ciò che Suriano gli aveva detto prima di morire. Il ventinovesimo giorno dopo l’affondamento, secondo le informazioni di base del rapporto dell’US Navy, il battellino venne portato dalle onde a riva sull’isola di Bailique, vicino alla costa occidentale del Rio delle Amazzoni. Secondo quanto riferito da Lo Coco nel 1946, invece, al ventiseiesimo giorno di deriva il battellino venne trovato da pescatori brasiliani, che portarono il superstite nell’isola di San Paolo. In realtà, la zattera venne trovata l’8 maggio 1943, dunque ventitrè giorni dopo l’affondamento. Lo Coco venne trovato indebolito ed in delirio da due pescatori brasiliani, che lo portarono nella vicina isola di Brigue; solo dopo quattro giorni Lo Coco riprese conoscenza sull’isola dov’era stato portato, e si riprese abbastanza perché si scoprisse che era un italiano, membro dell’equipaggio dell’Archimede. All’interno del canotto i pescatori avevano trovato anche il cadavere di Santolamazza, che venne sepolto nel cimitero di San Paolo, come fu detto a Lo Coco quando si fu ripreso. (Per altra fonte, invece, oltre a Lo Coco i pescatori brasiliani trovarono nel canotto due cadaveri, e non uno). Il battellino era andato alla deriva per 1400 miglia.

Esiste anche una terza versione, secondo cui 42 uomini dell’equipaggio affondarono con l’Archimede, mentre 25 furono sbalzati in mare e salirono su tre canotti lanciati da Catalina ma sprovvisti di scorte di viveri; nei quindici giorni successivi, durante cui non furono viste navi né aerei, 6 uomini morirono di fame e di sete, poi uno dei canottini, con Saccardo ed altri sei uomini, scomparve il 1º maggio nel tentativo di raggiungere una nave avvistata in lontananza per fare segnali e farsi notare, ed un altro battellino, con 6 uomini, sparì due o tre giorni dopo; l’ultimo rimasto, con 6 uomini, fu trovato da barche da pesca brasiliane l’8 maggio 1943 nei pressi di Fernando de Noronha, 27 giorni dopo l’affondamento, con un solo superstite, Lo Coco, ormai già quasi moribondo. Questa versione non trova però riscontro in quanto riferito da Lo Coco.

In ogni caso, la presenza di Lo Coco venne comunicata alle autorità della Marina brasiliana a Belem, e, essendo il Brasile in guerra contro l’Italia, Lo Coco, ora prigioniero (era stato preso in custodia dalla polizia di Brigue), venne imbarcato su una cannoniera brasiliana che lo portò a Belem, dove arrivò il 6 giugno 1943 e dove venne internato in isolamento nella locale base navale, per poi essere trasferito per via aerea negli Stati Uniti (il ritrovamento del superstite era stato comunicato dal Brasile agli USA il 1° giugno), dove arrivò ad un centro per l’interrogatorio il 27 giugno 1943. Dopo la lunga convalescenza, Lo Coco venne internato in un campo di prigionia nel Mississippi e poi a New York, dove rimase fino alla fine della guerra e dove cercò inutilmente di scoprire cosa fosse stato degli uomini del secondo canotto – anche se facilmente immaginò che morirono di fame e di sete entro qualche giorno da quando si erano separati da loro – o se fossero stati recuperati i corpi di qualcuno dei 41 uomini affondati con l’Archimede. In Italia l’Archimede venne considerato uno dei tanti battelli scomparsi in guerra con tutto l’equipaggio: fu solo dopo il rientro in patria di Lo Coco che si seppe cos’era successo. Dopo il rimpatrio, il 26 ottobre 1946 Lo Coco rilasciò una nuova deposizione sull’accaduto ai carabinieri della stazione di Porticello (Legione di Palermo).

I piloti dei due aerei affondatori dell’Archimede, Thurmond Robertson e Gerald Bradford, ricevettero un encomio per la loro azione contro il sommergibile: anche se i superiori di Robertson “non incoraggiarono” l’uso improprio che aveva fatto del suo Catalina – un bombardamento in picchiata, ad una velocità non contemplata dal progetto del PBY Catalina –, gli venne riconosciuto il grande coraggio nell’azione, come del resto a Bradford. Robertson ricevette la Distinguished Flying Cross e proseguì nella sua carriera, anche se, riferì la figlia, ebbe sempre un certo rimorso per aver causato la morte di 60 uomini. Thurmond Robertson è morto il 21 novembre 2001, all’età di 85 anni.

Giuseppe Lo Coco, l’unico sopravvissuto all’affondamento dell’Archimede, è morto il 30 agosto 2004 all’età di 86 anni.
 

Personale caduto sull’Archimede
 

Alcune note. I nomi degli uomini caduti sull’Archimede sono tutti disponibili su Internet, ma in elenchi unificati, che non fanno distinzione tra gli uomini morti nel giugno 1940 per cloruro di metile e quelli periti nell’affondamento. Nell’interrogatorio di Giuseppe Lo Coco sono elencati 59 uomini dell’equipaggio morti nell’affondamento, uno dei quali senza nome (“Marinaio – Seaman, 2cl. – Prisoner could not recall the name”). In base a tale elenco, mi è stato possibile separare i nomi di 56 uomini certamente deceduti nell’affondamento (non è stato infatti possibile risalire a tutti i nominativi, perché Lo Coco elencò solo i cognomi, molti dei quali errati; di due di questi non sono riuscito a trovare un corrispettivo simile nell’elenco completo dei caduti dell’Archimede, ossia di “Mazza, Sottocapo – Petty officer, 3cl.” e “Sladizari, Radio Telegrafista Scelto – Seaman, 1cl.”). Dei rimanenti dieci nomi, mediante la Ricerca Sepolture del sito del Ministero della Difesa è stato possibile individuare quattro dei sei uomini deceduti per cloruro di metile nel giugno 1940. Questo lascia sei nomi “incerti”, tra i quali vi debbono essere i restanti due uomini morti per cloruro di metile nel giugno 1940 ed altri quattro uomini scomparsi nell’affondamento. Tutti questi ultimi sei nomi sono qui elencati tra gli scomparsi nell’affondamento, ma marcati con (*).
Un’altra fonte (Regiamarina.net) elenca come caduti sull’Archimede anche altri quattro uomini, il sergente Francesco Moccia ed i comuni Giulio Montepagano, Bruno Moscolo e Giovanni Nano, ma questi nomi sono probabilmente finiti per sbaglio nella lista dell’Archimede. Francesco Moccia risulta in realtà caduto in combattimento sul sommergibile Comandante Cappellini il 14 gennaio 1941, durante uno scontro d’artiglieria con il piroscafo armato Eumaeus, mentre Giulio Montepagano, Bruno Moscolo e Giovanni Nano morirono nell’affondamento del sommergibile Morosini, nell’agosto 1942.

 

Deceduti per esalazioni di cloruro di metile nel giugno 1940:

 
Nicola Donvito, comune (nato a Gioia del Colle il 18 agosto 1920), deceduto il 25 giugno 1940 e sepolto nel Sacrario Militare di Massaua

Giovanni Grosso, sottocapo (nato a Portoferraio il 2 luglio 1916), deceduto il 25 giugno 1940 e sepolto nel Sacrario Militare di Massaua

Ermenegildo Rubini, comune (nato a Casargo il 23 aprile 1919), deceduto ad Assab il 26 giugno 1940 e sepolto in Eritrea

Luciano Zecchini, sottocapo (nato ad Udine il 20 novembre 1920), deceduto ad Assab il 26 giugno 1940 e sepolto nel Sacrario Militare di Massaua

 
Deceduti nell’affondamento dell’Archimede:


Ruggiero Abbattista, sottocapo motorista

Ugo Avolio, sottocapo silurista

Camillo Boteschi, sottotenente del Genio Navale Direzione Macchine (da Trieste)

Bruno Bravo, sottocapo silurista scelto

Aldo Buffon, capo di seconda classe silurista

Giuseppe Cantù, sergente cannoniere

Giuseppe Capace, sergente

Albino Casagrande, sergente cannoniere

Luigi Castellotti, sottocapo

Giovanni Cerosio, comune (motorista scelto)

Guerrino Coltro, sergente silurista

Cosimo Cometa (o Comera), comune (ordinanza del comandante)

Guido Conti, comune

Roso Corradi, comune (*)

Leonida Cresci, comune (silurista scelto)

Cosimo De Cesario, comune

Giovanni De Simone, comune

Vincenzo Dell’Aquila, sottocapo elettricista

Enrico Deni, comune (silurista)

Costantino Esposito, comune

Paolo Fantasia, sottocapo nocchiere

Franco Ferrero, comune (infermiere)

Franco Firrao, capitano del Genio Navale Direzione Macchine di complemento (direttore di macchina, 33 anni, da Napoli)

Alfredo Galasso, sottocapo radiotelegrafista

Alfredo Galtieri (o Galteri), sergente motorista

Carlo Greppi, guardiamarina (da Milano)

Luigi Jachini, comune (*)

Diego La Licata, sottotenente del Genio Navale Direzione Macchine (da Palermo)

Emanuele Lo Savio, capo di seconda classe elettricista

Luca Lucchini, sottocapo cannoniere

Adolfo Magnano, sottotenente di vascello di complemento (30 anni, da Genova, ufficiale alle artiglierie)

Pietro Mandelli, sergente elettricista (nato a Cinisello Balsamo l’8 marzo 1917)

Antonio Mauriello, sottocapo motorista

Bruno Miani, tenente del Genio Navale Direzione Macchine di complemento (28 anni, da Trieste)

Giuseppe Migliorati, capo di seconda classe nostromo

Emilio Nocentini, comune (silurista scelto)

Giuseppe Perez, comune (*)

Pierino Pigozzo, comune

Francesco Rispoli, capo di seconda classe radiotelegrafista

Sergio Priviero, comune

Silvestro Radin, capo di seconda classe silurista

Egidio Rissone, capo di terza classe motorista

Nino Rubaudo, comune

Silvio Ruggeri, capo di terza classe elettricista

Guido Saccardo, tenente di vascello (comandante, 29 anni, di Napoli)

Italo Sandrini, guardiamarina (da Padova)

Pietro Sanna, comune (*)

Aldo Santolamazza, sergente silurista

Alberto Scognamilla, comune (*)

Carmine Sesti, comune (*)

Elio Squillantini, comune (silurista scelto)

Ennio Suriano, tenente di vascello (comandante in seconda, da Padova)

Giorgio Tari, sergente furiere

Angelo Tedeschi, comune (elettricista scelto)

Onofrio Tito, sottocapo nocchiere

Pietro Tomaiolo, sergente elettricista

Rocco Trentadue, capo di seconda classe motorista

Dino Ulivi, sottocapo (cuoco)

Angelo Vallese, sergente motorista

Nello Vesprini, comune

Tommaso Visentini, sottocapo radiotelegrafista

Ludovico Vottero, sergente motorista

 
Di seguito le parti dell’interrogatorio di Giuseppe Lo Coco riguardanti l’equipaggio, l’incidente del giugno 1940, alcune delle missioni di guerra e l’affondamento dell’Archimede. Per gentile cortesia del capitano di vascello della US Navy Jerry Mason, sul cui interessantissimo sito U-Boat Archive (link in fondo alla pagina) è disponibile il rapporto completo.
 

REPORT ON THE
INTERROGATION OF PRESUMABLY SOLE SURVIVOR
FROM ARCHIMEDE SUNK 15 APRIL 1943

26 July 1943

[…]

Chapter I. INTRODUCTORY REMARKS

The Italian submarine Archimede was sunk at 1625 P on 15 April, 1943 at 03° 23' D., 30° 28' W. by two U.S. Navy PBY-5A aircraft (83-P-5 and 83-P-12) based at Natal, Brazil. Thirty or 40 survivors were seen in the water after the attack; three rubber rafts were dropped near the survivors which were seen manning them. But, according to the sole prisoner of war from Archimede [Giuseppe Lo Coco], only two rafts were successfully manned, one by 13 survivors and the other by six.

Apparently, on the 29th day after the sinking, one raft with a sole survivor washed ashore on the Island of Bailique near the western shore of the Amazon River. The survivor was found delirious and very weak by natives, who transported him to the nearby Island of Brigue. Some days after the prisoner had sufficiently recovered, it was discovered by the natives that he was Italian and a member of Archimede's crew. The Brazilian naval authorities in Belem were notified of the survivor's presence. The prisoner arrived in Belem 6 June, 1943, aboard a Brazilian gunboat. He was interned incommunicado at the Brazilian naval base, from which he was forwarded to the United States by air and arrived at an interrogation center 27 June, 1943.

It is pointed out that this report is based mainly on the story of one survivor and that its accuracy cannot be fully established. Unfortunately, no other Italian naval prisoner was available to test the sole survivor's story. The prisoner did not appear at all security conscious. In fact he was anti-Fascist and loathed the Germans. He was a Sicilian, 26 years old, with only three years of elementary schooling. He was conscripted in 1939 and had been four years in the submarine service. He appeared of about average intelligence but his memory with respect to dates and technical features of his submarine was limited -- perhaps affected by his 29 days' ordeal.

The prisoner and the aerial action reports both conform the certain destruction of Archimede. There has been no success in the search for other survivors, and it is believed that all the others perished at sea.

Chapter II. CREW OF ARCHIMEDE

According to the prisoner Archimede had a complement of 60 officers and men. Her commanding officer was Tenente di Vascello* Guido Saccardo, a Neapolitan, 29 years old. He was commissioned 10 January, 1936, and received his latest rank five years later. His first assignment was a torpedo boat. He served in the Spanish Civil War campaign. Since Italy's entry into the present war he had served on destroyers; his last ship before volunteering for submarine service was the destroyer Lanciera [Lanciere], which was later sunk [il 23 marzo 1942, in una tempesta, di ritorno dalla seconda battaglia della Sirte; per quel tempo, comunque, Saccardo era già sbarcato]. On her he had been second in command and acted as fire control officer. But, he had told the prisoner, she had done nothing in the Mediterranean except escort a few convoys so that he had become disgusted with her inactivity. After a short course at the commander's school at Pola he went overland to Bordeaux where he relieved Capitano di Corvetta Gianfrancesco Gazzana Priaroggia, a Milanese, of the command of Archimede in August or September 1942. According to the prisoner, Saccardo was a kind, easy-going officer and very well liked by his officers and crew, but there was considerable friction between him and Tenente di Vascello Zuliani [in realtà Suriano], his Executive Officer. Saccardo was inexperienced in submarine service, gave orders poorly particularly with regard to torpedo firing and crash diving. The prisoner related that on the occasion of the sinking of Oronsay during the eleventh cruise, his commander caused the sub to plummet down about 40 metres at a diving angle of 45 degrees before bringing her under control. Then, at periscope depth, he missed the target with his first torpedo, so that Zuliani took over the firing of the next four torpedoes. Saccardo was very popular with his men because he had arranged for a refund of money charged his crew for double rations at the Bordeaux base. Immediately after the sinking of Archimede he encourage the survivors and kept them together. He appeared calm and resigned to his fate. The sinking, according to the prisoner, was attributed by Zuliani to the commander's youth and inexperience.

The Executive Officer was Tenente di Vascello Zuliani from Padua. (O.N.I. Note: The only probable choice in the Italian Navy List is an Alberto Zuliani, Settetenente in the Reserve Port Captains' Corps, commissioned 12 October, 1939.) [In realtà, “Zuliani” altro non è che la trascrizione errata di “Suriano”, il cognome del comandante in seconda dell’Archimede, Ennio Suriano; il suo cognome, evidentemente, venne pronunciato o capito erroneamente durante l’interrogatorio.] He had joined Archimede at Bordeaux before her eleventh cruise. Previously he had been on a midget sub on the Black Sea. He supervised some of Archimede's exercises outside of Bordeaux between her next to the last and final cruises. He was the first watch officer. The prisoner stated that Zuliani was extremely unpopular with the crew, effeminate, critical and cantankerous. He always wanted three or four orderlies to serve him coffee, cold cream, or pomade for his hair. He was the only officer who attempted stern discipline with the crew. While in a feverish condition after the sinking he was very critical of Saccardo's ability and stated that the latter was entirely responsible for their disaster.

Capitano Direzione Macchine Lorenzo Ferrari [un altro nome pronunciato, capito o trascritto erroneamente: si trattava in realtà di Franco Firrao], a Neopolitan, 33 years old, was the Chief Engineer Officer. He was evidently very capable and well liked. When the order to abandon ship was given, he held many of the crew below at the point of a gun and said, "If our sub sinks, we die with her". According to the prisoner most of the 35 crew members who did not succeed in leaving the submarine were held below by Ferrari.

The gunnery officer was Sottotenente di Vascello Tommaso Magnani [in realtà Magnano], a Genoese, 30 years old, who was on the inactive list according to the Italian Navy List of November 1940. He had served in the Spanish Civil War campaign. The prisoner stated that Magnani had been a navigation officer in the Merchant Marine and that he had been drafted to submarine service in the late summer of 1942. He had, admittedly, no knowledge of gunnery. Still he was officer in charge of many gunnery exercises on Archimede between the next to the last and final cruises. The prisoner stated that Magnani stood by with arms folded near the forward deck gun during the plane attack leading to the sinking. The ineffectiveness of the forward deck gun during this attack was ascribed by the prisoner to Magnani's complete inexperience. He was quoted as having said, "I hope we submerged soon and get out of this mess". He was popular, however, with both officers and men.

Sottotenente [in realtà tenente] Direzione Macchine Bruno Miani of Trieste, 28 years old, was the first Assistant Engineer Officer. He was young and inexperienced; his first cruise was the last cruise of Archimede. The second Assistant Engineering Officer was another young officer who had also joined the boat on her last cruise -- Sottotenente Direzione Macchine Boeschi [Camillo Boteschi], of Trieste. He and the other three junior officers were very well liked by the crew.

Guardiamarina Franco (?) [in realtà Carlo] Greppi, a Genoese, Guardiamarina Alicata [Diego La Licata; sottotenente GN, equivalente al grado di guardiamarina degli ufficiali di vascello] of Palermo, and Aspirante Sandri [Italo Sandrini; in realtà un guardiamarina e non un aspirante] of Padua were the junior watch officers. They, too, had joined Archimede on her final cruise. Alicata had transferred from Cagni just before Archimede's last cruise.

The prisoner stated that his boat had had five commanders during her life span. Saccardo had taken over from Tenente di Vascello Gazzana. (O.N.I. Note: According to Italian Press notices Gazzana was promoted to Capitano di Corvette in May 1943.) Gazzana made two cruises on Archimede -- the second and third cruises out of Bordeaux. According to the prisoner, the only success during these two cruises were two torpedo hits on an American cruiser of the Pensacola class [in realtà fu attaccato senza risultato l’incrociatore USS Moffett] and the sinking of an American ship of 6,000 tons [il Cardina]. Prior to joining Archimede Gazzana had gone to the commanders' school at Danzig for a three-months' course. The prisoner considered him a good officer and a good commander. This opinion was shared by all the men. Gazzana, an ex-boxer, used to box with his men and playfully manhandle them. He was lenient with an efficient crew, but stern with a spiritless or sloppy crew.

While Archimede was awaiting orders to leave Massawa for Bordeaux, Capitano di Corvette Marino Salvatori arrived by air from Rome 10 days before her famous trip.* He took her successfully to Bordeaux and commanded her on her first war cruise out of the French port in September or October 1941. After this he returned to Rome where he was given a shore assignment in the Navy Ministry. The prisoner stated that Salvatori was a Count and as such received double pay. This extra pay he shared with his crew. Salvatori was popular with his men and was a good naval officer.

According to the prisoner, Tenente di Cascello Mario Signorini, who preceded Salvatori, was unqualified and much below the average naval officer. After her acceptance trials, Signorini was given command of Archimede and sailed her from Taranto to Massawa. Operating out of this East African base he made three peace time cruises and seven war cruises until the advent of Salvatori in March or April 1941. 

The honor of first commanding officer at the commissioning of Archimede went to Capitano di Corvette Michele Asnasch, "a big paunchy Venetian". He put the boat through her various trials and also took a short trip to Barcelona. He was popular, good natured and for his size quite agile. He was reputed to have considerable knowledge of submarines.

[…]

According to the prisoner there was a fine family spirit on board Archimede; officers and men were very friendly except for Zuliani who attempted to be a severe disciplinarian. On the last cruise the crew included 25 new ratings freshly arrived from the Pola submarine school. The prisoner and 25 other ratings were veteran submarine men; but of these only five or six had made the trip from East Africa to France. The prisoner complained that there were constantly new ratings to instruct ashore and aboard.

The sole survivor, Giuseppe Lococo [Lo Coco], was a Sottocapo Nostromo (Coxswain, 3cl.), who had been conscripted in 1938 and had been in submarine service since joining Archimede in January 1939. He described his duties as being a four hour daily watch on the conning tower, the operation of the horizontal rudder mechanism in the control room, and loading the forward deck gun. The prisoner called his boat "una carcassa" (an old hulk). In speaking of the commissioning exercises the prisoner expressed the wish that he had never had the honor of raising Archimede's flag nor received a billet on her.

[…]


Chapter IV. WAR CRUISES OUT OF MASSAWA

When Italy entered the war in June 1940, there were two submarine flotillas at Massawa, consisting of the submarines listed below:

1. Ferraris, Galelei [Galilei], Archimede, and Torricelli.

2. Perla, Macalle, Galvani and Guglielmotti.

Archimede made seven war cruises out of Massawa all under the command of Tenente di Vascello Signorini. The prisoner stated that Capitano di Corvetta Livio Piomarta never made a cruise on Archimede out of Massawa. (O.N.I. Note: Piomarta commanded Archimede on one cruise out of Massawa, according to survivors of Ferraris; see C.B. 4093 (8), p.6)

FIRST WAR CRUISE

On the morning of 10 June, 1940, she was in the roadstead of Massawa harbor. She was ordered to leave immediately and to operate off the lower entrance of the Suez canal for 40 days. But she was out only 15 days because early one day they were sighted and attacked by six destroyers. She remained submerged for twenty-four hours during intermittent depth charge attacks. The air refrigerating tubes were broken; resultant gas killed six of the crew and temporarily crazed the others except the officers in the control room, who had shut its water tight doors. Ventilators also kept it free of gas. After all danger of further attack had passed, the officers surfaced the submarine and cleared the compartments of gas. The boat returned to Massawa where the crew was hospitalized for five months. They were then sent to a rest camp at Asmara for 15 days.

[…]

Chapter VI. EIGHTH WAR CRUISE

With Salvatori still as her commander, Archimede left Bordeaux for a forty days' cruise 10 October, 1941, a few days before the departure of Ferraris. Both had the same operating zone off Gibraltar. She was near the scene of the sinking of Ferraris; they had arrived in the zone 21 October, 1941. At dawn 25 October, 1941, she sighted six enemy destroyers. She immediately submerged and soon heard the "pinging" of Asdic Search Gear on her hull. The destroyers depth-charged her from 0800 to 1300 and from 1400 to 2100. The prisoner heard 66 depth charge explosions. Her deck flooring was completely smashed, all lights were blown out, fuel tanks leaked, pumps were put out of order, the glass on instruments was demolished, manometers were crippled, and some torpedo tubes were leaking. Other than that the prisoner said that his boat survived the attacks very well! She continued to operate about 600 miles west of Gibraltar. Before the attack she had operated close to Gibraltar at night, but during the day she had remained a considerable distance away. She returned without any further incident to Bordeaux 17 November, 1941, for two months' repairs. She was laid up in Dry Dock No. 1. The crew was given 22 days' leave, at the end of which the prisoner with half of the crew was sent to an Italian rest camp near Bordeaux, where they had gun firing exercises and received instruction in their particular branches. Salvatori left Archimede and went to Rome for a shore job. Capitano di Corvetta Giuseppe Cardi, second in command of the base, assumed responsibility for the boat.

[…]

Chapter VIII. TENTH WAR CRUISE

The prisoner was left ashore on this cruise. His estimates of its length varied from forty to sixty days. He believed that his boat with Gazzana still as commander left Bordeaux early May 1942. During this month the prisoner had fifteen days' leave to visit his sick father in Palermo. While there he hears the Italian radio broadcast Gazzana's claim of two torpedo hits on an American cruiser of the Pensacola class. (O.N.I. Note: No cruiser of this class was even in the Atlantic at this time.) [in realtà l’Archimede aveva attaccato infruttuosamente l’incrociatore statunitense Milwaukee scortato dal cacciatorpediniere USS Moffett] At the end of May the prisoner was back in Bordeaux; twenty days later Archimede returned flying one small pennant for the sinking of an armed steamer of 6,000 tons. (O.N.I. Note: According to an Italian Bulletin of 25 June, 1942, this ship was sunk the day after the Pensacola action.) [si trattava del piroscafo Cardina] The prisoner was also told by crew members about the two torpedo hits on the American cruiser. Gazzana had not been able to see the results because he had been immediately attacked by destroyers, screening the cruiser, which had launched twenty-nine depth charges at the submerged submarine. Her electrical installations had been seriously disrupted, and there were also various internal damages. These necessitated over a month's repairs. Gazzana left Archimede in August 1942. Tenente di Vascello Guido Saccardo had come from Naples overland to Bordeaux to relieve him. Saccardo had previously been in the Mediterranean on a destroyer. The crew remained ashore during Archimede's repairs.

Chapter IX. ELEVENTH WAR CRUISE

Archimede left for a sixty day's cruise approximately 11 September, 1942, with Saccardo as her commanding officer. Her mission was to operate in a triangular zone off Freetown described as follows: the base was along the equator from 13° W. to 22° W., the apex was at 09° N., 18° W., the two sides were the lines from the ends of the base to the apex. The prisoner claimed that, leaving Le Verdon, she followed a course as far as Cape Finistère and from Cape Finistère through the Canaries to her zone. Before reaching it she sighted only two Spanish ships. After cruising in her zone for a few days, she sighted Oronsay early 9 October, 1942. Saccardo fired the first torpedo and missed. Zuliani, his Executive Officer, took over and made a hit with the second torpedo. The prisoner stated that three more torpedoes were fired, one of them by a torpedo rating, Santalamazza [Aldo Santolamazza], which actually sank the ship. The rating lost his diploma as expert torpedoman, because he had fired prematurely at the ready command. (O.N.I. Note: Oronsay was a British cargo and passenger ship, 20,043 tons, torpedoed without warning at 0515, 9 October, 1942, at estimated position 04° 29' N., 20° 58' W. She sank at 1815, after receiving three torpedo hits.) The prisoner stated that his boat took no other offensive action. She returned to her base between 11 and 20 November, 1942. Repairs in dry dock were necessary. The crew received a month's leave, after which some had gunnery practice on a range outside of Bordeaux while others including the prisoner instructed new ratings from Pola aboard Archimede. The prisoner celebrated both Christmas and New Year's Eve in Bordeaux by getting drunk.

Chapter X. TWELFTH AND LAST WAR CRUISE

The beginning of this cruise was marked by the advent of four new young officers and twenty five "green" ratings from Pola of whose training the prisoner had a low opinion. The prisoner stated that, before leaving, the crew was shrived and received communion from the same priest that was seen by Ferraris at the beginning of her last war cruise. The prisoner also said that the crew had a premonition of their impending fate for they bade farewell to the priest exclaiming: "We shall not see each other again, we are going to our death." Together with Da Vinci and Bagnolini, Archimede left Bordeaux 14 February, 1943, for a four months' cruise. Prisoner stated that his boat developed motor trouble before reaching Le Verdon and turned back. At 0500, 15 February she set out again preceded by a pilot vessel to Le Verdon. From this point a minesweeper about 100 meters ahead of her took up the van flanked by two German destroyers with planes overhead. The minesweeper exploded two mines near the entrance of the Gironde. The escort left Archimede after one day. It took her six days and nights to traverse the danger zone of the Bay of Biscay. During this period she travelled submerged from 0800 to 2000, from 2000 to 0800 she continued on the surface. Twenty five days out of Bordeaux she arrived in her operating zone. This was described as a tri-angle: one leg 500 miles long from Pernambuco to St. Paul Rocks, the second leg 300 miles in a line NW from St. Paul Rocks, and the base was formed by the line joining the two legs. Five or six days before arriving in her zone, one Argentinean and two Spanish ships were sighted. She entered the operating zone approximately 12 March, 1943. She patrolled the zone without sighting any enemy shipping. At 2400, 14 April, the prisoner saw plainly the lighthouse of San Fernando de Noronha. They continued on a course toward St. Paul Rocks.

While on patrol, stern torpedo tube No. 7 was found to be leaking badly, the torpedo was removed and the tube flooded.

Chapter XI. SINKING OF ARCHIMEDE

The prisoner's story is at variance in a number of facts with the aerial reports so that it is considered advisable to submit both.

THE AERIAL ACTION REPORT.

An Italian submarine was sighted at 1510 P, April, 1943, by a U.S. Navy PBY-5A (83-P-5) of Squadron VP-83 based on Natal, Brazil. The weather was good, visibility varied from 10 miles to unlimited at an altitude of 7,300 feet. The submarine was fully surfaced and was sighted dead ahead at a range of 8 miles and on opposite course making 5/7 knots. The plane pilot held his course and altitude to a point about aft of the submarine. About that time the latter opened machine gun fire. The plane made a gradual turn to starboard and lost about 1,000 feet altitude. The pilot decided to make a horizontal bombing run at 6,000 feet and drop from his starboard wing two Mark-44 bombs carrying Mark-19 nose fuzes. Gunfire from the enemy boat had not ceased. At an altitude of 6,000 feet and at a range of about one half mile, it appeared that the submarine was about to submerge. The plane immediately dove at an angle of about 60° and at about 2,000 feet released all 4 bombs including 2 Mark-44 bombs on the port wing equipped only with hydrostatic fuzes set for a 25 foot depth.

The bombs from the starboard wing were seen to explode close aboard and to port of the boat about 20 feet abaft the conning tower. Those from the port wing exploded to starboard about 60 feet forward of the conning tower. The enemy continued to fire back throughout the run. Water thrown up by the explosions completely hid the submarine. When the water subsided, she was seen on the surface circling and apparently unable to go to starboard, and leaving a long streak of brown oil. Much dark grey smoke was coming directly from and aft of the conning tower; she appeared out of control doing 4/5 knots. About 15 or 20 minutes later the smoke cleared and she resumed a straight course bearing 065° - 080° T. Keeping her in sight the pilot climbed to about 6,000 feet and radioed to nearby planes for assistance. While the plane was circling around 6 miles away, puffs of smoke were observed from the enemy's forward deck gun - 10 rounds during 40 minutes before the arrival of a second plane.

Forty-five minutes after the first attack another PBY-5A (83-P-12) of the same squadron arrived on the scene. It had received a signal from the first plane and proceeded to the location indicated. Flying at 1,500 feet it sighted the submarine at a range of eight miles, fully surfaced but down at the stern with her after deck awash. Direct attack would have been beam on, but the plane flew around to the stern for a 180° target angle. The boat altered course to port during the plane's run, thus making a target angle of 210° at the instant of bomb release. At about 1,500 yards both plane and submarine opened fire, the enemy gun on the aft end of the conning tower firing about two rounds per second. In this first run the plane dropped a load of four bombs from an altitude of 50/100 feet; they were Mark-44 depth bombs set for sixty-five foot spacing and twenty-five foot depth. Explosions were observed along the port quarter and probably bracketed the hull just aft of the conning tower, the fourth on the starboard deck just aft of the conning tower. The same plane made four more runs circling to starboard. The submarine and plane exchanged gunfire during the bombing attack and the four subsequent strafing attacks.

The first plane combined with the second plane in two of the four strafing runs. She also made a third strafing run alone, during which the boat's bow was sticking out of the water at an angle of about 50°. Following the explosions caused by the bombs of the second plane the submarine settled gradually by its stern and the bow came up out of the water until it protruded at an angle of about 50°. She slid slowly down and backwards until completely under the surface. She sank at 1625 P, about 6 minutes after the last mentioned explosions. A considerable quantity of heavy brown oil appeared on the surface forming a 25' x 200' semi-circle over the spot of the sinking. One large burst of bubbles appeared as the bow slid under. There was no debris but approximately 30 or 40 survivors were in the water, one-third of whom appeared to be wearing Kapok life preservers or escape lungs.

The enemy exchanged gunfire during all the bombing and strafing runs of both planes. In fact, the gunner on the aft conning tower machine gun did not cease firing until the tower slid beneath the surface. The second plane observed many hits on and around the conning tower from its bow gun. This plane made two runs after the sinking, and dropped one 7-man rubber raft on each run close to the survivors. The first plane also made a run after the sinking to drop one 7-man rubber raft near the survivors. Following her initial bombing attack the first plane remained in the area almost two hours. At the end of the operation the survivors were seen manning the life rafts dropped. A plane searched in vain on the following day for the survivors.

The forward deck gun and the 37 mm. mounted machine gun on the aft part of the conning tower were ineffective, but a 50 calibre machine gun on top of the tower was more accurate and made 3 hits on one plane. The aft deck gun may have been blown off by explosions.

THE PRISONER'S STORY.

There was some clouds in the sky and the sun was low on the horizon when the first attacking plane appeared. The prisoner was in the aft torpedo compartment at 2000 on 15 April, 1943, when he heard the Executive Officer announce over the loudspeaker: "Plane sighted dead ahead." Immediately Saccardo gave orders to man the guns and to secure all watertight doors. The prisoner ran to his post at the forward deck gun. Magnani stood by with his arms folded and giving no orders but expressing the hope that the order to submerge would soon be given. All on deck were surprised that the first plane made an initial run over their boat without dropping any bombs. The submarine began evasive tactics but made no attempt to submerge. From a point aft of her the plane turned back for a run over the boat. It dropped two bombs, both missed but one dropped close to the forward starboard side. The concussion from the explosion was terrific, the outer and inner hatches of the forward hatchway were ripped open and away from their hinges, and a mountainous wall of water covered the entire boat. In fact, many of the survivors were sick from the quantity of sea water they swallowed during this cascade.

Because of the damage to the forward hatches Archimede was unable to submerge. The lighting installations had been smashed and one Diesel engine had been rendered inoperative. She continued on the surface following an evasive course. The plane in the meanwhile kept circling at a distance. The prisoner claimed that her guns did not fire during the attack nor before the appearance of the second plane. Fifteen minutes elapsed between the first and second attacks.

Suddenly out of a cloud about 1,000 meters away, a second plane appeared and made a run at low altitude over the submarine. It dropped two bombs which hit the pressure hull aft of the conning tower. One tore through the aft hatchway, and a sheet of flame burst from the oil deposit at the bottom of the hatchway. The four primed torpedoes in the aft tubes also exploded.

The explosions ripped a tremendous hole in the pressure hull, and the aft torpedo compartment hung like "a broken arm" from the rest of the boat. She plunged stern first beneath the surface with her bow high in the air. The prisoner was peppered by many small metal fragments in the second bomb attack. The Engineer Officer [Franco Firrao] at the point of a gun held many of the crew below. Twenty-five including the Commanding Officer succeeded in getting into the water free of the sinking submarine, but of these six were drowned either because of wounds or burns from flaming oil. The machine gun on the port side of the aft conning tower had been rendered useless during the first bombing attack, but the starboard machine gun manned by Sottocapo Motorista Votero [Ludovico Vottero, che era in realtà un sergente e non un sottocapo] continued to fire until the water reached his neck. He was badly wounded in one leg and died shortly after he was pulled aboard a raft. The prisoner protested that the first plane machine-gunned those in the water before dropping a rubber raft.

Three rubber rafts were dropped by the planes but only two were recovered. The prisoner swam about 100 meters to recover them. He inflated them, tied one in tow and rowed to the other survivors. One raft was manned by thirteen including the Captain, the Executive Officer, two junior officers (Greppi and Magnani) and the prisoner. In the other there were six ratings. The two rafts tied up together and drifted as the occupants were too weak to row. The prisoner stated that according to Greppi they were drifting toward the Antilles. On the day after the sinking as well as on the following day planes were seen circling around at a distance. Some of the survivors stood up and blew little whistles furnished in the rafts. They had practically no clothing for signaling. But they were never sighted. On the fifth day adrift, a steamer was sighted on the horizon but again no success attended their attempts to signal her attention. Again on the seventh day a steamer which Saccardo believed to be Argentinean, passed about 1,200 meters away at approximately 10 knots. Saccardo then transferred to the raft with six men, borrowed 2 oars from the first raft and set off in the direction of the ship. He promised to return for the remaining twelve survivors if he were successful. Nothing was seen or heard of the Commander and his companions after that. The prisoner doubted that Saccardo ever succeeded in reaching the ship. The prisoner's raft drifted on; the survivors one by one except for the prisoner died either from wounds, burns, hunger, thirst or from drinking too much sea water. Zuliani died two or three days before the rescue of the sole survivor. Only an occasional brief rain squall interrupted the intense heat of the day. The prisoner had a narrow escape on the twenty-eighth day adrift; the raft overturned throwing him into the water but the next wave righted the raft and threw him back into the raft. This incident reminded the prisoner that Zuliani before dying had assured him that he would be the sole survivor. On the twenty-ninth day after the sinking the raft washed ashore on the Island of Bailique near the Western shore of the Amazon River; the prisoner was found weak and delirious by two Brazilian fishermen.

[…]

Annex A. LIST OF CREW OF ARCHIMEDE

Saccardo, Guido
Tenente di Vascello
Lieutenant
Zuliani, Alberto (?) [Suriano, Ennio]
Tenente di Vascello
Lieutenant
Magnani, Tommaso [Magnano, Adolfo]
Sottotenente di Vascello (di complemento)
Lieutenant (j.g.) (Reserve)
Ferrari, Lorenzo [Firrao, Franco]
Tenente [in realtà capitano] Direzione Macchine (di complemento)
Lieut. (j.g.) (engineering duties only) (Reserve)
Miani, Bruno
Sottotenente [in realtà tenente] Direzione Macchine (di complemento)
Ensign (engineering duties only) (Reserve)
Boeschi, [Boteschi, Camillo]
Sottotenente Direzione Macchine
Ensign (engineering duties only)
Greppi, Franco (?) [Greppi, Carlo]
Guardiamarina
Ensign
Alicata, [La Licata, Diego]
Guardiamarina [sottotenente GN]
Ensign
Sandri, [Sandrini, Italo]
Aspirants [in realtà guardiamarina]
Midshipman
Ruggiero, [Ruggeri, Silvio]
Maresciallo la classe [in realtà capo di III classe] Elettricista
Warrant Electrician
Rispoli, [Francesco]
Maresciallo Capo [in realtà capo di II classe] Radio Telegrafista
Warrant Radioman
Migliorati, Giuseppe
Capo [di II classe] Nostromo
Chief Boatswain's Mate
Trentadue, [Rocco]
Secondo Capo di Macchine
Machinist's Mate, 1 cl.
Resoni, [Rissone, Egidio]
Secondo Capo [in realtà capo di III classe] di Macchine
Machinist's Mate, 1 cl.
Losavio, [Lo Savio, Emanuele]
Secondo Capo Elettricista
Electrician's Mate, 1cl.
Radi, [Radin, Silvestro]
Secondo Capo Silurista
Torpedoman's Mate, 1cl.
Cantu, Giuseppe
Sergente Cannoniere
Gunner's Mate, 2cl.
Coltro, [Guerrino]
Sergente Silurista
Torpedoman's Mate, 2cl.
Buffo, [Buffon, Aldo]
Sergente [in realtà capo di II classe] Silurista
Torpedoman's Mate, 2cl.
Tari, Giorgio
Sergente Furiere
Storekeeper, 2cl.
Cantiere, [Galtieri, Alfredo]
Sergente Motorista
Motor Machinist's Mate, 2cl.
Mantelli, [Mandelli, Pietro]
Sergente Elettricista
Electrician's Mate, 2cl.
Santalamazza, Ardo [Santolamazza, Aldo]
Sottocapo [in realtà sergente] Silurista
Torpedoman's Mate, 3cl.
Avolio, Ugo
Sottocapo Silurista
Torpedoman's Mate, 3cl.
Tomaiolo, Pietro
Sottocapo [in realtà sergente] Elettricista
Electrician's Mate, 3cl.
Dellaguida, [Dell’Aquila, Vincenzo]
Sottocapo Elettricista
Electrician's Mate, 3cl.
Vallesi, [Vallese, Angelo]
Sottocapo [in realtà sergente] Motorista
Motor Machinist's Mate 3cl.
Votero [Vottero], Ludovico
Sottocapo [in realtà sergente] Motorista
Motor Machinist's Mate 3cl.
Lucchini, [Luca]
Sottocapo Cannoniere
Gunner's Mate, 3cl.
Casagrande, [Albino]
Sottocapo [in realtà sergente] Cannoniere
Gunner's Mate, 3cl.
Calasso, [Galasso, Alfredo]
Sottocapo Radio Telegrafista
Radioman, 3cl.
Vincentini, [Visentini, Tommaso]
Sottocapo Radio Telegrafista
Radioman, 3cl.
Fantasia, [Paolo]
Sottocapo Nocchiere
Quartermaster, 3cl.
Tito, [Onofrio]
Sottocapo Nocchiere
Quartermaster, 3cl.
*Lococo [Lo Coco], Giuseppe
Sottocapo Nostromo
Coxswain
Cameti, [Conti, Guido]
Sottocapo [in realtà comune]
Petty officer, 3cl.
Capece, [Capace, Giuseppe]
Sottocapo [in realtà sergente]
Petty officer, 3cl.
Mazza,
Sottocapo
Petty officer, 3cl.
Nocentini, [Emilio]
Silurista Scelto
Seaman, 1cl.
Squillantini, [Elio]
Silurista Scelto
Seaman, 1cl.
Cresci, [Leonida]
Silurista Scelto
Seaman, 1cl.
Bravo, [Bruno]
[Sottocapo] Silurista Scelto
Seaman, 1cl.
Tedeschi, [Angelo]
Elettricista Scelto
Seaman, 1cl.
Cerosi [Cerosio, Giovanni]
Motorista Scelto
Seaman, 1cl.
Sladizari
Radio Telegrafista Scelto
Seaman, 1cl.
Battista, [Abbattista, Ruggiero]
[Sottocapo] Motorista
Seaman, 2cl.
Maurielli [Mauriello, Antonio]
[Sottocapo] Motorista
Seaman, 2cl.
Olivi, [Ulivi, Dino]
[Sottocapo] Cuoco
Cook (translation)
Ferrero, [Franco]
Infermiere
Hospital Apprentice, 2cl.
Comete, [Cometa, Cosimo]
Ordinanza Comandante
Captain's orderly (translation)
Deni, [Enrico]
Silurista
Seaman, 2cl.
Pigotti, [Pigozzo, Pierino]
Marinaio
Seaman, 2cl.
Vespini, [Vesprini, Nello]
Marinaio
Seaman, 2cl.
De Simone, [Giovanni]
Marinaio
Seaman, 2cl.
Rubaoto, [Rubaudo, Nino]
Marinaio
Seaman, 2cl.
Previero, [Priviero, Sergio]
Marinaio
Seaman, 2cl.
De Cesaro, [De Cesario, Cosimo]
Marinaio
Seaman, 2cl.
Castelici, [Castellotti, Luigi]
Marinaio [in realtà sottocapo]
Seaman, 2cl.
Esposito [Costantino]
Marinaio
Seaman, 2cl.
**---------
Marinaio
Seaman, 2cl.

* Presumably sole survivor, and sole prisoner. 


** Prisoner could not recall the name.

TOTAL CREW OF ARCHIMEDE

Officers
8
Midshipman
1
Petty officers
29
Other ratings
22
Total
60”.

La dichirazione resa il 26 ottobre 1946 da Giuseppe Lo Coco, nato a S. Flavia il 28.2.1918, alla Stazione di Porticello della Legione territoriale dei Carabinieri di Palermo (per gentile concessione dell’Associazione Nazionale Marinai d’Italia):

“Facevo parte dell’equipaggio del Sommergibile Archimede composto di 60 uomini.

Durante una missione di guerra nell’Atlantico, appena giunti all’altezza dell’isola di San Fernando di Norona e precisamente a 150 miglia dalla costa, alle ore 21,40 del 15 aprile 1943 il nostro sottomarino navigante in emersione venne attaccato da quattro aerei di bombardamento americani e colpito da diverse bombe si affondò in poco più di dieci minuti. Solo 19 uomini potemmo buttarci  in mare, mentre i due ufficiali di macchina con il resto di trentanove uomini, dei quali non sono in grado di precisare i nomi, scomparvero in mare con tutta l’unità... Nel momento in cui il sommergibile affondava, gli stessi aerei ci sottoposero a delle nutrite raffiche di mitragliatrici in seguito alle quali uno dei diciannove naufraghi, di cui non conosco le generalità, è deceduto. Dopo aver effettuato il mitragliamento gli apparecchi medesimi ci lanciarono due battelli di gomma muniti di quattro remi ciascuno, sui quali ci collocammo nove uomini per ogni battello... Cercammo invano di dirigerci verso la costa, poiché le correnti ci trasportavano sempre più a largo. Eravamo tutti completamente nudi, privi di forze e senza viveri. Per venti giorni entrambi i battelli navigarono insieme per le infinite distese del mare, quando nel predetto ventesimo giorno verso le ore 13, avvistammo un  piroscafo transitante a circa tre miglia da noi. Il secondo battello mosse decisamente all’incontro di detto piroscafo con la speranza di essere scorti e presi a bordo. Abbiamo però notato che la nave si allontanava velocemente dalla nostra vista percorrendo la sua rotta e così anche il battello che si era spinto all’incontro scompariva all’orizzonte senza sapere più nulla della sua sorte.

Al ventunesimo giorno sono decedute due persone, al ventiduesimo sono deceduti altri tre ed al ventiquattresimo altri due. I morti furono da me buttati in acqua. Siamo rimasti così solo io e il sottocapo La Mazza Santo [si trattava del sergente Aldo Santolamazza], distesi in fondo al battello, privi di sensi. Al ventiseiesimo giorno di navigazione il mio battello fu recuperato da pescatori brasiliani e fui condotto nell’isola di S. Paolo ove presi la conoscenza dopo quattro giorni. Seppi così che anche il sottocapo La Mazza, fu trovato cadavere a bordo del battello e fu sepolto nel cimitero di S. Paolo.

Durante la mia prigionia a New York, malgrado il mio interessamento non mi fu possibile conoscere quale sorte toccò ai nove uomini del secondo battello né seppi se furono recuperati eventualmente cadaveri appartenenti ai quarantuno uomini che si inabissarono col sommergibile Archimede. Comunque sono convinto che anche i nove uomini del secondo battello sono tutti periti per la fame e la sete dopo qualche giorno dal loro allontanamento dal mio battello, mentre per i quarantuno uomini affondati con l’unità posso in modo certo affermare la loro morte per annegamento.”

L’analisi, da parte americana, dell’attacco aereo contro l’Archimede, per gentile concessione di Jerry Mason:

“CONFIDENTIAL

ANALYSIS OF ANTI-SUBMARINE ACTION BY AIRCRAFT

Unit VP-83 Unit Report NO. 14.

Airplane Type: PBY-SA.

Squadron NO.: 83-P-12

Pilot Lieut G. Bradford USNR.

Location of Attack -- Latitude: 03-23 s.

Longitude so-2s W.

Date: April 15: 1943.

Time: 1620. (Z0118 Plus P)

1. The airplane was flying at 1500 feet following homing signals which were being transmitted by another plane of the squadron [ossia quello di Thurmond Robertson] which was  contact with a submarine it had previously attacked. At a range of 8 miles the Submarine was sighted fully surfaced but down by the stern with its after deck awash. Course was altered to permit an attack from astern. The attack was delivered from an altitude ofabout 50 to 100 feet at the ground speed of 125 knots and target angle approximately 210°. Four Mark 44 depth bombs fitted with flat nose attachments were released by intervalometer set for 65 foot spacing at 130 knots. Mark 24-1 fuses were installed and set to function at 25 feet. Two of the bombs fitted with Mark 19 nose fuses, as the assigned mission was "anti-blockade runner sweep". The explosions were observed to occur along the port quarter and probably bracketing the hull of the submarine just abaft the conning tower. The submarine and airplane exchanged gunfire throughout the attack and during the four subsequent strafing runs. The enemy did not cease firing until his conning tower slipped beneath the surface. Following the explosions the submarine settled gradually by the stern, and its bow came up out of the water until it protruded at an angle of about 50°. It then slid slowly downward and backward until it disappeared completely about six minutes after the explosions occurred. A considerable quantity of heavy brown oil and approximately thirty or forty survivors remained on the surface following the disappearance of the submarine. One large burst of bubbles appeared as the bow of the submarine slid under. No debris was sighted. The plane remained in the  for 10 minutes following this attack, during which time it dropped life rafts to the survivors in the water. It then departed for base, having reached PLE.”



Il modulo della 10° Flotta statunitense relativo all’affondamento dell’Archimede da parte dei due Catalina dello Squadron VP-83 (g.c. Jerry Mason/U-boat Archive)



Un articolo del giornale americano “Minneapolis Morning Tribune” su Earl Joseph Kloss ed Arnold Burggraff ed il loro ruolo nell’attacco all’Archimede (g.c. sito Togetherweserved)




Una serie di articoli di giornali statunitensi in merito all’azione di Thurmond Robertson ed all’affondamento dell’Archimede (di cui si parla, erroneamente, come di un U-Boot tedesco, non essendo all’epoca ancora stato recuperato l’unico sopravvissuto, Giuseppe Lo Coco, in grado di identificare l’unità affondata).

Dichiarazione di Giuseppe Lo Coco resa in Italia nel 1946, dal sito dell’ANMI
Traduzione in italiano del rapporto sull’interrogatorio di Giuseppe Lo Coco da parte delle autorità statunitensi, su Regiamarina.net
La sequenza completa delle fotografie scattate da uno dei Catalina durante l’attacco che portò all’affondamento dell’Archimede, sul sito Uboat Archive
“10th Fleet ASW Incident Form narrative concerning attack by two VP-83 aircraft on Archimede”, sul sitoU-Boat Archive
Analisi dell’US Navy sull’attacco ed affondamento dell’Archimede, sul sito U-Boat Archive
Storia dell’Archimede, su Regiamarina.net
Storia dell’Archimede, su Grupsom
Schede dei sommergibili classe Brin, su Betasom
Scheda dell’Archimede sul sito della Marina Militare
Encomio del comandante in capo della Flotta dell’Atlantico per l’83rd Patrol Squadron per l’affondamento dell’Archimede, dal sito U-Boat Archive
La vicenda di Giuseppe Lo Coco e dell’Archimede nel libro Sole Survivors of the Sea
L’affondamento dell’Archimede nel libro US Navy PBY Catalina Units of the Atlantic War
L’affondamento dell’Archimede nel libro Galloping Ghosts of the Brazilian Coast: United States Naval Air Operations in the South Atlantic DuringWorld War II
Pagina di Wikipedia sull’Archimede

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