giovedì 30 gennaio 2014

Giuseppe La Farina

Una bella foto della Giuseppe La Farina (g.c. Giorgio Parodi via www.naviearmatori.net)
Torpediniera, già cacciatorpediniere, della classe La Masa (dislocamento in carico normale 840 t, a pieno carico 875 t). Durante la guerra operò con il IX Gruppo Torpediniere, dislocato in Libia, effettuando 35 missioni di scorta da e per la Libia, 12 missioni antisommergibile ed altre di pilotaggio e soccorso ad aerei.
Breve e parziale cronologia.
29 dicembre 1917
Impostazione nei cantieri Odero di Sestri Ponente.
12 marzo 1919
Varo nei cantieri di Sestri Ponente.
19 marzo 1919
Entrata in servizio. Compie l’usuale periodo di addestramento iniziale e successivamente effettua una corta missione di rappresentanza a Monaco.
Luglio 1919
Dislocato a Costantinopoli in seno alla Squadra del Levante (successivamente Divisione del Levante), fino a dicembre compie parecchie missioni di vigilanza insieme ad altre unità delle Marine della Triplice Intesa. Si reca a Sebastopoli, Teodosia, Kerk, Odessa e Costanza, e risale il Danubio sino all’altezza di Traila.
Dicembre 1919
Mentre torna in Italia fa tappa a Smirne ed in altri sorgitori del Mar Egeo.
Gennaio-aprile 1920
Compie una missione in Grecia, trasportando  importanti politici. Successivamente viene dislocato ad Antivari ed a Santi Quaranta come stazionario (ad Antivari verrà rilevato nel maggio 1920 dal cacciatorpediniere Pilade Bronzetti).
Novembre 1920
Aggregato alle Forze Navali dell’Alto Adriatico, effettua crociere di vigilanza nelle acque quarnerine (dove D’Annunzio ha occupato Fiume) sino al febbraio 1921.
1921
Assegnato alla Forza Navale del Mediterraneo, prende parte al suo addestramento, effettuato principalmente nel Tirreno settentrionale.
Gennaio-febbraio 1922
Dislocato provvisoriamente a Zara come stazionario.
Successivamente opera con la propria squadriglia, mentre in altri periodi viene assegnato al Dipartimento Militare Marittimo della Spezia.
30-31 agosto 1923
Nella tarda serata del 30 agosto il La Farina lascia Taranto insieme ai similari Generale Antonino Cascino, Generale Carlo Montanari, Giacomo Medici e Giacinto Carini, all’esploratore Premuda, agli incrociatori corazzati San Giorgio e San Marco, alle corazzate Giulio Cesare e Conte di Cavour, alle torpediniere 50 OS e 53 AS, ai MAS 401, 404, 406 e 408 ed ai sommergibili Agostino Barbarigo ed Andrea Provana, per prendere parte all’occupazione di Corfù: è infatti in pieno svolgimento la crisi di Corfù, causata dall’assassinio (avvenuto ad opera di ignoti il 27 agosto tra Giannina e Santi Quaranta) del generale Tellini e di una delegazione italiana che avrebbe dovuto definire i confini tra Grecia ed Albania. Per ritorsione l’Italia decide di sbarcare a Corfù il 48° Reggimento Fanteria “Ferrara”, una batteria di 8 cannoni da 75 mm, una brigata di fanteria di 5000 uomini, reparti del reggimento di fanteria di Marina “San Marco” e le compagnie da sbarco delle navi, il tutto al comando dell’ammiraglio Emili Solari. Dopo aver mandato un ultimatum al governatore greco di Corfù (ammaino della bandiera greca, sostituita da quella italiana, cessazione di tutte le comunicazioni, resa e disarmo di truppe e gendarmeria, controllo di tutte le attività da parte dell’Italia), alle 16 del 31 agosto le unità italiane iniziano il tiro, protraendolo sino alle 16.15, sulle due fortezze di Corfù (Vecchia e Nuova) che tuttavia non sono in mano a truppe greche, bensì occupate da profughi, una decina dei quali rimangono uccisi, e parecchi altri feriti. In seguito al bombardamento, le autorità greche si arrendono; nel giro di alcuni giorni le truppe italiane occupano Corfù e la maggior parte delle navi fa ritorno a Taranto, lasciando a Corfù un incrociatore corazzato, i cinque cacciatorpediniere (La Farina compreso) e qualche sommergibile e MAS sotto il comando del contrammiraglio Belleni, mentre il 2 settembre 1923 l’ammiraglio Diego Simonetti diviene governatore di Corfù. Successivamente la crisi si risolverà, con gli onori resi dalla Grecia alla bandiera italiana al Falero (Atene) ed il pagamento di 50.000.000 di lire come risarcimento da parte della Grecia, e Corfù verrà lasciata dalle truppe italiane il 27 settembre; tutte le unità rientreranno a Taranto il 30 settembre.
1924
Fa parte della scorta d’onore ai reali d’Italia nella loro visita in Spagna.
Fine 1925
Assegnato alla I Squadriglia Cacciatorpediniere (I Squadra Navale).
1926
Compie una visita ufficiale a Malta ed una crociera sino a Tripoli insieme alla I Squadriglia.
Successivamente viene nuovamente assegnato a servizio dipartimentale a La Spezia, cui segue l’assegnazione in Alto Adriatico come unità addestrativi per il lancio di siluri.
Marzo 1928
Viene assegnato alla V Squadriglia Cacciatorpediniere (II Squadra Navale); fa parte della scorta nel viaggio del capo del governo Benito Mussolini.
Estate 1928
Compie una crociera in acque greche insieme alla II Squadra Navale.
1929
Fa parte, con i similari Fabrizi, Carini e Bassini, della V Squadriglia della 3a Flottiglia della III Divisione Siluranti, appartenente alla II Squadra Navale (con base a Taranto).
Opera principalmente al di fuori delle acque italiane: compie una crociera nel Mediterraneo orientale insieme ad altre unità della II Squadra, con scalo in diversi porti di Cirenaica, Egitto, Palestina, Greca ed Egeo.
1° ottobre 1929
Declassato a torpediniera, in conseguenza della sua vetustà.
Successivamente viene assegnata alla Divisione Speciale (poi VI Divisione), con la quale per tre anni viene impiegata nell’addestramento in Alto Adriatico.
1931
Fa parte, insieme ai similari Giacinto Carini e Generale Antonio Cantore ed all’esploratore Aquila, della IV Flottiglia Cacciatorpediniere, assegnata alla Divisione Speciale dell’ammiraglio Denti.
1932
Effettua una crociera sino ad Istanbul e Varna.
1933-1936
Opera con la Scuola Comando a Taranto.
Successivamente assegnata alla II Squadriglia Torpediniere, di base a Taranto, ed usata per rimorchiare bersagli.
10 giugno 1940
All’entrata in guerra dell’Italia la La Farina fa parte della V Squadriglia Torpediniere (che con la I e XII Squadriglia forma la II Flottiglia Torpediniere, alle dipendenze del Comando Militare Marittimo della Sicilia) insieme alle similari Simone Schiaffino, Giuseppe Cesare Abba e Giuseppe Dezza ed al cacciasommergibili Albatros.
3 novembre 1940
A mezzanotte lascia Tripoli per scortare a Bengasi i piroscafi Pallade e Snia Amba.
4 novembre 1940
Alle 8.40 il sommergibile britannico Tetrarch avvista il convoglio, ed alle 9.25, alle 9.27 ed alle 9.30 lancia rispettivamente tre siluri contro lo Snia Amba, altri tre contro il Pallade ed uno contro la La Farina, che procede in testa al convoglio, in posizione 31°36’ N e 19°25’ E (una cinquantina di miglia a sudovest di Bengasi, posizione data dal Tetrarch; fonti italiane collocano invece l’attacco in posizione 31°35’ N e 19°20’ E). Mentre il siluro destinato alla torpediniera e quelli lanciati contro il Pallade non vanno segno, lo Snia Amba viene colpito, e dev’essere portato all’incaglio per evitarne l’affondamento: la nave risulterà però tanto danneggiata da essere considerata perduta. Dopo l’attacco la La Farina dà la caccia al Tetrarch, immersosi a 75 metri di profondità, lanciando dalle 9.40 alle 11.15 nove bombe di profondità: tutte esplodono piuttosto vicine al sommergibile, che tuttavia non riporta danni. Il resto del convoglio giunge a destinazione alle 21 di quello stesso giorno.
1940-1941

Lavori di modifica dell’armamento: vengono sbarcati due degli originari quattro cannoni singoli Scheider-Armstrong 1917 da 102/45 mm, entrambi i pezzi singoli Ansaldo 1917 da 76/40 mm, uno dei due impianti lanciasiluri binati da 450 mm e le due pressoché inutili mitragliere singole Colt da 6,5/80 mm; al loro posto sono installate 6 mitragliere singole Breda 1940 da 20/65 mm.



La La Farina verosimilmente nei mesi iniziali del 1941 (g.c. STORIA militare)


4 febbraio 1941
Alle 17 parte da Bengasi per scortare a Tripoli i piroscafi Utilitas e Silvia Tripcovich; le navi vengono avvistate dal sommergibile britannico Truant mentre lasciano il porto e si portano sulla rotta costiera. Alle 17.30 il Truant inizia a manovrare per avvicinarsi ed attaccare, ed alle 18 lancia tre siluri contro uno dei mercantili. Nessuna delle armi va a segno, ed anzi una esplode in anticipo investendo e danneggiando il Truant, che rischia di emergere involontariamente.
19 marzo 1941
Scorta da Tripoli a Napoli, con scalo a Trapani, la moderna motonave tedesca Ankara.
18 aprile 1941
Alle 23 lascia Palermo insieme alle torpediniere Antonio Mosto e Calliope, scortando a Tripoli un convoglio composto dai piroscafi Isarco, Nicolò Odero e Maddalena Odero. Al convoglio si aggregano anche le pirocisterne Alberto Fassio, partita da Trapani con la scorta della torpediniera Climene, e Luisiano, scortata dalla torpediniera Orione. Il convoglio raggiungerà Tripoli il 21 aprile senza aver incontrato problemi sul percorso.

L’affondamento

Alle 6.44 del mattino del 3 maggio 1941 la La Farina, al comando del tenente di vascello Edoardo Le Boffe, lasciò Tripoli per scortare a Trapani il piroscafo cisterna Luisiano. Alle 10.55 dello stesso giorno la Luisiano avvistò quella che ritenne essere la scia di un siluro, e manovrò per evitare l’arma; si sentì poco dopo un’esplosione subacquea, seguita dall’affioramento in superficie di bolle. È possibile che questo fosse stato un attacco da parte del sommergibile britannico Undaunted, che scomparve nella zona proprio in quei giorni.
Alle 5.30 (per altra fonte 10.30) del 4 maggio, nei pressi delle secche di Kerkennah, la torpediniera urtò una mina: scossa da una violentissima esplosione a poppavia della plancia, la La Farina si spezzò in due in corrispondenza del fumaiolo centrale ed affondò in meno di due minuti in posizione 34°35’ N e 11°50’ E, portando con sé il comandante Le Boffe e quasi metà dei 128 uomini che componevano il suo equipaggio.
Fu la Luisiano (il cui comandante, capitano di lungo corso Giuseppe Garibaldi, fu poi decorato con la Croce di Guerra al Valor Militare per il soccorso dei naufraghi) stessa a recuperare i naufraghi, 70 o 72, ma alcuni di essi morirono per le ferite riportate, portando il bilancio finale a 61 morti e 67 sopravvissuti (tra cui tre ufficiali, compreso l’ufficiale di rotta Giovan Battista Cafiero).

Le vittime (mancano almeno dieci nomi):

Renzo Acconci, marinaio fuochista, disperso
Pietro Belloni, marinaio, disperso
Edoardo Brambilla, sergente meccanico, disperso
Santo Buscemi, marinaio cannoniere, disperso
Carlo Calore, sottocapo elettricista, disperso
Walter Caprile, marinaio silurista, disperso
Giuseppe Carbone, marinaio, disperso
Andrea Caristi, marinaio, disperso
Letterio Carpita, marinaio, disperso
Ivano Cassella, marinaio radiotelegrafista, disperso
Ambrogio Cavalleri, marinaio fuochista, disperso
Alberto Chiti, sottocapo fuochista, disperso
Felice Ciceri, marinaio fuochista, disperso
Luigi Cinotti, tenente CREM (capo servizio Genio Navale), disperso
Turiddu Conte, capo meccanico di prima classe, disperso
Salvatore Costantino, marinaio fuochista, disperso
Nicola D’Aniello, marinaio, disperso
Umberto Di Prima, sottocapo cannoniere, disperso
Libero Drioli, sottocapo silurista, disperso
Giovanni Faggioni, secondo capo meccanico, disperso
Francesco Fazzolari, sergente S. D. T., deceduto in Tunisia il 10.5.1941 (probabilmente per ferite riportate nell’affondamento)
Gaetano Fedullo, marinaio fuochista, disperso
Giuseppe Felici, marinaio fuochista, disperso
Enzio Fiorentini, marinaio fuochista, disperso
Vito Furio, marinaio fuochista, disperso
Antenore Gaglione, marinaio, disperso
Alferio Gerin, sergente silurista, disperso
Giuliano Govoni, sottocapo meccanico, disperso
Salvatore Laria, marinaio cannoniere, disperso
Edoardo Le Boffe, capitano di corvetta (comandante), disperso
Luigi Mapelli, marinaio fuochista, disperso
Luigi Marsoni, sottocapo radiotelegrafista, deceduto in territorio metropolitano il 21.9.1943 (?)
Ermes Martini, sergente elettricista, disperso
Gioacchino Mellone, marinaio cannoniere, deceduto
Ottorino Nocchi, marinaio S. D. T., disperso
Virginio Origgi, marinaio, disperso
Pietro Panarelli, marinaio, disperso
Ciro Piro, marinaio cannoniere, disperso
Mario Renzi, marinaio torpediniere, disperso
Vincenzo Romano, marinaio radiotelegrafista, disperso
Renato Ruggeri, capo cannoniere di seconda classe, disperso
Ugo Ruggeri, marinaio fuochista, disperso
Guido Tiberi, marinaio cannoniere, disperso
Alvise Tramannoni, marinaio fuochista, disperso
Filadeleo Tramontana, marinaio fuochista, disperso
Antonio Vaccaro, marinaio, disperso
Amedeo Valcavi, capo nocchiere di terza classe, disperso
Rodolfo Vannini, sottocapo meccanico, disperso
Marcello Venier, marinaio elettricista, disperso
Alfredo Verdoliva, sottocapo meccanico, disperso
Giuseppe Vignoli, marinaio fuochista, disperso


La motivazione della Croce di Guerra al Valor Militare conferita al sottotenente di vascello Renato Cestello (da Rivarolo Ligure), al guardiamarina Giovanni Battista Cafiero (da Meta di Sorrento), all’aspirante guardiamarina Colombo Salvi (da Roncofreddo, Forlì), al secondo capo radiotelegrafista Michele Foscarini (da Gallipoli, Lecce), al secondo capo silurista Secondo Caramella (da Padova) ed al sergente cannoniere Giovanni Baranovich (da Zara):

«Imbarcato su torpediniera in servizio di scorta affondata rapidamente in seguito a offesa nemica, si prodigava generosamente, incurante di ogni rischio, nell’opera di salvataggio e di assistenza del personale superstite
(Mediterraneo Centrale, 4 maggio 1941)».

La motivazione della Croce di Guerra al Valor Militare conferita alla memoria del tenente CREM Luigi Cinotti, da La Spezia:

«Capo servizio G. N. di torpediniera in servizio di scorta affondata rapidamente in seguito a offesa nemica, assolveva con sereno ardimento il roprio incarico e scompariva in mare con la propria unità.
(Mediterraneo Centrale, 4 maggio 1941)».

La motivazione della Croce di Guerra al Valor Militare conferita al sottocapo radiotelegrafista Alberto Muffolini, da Marcheno (Brescia):

«Imbarcato su torpediniera in servizio di scorta affondata rapidamente in seguito a offesa nemica, sebbene in condizioni minorate si metteva immediatamente a disposizione del Comando del piroscafo sul quale era stato trasportato, contribuendo validamente ad assicurarne il servizio r.t.».

È possibile che la La Farina non abbia urtato mine nemiche, ma che sia stata accidentalmente persa su uno sbarramento italiano, l’«LK», 428 mine posate il 10 giugno 1940 tra Lampedusa e le isole Kerkennah dagli incrociatori leggeri Alberico Da Barbiano e Luigi Cadorna, dai cacciatorpediniere Lanciere e Corazziere e dalle torpediniere Polluce e Calipso per prevenire possibili attacchi di navi francesi contro le rotte della Tripolitania. Un’altra possibilità è che la nave sia andata perduta su un campo minato francese. Altre fonti considerano anche la possibilità del siluramento da parte di un sommergibile, ma nessuna unità subacquea britannica riferì di aver attaccato navi italiane in circostanze, tempi e luoghi compatibili con la perdita della torpediniera (anche se vi è da considerare la sparizione dell’Undaunted).


Il relitto della torpediniera, trovato negli anni Cinquanta, giace a poche decine di metri di profondità al largo di Sfax, non lontano dal relitto del sommergibile francese Morse, forse vittima delle stesse mine.

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