domenica 27 aprile 2014

Console Generale Liuzzi



Il varo del Liuzzi (da www.marina.difesa.it via Marcello Risolo e www.betasom.it)
Sommergibile oceanico classe Liuzzi (1166,47 tonnellate di dislocamento in superficie e 1484,20 in immersione). Svolse una singola missione di guerra, percorrendo 1695 miglia in superficie e 420 in immersione.

Breve e parziale cronologia.

1° ottobre 1938
Impostazione nei cantieri Franco Tosi di Taranto.
17 settembre 1939
Varo nei cantieri Franco Tosi di Taranto.
21 novembre 1939
Entrata in servizio. Il Liuzzi va a formare con gli altri battelli della sua classe (Capitano Tarantini, Alpino Bagnolini, Reginaldo Giuliani) la XLI Squadriglia Sommergibili, facente parte del IV Gruppo Sommergibili di Taranto.
Nei sette mesi che separano la sua entrata in servizio e l’ingresso dell’Italia nella seconda guerra mondiale il battello disimpegna esclusivamente la propria attività addestrativa.
Gennaio 1940
Il Liuzzi esegue la prova di collaudo finale al largo del golfo di Taranto, immergendosi a 107 metri di profondità e restandovi per mezz’ora. Tutti i sistemi risultano funzionare in maniera ottimale.
1° giugno 1940
Assume il comando del Liuzzi il capitano di corvetta Lorenzo Bezzi.

Il sommergibile dopo il varo (da “Gli squali dell’Adriatico. Monfalcone e i suoi sommergibili nella storia navale italiana” di Alessandro Turrini, Vittorelli Edizioni, 1999, via www.betasom.it)
«MA 3»

All’entrata in guerra dell’Italia, il 10 giugno 1940, il Console Generale Liuzzi faceva ancora parte della XLI Squadriglia del IV Grupsom di base a Taranto, assieme a Bagnolini, Tarantini e Giuliani.
Il 16 giugno 1940 il Liuzzi, al comando del capitano di corvetta Lorenzo Bezzi, salpò da Taranto per raggiungere il proprio settore d’agguato, nelle acque di Famagosta, dove avrebbe dovuto attaccare il naviglio nemico sulle rotte tra Cipro, Siria ed Egitto. Era per il Liuzzi la prima missione di guerra: i cinque giorni di attesa al largo di Famagosta, però, non portarono a nessun avvistamento, e la sera del 25 giugno, ricevuto l’ordine di rientro, il sommergibile iniziò la navigazione di ritorno a Taranto.
In quel momento era però in corso, nel Mediterraneo centrale, un vasto rastrello antisommergibile a protezione dell’operazione britannica «MA 3», che prevedeva l’invio di convogli tra Malta, Egitto e Grecia: erano così impegnati nella caccia ai sommergibili italiani i cacciatorpediniere Dainty, Defender, Decoy, Voyager e Ilex, riuniti nella Forza «C», oltre a numerosi idrovolanti antisommergibile. Nei giorni successivi, questo micidiale dispiegamento di forze avrebbe affondato anche altri tre sommergibili italiani, l’Argonauta, l’Uebi Scebeli e il Rubino.
La Forza C (i cui cacciatorpediniere appartenevano alla 2nd ed alla 10th Destroyer Flotilla) aveva lasciato Alessandria all’alba del 27, con lo scopo di fornire protezione a distanza ad una formazione navale (portaerei Eagle, corazzate Ramillies e Royal Sovereign, incrociatori Orion, Neptune, Liverpool e Sydney) in mare a scorta dei convogli «MF 1» e «MS 1» da Malta (in questo consisteva, appunto, «MA 3»).
Fu alle 18.30 del 27 giugno che il Liuzzi, in navigazione in superficie, incappò nelle unità della Forza C: ma all’avvistamento dei cacciatorpediniere da parte del battello italiano fu contemporanea la sua individuazione da parte delle navi britanniche (l’orario indicato da parte britannica sono le 18.28, la posizione circa 100 miglia a sudest di Creta). Il sommergibile s’immerse rapidamente, tentando di attaccare o di eludere la caccia, ma presto il Dainty, il Defender, il Decoy e l’Ilex gli furono sopra, ed iniziarono a bombardarlo pesantemente con cariche di profondità, effettuando cinque attacchi nel giro di pochi minuti (Dainty, Defender e Ilex erano dotati degli ecogoniometri più moderni all’epoca in uso nella Marina britannica).
La prima scarica di dieci bombe colse il battello a 100 metri e fece saltare tutte le luci del Liuzzi tranne che in camera di manovra, fracassò i profondimetri e strappò il serbatoio del naftalene dalla paratia, la seconda (dieci bombe che esplosero quando il sommergibile era a 120 metri) arrecò ulteriori danni, comprese vie d’acqua nel compartimento poppiero, che danneggiarono le batterie, provocando il rilascio di gas nocivi. Gli altri passaggi scossero violentemente il sommergibile ed aggravarono ulteriormente la situazione, mettendo fuori uso tutte le strumentazioni ed i timoni, rendendolo ingovernabile e facendolo sprofondare sino a 190 metri di profondità (laddove la sua quota di collaudo era di 100 m).
Dopo questi attacchi, le unità britanniche osservarono una scia di carburante sulla superficie, ed il Dainty seguì la scia mentre calava il buio.
Gravemente danneggiato dagli scoppi, dopo 90 minuti di caccia (durante la quale l’equipaggio contò gli scoppi di una sessantina di bombe di profondità) il Liuzzi dovette emergere, su ordine del comandante Bezzi (che ordinò aria per tutto dopo essersi consultato con il direttore di macchina), per non andare distrutto con tutto l’equipaggio, e per tentare di reagire in superficie con i propri cannoni. Seguendo la scia di carburante, le unità britanniche avvistarono il sommergibile emerso a 2290 metri di distanza, e Dainty e Defender aprirono immediatamente il fuoco, colpendolo a prua ed in altri punti.
I danni causati dalle bombe di profondità avevano immobilizzato il Liuzzi, che si trovò in superficie senza sufficiente energia, nelle batterie, per avviare i motori, e senza più naftalene. Per giunta, il mare era agitato, e questo peggiorò ulteriormente le già modeste caratteristiche di stabilità che facevano dei sommergibili delle pessime piattaforme per l’artiglieria: gli artiglieri del Liuzzi non riuscirono a mirare, mentre da parte loro i cacciatorpediniere, che non avevano simili problemi, poterono colpire ripetutamente il battello italiano con i loro cannoni (per altra fonte le armi del sommergibile erano state rese inutilizzabili dal bombardamento). Alcuni uomini del Liuzzi rimasero uccisi, ed il sommergibile fu posto fuori combattimento. Dopo un breve scontro dall’esito scontato, da bordo del Liuzzi fu agitata una luce bianca, per chiedere di cessare il fuoco.
Mentre i cacciatorpediniere cessavano il fuoco, il comandante Bezzi ordinò di autoaffondare ed abbandonare il sommergibile.
I membri dell’equipaggio si radunarono nella torretta; il Dainty si avvicinò, per prenderli a bordo e recuperare quelli che si erano tuffati in mare. Altri cacciatorpediniere misero a mare le loro imbarcazioni: la baleniera del Voyager recuperò tredici naufraghi.
Il Dainty giunse quasi a mettere la sua prua praticamente addosso al Liuzzi prima che gli ultimi due membri dell’equipaggio potessero essere persuasi a buttarsi in mare.
Ci vollero in tutto tre ore ed un quarto perché i più riluttanti abbandonassero il sommergibile, poi il Dainty gli diede il colpo di grazia, affondandolo con altre cannonate e bombe di profondità.
Quando l’ultimo dei suoi uomini ebbe abbandonato l’unità, il comandante Bezzi decise di seguire la sorte del suo battello: tornò all’interno e vi si rinchiuse, inabissandosi insieme al Liuzzi quando questo, poco prima delle otto di sera, affondò a sudest di Creta, nel punto 33°46’ N e 27°27’ E, in un punto dove il mare è profondo 2500 metri. Alla sua memoria fu conferita la Medaglia d’oro al Valor Militare, e la Scuola Sottufficiali di Taranto (Mariscuola) porta il suo nome dal 17 maggio 1957. Anche la sezione ANMI del suo paese, Tortona, fu intitolata alla sua memoria, così come vie e piazze di diverse città della provincia di Alessandria. La medaglia venne ricevuta dalla moglie del comandante Bezzi: la figlia, di un anno e mezzo, non avrebbe mai visto il padre.
Il direttore di macchina del Liuzzi, maggiore del Genio Navale Gaetano Tosti-Croce (che aveva assunto tale incarico appena il 20 maggio precedente rilevandolo dal capitano del Genio Navale Umberto Bardelli, che era stato direttore di macchina del Liuzzi sin dall'entrata in servizio, dopo averne curato l’allestimento), prima di abbandonare il sommergibile diede il suo salvagente al marinaio silurista Aldo Carnevalini, salito tra gli ultimi in coperta quando questa era già semisommersa, che non ne aveva (non lo aveva trovato al suo posto, forse preso da qualcun altro) e che non sapeva nuotare (ed era per giunta intossicato dai vapori di acido solforico che aveva respirato nei locali di poppa). Tosti-Croce era tornato a bordo per aprire le valvole per l’autoaffondamento e per tentare, inutilmente, di convincere il comandante Bezzi a salvarsi. Non appena Carnevalini ebbe indossato il salvagente (cosa di cui Tosti-Croce volle sincerarsi, dato che Carnevalini era semincosciente per via dei vapori respirati), entrambi furono scaraventati in acqua da un colpo di mare, e Tosti-Croce sbatté una gamba, ferendosi. Furono salvati entrambi; il gesto di abnegazione del maggiore Tosti-Croce venne premiato con una Medaglia d’argento al Valor Militare. 
Carnevalini fu tratto in salvo dopo qualche tempo in acqua insieme ad un nostromo tarantino, che gli disse di “fare il morto” e non consumare inutilmente energie per lottare contro il mare mosso; al momento giusto, aiutato da un colpo di mare, Carnevalini saltò a bordo di una lancia del Voyager
Il guardiamarina fiorentino Everardo Facibene, campione di nuoto, tentò di portare in salvo con sé alcuni dei suoi uomini (una decina o poco meno), ma morirono tutti, lui compreso. 
Aldo Carnevalini, ormai novantatreenne, avrebbe presenziato alla commemorazione del 73° anniversario dell’affondamento, celebrata proprio nella Scuola Sottufficiali Lorenzo Bezzi, e ricordò l’atto eroico del maggiore Tosti-Croce.
Gesuino De Montis, un marinaio ventenne, ricordò che gli uomini salirono in coperta passando per la torretta; gli ultimi ad uscire furono quelli che si trovavano a prua, tra cui appunto lui. Nessuno voleva gettarsi in acqua, ma il comandante Bezzi ordinò a tutti di buttarsi in mare. Così fece anche lui, ma con altri si venne a trovare più lontano rispetto al grosso dei naufraghi, e non fu subito avvistato. Rimase nel mare mosso per quelle che sembrarono delle ore, pregando mentre le forze lo abbandonavano, poi, proprio quando era sul punto di perdere conoscenza ed annegare, venne raggiunto da una delle unità britanniche, svegliandosi a bordo del cacciatorpediniere. Era nudo; fu il medico britannico dell’unità a dargli dei vestiti da indossare.
Tutti i superstiti del Liuzzi (in tutto mancarono all’appello dieci uomini) vennero recuperati dai cacciatorpediniere britannici, e sbarcati ad Alessandria d’Egitto la sera del 30 giugno. Internati nel campo di prigionia di Geneifa, in Egitto, furono da lì successivamente avviati alla prigionia in India, dove rimasero per cinque anni.
A casa, Gesuino De Montis era stato dato per disperso: vi tornò sano e salvo dopo cinque anni, trovandovi un ricordo realizzato per la Messa in suo suffragio celebrata nel 1940, ed è ad oggi vivo e vegeto all’età di 95 anni. Ha sovente presenziato a molte commemorazioni dell’affondamento del Liuzzi, come l’inaugurazione a Taranto di una statua del comandante Bezzi, nel 2010, e la 72° commemorazione a Taranto dell’affondamento del sommergibile, quando ha letto la Preghiera del Marinaio, dedicandola alla memoria del suo comandante.

Non fecero più ritorno:

Lorenzo Bezzi, capitano di corvetta (comandante), 33 anni, da Tortona
Ideo Cassatella, sergente
Stelio Degli Innocenti, comune
Everardo Facibene, guardiamarina, da Firenze
Alberto Furlan, comune
Giuseppe Luppino, comune
Francesco Monopli (o Monopoli), comune
Luigi Nobili, comune
Bartolomeo Sabatini, comune
Rodolfo Scrobogna, comune

Il Liuzzi in una foto tratta da un Almanacco Navale dell’epoca.
La motivazione della Medaglia d’oro al Valor Militare conferita alla memoria del capitano di corvetta Lorenzo Bezzi, nato a Tortona (AL) il 22 ottobre 1906:

“Comandante di sommergibile in missione di guerra in acque intensamente vigilate dall’avversario veniva avvistato e sottoposto a violenta prolungata caccia. Impossibilitato a mantenere l’immersione per gravi danni subiti dall’Unità, emergeva con l’intento di impegnare l’avversario in superficie. Accerchiato a breve distanza e fatto segno al fuoco di cinque CC.TT., visto vano ogni tentativo di difesa per il mare agitato che impediva l’uso del cannone, decideva l’auto-affondamento del sommergibile. Messo in salvo l’equipaggio dopo aver ordinato il saluto alla voce, divideva volontariamente la estrema Sorte dell’unità al suo comando rientrando nello scafo e chiudendo, con freddo e cosciente atto, su di sé il portello della torretta. Confermava in tale modo elevate virtù militari e di comando e faceva rifulgere con il proprio gesto la nobile tradizione di eroismo della gente di mare.
Mediterrano Orientale, 27 giugno 1940.”

Il ricordo di Gesuino De Montis (si ringrazia Liliana Manconi del sito www.forumlive.net):

"Avevo vent’anni il 10 giugno 1940 quando scoppiò la guerra  e mi ritrovai già il 16 giugno in missione  come silurista di un equipaggio composto da 7 ufficiali e 50 fra sottufficiali e marinai, sul sommergibile  “Console Generale Liuzzi” della Regia Marina Italiana, affondato in combattimento il 27 giugno 1940.
La mia unità era stata destinata ad operare nel Mediterraneo orientale, nella zona d’agguato al largo di Famagosta, tra Alessandria d’Egitto, dove c’era la base inglese, e Ismailia, con l’incarico di attaccare le navi nemiche che navigavano fra Cipro, la Siria e l’Egitto. Dopo 9 giorni di missione, il 25 giugno ci fu ordinato di rientrare per dirigerci verso l’Oceano Atlantico. Il nostro sommergibile infatti era oceanico ed era uno dei più grandi: avevamo a bordo un cannone, un mitragliere e ben 16 siluri .
Verso l’imbrunire, fra Cipro e Candia fummo avvistati da 5 cacciatorpediniere inglesi. Io mi trovavo a prua, quando sentii la sirena di allarme. Scendemmo con una immersione rapida a 100 metri ma subimmo la carica di dieci bombe di profondità. Allora continuammo a scendere a 120 metri di profondità e arrivò un’altra carica di dieci bombe: 180 chili di tritolo ciascuna. Era il finimondo. Proseguimmo nella discesa sino a 150 metri, ma arrivarono altre bombe: ne contammo in totale 60. Il sommergibile era ormai ingovernabile, tutti gli strumenti di bordo erano distrutti così come avevamo perso tutta l’attrezzatura. Il nostro comandante, il capitano di corvetta Lorenzo Bezzi, quando eravamo già a 190 metri di profondità, decise di emergere. La situazione era assai critica: immersi nel buio più totale, con gli strumenti in disuso e gli equipaggiamenti rovesciati; una cosa spaventosa.
Il comandante con l’ingegnere navale diedero a quel punto l’ordine di emergere e poiché non eravamo più in grado di difenderci, una volta emersi, ci ordinò di uscire dal sommergibile attraverso la torretta perché il sommergibile stava ormai per affondare. Noi che eravamo a prua uscimmo per ultimi. Allora il comandante ci ordinò di buttarci tutti in mare perché nessuno voleva abbandonare il sommergibile; con il suo ordine “buttatevi tutti quanti in mare”  fummo costretti ad obbedire e a tuffarci in acqua. Subito alcuni  caccia ci bombardarono con un paio di cannonate: una colpì proprio la prua. Il comandante, quando vide che eravamo tutti in mare, ritornò all’interno del sommergibile e vi si rinchiuse andando a fondo assieme ad esso. Oggi è stato decorato con la medaglia d’oro al valor militare e la Scuola Sottufficiali di Taranto, che è la più prestigiosa d'Italia, porta in suo onore il suo nome: Lorenzo Bezzi.
Quelli che  erano vicino ai caccia furono presi a bordo e immediatamente  catturati; noi invece, che eravamo in una zona più lontana, non fummo avvistati subito ed io rimasi in acqua per quasi 5 ore. Ormai era notte: un mare tempestoso  mi mandava su e giù e non facevo altro che pregare Dio e la Madonna. Sentivo che le forze mi abbandonavano, oramai ero  stremato e non ce la facevo più: quando già pensavo che sarei morto, vidi una grande ombra avvicinarsi; mi sembrò una montagna e persi conoscenza.
Era invece un caccia che mi soccorse e mi prese a bordo: ripresi i sensi mentre mi rianimavano; il medico mi fece delle iniezioni e mi accorsi che ci eravamo salvati soltanto in tre. Ricordo ancora le parole del mio compagno che mi disse: ”Coraggio De Montis, siamo salvi.”
Ci sbarcarono ad Alessandria d’Egitto e da lì ci portarono ad Ismailia nei pressi di Suez come prigionieri di guerra; dopo quattro mesi ci portarono in India, ad un centinaio di chilometri da Bombay, dove ho trascorso ben 5 anni di prigionia: 5 anni di reticolato sono molto duri! Era una vitaccia… sembrava che questi anni non dovessero finire mai.
Durante la prigionia in India chiedevo sempre di un amico che era stato imbarcato sul Tigre e all’epoca si trovava in Etiopia. Si chiamava Novario Mura e venni a sapere che era stato catturato anche lui e che si trovava proprio nel campo di prigionia situato di fronte al mio, ad una distanza di circa sessanta metri. Corsi subito a cercarlo e lo trovai, ma con mia grande meraviglia non mi riconobbe subito: dovetti ricordargli chi ero, ma lui restava quasi indifferente e mi disse che non poteva credere a ciò che dicevo, perché aveva saputo dai giornali ed anche dalla famiglia che ero morto nell’affondamento del sommergibile. Ci volle un po’ per convincerlo che ero proprio io, il suo grande amico di sempre e che fortunatamente ero sopravvissuto.
Novario allora mi raccontò della grande pena dei miei familiari e della Messa in suffragio che fecero celebrare il 12 agosto del 1940, durante la quale, secondo l’usanza, consegnarono a tutti i presenti il ricordino funebre con la mia fotografia. Quando tornai a casa, dopo aver comunicato per lettera che ero ancora in vita, nessuno mi disse che mi avevano creduto morto in combattimento, ma io trovai – conservato in un cassetto – il ricordino che era stato consegnato durante la Messa in suffragio e che riportava queste parole: “Gesuino Demontis, caduto in un’azione di guerra nel mare di Roma. Presente nei nostri cuori che non piangono ma orgogliosi di aver offerto in olocausto alla Patria, perché essa sia sempre più grande, quanto di più caro avevamo. Genitori, fratelli, sorelle rendono con le funerali espiazioni il supremo tributo di religione e d’amore”. Ringrazio Dio per essermi salvato:  nove furono i morti del mio equipaggio  ed io sono oggi l’unico superstite ancora in vita e, a 92 anni,  posso dire che godo ancora di buona salute."


4 commenti:

  1. Edoardo Tosti-Croce A.27 dicembre 2016 00:22

    Gentile Sig. Lorenzo Colombo:
    ho letto con molta emozione il suo scritto sulla vicenda del R.S. Liuzzi dove mio padre Cap. di C. Gaetano Tosti-Croce era il Direttore di Macchina. La ringrazio davvero per aver inserito l'eroico gesto di mio padre che non solo ha ceduto il suo salvagente al silurista Aldo Carnevalini (ancora in vita e con buona salute), ma anche si è voluto assicurare che lo indossasse dato che Aldo era semi incoscente per via dei gas solforici respirati a poppa. Non voglio dilungarmi, ma vorrei segnalare che nel libro "L'Ammraglio", dei giornalisti de La Stampa Marco Tosatti e Flavia Amabile (redazione romana), si racconta con molto dettaglio tutta quella vicenda e dopo la lunga prigionia, dato che è stato fatto sul racconto che fece nel 2000 il Comandante in Seconda del Liuzzi, Cap. Luca Patanè (deceduto attorno al 2004). A novembre del 2013 ho tenuto una conferenza sull' episodio di guerra del Liuzzi alla Mariscuola Lorenzo Bezzi di Taranto e mi piacerebbe ripeterla all'Accademia Navale di Livorno (a spese mie il trasporto) dove mio padre è diventato Guardiamarina, oppure farla all'Università Federico II di Napoli, dove ha fatto l'Ingegneria Navale. Se lei volesse comunicarsi con me, può farlo a etosti@gmail.com. Infine la prego di scrivere per completo il cognome di mio padre, dato che in un paio di momenti lo scrive solo come "Croce", anzichè "Tosti-Croce".
    La ringrazio ancora e le porgo i miei più sinceri sentimenti di amicizia. Prof. Edoardo Tosti-Croce Astesiano (in Cile mettiano il cognome materno dopo quello paterno)

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    1. La ringrazio. Ho corretto il cognome di suo padre ed aggiunto i particolari da lei riportati.

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  2. Salve. Vorrei che fosse inserito anche il nome di mio nonno, Biagio Corvaglia, sopravvissuto del Liuzzi e scomparso nel 1993. Se vuole contattarmi può scrivere a lara.iaia1990@gmail.com
    Un saluto
    Lara Iaia

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