giovedì 1 maggio 2014

Laura C.



Il Laura C. (g.c. Giuseppe Pugliese)


Piroscafo da carico da 6181 tsl, 3851 tsn e 8756 tpl, lungo 121,95 metri e largo 16,47, velocità 10,5 nodi. Appartenente alla Società Anonima di Navigazione Italia di Genova, matricola 109 al Compartimento Marittimo di Trieste.

Breve e parziale cronologia.

18 giugno 1921
Impostato nel Cantiere Navale Triestino di Monfalcone (numero di costruzione 116).
3 gennaio 1923
Varato come Laura nel Cantiere Navale Triestino di Monfalcone.
20 marzo 1923
Completato come Laura per la Cosulich Società Triestina di Navigazione (con sede a Trieste), insieme ai gemelli Ida, Alberta, Clara, Teresa e Lucia. Le sei navi verranno impiegate soprattutto sulle linee dell’America Settentrionale.
1925
Ribattezzato Laura C. (contrariamente a quanto spesso affermato, non sembra che la nave abbia mai assunto il nome “completo” di Laura Cosulich).
1932
Con la fusione della Cosulich e di altre importanti compagnie (Lloyd Sabaudo e Navigazione Generale Italiana) nella Italia Flotte Riunite, il Laura C. passa nella flotta della nuova compagnia.
7 ottobre 1939
Durante la navigazione da Galveston e Houston verso l’Italia, durante il periodo della “non belligeranza” italiana, il Laura C. viene fermato a Gibilterra dalle autorità britanniche, per dei controlli, venendovi trattenuto sino al 5 novembre; già il 10 novembre viene nuovamente fermato a Marsiglia, costretto a scaricare tutta la merce e rilasciato il 13 novembre.

Il Laura C. nel porto di Napoli in tempo di pace, con il piroscafo britannico Ormonde sulla sinistra (Archivio Pietro Berti, tratta da http://www.naviearmatori.net/ita/foto-68083-1.html)
 
10 giugno 1940
L’Italia entra nella seconda guerra mondiale. Dei sei piroscafi gemelli, il Laura C. è l’unico ad essere in Mediterraneo: tutti gli altri vengono catturati od internati.
29 ottobre 1940
Requisito a Trieste dalla Regia Marina, senza essere iscritto nel ruolo del naviglio ausiliario dello Stato.
11 febbraio 1941
Parte da Bari alle due di notte, diretto a Durazzo, in convoglio con i piroscafi Sant’Agata e Tagliamento e la motonave Barbarigo, con la scorta della torpediniera Giacomo Medici. Il convoglio, che trasporta in tutto 139 uomini, 526 quadrupedi, 242 veicoli e 73 tonnellate di materiali, arriva a destinazione alle 15.45.
17 marzo 1941
Lascia scarico Durazzo alle 7 del mattino, insieme alle motonavi Donizetti (avente a bordo 236 feriti leggeri) e Barbarigo (scarica) e con la scorta della torpediniera Castelfidardo, giungendo a Bari alle 22.45.
19 aprile 1941
Alle 8 salpa scarico da Durazzo insieme al piroscafo Gala, pure vuoto, ed alla torpediniera Castelfidardo. Il convoglio raggiunge Brindisi e poi Bari, dove giunge alle 6.15 del 20 aprile.
30 aprile 1941
Parte da Bari alle 21 insieme alle motonavi Donizetti e Città di Tripoli e con la scorta dell’incrociatore ausiliario Brindisi e della torpediniera Giacomo Medici, arrivando a Durazzo alle 11.30 del 2 maggio con 733 militari e 2100 tonnellate di rifornimenti.
 
La nave, con i colori della società Italia, carica rottami metallici a Houston, probabilmente durante la “non belligeranza” italiana, come si evince dai contrassegni di neutralità dipinti al centro ed a poppa (dallo “Houston Port Book” del maggio 1940)
20 maggio 1941
Lascia Taranto e si aggrega provvisoriamente ad un convoglio partito da Napoli per Corinto e composto dai piroscafi tedeschi Trapani, Spezia e Livorno, scortati dall’incrociatore ausiliario Arborea. Alle 14.30 il convoglio giunge in vista di un altro convoglio, denominato «Annarella», in navigazione da Brindisi a Patrasso e formato dalle navi cisterna Annarella, Strombo e Dora C. scortate dal cacciatorpediniere Carlo Mirabello e dall’incrociatore ausiliario Brindisi. Il Laura C., come precedentemente stabilito, lascia il convoglio dell’Arborea e si accoda al convoglio «Annarella», che poi prosegue nella navigazione.
La navigazione procede tranquilla fino alle 5.40 del 21 maggio, quando viene avvistata un’esplosione al largo di Capo Dukato: le navi assistono così alla fine della cannoniera Pellegrino Matteucci, saltata su mine posate dal posamine britannico Abdiel. Il Mirabello, avvicinatosi per accertare l’accaduto e prestare soccorso, alle 6.30 urta a sua volta una mina, perdendo la prua. Mentre il Brindisi cerca di assistere il Mirabello, le navi del convoglio rimangono in zona, zigzagando (come è stato loro ordinato dal Brindisi subito dopo il danneggiamento del Mirabello). Il Mirabello affonda infine verso mezzogiorno, due miglia a sud di Capo Dukato, ed alle 14.18 le navi del convoglio devono assistere ad un altro disastro: i piroscafi tedeschi Marburg e Kybfels, sopraggiunti da Patrasso, saltano a loro volta sulle mine nonostante il tentativo di avvertirli del pericolo. A questo punto il comandante del Brindisi, ritenendo pericolosa la posizione del convoglio a causa del rischio costituito dalle mine, decide di non attendere oltre in zona (dove stava aspettando il ritorno di un proprio motoscafo) e di proseguire subito con il convoglio per Corfù (invece che per Patrasso: la destinazione è stata cambiata a seguito della scoperta delle mine), come ordinato da Supermarina fin dalle 10.36.
Alle 18.45 il Dora C. segnala la presenza di un sommergibile sulla sinistra; il Brindisi lo attacca con due bombe di profondità, poi le navi proseguono, assumendo dalle 20.30 la formazione notturna.
Alle 5.45 del 22 maggio la Dora C. deve uscire dalla formazione per una ventina di minuti, causa avarie; alle 6.30, per il timore di mine al largo di Porto Edda, il convoglio dirige su Valona invece che su Corfù, ordine che viene confermato da Supermarina alle 10.30. Le navi concludono il loro travagliato viaggio a Valona, alle 17.30.
 
Il Laura C. in navigazione (foto tratta da http://vimeo.com/25990187)

L’affondamento… ed il seguito

Il 28 giugno 1941 il Laura C. (comandante civile capitano Giuseppe Pirino, comandante militare Rodolfo Muntjan), salpò da Venezia diretto a Taranto, da dove poi sarebbe proseguito verso Messina ed infine verso Tripoli con rifornimenti per le forze dell’Asse operanti in Nordafrica: il carico, imbarcato a Venezia, assommava a 5773 tonnellate di materiali, tra cui provviste (farina, zucchero, vino Chianti, birra, conserve, anche Campari soda in bottigliette), stoffe, macchine da cucire, biciclette (per i bersaglieri), profumi, inchiostro di china, coltelli, parti di ricambio per automezzi, medicinali, cavi per linee telefoniche, armi, munizioni, vestiario e 1400-1500 (per altre fonti 700) tonnellate di tritolo, queste ultime sistemate nella terza stiva poppiera. Dopo la sosta a Taranto, il 3 luglio la nave ripartì in convoglio con i piroscafi Mameli e Pugliola (aggregatosi a Crotone), con la scorta dell’incrociatore ausiliario Arborea e della torpediniera Altair, alla volta di Messina. Il convoglio navigava in linea di fila (il Laura C. era la seconda delle tre navi da carico della fila) ad otto nodi di velocità, preceduto dall’Altair, mentre l’Arborea procedeva a circa 800 metri sul fianco del convoglio, con rotta parallela.
Alle 10.30 dello stesso 3 luglio, al largo di Capo Spartivento, il convoglio venne avvistato dal sommergibile britannico Upholder, al comando del capitano di corvetta Malcom David Wanklyn: alle 11 il sommergibile, avendo correttamente identificato la composizione del convoglio, manovrò per portarsi all’attacco, mentre Arborea ed Altair (che alle 11.25 gettò una singola bomba di profondità) zigzagavano a grande velocità a circa 2745 metri dal convoglio. Intanto, dalle 10.50, dopo essere uscito dal settore visuale di Melito Porto Salvo, il convoglio era tenuto sotto controllo dalle vedette del semaforo di Capo dell’Armi. Alle 11.35 l’Altair virò in direzione dell’Upholder, procedendo a 27 nodi, così che Wanklyn dovette portare il suo sommergibile a 14 metri di profondità e modificare la rotta. La torpediniera, tuttavia, evidentemente non aveva localizzato il battello britannico, tanto che gli transitò ad ovest senza attaccare, e così alle 11.39 l’Upholder poté tornare a quota periscopica. Tre minuti più tardi, alle 11.42, nel punto 37°54’ N e 15°44’ E (al largo di Saline Ioniche e presso Capo dell’Armi, in Calabria, a sud dello Stretto di Messina), il sommergibile lanciò tre siluri contro la nave centrale del convoglio: il Laura C.
Dopo due minuti, alle 11.45, il piroscafo venne colpito da due siluri sul lato sinistro, a pochi secondi l’uno dall’altro. Il primo siluro andò a segno a prua, all’altezza della stiva numero 2, aprendo una falla attraverso cui la nave imbarcò acqua ma senza causare, apparentemente, danni di eccessiva gravità: la Laura C. continuò ad avanzare e l’esplosione fu tanto debole che parte dell’equipaggio, sulle prime, pensò che si fosse trattato della detonazione di bombe di profondità lanciate dalle unità di scorta, non che la nave fosse stata colpita. Dopo pochi secondi, però, il secondo siluro colpì la sala macchine, fermando le macchine, bloccando il timone ed aprendo un enorme squarcio che causò il rapido allagamento delle stive.
Dei 38 membri dell’equipaggio (6 militari e 33 civili), quattro rimasero uccisi sul colpo e sette (o cinque; tra di essi il nostromo Luigi Tarabocchia e l’ingrassatore Pasquale Moscheni) furono feriti, due dei quali morirono per le ferite riportate. Il Laura C. rimase a galla, ma con il timone in avaria (secondo una versione, le macchine non erano state subito poste fuori uso dallo scoppio del siluro, bensì la nave iniziò a girare in cerchio e dovette pertanto fermare le macchine), ed iniziò a sbandare sulla sinistra e ad appruarsi rapidamente. Constatata l’estrema gravità della situazione, i comandanti Pirino e Muntjan – considerando che manovrare era impossibile e temendo che l’acqua imbarcata dalla nave, aggiungendosi alle 5773 tonnellate del carico, avrebbe potuto provocare un cedimento strutturale con il repentino affondamento e la morte dell’intero equipaggio – decisero di ordinare di abbandonare la nave.
Mentre l’Altair, già due minuti dopo il siluramento, iniziava la caccia all’Upholder (che frattanto si era immerso a 45 metri, allontanandosi verso est) per distruggerlo od almeno impedire un nuovo attacco, bombardandolo con 18 cariche di profondità e ritenendo infine, erroneamente, di averlo affondato (in realtà nessuna delle bombe era esplosa abbastanza vicina da causare dei danni, anzi, poco dopo mezzogiorno, terminato il contrattacco, il sommergibile tornò a quota periscopica per osservare il piroscafo colpito), da Marina Messina vennero inviati due rimorchiatori per portare in salvo la nave danneggiata. Quando le due unità raggiunsero il piroscafo, però, questo era ormai tanto appruato che l’acqua arrivava a livello delle cubie, pertanto non si poté far altro che tentare di portarlo ad incagliare in costa.
Alla fine il Laura C. poté essere preso a rimorchio e portato all’incaglio alla foce della fiumara di Molaro, sulla spiaggia di Saline Ioniche, per salvare la nave od almeno il suo carico. Ma la configurazione del fondale in quel punto, molto scosceso, fece sì che la Laura C., nel giro di poche ore, scivolasse all’indietro lungo il fondale, affondando alle 18.15 nel punto 37° 56,833’ N e 015° 41,816’ E, a cento metri dalla spiaggia, lasciando emergere solo il castello di prua e parte dell’albero di trinchetto. I feriti vennero portati nella stazione ferroviaria di Saline Ioniche, trasformata in improvvisato ospedale (da lì poi tre feriti vennero trasferiti e ricoverati in un ospedale della Croce Rossa).
Parte delle vettovaglie che facevano parte del carico, finite a riva, divennero una insperata risorsa per la popolazione locale affamata dai razionamenti imposti dalla guerra; gli abitanti del luogo recuperarono anche parte del carico venuto a galla dopo l’affondamento.

Le vittime:

Francesco Diritti, segnalatore (Regia Marina), 30 anni, da Paola (disperso)
Angelo Duse, marinaio (Marina mercantile), 49 anni, da Venezia (deceduto)
Stefano Izzo, fuochista (Marina mercantile), 38 anni, da Torre del Greco (disperso)
Edoardo Marcussi (o Marcuzzi), marinaio (Marina mercantile), 35 anni, da Trieste (disperso)
Pietro Mosetti, terzo ufficiale di macchina (Marina mercantile), 52 anni, da Trieste (disperso)
Vittorio Panariello, marinaio (Regia Marina), 24 anni, da Napoli (deceduto)

L’attacco alla Laura C. nel giornale di bordo dell’Upholder (da Uboat.net):

“1030 hours - Sighted smoke near Cape Spartivento.
1100 hours - Made out three merchants, an armed merchant cruiser [l’Arborea] and a destroyer [l’Altair]. Started attack.
1125 hours - The destroyer dropped a single depth charge. It was noticed that both the destroyer and the armed merchant cruiser were zig-zagging wildly about 3000 yards outside the convoy.
1135 hours - The destroyer turned straight towards Upholder at 27 knots. Lt.Cdr. Wanklyn dived to 45 feet and altered course.
1139 hours - Returned to periscope depth as the destroyer was heard to pass to the westward.
1142 hours - In position 37°54'N, 15°44E, fired three torpedoes against the centre ship in the convoy, a heavily laden, grey painted cargo vessel of about 5500 tons [il Laura C.]. Two hits were obtained and Upholder went to 150 feet and retired to the eastward.
1147 hours - Depth charging started. 18 depth charges were fired but none were very close.”
 
La prua del Laura C. affiora dal mare davanti a Saline Joniche (da “Il Quotidiano” del 13 luglio 2009)
Del recupero del carico, effettuato negli anni successivi (1944), il ministero incaricò tre palombari: Ferdinando Todaro, Salvetti e Corbani. Uno di loro, Salvetti, morì durante tali operazioni, andando così ad aggravare il bilancio delle vittime, mentre Todaro si sposò e si stabilì a Saline Ioniche, dove visse fino all’età di 88 anni, continuando a raccontare della nave e delle sue immersioni su di essa, stupendosi nel sapere che i subacquei che vi s’immergevano non cercassero di recuperare nulla. A porre fine ai recuperi fu un’alluvione della Fiumana Molaro, che fece sprofondare ed insabbiò definitivamente gran parte del relitto.
La storia della Laura C., però, non finì così. Il relitto, che giaceva a profondità compresa tra i 26 ed i 56 metri a pochissima distanza dalla riva (0,12 miglia), con la prua rivolta verso terra (come l’aveva lasciata l’estremo tentativo di salvare la nave) e completamente sepolta nella sabbia (la prua, che inizialmente affiorava sopra la superficie e che così è rimasta per molti anni, tanto che i giovani del luogo la usavano come trampolino per tuffarsi in mare, è sprofondata via via nei sedimenti del fondale sino ad esserne completamente inghiottita: solo l’estremità superiore dell’albero prodiero affiora oggi dal fondale, a 18 metri di profondità), custodiva ancora intatte, nelle sue stive, le 1500 tonnellate di tritolo: che, forse, divenne una fonte di esplosivo da impiegarsi a scopi criminali.
Secondo le dichiarazioni di diversi pentiti, quali Vincenzino Calcara, Emanuele Di Natale e Carmine Alfieri, il tritolo della Laura C. sarebbe stato abbondantemente prelevato dalla ‘ndrangheta, dalla mafia siciliana, dalla camorra e dalla mafia pugliese nel corso degli anni, e sarebbe stato impiegato per confezionare varie bombe, tra cui una collocata (ma non esplosa) nel palazzo del comune di Reggio Calabria nel 2004, un’altra destinata al giudice Ottavio Sferlazza nel 2005, panetti di tritolo trovati nel 2004 dalla polizia sotto il ponte Molaro e nel greto del torrente Sant’Elia, e persino gli ordigni usati nelle stragi di Capaci e di via D’Amelio del 1992, nelle quali furono uccisi i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e negli attentati di Roma e Firenze del 1993. Le indagini della Direzione Distrettuale antimafia di Reggio Calabria, della Guardia di Finanza e del Sisde (iniziate nel 1995 dopo le prime notizie trapelate) non hanno portato a trovare alcuna prova, ma per maggior sicurezza si è deciso di ricoprire le stive con una colata di cemento, seppellendo per sempre il carico e prevenendo così qualsiasi ipotetico ‘prelievo’ di esplosivo: l’operazione è stata effettuata in 150 giorni nel 2002, dalla società napoletana Cormorano Srl, al costo di 3.800.000.000 di lire (operazione che tuttavia, a causa dello sbandamento del relitto, non è riuscita ad impedire completamente l’accesso alle stive).
Sulla Laura C., e sul presunto impiego del suo esplosivo a scopo mafioso, è stata persino scritta un’opera teatrale, intitolata appunto “Laura C.” (ispirata ad “Aspettando Godot”).
Due anni dopo, nel 2004, la nave ha reclamato un’altra vittima: il subacqueo trentaseienne Domenico Racaniello, immersosi sul relitto, è rimasto impigliato in delle cime, annegando. A seguito di questa ultima tragedia, l’immersione sul relitto della Laura C. è stata vietata, salvo per scopi scientifici (sul relitto si è infatti sviluppato un ecosistema marino particolarmente ricco, sebbene lesionato dall’opera di cementazione delle stive), divieto tolto dopo alcuni anni (ma solo previa segnalazione alla Guardia Costiera): è infatti un relitto molto rinomato tra i subacquei, per la sua bellezza e la ricchezza di flora e fauna.
Il 3 luglio 2011, nel settantesimo anniversario dell’affondamento, un centinaio di subacquei ha deposto una corona di fiori, benedetta dal parroco di Saline, sull’albero di carico prodiero, nel corso di una cerimonia (organizzata dalla Pro Loco e dal Diving Club “Ficarella”) cui hanno preso parte anche dei parenti delle vittime e dei sopravvissuti (tra cui Stefano Gligo, nipote del primo ufficiale, oltre al figlio del palombaro Francesco Todaro, Daniele) e rappresentanti delle autorità. A terra sono stati suonati il silenzio e l’inno nazionale e recitata la preghiera del marinaio, ed è stata allestita una mostra (con fotografie e documenti concessi dalla Marina) nel centro polivalente di Saline Ioniche.


Messaggi inviati all’epoca a riguardo dell’affondamento (primi due) e pagine sul Laura C. del registro del Compartimento Marittimo di Trieste (per g.c. del sito http://www.lazzaroturistica.it/visita-i-dintorni/saline-joniche/89-relitto-della-nave-laura-c.html, documentazione fornita da Mimmo Leonardo)













Scheda tecnica del Laura C. sul sito del Museo della Cantieristica di Monfalcone

Nessun commento:

Posta un commento