lunedì 5 maggio 2014

Uragano




Una bella foto dell’Uragano nel 1942 (g.c. Giorgio Parodi via www.naviearmatori.net)

Torpediniera di scorta classe Ciclone (1160 tonnellate di dislocamento standard, 1652 in carico normale, 1800 a pieno carico). Svolse in tutto 22 missioni di scorta da e per la Libia e la Tunisia, abbattendo almeno un velivolo nemico nel corso delle sue numerose schermaglie con i velivoli angloamericani che incessantemente attaccavano i convogli.

Breve e parziale cronologia.

17 giugno 1941
Impostazione nei Cantieri Riuniti dell’Adriatico di Trieste.
3 maggio 1942
Varo nei Cantieri Riuniti dell’Adriatico di Trieste.
26 settembre 1942
Entrata in servizio. Ne assume il comando il capitano di corvetta Luigi Zamboni, che manterrà tale incarico sino all’affondamento.
L’addestramento, effettuato a Pola, viene svolto a ritmi serrati e dura poco più di un mese, essendo necessario inviare la nave il prima possibile nel canale di Sicilia, dove vi è una grande necessità di moderne navi adatte a scortare i convogli, attaccati sempre più intensamente dal mare e dall’aria.
Inquadrata nella II Squadriglia Torpediniere di Scorta, l’Uragano viene adibita dapprima alla scorta di convoglio tra la Grecia ed il Nordafrica e poi tra la costa tirrenica meridionale italiana e la Tunisia.
 
Agosto 1942: l’Uragano (a sinistra) in allestimento nei CRDA di Trieste. Sulla destra vi sono l’incrociatore antiaerei Etna, destinato a non essere mai completato, e la moderna nave cisterna Carnaro, pure in costruzione (g.c. Francesco De Domenico via www.naviearmatori.net)

4 novembre 1942
Scorta dal Pireo a Bengasi, insieme alla gemella Ardito ed ai cacciatorpediniere Freccia, Folgore ed Hermes (quest’ultimo tedesco), un convoglio formato dalla pirocisterna Portofino (carica soprattutto di benzina e nafta), dalla motonave Col di Lana e dal piroscafo Anna Maria Gualdi. Sebbene reiteratamente e pesantemente attaccato da aerei britannici, il convoglio raggiunge la destinazione senza danni nella tarda mattinata del 4 novembre.
23 novembre 1942
Nella notte tra il 22 ed il 23 attacca un sommergibile nemico nel Basso Tirreno, tentando di speronarlo mentre questi naviga in superficie, ma senza riuscirci.
1° dicembre 1942
Alle 17.10 l’Uragano prende il mare per aggregarsi alla scorta (torpediniere Groppo, Sirio, Pallade ed Orione) del convoglio «B» (piroscafi Arlesiana, Achille Lauro, Campania, Menes e Lisboa), proveniente da Napoli (da dove è partito alle 14.30 del 30 novembre) e diretto in Tunisia. Alle 19.35 anche la X Squadriglia Cacciatorpediniere (Maestrale, Grecale ed Ascari) viene inviata a rinforzare la scorta, ma la notizia che la Forza Q britannica (incrociatori leggeri Aurora, Sirius ed Argonaut, cacciatorpediniere HMCS Quiberon e Quentin) è uscita in mare fa sì che il convoglio «B», ritenuto a rischio d’intercettazione, venga infine dirottato su Palermo. Un altro convoglio, l’«H», fatto proseguire, verrà distrutto nella notte seguente dalla Forza Q, con gravissime perdite, nello scontro divenuto noto come del banco di Skerki.
4 dicembre 1942
Viene colpita a Biserta da un attacco aereo, con molti morti e feriti tra l’equipaggio. Rimangono uccisi il sottocapo cannoniere Guido Bergamaschi, il marinaio Terzo Casadei Dellachiesa, il guardiamarina Mario Margheri, il marinaio cannoniere Pietro Parodi, il capo radiotelegrafista di terza classe Vittorio Portoso, il marinaio elettricista Celestino Salvador, il sergente silurista Mario Schiaroli ed il sottocapo meccanico Giacomo Tasca. Molti altri sono i feriti gravi, tra cui il sottotenente di vascello Mario Chalvien di Lussinpiccolo.
15 gennaio 1943
L’Uragano, la gemella Groppo ed una terza torpediniera, la Clio, partono da Napoli alle 17 per scortare a Biserta (dove l’arrivo è previsto per le dieci del 16 gennaio) le motonavi Emma (italiana) ed Ankara (tedesca). Alle 19.10 il convoglio viene avvistato ad una decina di miglia da Ischia dal sommergibile britannico P 228 (poi Splendid), che diciassette minuti più tardi lancia cinque siluri da 1830 metri. L’Emma viene colpita da un siluro, rimanendo immobilizzata; le unità della scorta contrattaccano con alcune bombe di profondità (nessuna delle quali esplode vicino al sommergibile), poi due delle torpediniere danno assistenza alla motonave danneggiata. Verso le 21.50 una delle navi rileva il P 228 (che si sta avvicinando per finire la nave danneggiata) con l’ecogoniometro ma, non appena aumenta la velocità, perde di nuovo il contatto. Alle 23.50 il P 228 lancia infruttuosamente un altro siluro, poi si ritira momentaneamente, mentre la Clio rimane nei pressi dell’Emma e Groppo ed Uragano cercano infruttuosamente il sommergibile a nordovest della sua reale posizione. Il mare mosso da Maestrale sbatte ripetutamente la Clio contro l’Emma nel tentativo, da parte della prima, di fornire aiuto, costringendola a rientrare a Napoli. Alle 7.15 del 16 gennaio l’Emma, assistita da una torpediniera e raggiunta da due rimorchiatori d’altura, può essere infine presa a rimorchio per essere riportata a Napoli, ma così facendo le navi si riavvicinano, inconsapevolmente, al P 228, che alle 8.35 lancia un siluro da soli 690 metri: l’Emma – il cui carico comprende 300 tonnellate di munizioni – viene colpita ed esplode, affondando in posizione 40°25’ N e 13°56’ E, una quindicina di miglia a sudovest di Capri. Su 350 uomini a bordo, si salvano in sette.
Alle 10.07 le unità della scorta attaccano il P 228: una prima bomba di profondità scoppia piuttosto vicina al sommergibile, che viene rilevata dagli ecogoniometri con crescente precisione. Il P 228 scende a 107 metri, e poco dopo un pacchetto di dieci bombe di profondità esplode a poppavia, vicino al battello: dopo quest’attacco, però, il contatto viene perso, ed il sommergibile riesce ad allontanarsi.
17 gennaio 1943
Uragano e Saetta lasciano Palermo alle 23.30, per scortare l’Ankara a Biserta.
18 gennaio 1943
Alle 14.15 l’Ankara urta una mina posata dal sommergibile britannico Rorqual nel punto 37°24’ N e 10°18’ E: nonostante il tentativo, da parte del Saetta, di prenderla a rimorchio, la motonave affonda alle 15.30 ad est dell’Isola dei Cani.
31 gennaio 1943
Parte da Napoli alle 4.30 insieme al cacciatorpediniere Saetta ed alle torpediniere Sirio, Monsone e Clio, per scortare a Biserta, via Palermo, le moderne motonavi da carico Manzoni, Mario Roselli ed Alfredo Oriani. Il 31 gennaio il convoglio viene infruttuosamente attaccato (con lancio di siluri), a nordovest della Sicilia, dal sommergibile britannico Turbulent.
1° febbraio 1943
Il convoglio sosta a Palermo dalle 17.45 del 1° gennaio alle 00.30 del 2.
2 febbraio 1943
Lasciata Palermo, il convoglio raggiunge Biserta alle 15 del 2 gennaio.

Mine

L’Uragano, al comando del capitano di corvetta Luigi Zamboni, lasciò Biserta alle 5.30 del 3 febbraio 1943, per scortare a Napoli (via Trapani), insieme alle torpediniere Sirio (caposcorta, capitano di vascello Corrado Tagliamonte), Monsone e Clio ed al cacciatorpediniere Saetta, la grande motonave cisterna Thorsheimer, di ritorno scarica. Il cielo era sereno, ma nella notte aveva cominciato a soffiare un forte vento di Maestrale, che causava mare agitato; la visibilità era mediocre.
Era per l’Uragano l’inizio della ventiduesima missione: non ce ne sarebbe stata un’altra.
Le navi del convoglio seguirono inizialmente in linea di fila la Sirio a bassa velocità, poi accelerarono sino a raggiungere la velocità prefissata per la traversata, per poi porsi in formazione su file parallele distanziate di 300 metri (la Thorsheimer, preceduta di 1500 metri dalla Monsone – che era in testa alla formazione –, al centro, con Uragano seguita dal Saetta a dritta e Sirio seguita dalla Clio a sinistra) alle ore 6.50, mentre si trovavano al traverso dell’Isola dei Cani, una decina di miglia a nordest di Biserta, ed assumere rotta verso nord.
Le condizioni in cui il convoglio navigava non erano delle migliori: foschia, mare forza 4-5 (poi forza 5, molto agitato) da nordovest e vento di Maestrale forza 6. Alle 8.17 Uragano e Monsone – uniche unità della scorta ad essere dotate di ecogoniometro, essendo anche le più moderne – riferirono che il mare agitato disturbava parecchio la ricerca con l’ecogoniometro a frequenza acustica “Safar” di cui erano dotate (il quale, sistemato nel casotto di rotta, non forniva più indicazioni quando la nave rollava, oltre ad essere rumoroso, poco illuminato ed affetto da echi accessori).
Tra le 8.40 e le 9.26, la situazione era tutt’altro che favorevole: le navi rollavano e scarrocciavano violentemente, ed il rollio impediva l’impiego dello scandaglio, oltre ad impedire, insieme alla foschia, di calcolare la posizione con precisione per capire se si stava seguendo la rotta: a bordo delle navi del convoglio, in quel momento, non lo si poteva sapere, ma le unità erano già scadute di un miglio più ad est della rotta prevista. Se non altro, il maltempo avrebbe dovuto ostacolare anche eventuali attaccanti. D’altra parte, continuando così il convoglio sarebbe potuto finire anche sui campi minati difensivi italiani.
Alle 9 la Thorsheimer segnalò che aveva dovuto abbassare la velocità a dieci nodi.
Alle 9.38 il convoglio aveva appena accostato a dritta per dirigere su Marettimo, quando l’Uragano fu scossa da un’esplosione: la nave aveva urtato una mina, in posizione 37°35’ N e 10°37’ E. L’ordigno, come fu appurato dalla commissione d’inchiesta del capitano di fregata Luigi Ronca e da successive ricerche, faceva parte di uno sbarramento di 160 mine (suddiviso in due spezzate di 70 e 90 ordigni rispettivamente) posato il 9 gennaio 1943 dal posamine britannico Abdiel a sud di Marettimo ed al largo del banco di Skerki, circa 40 miglia a nordest di Biserta: nel mese precedente vi erano già capitati due cacciatorpediniere, il Corsaro ed il Maestrale, con perdita del primo e grave danneggiamento del secondo.
Priva di parte della poppa, asportata dall’esplosione (che si era verificata in corrispondenza del locale del timone, distruggendo quest’ultimo), l’Uragano rimase immobilizzata ed alla deriva, in balia del mare. Il comandante in seconda, sebbene fosse stato gravemente ferito ad una gamba dall’esplosione della mina, radunò l’equipaggio di prua, e fece mettere a mare i mezzi di salvataggio a disposizione: due lance e cinque zattere. Le due uniche lance dell’Uragano furono però subito capovolte dalla furia del mare, così che i naufraghi – molti sottufficiali e marinai si gettarono in mare – dovettero tutti prendere posto sulle zattere. Il comandante Zamboni e tutti gli ufficiali, tranne l’ufficiale di rotta, che salì su una zattera, restarono invece a bordo.
L’imponente colonna di fumo ed acqua sollevatasi a poppa della torpediniera al momento dell’esplosione era stata vista anche dalle altre navi; queste tentarono di contattare l’Uragano con la radio ad onde ultracorte, ma inizialmente non ci fu nessuna risposta, poi la nave segnalò “colpito da mina”.
Alle 9.40 il caposcorta, compreso che l’Uragano aveva urtato una mina, ordinò alla Clio ed al Saetta, che procedevano in linea di fila con un intervallo di 500 metri tra di loro, di avvicinarsi all’Uragano per darle assistenza. Il Saetta fece presente di essere la nave con il maggiore pescaggio, dunque più vulnerabile alle mine, ma non vi fu risposta all’obiezione, pertanto il cacciatorpediniere eseguì l’ordine e, ridotta la velocità a mezza forza, iniziò l’accostata con tutta la barra a sinistra. Il Saetta giunse così circa 200 metri a poppavia dell’Uragano (che frattanto, trovandosi traversata ed immobilizzata, era andata scarrocciando verso nordovest – per altra fonte sudest –, in direzione dei campi minati italiani), ma alle 9.48 urtò a sua volta una mina, spezzandosi in due e colando a picco in una cinquantina di secondi, con gran parte dei 209 uomini del suo equipaggio (i sopravvissuti furono solamente 39).
Da bordo dell’Uragano gli uomini non poterono che assistere impotenti alla fine della nave che avrebbe dovuto soccorrerli; alcuni videro il comandante del Saetta, capitano di corvetta Enea Picchio, fare il saluto romano in plancia mentre la nave affondava. Alle 9.50 la Clio riferì che il Saetta aveva urtato una mina, ed alle 9.51 la Sirio ordinò alla Clio, che non si poteva avvicinare di più per non fare la stessa fine, di fermarsi e raccogliere i naufraghi con il proprio battello, mentre il resto del convoglio procedeva sulla rotta. Il maltempo frustrò anche il tentativo della Clio, ed alle 10 il caposcorta, constatata l’impossibilità dell’intervento da parte di questa unità (mare e vento l’avrebbero fatta scarrocciare, ed avrebbero impedito l’utilizzo del battello), dovette ordinare anche ad essa di rinunciare al soccorso e di seguire la Sirio nella scia.
Tremenda, e purtroppo non una novità, la scelta che si poneva al caposcorta: rischiare altre delle proprie navi per tentare il soccorso, od abbandonare l’Uragano danneggiata ed i naufraghi del Saetta al loro destino per non mandare altre unità incontro ad una eguale, pressoché certa, ed inutile fine.
Il dubbio fu sciolto alle dieci da Supermarina, che, avendo ricevuto notizia alle 9.55 di quello che era successo al Saetta, nonché dell’impossibilita di soccorrere i naufraghi a causa del vento e del mare forza 5, ordinò al resto del convoglio di tornare in formazione e proseguire verso Napoli (ordine poi riconfermato alle 13.04): altri e più appropriati mezzi sarebbero stati inviati a prestare soccorso. Alle 10.55 la Sirio comunicò a Supermarina che era impossibile soccorrere i naufraghi a causa delle condizioni di vento e di mare, alle 12.05 che la situazione dell’Uragano (che continuò a comunicare con la Sirio ancora per lungo tempo, mediante il radiosegnalatore) era estremamente critica, contattando inoltre Biserta per chiedere l’invio di mezzi di soccorso. Il comandante Zamboni, che aveva mantenuto la propria calma e fermezza, contattò ancora varie volte il caposcorta Tagliamonte. Le quattro navi rimaste indenni raggiunsero Napoli alle 12.50 del 4 febbraio.
Lunghissima fu l’agonia dell’Uragano, galleggiante ma in lento ed inesorabile affondamento, in balia del vento e del mare: dalla plancia il comandante Zamboni diresse il tentativo di salvare la nave, cercando di arginare le vie d’acqua, ma alla fine risultò evidente che era tutto inutile, pertanto ordinò a quanti restavano di prendere posto sulle zattere. Zamboni rimase sul ponte di comando, e con lui i suoi ufficiali, che non lo vollero lasciare.
Su di una zattera erano imbarcati il capo cannoniere di terza classe Giovanni Ceccon, che ne assunse il comando, il secondo capo cannoniere Adolfo Restuccia, i cannonieri Giuseppe D’Onofrio e Stefano Porcelli, il fuochista Michele Buonaccori, il sottocapo meccanico Ciurci e l’elettricista Maresca.
La seconda zattera aveva a bordo l’ufficiale di rotta (unico ufficiale a non essere affondato con l’Uragano), il nocchiere Gioacchino Barone, i fuochisti Attilio Cavallero, Egidio De Francesco e Faliero Ricci, il motorista Pozzoni e parecchi altri uomini (in tutto vi potevano trovare posto circa trenta uomini).
Della terza zattera prese il comando il segnalatore Orazio Rosa; su una quarta salirono il sottocapo meccanico Albino Pinter ed il motorista Mario Terzagli. Due marinai, Alessi e Dell’Acqua, si arrampicarono sulla iole dell’Uragano, sistemandovisi a cavalcioni.
Lo scarroccio allontanò progressivamente le zattere dall’Uragano: l’ultima volta che i loro occupanti videro il comandante Zamboni, questi era ancora in plancia insieme al comandante in seconda, gravemente ferito, ed agli altri ufficiali (tranne quello di rotta). Di quelli che ancora non avevano abbandonato la nave, nessuno sopravvisse per raccontarne gli ultimi istanti.
Fin verso mezzogiorno gli uomini a bordo delle zattere, che il forte vento portava sempre più lontane dal relitto galleggiante che era stata la loro nave, videro l’albero dell’Uragano che svettava tra le onde, indicando loro la presenza della torpediniera. Poi più nulla.
L’ultimo messaggio proveniente dall’Uragano, che informava sulla sua disperata situazione, fu ricevuto dal convoglio alle 13.33, quasi quattro ore dopo l’urto contro la mina.
Poco dopo, intorno alle 13.35, l’Uragano affondò nel punto 37°35’ N e 10°37’ E, una cinquantina di miglia a nordest dello scoglio dei Cani: la seguirono in fondo al mare il comandante Zamboni e tutto il suo stato maggiore. La memoria del comandante Zamboni fu onorata da una Medaglia d’oro al Valor Militare.
Non ebbero speranze di salvezza molto maggiori i naufraghi della torpediniera, dispersi dal mare mosso, imbarcati su minuscole zattere che venivano continuamente rovesciate dalle onde. I più annegarono o soccombettero all’ipotermia prima che i soccorsi potessero arrivare.
La iole con a bordo Dell’Acqua ed Alessi scomparve dopo qualche tempo, e non se ne ebbero mai più notizie. Poi, quando calò il buio, anche la zattera di Pinter e Terzagli fu persa di vista: nemmeno di loro si seppe più nulla.
Sulla zattera del capo di terza classe Ceccon, spirarono dopo circa un giorno il sottocapo meccanico Ciurci e l’elettricista Maresca. Gli altri cinque uomini riuscirono invece a resistere fino all’arrivo dei soccorsi.
Sulla zattera dell’ufficiale di rotta, morirono l’ufficiale di rotta stesso, il fuochista De Francesco e parecchi marinai; assunse il comando della zattera il nocchiere Barone.
La prima unità a prendere il mare per la ricerca dei naufraghi fu, alle 16.20 del 3 febbraio, il rimorchiatore di salvataggio Ciclope, partito da La Goletta su ordine dell’ammiraglio Bianchieri. Il Ciclope, però, era troppo lento ed aveva un pescaggio troppo elevato per poter raggiungere celermente e senza rischi il luogo del disastro, così che a mezzanotte, stanti le condizioni del mare ulteriormente deterioratesi, Supermarina dovette ordinargli di tornare in porto.
Il giorno seguente, migliorato un po’ il tempo, fu possibile far salpare da Biserta, Tunisi, Trapani e Pantelleria MAS, vedette, motozattere e navi soccorso, tutte unità abbastanza piccole da poter raggiungere il punto del sinistro senza correre rischi eccessivi; presero parte alle ricerche anche degli aerei.
Fu solo la sera del 4 febbraio, intorno alle 18, che alcune motovedette provenienti da Biserta poterono raggiungere i tre zatterini su cui resistevano gli ultimi sopravvissuti: erano solo 15, su 129 uomini.
Dalla zattera del segnalatore Rosa furono salvati, oltre allo stesso Rosa, i cannonieri Domenico Stuto e Domenico La Scala, il motorista Ernesto Micheli, il fuochista Rinaldo De Bartoli ed il furiere Michele Mangano. Della zattera del nocchiere Barone, furono tratti in salvo lo stesso Barone, Cavallero, Ricci e Pozzoni; dalla zattera di capo Ceccon furono recuperati lo stesso Ceccon, Restuccia, D’Onofrio, Porcelli e Buonaccori.
Delle due lance e delle altre due zattere non fu mai trovata traccia. I supertiti furono sbarcati a Biserta, dove due di loro, Pozzoni e La Scala, furono ricoverati nel locale ospedale.
Il mare aveva inghiottito 114 uomini dell’Uragano: tutti e 9 gli ufficiali, 13 dei 16 sottufficiali e 92 dei 104 sottocapi e marinai.


I loro nomi:

Calenzino Alessandrini, sottocapo cannoniere, disperso
Filippo Alessi, marinaio, disperso
Giuseppe Allasio, marinaio, deceduto
Salvatore Amato, marinaio cannoniere, disperso
Nicolino Bacci, sottocapo silurista, disperso
Aurelio Bacchiani, marinaio silurista, disperso
Gioacchino Baldassare, marinaio cannoniere, disperso
Arturo Baldini, capo silurista di prima classe, disperso
Teresio Battaglino, marinaio fuochista, disperso
Cesare Belletti, capo nocchiere di terza classe, deceduto
Mauro Bertini, sottotenente del Genio Navale, disperso
Francesco Bittolo, marinaio fuochista, disperso
Giovanni Bortolini, sottocapo meccanico, disperso
Rocco Bosio, sottocapo furiere, disperso
Luigi Giuseppe Brulicchio, marinaio cannoniere, disperso
Giuseppe Cacace, marinaio fuochista, disperso
Francesco Capuano, sottocapo fuochista, dispeso
Severino Carloni, marinaio motorista, disperso
Teresio Carrà, marinaio cannoniere, disperso
Francesco Carta, marinaio fuochista, disperso
Giuseppe Castana, marinaio, disperso
Bruno Cavassuto, marinaio cannoniere, disperso
Basilio Cazzato, marinaio, deceduto
Antonio Cherubini, marinaio cannoniere, disperso
Vincenzo Chierico, marinaio cannoniere, disperso
Antonio Cirrincione, marinaio cannoniere, disperso
Umberto Ciucci, sottocapo meccanico, deceduto
Giosuè Civitareale, secondo capo meccanico, disperso
Michele Matteo Cornacchione, sottocapo meccanico, disperso
Giuseppe Cortinovis, marinaio fuochista, disperso
Antonino Costa, marinaio cannoniere, disperso
Gregorio Cozzolino, marinaio, disperso
Michele D’Amore, sottocapo elettricista, deceduto
Giuseppe D’Esposito, marinaio, deceduto
Fausto Daco, sottocapo silurista, disperso
Domenico Damiano, marinaio nocchiere, disperso
Egidio De Francesco, marinaio fuochista, disperso
Francesco De Marco, sottocapo elettricista, disperso
Elio Dei, capo nocchiere di seconda classe, disperso
Emilio Dell’Acqua, marinaio, disperso
Luciano Delponte, marinaio silurista, disperso
Giovanni Di Cerbo, sergente silurista, disperso
Angelo Di Leonardo, marinaio fuochista, disperso
Pancrazio Di Meglio, marinaio, disperso
Gennaro Di Terlizzi, marinaio cannoniere, disperso
Giacomo Domeneghini, marinaio cannoniere, disperso
Giuseppe Fatuta, sottocapo furiere, disperso
Ciro Formicola, capitano CREM, disperso
Agostino Fraternali, marinaio fuochista, disperso
Pietro Gallina, marinaio fuochista, disperso
Antonio Gambino, sergente radiotelegrafista, disperso
Matteo Gianelli, guardiamarina, disperso
Michelangelo Giardiello, secondo capo meccanico, disperso
Giovanni Giovatto, sergente cannoniere, disperso
Alberto Grandoni, tenente di vascello, disperso
Michele Gurliaccio, marinaio, disperso
Pasquale Iacono, marinaio, deceduto
Pasquale Iannoli, marinaio segnalatore, disperso
Leonardo Lizzi, secondo capo radiotelegrafista, disperso
Sergio Magi, sottotenente di vascello, disperso
Antonio Mancini, marinaio, disperso
Felice Manzini, marinaio, disperso
Gennaro Maresca, marinaio elettricista, disperso
Gino Paolo Marmai, sottocapo meccanico, disperso
Emilio Marongiu, marinaio fuochista, disperso
Giovanni Mastroianni, marinaio torpediniere, disperso
Giacinto Matarazzo, capo meccanico di seconda classe, disperso
Francesco Mazzeo, marinaio, disperso
Paolo Micalizzi, marinaio cannoniere, disperso
Aldo Michelotti, marinaio fuochista, disperso
Gennaro Miele, marinaio nocchiere, disperso
Carlo Millo, marinaio, disperso
Ottavio Minieri, sottocapo cannoniere, disperso
Cataldo Mondo, marinaio S. D. T., disperso
Strata Monti, marinaio fuochista, disperso
Angelo Moretti, marinaio elettricista, disperso
Umberto Mori, sottocapo silurista, deceduto
Vitale Nuzzo, marinaio cannoniere, disperso
Renato Ostorero, marinaio motorista, disperso
Salvatore Pace, guardiamarina, disperso
Francesco Pala, marinaio fuochista, disperso
Pietro Palma, marinaio fuochista, disperso
Orlando Panucci, marinaio torpediniere, disperso
Salvatore Parisi, marinaio fuochista, disperso
Ignazio Parrino, tenente commissario, deceduto
Luciano Pasquini, marinaio torpediniere, disperso
Goffredo Pastore, sergente radiotelegrafista, disperso
Natale Pesci, marinaio, disperso
Giordano Piazza, marinaio cannoniere, disperso
Mario Pironi, capo elettricista di seconda classe, disperso
Consalvo Polidori, sottocapo meccanico, disperso
Ernesto Puglisi, marinaio furiere, disperso
Alberto Ramacciotti, marinaio cannoniere, disperso
Vittorio Rimondi, marinaio infermiere, disperso
Luigi Romano, sottocapo cannoniere, disperso
Eros Roselli, marinaio furiere, disperso
Bernardo Rosso, marinaio elettricista, disperso
Salvatore Ruello, marinaio cannoniere, disperso
Salvatore Ruggeri, sottocapo elettricista, deceduto
Luigi Saccone, marinaio elettricista, disperso
Remigio Sandri, marinaio silurista, disperso
Carmelo Santamaria, marinaio fuochista, disperso
Guido Sioni, sottocapo radiotelegrafista, disperso
Rosario Spinelli, sottocapo elettricista, disperso
Giuseppe Tagliabue, marinaio cannoniere, disperso
Angelo Tamborrino, marinaio segnalatore, disperso
Salvatore Tarantino, marinaio, disperso
Giuseppe Tocco, marinaio, disperso
Antonio Tonti, marinaio cannoniere, disperso
Vincenzo Trincucci, marinaio cannoniere, disperso
Salvatore Turchi, marinaio fuochista, disperso
Giuseppe Ucciardo, marinaio cannoniere, disperso
Francesco Urso, sergente S. D. T., disperso
Ernesto Valdes, marinaio fuochista, disperso
Otello Venturelli, secondo capo meccanico, disperso
Salvatore Verde, sottotenente medico, disperso
Angelo Vianello, marinaio motorista, disperso
Luigi Zamboni, capitano di corvetta (comandante), disperso


La motivazione della Medaglia d'Oro al Valor Militare conferita alla memoria del capitano di corvetta in servizio permanente effettivo Lugi Zamboni, nato a Bologna il 14 luglio 1909:

 «Valoroso comandante di torpediniera, già distintosi in precedenti azioni di guerra, eseguiva numerose scorte di convogli nazionali sulle ardue rotte del Canale di Sicilia aspramente contrastate dall’avversario, dimostrando sereno coraggio ed elevate doti di comando. Avuto ordine di riportare in Patria a qualunque costo una grossa petroliera, malgrado le avverse condizioni di mare, attraversava arditamente — quale unica via possibile — zona minata dal nemico compresa fra imponenti sbarramenti di mine nazionali. Colpita e gravemente danneggiata la sua unità da improvvisa esplosione di arma subacquea, rimasto in balia delle onde e sospinto dal vento e dalla corrente sui vicini sbarramenti, si prodigava serenamente fino allo estremo limite delle umane possibilità per mantenere la calma e la fiducia nei suoi uomini e per fronteggiare la gravissima situazione. Quando, dopo lunghe ore di lotta, non era più possibile contenere le vie d’acqua che minacciavano di sommergere l’unità, disponeva l’imbarco della gente sulle zattere di salvataggio mentre egli, unitamente ai suoi ufficiali che trascinati dal suo esempio non lo vollero abbandonare, rimaneva sulla sua nave per dividerne la sorte.  Nell'improvviso precipitare degli eventi si inabissava con il suo Stato Maggiore in quelle acque che avevano conosciuto il suo cosciente ardimento, lasciando fulgido esempio di eroica abnegazione e sublime attaccamento al dovere ed alla nave posta al suo comando.
Canale di Sicilia, 3 febbraio 1943.»
 
Un’altra immagine dell’Uragano nel 1942 (g.c. Giorgio Parodi via www.naviearmatori.net)
Si ringrazia Adolfo Zamboni.


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