domenica 22 giugno 2014

Città di Bari


La Città di Bari in navigazione (g.c. Mauro Millefiorini via www.naviearmatori.net)

Incrociatore ausiliario, già motonave passeggeri da 3338,60 tsl, 1883 tsn e 2450 tpl, lunga 96,7 metri e larga 13,6, pescaggio 6,49 metri, velocità 14,5 nodi. Matricola 41 al Compartimento Marittimo di Bari, appartenente alla Società Anonima di Navigazione Adriatica, con sede a Venezia.



Breve e parziale cronologia.

1928
Costruita a Trieste dallo Stabilimento Tecnico Triestino per la Puglia Società Anonima di Navigazione a Vapore (di Bari), come motonave passeggeri in grado di trasportare 89 passeggeri in cabina oltre al carico. Fa parte di una serie di quattro navi gemelle (Città di Bari, Rodi, Egeo ed Egitto).
4 aprile 1932
Passata alla Società di Navigazione San Marco. Il 4 aprile 1932 la società Puglia, la San Marco ed altre compagnie di navigazione adriatiche si fondono nella Compagnia Adriatica di Navigazione (avente sede a Venezia), della cui flotta la Città di Bari entra pertanto a far parte.
In questo periodo viene anche considerata la possibilità della trasformazione, nel caso di un conflitto, della Città di Bari e delle gemelle in portaerei di scorta, progetto poi mai attuato. Resta invece reale – ed infine si concretizzerà nel 1940 – la possibilità di trasformarle in incrociatori ausiliari: come per molte altre navi costruite per compagnie controllate dallo Stato, nella costruzione di queste motonavi si è tenuto conto di tale possibile futura necessità (i requisiti richiesti dalla Regia Marina perché una motonave passeggeri possa essere impiegata come incrociatore ausiliario sono una stazza non molto elevata – ma bastante a poter navigare in alto mare senza difficoltà –, una velocità di circa 15 nodi e la possibilità di impiego per missioni di trasporto veloce).
1° gennaio 1937
Passata formalmente alla Adriatica Società Anonima di Navigazione (ossia la nuova denominazione che, dal 1° gennaio, ha assunto la Compagnia Adriatica di Navigazione).
La Città di Bari presta servizio sulla linea n. 54 Tirreno-Pireo-Istanbul, nonché sulla linea Brindisi-Pireo-Rodi-Alessandria.
Aprile 1940
Viene fermata dalle autorità d’ispezione alleate, che pongono il suo carico d’acquaragia sotto sequestro. In precedenza era già stata trattenuta per oltre un mese per controlli su un carico di cereali.
15 giugno 1940
Cinque giorni dopo l’entrata dell’Italia nella seconda guerra mondiale, la Città di Bari viene requisita dalla Regia Marina.
19 giugno 1940
Iscritta nel ruolo del naviglio ausiliario dello Stato (dalle 00. del 19) e trasformata in incrociatore ausiliario, ricevendo un armamento costituito da due cannoni da 120/45 mm e quattro mitragliere da 20/65 mm.
27 luglio 1940
Partecipa all’operazione «Trasporto Veloce Lento» salpando da Napoli per Tripoli alle 5.30, in convoglio con i piroscafi Maria Eugenia, Bainsizza e Gloriastella e le motonavi Mauly, Francesco Barbaro e Col di Lana (anche il Città di Bari è impiegato, in quest’occasione, come trasporto e non come nave scorta), scortate dalle torpediniere Orsa, Procione, Orione e Pegaso (IV Squadriglia Torpediniere) e dai cacciatorpediniere Maestrale, Grecale, Libeccio e Scirocco della X Squadriglia (forniscono inoltre supporto a distanza, nelle giornate del 30 e 31 luglio e del 1° agosto, anche aliquote delle forze da battaglia, con 5 incrociatori pesanti, 6 incrociatori leggeri e 15 cacciatorpediniere).
30 luglio 1940
Intorno alle 14 il convoglio cui appartiene il Città di Bari viene attaccato, circa 20 miglia a sud di Capo dell’Armi, dal sommergibile britannico Oswald, che lancia alcuni siluri contro il Grecale: il cacciatorpediniere riesce però a schivare le armi.
1° agosto 1940
Alle 9.45 tutte le navi del convoglio raggiungono Tripoli senza danni.


La nave con i colori della società Adriatica (g.c. Rosario Sessa via www.naviearmatori.net)

Disastro a Tripoli

Il mattino del 3 maggio 1941 il Città di Bari (comandante militare capitano di fregata Giuseppe Puppo, comandante civile capitano Carlo Oberti, militarizzato col grado di tenente di vascello) era ormeggiato al lato occidentale del pontile numero 1 (il pontile «24 gennaio») del porto di Tripoli, con la prua rivolta verso la terra, intento nel completamento dell’imbarco del carico che, come ordinato da Marilibia, avrebbe dovuto portare a Bengasi. Il carico era dei più importanti, ma al contempo pericolosi: carburante e munizioni. Il Città di Bari aveva già imbarcato 3000 cassette di munizioni nella stiva numero 1, trecento fusti di benzina nella stiva numero 2, 600 fusti di benzina nella stiva numero 4 e 1000 cassette di munizioni nella stiva numero 5. La stiva numero 3 era invece occupata, per i due terzi del suo volume, da altre merci di vario tipo. Il carico proseguiva: dal lato dritto (verso terra) venivano imbarcate le munizioni (nelle stive 1 e 5) e le altre merci (nella stiva 3), dal lato sinistra (quello del mare) venivano caricati i fusti di benzina (nelle stive 2 e 4), prelevati da due chiatte ormeggiate sottobordo. Squadre di stivatori arabi provvedevano all’imbarco ed allo stivaggio del carico.
Sul lato orientale del medesimo pontile, per giunta, era attraccata la motonave da carico Birmania (che aveva invece la poppa rivolta verso terra), che stava invece scaricando munizioni sia da prua che da poppa.
Una situazione abbastanza usuale nei porti libici, ma estremamente rischiosa: sarebbero bastati un incidente od un attacco aereo per scatenare una catastrofe.
E fu esattamente questo ciò che avvenne. Alle 10.10 del mattino tutto stava procedendo senza problemi, quando un violento scoppio, seguito da altri meno forti, investì il Città di Bari. La Birmania era esplosa.
Il comandante militare dell’incrociatore ausiliario, il capitano di fregata Giuseppe Puppo, si trovava allora nella segreteria comando, in coperta a dritta verso centro nave, insieme al tenente di vascello di complemento Michele Culotta ed al sergente specialista direzione del tiro Angelo Minelli. Stavano sbrigando pratiche d’ufficio.
Il comandante Puppo, che aveva subito parecchie abrasioni alla testa dalle quali perdeva copiosamente sangue, dopo essersi ripreso dall’esplosione corse fuori in coperta per vedere cosa stesse accadendo, e subito vide davanti a sé la poppa del Birmania, in fiamme, scossa da continue esplosioni che lanciavano schegge in tutte le direzioni. Apparentemente, il Città di Bari non sembrava avere danni od incendi, quindi Puppo ordinò al nostromo Salvatore La Camera ed ad altri uomini che si trovavano nelle vicinanze di correre a prua ed a poppa e disormeggiare la nave, per allontanarla dal molo e soprattutto dalla pericolosissima Birmania, le cui fiamme e tizzoni infuocati venivano spinti dal vento – un grecale piuttosto fresco – verso l’incrociatore ausiliario. Subito dopo, però, Puppo si recò sul lato sinistro e lì vide che le due chiatte cariche di fusti di benzina ormeggiate lungo la murata, all’altezza delle stive 2 e 4, stavano bruciando furiosamente, e che le fiamme stavano cominciando ad uscire anche dalle stesse stive 2 (a prua) e 4 (a poppa). L’incendio era indomabile, e non era nemmeno pensabile di riuscire anche solo a circoscriverlo; né sarebbe stato possibile allagare rapidamente le stive per estinguere od isolare le fiamme (o per lo meno impedire che si estendessero al resto del carico), essendo il Città di Bari ormeggiato in acque basse.
Essendo evidente che non si poteva più far niente per salvare la nave, e che presto le fiamme avrebbero raggiunto le munizioni sistemate nelle stive 1 e 5, con prevedibili catastrofiche conseguenze, il comandante Puppo dovette dare l’ordine di abbandonare la nave e mettersi in salvo. Una parte degli uomini corse a terra e lungo il pontile numero 1, per raggiungere i rifugi antiaerei, altri si buttarono in mare e raggiunsero a nuoto i moli più prossimi. La maggior parte dell’equipaggio, in tal modo, poté mettersi in salvo, compresi molti feriti. Per ultimi saltarono a terra, sulla banchina numero 1, il comandante Puppo e la sua ordinanza, il trombettiere Salvatore Loconsole, che lo aveva prontamente raggiunto subito dopo la prima esplosione. Subito, vedendo che il cannoniere Luigi Ciullo era in acqua e non aveva abbastanza forza per arrampicarsi sul molo, lo aiutarono a salire, poi tutti e tre raggiunsero di corsa il rifugio antiaerei situato all’inizio del pontile numero 1, mentre dietro di loro Birmania e Città di Bari venivano scosse dalle esplosioni e proiettavano schegge in tutte le direzioni. Nel ricovero c’erano alcuni uomini del Città di Bari e parecchi tedeschi ed arabi, tra cui dei feriti gravi.


L’esplosione del Città di Bari (ben visibile) e della Birmania, fotografata dal tenente del Genio Luigi Dionisi (tratta da http://cronologia.leonardo.it/storia/biografie/avio02.htm)


Dopo circa mezz’ora era tutto finito: le esplosioni si erano fatte più deboli e più rare, e comparvero sul posto le prime ambulanze. Il comandante Puppo, vedendole dal ricovero (dal quale era uscito a controllare dopo che il peggio sembrava essere passato), le richiamò perché venissero a prendere i feriti. Tutti gli uomini del Città di Bari che erano nel rifugio con il comandante vennero trasportati da ambulanze della Regia Marina al Comando Marina di Tripoli, dove trovarono parecchi altri sopravvissuti del loro equipaggio. Il resto dei superstiti del Città di Bari, feriti, erano ricoverati negli ospedali di Tripoli.
Il relitto del Città di Bari, dilaniato dalle esplosioni e consumato dalle fiamme, si posò sul fondale alle 10.30, una ventina di minuti dopo l’esplosione iniziale, restando in massima parte emergente e fortemente inclinato a sinistra.
Si erano salvati in 79, su 89 uomini dell’equipaggio presenti sul Città di Bari quella tremenda mattina: in dieci mancavano all’appello, quanti non avevano fatto in tempo ad allontanarsi prima che la nave saltasse in aria. Tra questi vi era anche il tenente di vascello Culotta, unico ufficiale disperso: il comandante Puppo raccontò ai suoi familiari che, quando lo aveva visto per l’ultima volta, questi stava cercando di ripararsi sotto una scrivania. Michele Culotta era stato richiamato improvvisamente “al fronte”, nonostante le rimostranze di moglie e cognata, subito dopo essere tornato a casa per quello che sarebbe dovuto essere un periodo di riposo. Lasciò cinque figli, la cui madre ricevette la pensione di vedova di guerra solo dal 1949. Alcuni dei dispersi furono probabilmente tra le vittime i cui corpi furono recuperati, ma erano troppo martoriati dalle esplosioni per essere riconoscibili. Furono sepolti nel cimitero italiano di Hammangi, a Tripoli.
Quasi tutti i feriti, sorprendentemente, non avevano riportato lesioni gravi; ma uno dei più gravi, il cannoniere Michele Maggio, spirò nella notte successiva nell’Ospedale Militare, portando il numero totale delle vittime a undici. I superstiti erano 9 ufficiali (quattro dei quali feriti) e 69 sottufficiali e marinai.
Nell’esplosione avevano perso la vita anche parte dell’equipaggio della Birmania, alcuni membri degli equipaggi di navigli minori che si trovavano nei pressi delle due navi esplose, molti degli uomini che erano sul molo al momento del disastro, circa 50 militari tedeschi impegnati nelle operazioni di scarico, portuali, scaricatori libici ed anche militari che erano presenti casualmente sulle due navi, nonché abitanti di Tripoli investiti dalle schegge infuocate proiettate ovunque dalle esplosioni, che fecero crollare anche gli edifici adiacenti al molo interessato dal disastro. Vittime e feriti vennero portati nei diversi ospedali di Tripoli, mentre i feriti lievi e gli illesi vennero radunati nella sede del Comando Marina di Tripoli, dove ricevettero del vestiario per sostituire quello perso a bordo delle proprie navi.
Il 4 maggio 1941 gran parte dei sopravvissuti al disastro furono imbarcati sulla nave ospedale Sicilia, che li portò a Napoli. Altri quattro uomini del Città di Bari furono rimpatriati il giorno seguente sul piroscafo Marco Polo. Venti feriti in condizioni più serie (due ufficiali, un sottufficiale e 17 sottocapi e marinai) rimasero invece ricoverati a Tripoli.
Le cause del disastro non sembrano essere del tutto chiaro: le pubblicazioni ufficiali parlano di esplosione verificatasi sulla Birmania, per sabotaggio od incidente, che avrebbe poi investito il Città di Bari, ma altrove si parla anche di attacco aereo (anche da parte di alcuni sopravvissuti del Città di Bari, che affermarono che gli aerei effettuarono tre passaggi con sgancio di bombe, che provocarono anche il crollo di parte delle sovrastrutture). Di per sé, i documenti relativi alla perdita del Città di Bari non sembrano essere molto illuminanti sulla causa prima della catastrofe.
Secondo un dispaccio del Comando Superiore dell’Africa Settentrionale Italiana del 3 maggio 1941, tre aerei nemici, giunti di sorpresa sul porto a motori spenti alle 10.15, avevano colpito con bombe e spezzoni Birmania e Città di Bari, oltre al piroscafo tedesco Kybfels, causandone l’esplosione.
Un altro dispaccio del Comando Superiore della Regia Marina in Libia, del 7 maggio 1941, affermava invece che l’esplosione fosse avvenuta nel carico di benzina e munizioni della Birmania (presumibilmente per cause accidentali), scatenando un incendio che si era poi propagato al Città di Bari.
Secondo un resoconto del CV Giuseppe Castracane, capo ufficio D. T., datato 10 maggio 1941, dopo che questi aveva interrogato cinque ufficiali e due sottufficiali del Città di Bari, risultava che nessun membro dell’equipaggio aveva potuto rendersi conto delle cause dell’esplosione, a causa della rapidità del precipitare degli eventi. Castracane indicava come ipotesi principale che l’incendio e le esplosioni a bordo della Birmania avessero raggiunto ed incendiato anche il Città di Bari, ma riferì al contempo che molti superstiti ritenevano che causa prima del disastro fosse stato un attacco aereo: non c’era stato allarme aereo, tuttavia alcuni dei sopravvissuti dicevano di aver visto dei velivoli sospetti al momento del disastro.
Il relitto irrecuperabile del Città di Bari, uno dei tanti che sarebbero andati via via ‘affollando’ il sorgitore libico con il procedere della guerra, rimase sul luogo dov’era esploso sino a dopo la caduta di Tripoli in mano alleata, nel gennaio 1943. Successivamente venne recuperato dagli occupanti britannici, solo per essere demolito.


Morirono nel disastro del Città di Bari:

Luigi Barba, cannoniere puntatore scelto (militare, disperso)

Michele Bellomo, sottonocchiere (marinaio militarizzato, disperso)

Donato Capriati, marinaio (giovanotto di seconda militarizzato, disperso)

Leonardo Carofiglio, marinaio (giovanotto di prima militarizzato, disperso)

Michele Culotta, tenente di vascello di complemento, da Genova (militare, disperso)

Pietro Di Staso, marinaio (militare, disperso)

Michele Maggio, cannoniere ordinario (militare, deceduto)

Luigi Minetto (o Minetti), secondo capo meccanico (operaio militarizzato, disperso)

Virgilio Specchia, sottocapo silurista (militare, disperso)
 
Matteo Strizzi, marinaio (militare, disperso)

Leonardo Terlizzi, marinaio (marinaio militarizzato, disperso)


N.B. Nell’elenco dei dispersi compare anche un altro nome, quello del radiotelegrafista Domenico Palazzo, accanto al quale, tuttavia, era annotato che nell’elenco di Marilibia risultava ferito, e si raccomandava di attendere un ulteriore comunicato. Non è quindi chiara la sua sorte.



Un’altra foto di Luigi Dionisi, ritraente il Città di Bari semiaffondato al posto d’ormeggio. Sulla destra si intravede la prua della Birmania (da http://cronologia.leonardo.it/storia/biografie/avio02.htm)

Il relitto del Città di Bari visto da prua, con la Birmania sulla sinistra (g.c. Coll. Privata Domenico Iacono)

Così ricordò il disastro di Tripoli Antonio Mammone, che all’epoca vi lavorava come scaricatore di porto (si ringrazia la figlia Aurora):

“[Il mattino del 3 maggio 1941] Io fui assegnato sulla Birmania e Lombardo [un altro scaricatore] sulla Città di Bari, due “carrette” affiancate al molo principale. La Birmania era zeppa di fusti di benzina e di sofisticate e sensibilissime bombe tedesche a grappolo da trasbordare sulla Città di Bari che avrebbe poi proseguito per Bengasi; perché, intanto, dopo il disastro di Graziani, i
tedeschi erano sbarcati a Tripoli a dare man forte agli alleati italiani considerati "shaiser", cioè merda, e insieme con una rapida controffensiva il quattro aprile avevano riconquistato
la città di Bengasi. Quella mattina, dopo ore di carico e scarico, quando però nemmeno un decimo degli infernali strumenti di morte era stato trasbordato dalla Birmania sulla Città
di Bari e quando più si sentiva la noia per quel monotono incarico (o la preoccupazione?), con Lombardo ci scambiavamo segnali di appuntamento durante l'imminente riposo degli scaricatori per andare a pranzare su qualche nave vicina. Capitan Bobani salì sulla Birmania e mi pregò di andare a cercare Corrado, un caposquadra degli scaricatori che io conoscevo; lui stesso mi avrebbe sostituito fin quando non fossi tornato. [Dopo aver trovato Corrado a bordo della motonave Vulcani, a seguito di un incontro durante il ritorno] perdemmo cosi quei cinque minuti che bastarono a salvarmi e quando eravamo a non più di venti metri dalla Birmania dal suo boccaporto vidi spuntare il sole, lo vidi scoppiare, poi lo sentii! Quanto tempo trascorse da quando i miei occhi furono abbacinati da quell’immensa sfera di fuoco fino a che le orecchie ne percepissero l'essenza? Forse un attimo, forse neppure un attimo e fu solo una pseudoestesia a separare nettamente quel sole abbacinante dal boato immenso, infinito e dal gran pugno che mi abbatté…
Mi ritrovai senza sapere come fra due camions parcheggiati più in là, bagnato, dolorante per varie escoriazioni sulle gambe e sulle braccia e negli occhi sempre quella sfera di fuoco esplodente che sorgeva dalla Birmania. Oh Dio, ma sulla Birmania non c'era Capitan Bobani? E dove sarà ora ? E tutti quegli scaricatori arabi che nulla avevano a che vedere con la guerra, che fine hanno fatto? Poi dal mio rifugio fra i due camions vidi l’autocarro dei vigili del fuoco, attestato sulla banchina, lanciare ridicoli schizzi d'acqua verso il vulcano che continuava ad esplodere: poi l'intera prua della nave volò nel cielo e ricadde su pompieri e autocarro…
Il disastro della Birmania nel quale sono periti, si disse, almeno duecento persone, lo raccontai più dettagliatamente dopo la guerra in un lungo articolo sul giornale "Corriere di
Tripoli". Del Capitano Bobani si trovò qualche settimana dopo solo una mano con al dito un anello riconosciuto come suo dagli amici più intimi. Lombardo, sulla Città di Bari, si salvò perché lo spostamento d'aria lo scaraventò in mare e anche se con il bacino fratturato, riuscì grazie alla sua abilità di nuotatore, ad allontanarsi di quanto bastò perché qualcuno
io aiutasse a mettersi ai riparo. Io me la cavai abbastanza a buon mercato: ci rimisi la bicicletta quasi nuova che assieme ai pompieri e ai bar sulla banchina rimase sepolta dalla prua della nave.”


Un’altra foto del relitto del Città di Bari, scattata nel gennaio 1942: a sinistra si vedono i resti accartocciati della poppa (da http://www.ibiblio.org/hyperwar/UN/UK/UK-RAF-II/UK-RAF-II-9.html)



Di seguito, una serie di documenti relativi alla perdita del Città di Bari. Si ringrazia Pierluca Zampardi, nipote del tenente di vascello Michele Culotta, scomparso nel disastro, per averli gentilmente forniti dopo averli trovati presso l’USMM.

Dispacci relativi al disastro:



La relazione del comandante Puppo sull’affondamento del Città di Bari:




 Elenchi dei membri dell’equipaggio del Città di Bari deceduti, dispersi, feriti o rimpatriati:





 Elenchi dei feriti ricoverati negli ospedali di Tripoli:





Si ringraziano Pierluca Zampardi ed Aurora Mammome.


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