lunedì 9 giugno 2014

Nazario Sauro


Il Nazario Sauro a Taranto nel 1934 (Foto Aldo Fraccaroli, Coll. Giorgio Parodi, via www.naviearmatori.net)

Cacciatorpediniere della classe Sauro (1130 tonnellate di dislocamento standard e 1650 a pieno carico). Effettuò in guerra una decina missioni di intercettazione di convogli britannici in Mar Rosso, senza cogliere successi.

Breve e parziale cronologia.

9 febbraio 1924
Impostazione nei cantieri Odero di Sestri Ponente.
12 maggio 1925
Varo nei cantieri Odero di Sestri Ponente, madrina Anita Sauro.
23 aprile 1927
Entrata in servizio, al comando del CF Pietro Sparita.
1927
Viene speronato a prua da un vaporetto, a La Spezia.
25 maggio-2 giugno 1928
Il Sauro ed il gemello Francesco Nullo vengono assegnati a compiti di assistenza durante la “Crociera aerea del Mediterraneo Occidenale”: il volo in formazione di 61 idrovolanti da Orbetello (decollo il 25 giugno) a Marsiglia (1° giugno) con tappe a Cagliari Elmas, Pollensa, Los Alcazares e Puerto de los Alfaques (31 maggio) e poi ritorno ad Orbetello (2 giugno), con un volo di oltre 2800 km complessivi. I due cacciatorpediniere seguono gli aerei lungo tutta la rotta, tenendosi pronti ad assistere eventuali idrovolanti in difficoltà.
8 luglio 1928
Il Sauro riceve a Capodistria, città natale di Nazario Sauro, la bandiera di combattimento.
La nave, proveniente da Porto Mahon al comando del CF Giuseppe Genta, è arrivata a Trieste il mattino del 3 luglio, dopo uno scalo a Messina.
Nel pomeriggio dello stesso 3 luglio il comandante Genta è andato a Capodistria per organizzare la cerimonia insieme alle autorità cittadine.
Il Sauro ha il più anziano cacciatorpediniere Giuseppe Missori come scorta d’onore. Alle 9.45 del 7 luglio il Sauro, partito da Trieste, giunge a Capodistria e si ormeggia a 400 metri dalla testata del molo. Alle 17 gli equipaggi delle due navi visitano il Museo Civico di Capodistria, ed alle 21.30 si tiene un ricevimento in onore degli ufficiali, mentre in piazza si svolge un concerto.
Nella notte si alza la bora, che ostacola le comunicazioni con la terra e costringe i due cacciatorpediniere ad accendere le caldaie per tenersi pronti, in caso di necessità, a mollare gli ormeggi, ma l’invio di due rimorchiatori da Trieste risolve il problema.
Il mattino dell’8 luglio una rappresentanza dell’equipaggio del Sauro si reca nella frazione di Bossedraga, dove si trova la casa natale di Nazario Sauro, dove si tiene una prima cerimonia, con alle 9.45 la deposizione di una corona d’alloro (omaggio del cacciatorpediniere) alla casa di Sauro. Alle 10.30 dell’8 luglio la bandiera di combattimento viene benedetta dal canonico capodistriano monsignor Mecchia, poi, dopo un breve discorso di Anita Sauro (figlia di Nazario), il podestà De Manzini consegna la bandiera al comandante Genta, dopo di che entrambi tengono un discorso: il comandante Genta dice tra l’altro, riferendosi alla bandiera, che “se un giorno dovesse essere spiegata al vento per la difesa dell’onore dei sacri diritti nostri, giuro che essa mai si piegherà dinnanzi al nemico e sarà da noi difesa fino all’estremo sacrificio”: parole profetiche.
Sono presenti alla cerimonia anche le autorità regionali (il comandante della piazzaforte di Pola, ammiraglio di divisione Slaghek, una rappresentanza dell’equipaggio del costruendo incrociatore pesante Trieste, le autorità civili e militari di Trieste, Pola e Capodistria e tutte le associazioni cittadine di Capodistria), giunte da Trieste sul rimorchiatore Audax: da questo trasbordano poi sul Sauro, insieme ad una rappresentanza dei cittadini di Capodistria, a Maria Sauro, sorella di Nazario, a Nina, la sua vedova, e ad Albania ed Anita, le figlie (Anita Sauro è la madrina del cacciatorpediniere). Nell’acclamazione generale, tra il suono delle sirene delle navi e delle campane del paese, la bandiera di combattimento viene issata a riva.
Vengono suonati l’inno della Marina ed altri inni patriottici, poi il Sauro offre un rinfresco agli invitati, ed alle 17 si tiene un’amichevole di calcio tra la squadra del Sauro ed una dei soldati del presidio. Alle 21, a Capodistria illuminata a festa, la cerimonia si conclude con un concerto della banda del presidio di Trieste.
La Società di Navigazione Capodistriana, su idea dell’irredentista istriano Piero Almerigogna, fa dono alla nave della maniglia del telegrafo di macchina che Nazario Sauro aveva in passato usato sulla plancia del piroscafo San Giusto, che aveva comandato per quattro anni e che dopo la guerra ha anch’esso assunto il nome di Nazario Sauro.
1929
Il Sauro ed i gemelli Francesco Nullo, Cesare Battisti e Daniele Manin formano la III Squadriglia Cacciatorpediniere, che, insieme alla IV Squadriglia (quattro unità classe “Sella”) ed all’esploratore Pantera (conduttore), compongono la 2a Flottiglia della I Divisione Siluranti, inquadrata nella 1a Squadra Navale di base a La Spezia.
1931
Il Sauro, il gemello Cesare Battisti, i meno recenti Francesco Crispi e Quintino Sella ed il più grande Tigre formano la II Flottiglia Cacciatorpediniere della 2a Divisione della I Squadra Navale.
1933
Modificato, ricevendo una voluminosa centrale di tiro che viene realizzata sopra la plancia.
1935-1936
In preparazione alla sua dislocazione in Mar Rosso, subisce nuovi grandi lavori per dotare i locali interni di climatizzazione. A causa del conseguente appesantimento, la velocità massima cala da 35 a 31,7 nodi e l’autonomia da 2600 miglia a 14 nodi a 2000 miglia alla stessa velocità.
1936-1937
Prende parte alle operazioni della guerra civile spagnola.
1938
Dislocato in Mar Rosso. Non tornerà mai più in Italia.

Il Sauro alla testa di una colonna di “tre pipe” (la prima è la Giuseppe Cesare Abba) a Taranto a fine anni Trenta (Coll. N. Siracusano via Maurizio Brescia/Associazione Venus)

10 giugno 1940
All’ingresso dell’Italia nel secondo conflitto mondiale, il Sauro (CC Riccardo Moretti degli Adimari) forma la III Squadriglia Cacciatorpediniere, di base a Massaua, insieme ai gemelli Francesco Nullo, Cesare Battisti e Daniele Manin.
24-25 agosto 1940
Nella notte, Sauro e Nullo vengono inviati alla ricerca di navi nemiche, che non trovano.
5-6 settembre 1940
In missione offensiva insieme a Battisti e Manin.
6-7 settembre 1940
In missione offensiva insieme a Tigre, Leone e Battisti, durante la quale vengono lanciati siluri contro un cacciatorpediniere britannico, che viene tuttavia mancato.
20-21 ottobre 1940
Sauro, Nullo ed i più grandi Leone e Pantera della V Squadriglia vengono inviati ad intercettare il convoglio britannico «BN 7», formato da 32 mercantili (partiti da Aden il 19 ottobre alla volta di Suez) scortati dall’incrociatore leggero neozelandese Leander, dal cacciatorpediniere britannico Kimberley, dagli sloop Yarra, Auckland ed Indus, rispettivamente australiano, britannico ed indiano, e dai dragamine britannici Derby e Huntley (nonché da una cinquantina di aerei da caccia e bombardieri di Aden). Il convoglio, diretto verso nord, è stato avvistato il 19 ottobre da un aerosilurante italiano Savoia Marchetti S. 79, ed il 20 ottobre il Comando Marina di Massaua ha disposto la partenza dei sei cacciatorpediniere per intercettarlo. Il piano prevede che i più lenti e meglio armati Leone e Pantera (che formano la seconda sezione) distraggano la scorta, permettendo a Sauro e Nullo (che costituiscono la seconda sezione, al comando del CC Moretti degli Adimari del Sauro) di superare lo schermo protettivo e lanciare i loro siluri contro le navi mercantili. Partite la sera del 20 ottobre, le due sezioni di cacciatorpediniere, dopo essere transitate nel canale di nord est dell’arcipelago delle Dahlak, si separano alle 21.15. Il Pantera avvista per primo il convoglio (con mare calmo e bene illuminato dalla luce lunare) alle 23.21 (per altra versione alle 2.19 di notte del 21 ottobre: la differenza è causata verosimilmente dal diverso fuso orario), circa 35 miglia a nord-nord-ovest dell’isoletta di Jabal al-Tair: come da piano, il Pantera comunica al Sauro l’avvistamento (fumo a prora dritta), poi la sezione costituita da Leone e Pantera attacca col cannone e col siluro, ritenendo, a torto, di aver silurato alcune navi, e ritirandosi infine inseguita da parte della scorta (Leander, Kimberley, Auckland e Yarra).  
Nel frattempo, dopo aver ricevuto il segnale di scoperta del Pantera, Sauro e Nullo si allontanano dalla zona mentre la prima sezione attacca, poi manovrano per portarsi in posizione favorevole (rispetto alla luna) per attaccare, compiendo una prima virata di 90° a sinistra alle 00.16 del 21 ottobre e poi un’altra alle 00.50. Le due unità dirigono quindi verso sudest, ma procedono per quasi un’ora senza vedere alcuna nave: poi, all’1.48, vengono avvistati il Leander ed un’altra nave. Il Sauro attacca con due siluri: uno s’inceppa, l’altro manca il suo bersaglio, il Leander, che in tutta risposta spara dei proiettili illuminanti e poi tira dieci bordate nel giro di due minuti, prima che il Sauro scompaia alla vista, illeso. La distanza a cui avviene questo combattimento viene indicata in 1460 metri da fonti italiane ed in oltre 7300 iarde dal rapporto del Leander; il Sauro vira poi dapprima a sud e poi a sudovest ed alle 2.07 tenta un nuovo attacco col siluro contro il convoglio, ma di nuovo uno dei due siluri si guasta, e l’altro manca il bersaglio, benché sulla nave italiana si pensi di aver colpito (secondo una fonte, uno dei siluri lanciati dal Sauro manca di poco lo Yarra).
Alle 2.12, infine, il Sauro si disimpegna e dirige verso nord, coprendosi con una cortina fumogena, aggirando le navi britanniche con una manovra circolare per poi imboccare il canale sud delle Dahlak per rientrare a Massaua. I cacciatorpediniere italiani sono inseguiti dal Kimberley e dal Leander, e durante il ripiegamento il Nullo subisce un’avaria al timone, rimane indietro e perde il contatto con il Sauro: inseguito dal Kimberley, verrà da questo affondato dopo un duro combattimento.
3-5 dicembre 1940
Sauro, Tigre, Leone e Manin, così come il sommergibile Ferraris, vengono mandati a cercare un convoglio, che non riescono a trovare.
24-25 gennaio 1941
In missione offensiva insieme a Tigre e Pantera.
2-3 febbraio 1941
Sauro, Tigre e Pantera salpano nella notte da Massaua per compiere una ricerca a rastrello del convoglio britannico «BN 14», composto da 39 mercantili scortati dall’incrociatore leggero Caledon, dal cacciatorpediniere Kingston e dagli sloops Indus e Shoreham. Il Sauro è il primo ad avvistare il convoglio: comunica l’avvistamento alle altre unità e manovra subito per attaccare, lanciando tre siluri dapprima contro un gruppo di piroscafi e poi, dopo un minuto, ad un’altra figura oscura che emette una grossa nuvola di fumo, dopo di che si ritira ad elevata velocità (nessuna nave viene colpita). Più tardi anche il Pantera attacca infruttuosamente, mentre il Tigre non avvista le navi nemiche.
Durante la navigazione di ritorno verso il canale sud di Massaua, il Sauro incontra il Kingston, e, essendo rimasto senza più siluri, si ritira a tutta forza: temendo che le forze britanniche abbiano preparato un’imboscata, gli altri cacciatorpediniere convergono verso il Sauro e richiedono anche l’intervento dell’aviazione all’alba, ma alla fine tutte e tre le unità giungeranno indenni a Massaua.


La carica suicida

Nella primavera del 1941, la sorte della fragile colonia dell’Africa Orientale Italiana appariva ormai segnata. Circondate su tutti i fronti da forze nemiche, sprovviste di mezzi e senza possibilità di rifornimento, le truppe italiane, pur opponendo un’accanita resistenza, dovettero progressivamente arretrare. All’inizio di aprile era ormai evidente che l’arrivo delle truppe britanniche a Massaua era solo una questione di giorni: fu pertanto deciso di evacuare le poche navi che, per la loro autonomia, avessero la possibilità di raggiungere la Francia od il Giappone, mentre tutte le altre sarebbero dovute essere distrutte per non farle cadere in mano nemica. Tra le unità che non avevano autonomia bastante a raggiungere i lontani porti nipponici o francesi (e che erano per giunta afflitte da problemi ai motori ormai logorati dal lungo servizio, armamento superato, strumentazioni non più in piena efficienza) vi erano tutti i sei cacciatorpediniere rimasti: Sauro, Battisti, Manin, Tigre, Leone e Pantera. Per loro, tuttavia, il contrammiraglio Mario Bonetti (comandante delle forze navali in A.O.I.), con il permesso di Supermarina, decise un piano diverso dal mero autoaffondamento.
Le navi sarebbero state impiegate in un’ultima missione – che non sarebbe inappropriato definire suicida – nel tentativo, prima dell’inevitabile perdita, di arrecare quanti più danni possibile al nemico: un duplice attacco contro Suez e Porto Sudan. I tre cacciatorpediniere più grandi (Tigre, Leone e Pantera, che formavano la V Squadriglia), dotati di maggiore autonomia, avrebbero risalito il Mar Rosso per attaccare Suez, mentre i tre più piccoli Sauro, Battisti e Manin (III Squadriglia, le cui unità avevano un’autonomia di 600-700 miglia) avrebbero attaccato la più vicina Porto Sudan. Non vi sarebbe stata copertura aerea; le navi, in precarie condizioni di efficienza, avrebbero dovuto trascorrere due giorni in acque nemiche, esposte ad attacchi aerei e navali nel Mar Rosso ormai pressoché controllato dalle forze aeronavali britanniche. Il rientro a Massaua (dove sarebbero egualmente andati perduti entro pochi giorni), quale che fosse stato l’esito, non era contemplato: sia che fossero riusciti nell’intento, sia che non avessero avuto la possibilità di proseguire, i cacciatorpediniere avrebbero dovuto raggiungere la costa araba (così che gli equipaggi si sarebbero potuti rifugiare in terra neutrale) per poi autoaffondarsi. In ogni caso, quindi, sarebbe stata una missione senza ritorno.
I comandi britannici, ritenendo possibile un tale attacco, avevano rinforzato le difese sia di Suez che di Port Sudan: in quest’ultima località erano stati dislocati gli esperti gruppi di volo della portaerei Eagle (che non si era potuta recare in Mar Rosso a causa delle mine posate da aerei tedeschi nel canale di Suez).
Per primi partirono, il 31 marzo, i tre cacciatorpediniere della V Squadriglia (quelli della III Squadriglia avrebbero preso il mare l’indomani, essendo il loro obiettivo più vicino), ma al largo delle Dahlak il Leone s’incagliò su una scogliera sommersa non segnalata e dovette autoaffondarsi per i danni subiti (era anche scoppiato un incendio a bordo), dopo di che Tigre e Pantera tornarono a Massaua. Per giunta la Luftwaffe, che avrebbe dovuto compiere un bombardamento diversivo su Suez, annullò la propria partecipazione all’operazione.
Il piano venne così cambiato: tutti e cinque i cacciatorpediniere rimanenti sarebbero stati lanciati contro Porto Sudan, dove avrebbero dovuto bombardare con le proprie artiglierie le installazioni portuali britanniche. Le navi avrebbero navigato alla massima velocità per compiere l’intero tragitto (265 miglia) di notte, in modo da evitare l’avvistamento. La nafta nei serbatoi – l’ultima rimasta ad Assab, appositamente trasportata a Massaua, per la missione, dalla nave cisterna Niobe – bastava solo per l’andata.
Nel primo pomeriggio del 2 aprile 1941 Sauro (al comando del capitano di corvetta Enrico Moretti degli Adimari), Battisti, Manin (caposquadriglia della III Squadriglia), Tigre e Pantera (caposquadriglia della V Squadriglia e capo formazione) salparono per l’ultima volta da Massaua. Per primi, alle 13, partirono Tigre e Pantera, mentre alle 14 presero il mare Sauro, Battisti e Manin. La navigazione di avvicinamento all’obiettivo si svolse sotto i peggiori auspici: a nord di Massaua le navi vennero avvistate da ricognitori britannici della Fleet Air Arm (appartenenti alla Eagle ma ora assegnati a basi terrestri), facendo sfumare l’effetto sorpresa e provocando, circa due ore dopo la partenza, un pur infruttuoso attacco aereo contro di esse; nella notte il Battisti, colto da un’avaria alle macchine, dovette lasciare la formazione per poi autoaffondarsi, nell’impossibilità di proseguire.
Nonostante tutto, per il resto del 2 aprile e la notte successiva la navigazione, svolta a tutta forza ed in due gruppi separati (Sauro-Manin e Tigre-Pantera), non venne disturbata da attacchi nemici (i cui ricognitori, però, sorvegliarono le navi italiane per tutta la durata del viaggio), e le quattro rimanenti unità percorsero senza problemi 235 delle 265 miglia che separavano Massaua da Porto Sudan.
Alle 6.30 del 3 aprile, ad una trentina di miglia da Port Sudan, i due gruppi si riunirono, ed i quattro cacciatorpediniere proseguirono insieme verso il loro obiettivo. Alle 6.55, però, quando ormai Port Sudan non distava che 19 miglia, sopraggiunsero le prime ondate di una formazione composta da decine aerosiluranti Fairey Swordfish degli Squadrons 813 e 824 della Fleet Air Arm (solitamente imbarcati sulla portaerei Eagle, ma in questa occasione decollati da basi terrestri di Port Sudan), equipaggiati con bombe e guidati dal capitano di corvetta Charles Lindsay Keighly-Peach (che ricevette per l’azione l’Order of British Empire), e da bombardieri Bristol Blenheim del 14th Squadron dell Royal Air Force, che attaccarono le navi con bombe da 110 e 224 kg. (Secondo fonti italiane, i Blenheim erano una settantina, gli Swordfish una dozzina; per fonte britannica vi era un imprecisato numero di Swordfish dell’813th e 824th Squadron FAA rinforzati da cinque Blenheim del 14th Squadron RAF).
Poco dopo le 7 vennero anche avvistati (dal Pantera) quelle che si ritennero essere tre navi da guerra nemiche, tra cui un incrociatore, ed il capo formazione (CV Gasparini sul Pantera) decise di rinunciare ad attaccare Port Sudan per ingaggiare invece combattimento contro queste (presunte) navi.
Sottoposti a pesante bombardamento, i quattro cacciatorpediniere italiani ruppero la formazione e continuarono nella navigazione, procedendo a zig zag e reagendo con il tiro delle proprie modeste mitragliere contraeree da 13,2 mm, ma ci fu poco da fare: verso le 7.30 Sauro e Manin, più piccoli e vulnerabili, divennero il bersaglio principale degli attacchi aerei, mentre Tigre e Pantera si allontanavano verso le coste arabe, dove si sarebbero infine autoaffondati. Sauro e Manin, pur danneggiati, proseguirono mentre gli attacchi aerei si facevano sempre più pesanti; vista la vicinanza alle basi britanniche, gli aerei, terminato ogni attacco, potevano tornare alla base, rifornirsi di carburante e di bombe e poi tornare all’attacco, mentre le navi italiane venivano colte da avarie alle proprie armi ed il munizionamento contraereo si andava via via esaurendo. Questo causò una riduzione dell’intensità del tiro contraereo: essendosene accorti, gli aerei britannici, che fino ad allora erano rimasti a quota elevata ed avevano perciò sganciato le proprie bombe con molta imprecisione (tanto che nessuna nave aveva ancora riportato danni seri), si abbassarono e si fecero più arditi, attaccando a quote più basse e con maggior precisione. Il Sauro si difese accanitamente per due ore e riuscì a respingere per tre volte, contromanovrando e rispondendo al fuoco con il proprio armamento, degli attacchi aerei diretti contro di esso, ma alla fine, alle nove del mattino (fonti britanniche, probabilmente per i diversi fusi orari, indicano le 6.15, altre ancora le 7.15), un aereo più abile degli altri – lo pilotava l’allievo ufficiale Eric Sergeant dell’813th Squadron, che sarebbe stato decorato con la Distinguished Service Cross per la sua azione – riuscì ad avvicinarsi sino a meno di 50 metri ed a sganciare una salva di cinque bombe ben centrata. Una bomba da 224 kg colpì in pieno il valoroso cacciatorpediniere, seguita da altre che colpirono a poppa, scatenando in breve un incendio: le fiamme raggiunsero la vicina riservetta di munizioni e questa esplose, poi l’acqua si riversò copiosamente attraverso lo squarcio aperto nello scafo dall’esplosione, ed in mezzo minuto il Sauro si rovesciò ed affondò con la bandiera a picco nel punto 20°00’ N e 30°00’ E (esattamente al centro del Mar Rosso, profondo in quel punto 2000 metri), ad appena una decina di miglia dal suo obiettivo di Port Sudan, portando con sé parte dei 173 uomini del suo equipaggio.
La maggior parte dell’equipaggio riuscì ad abbandonare la nave prima che questa s’inabissasse, ma gran parte dei naufraghi era ferita od indebolita dalla terribile calura del Mar Rosso (per giunta aggravata dal fatto che le caldaie avevano funzionato a pieno regime sin dal 2 aprile, alzando la già elevata temperatura in tutta la nave). Non pochi dei superstiti, aggrappati in acqua ai rottami, soccombettero nell’attesa dei soccorsi. Al tramonto giunse infine il piroscafo britannico Velho, che recuperò i naufraghi, divisi in due gruppi, per un totale di 95 sopravvissuti: il comandante Moretti degli Adimari, altri otto ufficiali, 12 sottufficiali, 73 tra sottocapi marinai ed un ascaro. Finirono in prigionia in Kenya o in India.
I morti del Sauro furono 78.


I loro nomi:

Giuseppe Albano, marinaio fuochista, disperso
Pasquale Allegretta, marinaio fuochista, disperso
Tullio Allaria, marinaio cannoniere, disperso
Catello Amitrano, sergente nocchiere, disperso
Gennaro Aufiero, marinaio, disperso
Rosario Averta, marinaio elettricista, disperso
Ruggero Bianchini, sottocapo silurista, disperso
Rocco Boccanfuso, marinaio, disperso
Bruno Bonassi, marinaio fuochista, disperso
Antonio Bonavita, marinaio cannoniere, disperso
Angelo Bonillo, marinaio cannoniere, disperso
Adriano Bonino, marinaio fuochista, disperso
Lorenzo Borrelli, capo meccanico di terza classe, disperso
Pietro Cassalia, sottocapo meccanico, disperso
Francesco Castellaccio, capo furiere di seconda classe, disperso
Armando Celotti, secondo capo silurista, disperso
Giovanni Battista Ciaccio, marinaio, disperso
Mose Colaianni, capo nocchiere di terza classe, disperso
Armando Colombo, guardiamarina, disperso
Luigi Cornolo, sottocapo cannoniere, disperso
Giuseppe Corigliano, marinaio, disperso
Antonio D’Amato, sergente furiere, disperso
Salvatore Darone, marinaio, disperso
Giobatta Della Casa, sottocapo elettricista, disperso
Pasquale Di Mauro, marinaio cannoniere, disperso
Ottorino Fasan, marinaio fuochista, disperso
Enrico Favaretto, marinaio fuochista, disperso
Cesare Fazzi, sottocapo elettricista, disperso
Alfredo Fichera, secondo capo meccanico, disperso
Arnaldo Fontana, capo meccanico di prima classe, disperso
Giuseppe Foti, marinaio, disperso
Tommaso Genisio, marinaio cannoniere, disperso
Giuseppe Graziano, marinaio cannoniere, disperso
Francesco Grella, sottocapo cannoniere, disperso
Evaristo Hertmayer, sottocapo cannoniere, deceduto in prigionia nel Regno Unito il 24.4.1946
Carmelo Lago, marinaio fuochista, disperso
Anselmo Lentati, marinaio fuochista, disperso
Salvatore Leo, marinaio fuochista, disperso
Guerrino Lupi, sottocapo silurista, disperso
Marco Magale, marinaio cannoniere, disperso
Giuseppe Malinverni, marinaio silurista, disperso
Raffaele Mazzucca, sergente meccanico, disperso
Vittorino Merazzi, marinaio, disperso
Francesco Migliazza, sottocapo cannoniere, disperso
Giovanni Minichino, marinaio fuochista, disperso
Antonio Mitrani, capo silurista di seconda classe, disperso
Aldo Montenovesi, secondo capo elettricista, disperso
Sebastiano Montoneri, marinaio, disperso
Romeo Monzani, sottocapo fuochista, disperso
Giovanni Morabito, marinaio fuochista, disperso
Carlo Abbate, marinaio, disperso
Pasquale Nastasi, marinaio fuochista, disperso
Antonio Nieddu, sergente meccanico, disperso
Giacomo Perrone, sottocapo cannoniere, disperso
Luigi Pianezzola, sottocapo cannoniere, disperso
Lotario Previati, sottocapo cannoniere, disperso
Mario Recalcati, marinaio fuochista, disperso
Giovanni Romele, marinaio fuochista, disperso
Attilio Sager, sottocapo meccanico, disperso
Bruno Salvagno, marinaio, disperso
Salvatore Sanna, sottocapo cannoniere, disperso
Bruno Sogno, marinaio elettricista, disperso
Federico Spazzapan, marinaio fuochista, disperso
Giuseppe Speronello, marinaio fuochista, disperso
Giuseppe Spina, marinaio cannoniere, deceduto in prigionia in Australia il 9.1.1946
Attilio Spinelli, marinaio elettricista, disperso
Pasquale Tamma, marinaio cannoniere, disperso
Pietro Teatini, marinaio, disperso
Giuseppe Terrana, marinaio, disperso
Ubaldo Traverso, capo cannoniere di terza classe, disperso
Giovanni Trevisan, sottocapo elettricista, disperso
Sigfrido Tronati, sottocapo meccanico, deceduto
Ferdinando Vanali, marinaio fuochista, disperso
Gino Venuti, marinaio fuochista, disperso
Salvatore Viscomi, marinaio, disperso
Tommaso Vitulli, marinaio, disperso
Bruno Zabeo, sottocapo silurista, disperso
Rodolfo Zambrini, sottocapo cannoniere, disperso


Un’altra immagine del Nazario Sauro (da www.wrecksite.eu)  

Fine di un sogno, di Vincenzo Meleca
The attack on Taranto: blueprint for Pearl Harbor

5 commenti:

  1. Azione in M.Rosso del 21.10.40-Med. d'argento al C.C. Enrico Moretti degli Adimari.
    motivazione in stralcio:"...........attaccando decisamente con siluro un incrociatore che rimaneva colpito. Successivamente lanciava con esito positivo contro il centro del convoglio causando all'avversario sensibili perdite.........".
    Azione del 3.2.41- Med. d'argento. Motivazione "...........sulla rotta di un grosso convoglio, lo avvistava e lo attaccava con ardimento e decisione lanciando in due successive azioni tutti i siluri con probabile esito positivo..........".
    Affondamento del 3.4.41.-Med. di Bronzo- motivazione: "..................sottoposto a incessanti attacchi aerei che causavano la perdità dell'unità. naufrago dava ogni propria energia per salvare i superstiti,dimostrando nella difficile circostanza elevate qualità di energia e coraggio."-
    Tanto dovevo in onore di mio padre. gen.B.(ris.) Adimaro Moretti degli Adimari

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    1. La ringrazio per aver aggiunto questo ulteriore pezzo di storia.

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  2. Hello. Where can I find detailed information on the history of the creation and characteristics of the destroyers of the class "Sauro"?

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    1. Hello, I am presently away, I will answer next week.

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    2. ...here I am. I think the most detailed information would probably be in the USMM book "I cacciatorpediniere italiani" (authors Giuseppe Fioravanzo, Paolo Pollina and Franco Gnifetti), in Italian.
      A couple of Internet links in English with some information are here:
      http://www.navypedia.org/ships/italy/it_dd_sauro.htm
      http://italiandestroyers.com/sauro.html

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