lunedì 7 luglio 2014

Naiade


Il varo del Naiade (g.c. Giorgio Parodi via www.naviearmatori.net)


Sommergibile di piccola crociera della classe Sirena (681 tonnellate di dislocamento in superficie e 842 in immersione). Compì in guerra 4 missioni offensive od esplorative e 4 di trasferimento, percorrendo in tutto 4508 miglia in superficie e 818 in immersione.

Breve e parziale cronologia.

9 maggio 1931
Impostazione nei Cantieri Riuniti dell’Adriatico di Monfalcone.
27 marzo 1933
Varo nei Cantieri Riuniti dell’Adriatico di Monfalcone. Subito posto a disposizione del Comando Marina di Pola, restando però a Monfalcone per l’allestimento ed i collaudi.
16 novembre 1933
Entrata in servizio. 


Il battello (a destra) in allestimento nei cantieri di Monfalcone (da “Gli squali dell’Adriatico” di Alessandro Turrini, Vittorelli Edizioni, 1999, via www.betasom.it)


1934
Dislocato a Brindisi in seno alla X Squadriglia Sommergibili (alle dipendenze del Comando Divisione Sommergibili), che forma insieme ai gemelli Sirena, Nereide, Ondina, Anfitrite e Galatea.
Compie una lunga crociera addestrativa nel Mediterraneo occidentale, facendo scalo ad Almeria e nelle Baleari.
1935-1936
Effettua crociere addestrative lungo le coste italiane.


Il Naiade a Taranto negli anni ’30 (g.c. Marcello Risolo via www.naviearmatori.net)


Novembre 1936-Settembre 1937
Dopo la rimozione di tutti i segni che potrebbero renderlo riconoscibile (a partire dal nome e dalle lettere identificative), il Naiade prende clandestinamente parte alla guerra civile spagnola (è uno dei primi dei numerosi sommergibili italiani a farlo), effettuando tre missioni di 8,9 e 6 giorni nelle acque della Spagna ed in Egeo, senza avvistare alcuna nave sospetta.
8 novembre 1936
Lascia Trapani al comando del CC Alfredo Criscuolo, accompagnato dallo spagnolo CC Arturo Génova Torruella (è comandante in seconda del Naiade Gino Birindelli, futura Medaglia d’oro al Valor Militare), per raggiungere una zona d’agguato al largo di Barcellona: è la prima delle sue tre missioni nella guerra di Spagna, l’obiettivo è di bloccare il porto di Malaga insieme ai sommergibili Topazio, Antonio Sciesa e Torricelli e di impedire l’arrivo di navi sovietiche con rifornimenti per le truppe repubblicane. Si tratta del primo gruppo di sommergibili italiani inviati a partecipare alla guerra di Spagna.
16 novembre 1936
Torna alla base a seguito di un’avaria.
Nel periodo della guerra di Spagna i marinai del Naiade, quando si trovano in porti spagnoli, devono andare in libera uscita solo se armati, essendo divenute le città particolarmente pericolose.
Agosto-settembre 1937
Opera in Mar Egeo in azioni connesse alla guerra civile spagnola (intercettazione ed attacco a naviglio repubblicano).
1937
Dislocato a Lero, opera nel Dodecaneso ma fa scalo anche a Derna e Tobruk.
1938
Dislocato a Brindisi, assegnato alla XLII Squadriglia Sommergibili.
1940
Dislocato a Tobruk.
10 giugno 1940
All’entrata in guerra dell’Italia il Naiade (TV Luigi Baroni) è di base a Tobruk, in seno alla LXI Squadriglia Sommergibili (VI Gruppo Sommergibili), che forma insieme a Sirena, Argonauta, Fisalia e Smeraldo. Prende il mare per la sua prima missione d’agguato al largo di Sollum, dove forma uno sbarramento cui, in base agli ordini di Maricosom (il comando della flotta subacquea), partecipano anche i sommergibili Diamante, Topazio e Lafolè. La posizione del Naiade in tale sbarramento è 40 miglia a nordovest di Alessandria d’Egitto.


Il Naiade (da www.marinaiditalia.com)


12 giugno 1940
Nel pomeriggio, al largo di Alessandria, il Naiade (al comando del TV Luigi Baroni) attacca con il proprio cannone un convoglio di pontoni a rimorchio, scortati da una cannoniera. Infiltrazioni d’acqua hanno però reso il munizionamento delle riservette esterne difettoso, così che, quando la cannoniera di scorta attacca il Naiade con le mitragliere, questi deve immergersi e ritirarsi.
Rapidamente allontanatosi e posizionatosi in agguato non lontano, potrà rifarsi poche ore più tardi: intorno alle 22 dello stesso giorno il Naiade avvista la motonave cisterna norvegese Orkanger da 8029 tsl (già danneggiata, quel mattino, dal sommergibile Nereide), in navigazione da Porto Said (da dov’è partita il 7 giugno) a Malta carica di carburante per la Royal Navy ed apparentemente isolata (in realtà vi sono alcune navi scorta, che il Naiade non ha visto), e l’attacca con il lancio di tre siluri, uno dopo l’altro. Uno, difettoso (corsa irregolare), manca la petroliera, mentre il secondo, alle 22.55 (21.57 per altra fonte, evidentemente secondo un altro fuso orario), colpisce la nave sul lato sinistro, tra le cisterne numero 6 e 7 (la posizione approssimata dell’attacco viene indicata, dalle fonti britanniche, in 31°43’ N e 28°53’ E), che vengono squarciate provocando la copiosa fuoriuscita (ma non l’incendio) del carburante. L’Orkanger, sbandata, immobilizzata e priva di luce, viene abbandonata da quasi tutto l’equipaggio su tre imbarcazioni: a bordo rimangono solo il comandante, tre ufficiali, il direttore di macchina ed un ufficiale britannico, che lanciano l’SOS e, controllati i danni, concludono che la nave può essere salvata. Alle 23.05, però, il Naiade colpisce la petroliera con il terzo siluro, che va a segno a poppa, in sala macchine, distruggendo una scialuppa (rimasta sottobordo alla nave per prendere a bordo gli uomini rimasti) e provocando l’affondamento dell’Orkanger, che s’inabissa lentamente di poppa per poi scomparire verso le 23.30 nel punto 31°42’ N e 28°50’ E, 73 miglia a nordovest di Alessandria: si tratta della prima nave mercantile affondata da unità navali italiane nella seconda guerra mondiale. Le vittime tra il suo equipaggio sono quattro, i 41 superstiti (uno dei quali morirà per le ferite) verranno raccolti tre ore più tardi dal piroscafo spagnolo Tom e portati ad Alessandria. Il Naiade, sottoposto ad intensa e sistematica ricerca, si allontana in immersione sotto caccia con bombe di profondità; le diverse scariche di bombe gettate contro di esso non causano comunque alcun danno.
Il successo verrà citato nel bollettino di guerra numero 1, con il generico annuncio «Nel Mediterraneo nostri sommergibili hanno silurato un incrociatore ed una petroliera di 10.000 tonnellate» (l’incrociatore era l’HMS Calypso, affondato dal Bagnolini).
15 giugno 1940
Arriva a Tobruk.
10-16 agosto 1940
Effettua un pattugliamento nelle acque di Creta, insieme all’anziano sommergibile oceanico Balilla, ma non avvista nulla di particolare.


Il sommergibile poco prima del varo (da it.wikipedia.org)


L’affondamento

Nel dicembre 1940 il Naiade, al comando del tenente di vascello Pietro Notarbartolo, fu inviato in agguato al largo di Alessandria insieme ai sommergibili Narvalo e Neghelli, ricevendo successivamente l’ordine di pattugliare le 45 miglia di fascia costiera attorno a Sidi el Barrani ed attaccare le unità nemiche che vi avesse trovato.
Il 14 dicembre, in agguato nelle acque di Sidi el Barrani, il Naiade notò intensa attività navale nemica, ed in serata sentì all’idrofono rumori di turbine di due unità navali: erano i cacciatorpediniere britannici Hyperion ed Hereward (per altra fonte il battello avvistò una formazione di cacciatorpediniere britannici), che erano usciti in mare insieme ad altri due cacciatorpediniere, il Diamond ed il Mohawk, per scortare l’incrociatore antiaerei Coventry in un pattugliamento al largo della costa libica, a supporto delle operazioni terrestri delle forze britanniche (l’offensiva denominata operazione «Compass»). La notte precedente il Coventry era stato silurato da un altro sommergibile italiano, il Neghelli, e le unità della scorta stavano ora cercando il sommergibile attaccante. Verso le 19.40 il battello italiano si portò a quota periscopica e manovrò per attaccare i due cacciatorpediniere, che tuttavia lo avevano già localizzato con l’ASDIC e lo bombardarono, pesantemente ed accuratamente, con cariche di profondità: queste esplosero sotto lo scafo del Naiade, e le concussioni provocate dagli scoppi ne investirono in pieno lo scafo, arrecando gravi danni alle strumentazioni vitali, rompendo i manometri e causando anche una vittima: il marinaio Gaetano Francoforte.
Il Naiade andò sprofondando sempre più in basso, assumendo un forte appruamento: scese fino a 137 metri di profondità (57 in più della quota di collaudo), la pressione iniziò a far saltare i raccordi delle prese a mare. Divenne presto chiaro che il battello non poteva più restare immerso: il comandante Notarbartolo si consultò con il direttore di macchina, poi, per evitare la distruzione del sommergibile e la morte di tutto l’equipaggio, il comandante ordinò “aria per tutto” per emergere e tentare di ingaggiare un duello in superficie con il cannone. Prima lentamente, poi sempre più rapidamente, il sommergibile arrestò la corsa verso gli abissi ed iniziò a risalire. Alle 20.30 il Naiade emerse, subito accolto da tiro di cannoni e mitragliere delle navi nemiche, e gli uomini uscirono in coperta attraverso la torretta, ma si trovò che il cannone era stato posto fuori uso dagli scoppi delle bombe di profondità. Non rimase che avviare le procedure per l’autoaffondamento ed abbandonare l’unità: aperti gli sfoghi d’aria (a farlo fu il comandante Notarbartolo, che salì poi in coperta per aiutare i suoi uomini), il Naiade affondò lentamente di poppa nel punto 32°03’ N e 25°26’ N, venti miglia a nordest di Bardia, mentre i naufraghi si dirigevano verso le lance frattanto messe a mare dall’Hyperion e dall’Hereward, che avevano cessato il fuoco senza aver provocato, per fortuna, alcuna vittima. I marinai britannici sulle scialuppe, temendo che i naufraghi che vi si aggrappavano le potessero capovolgere, li colpirono sulle mani coi remi ed i calci delle pistole. Qualcuno, come il capo radiotelegrafista di seconda classe Giovanni Errico, preferì nuotare direttamente verso i due cacciatorpediniere invece che rischiare di essere respinto e colpito.
Nonostante tutto, Hyperion ed Hereward trassero in salvo 5 ufficiali e 42 tra sottufficiali e marinai, su un totale di 48 uomini che componevano l’equipaggio del sommergibile. I cacciatorpediniere giunsero ad Alessandria d’Egitto il 15 dicembre.
L’equipaggio del Naiade trascorse i suoi primo otto mesi di prigionia in Egitto, poi furono tutti trasferiti in Sudafrica, in un campo di prigionia della provincia di Johannesburg, circondato per cento miglia dalla foresta che precludeva ogni possibilità di fuga. Il capo radiotelegrafista Giovanni Errico divenne capo campo, intermediario tra il personale britannico ed i prigionieri italiani (cui fu assegnato un lavoro in base alle proprie competenze e capacità), e riuscì anche a costruire una radio clandestina con la quale ascoltare, nottetempo, le trasmissioni radio dall’Italia.
Alcuni dei membri dell’equipaggio, tra cui il ventiduenne Leonardo De Toma, furono trasferiti in un campo dell’Inghilterra, da dove poterono rimpatriare nel luglio del 1944.
Mentre i giornali alleati diedero la notizia dell’affondamento del sommergibile nemico (aggiungendo che era stato affondato mentre tentava di interferire con il bombardamento navale di Bardia e le altre operazioni britanniche a supporto delle proprie truppe in avanzata in Libia e di evacuazione della massa di prigionieri catturati nell’operazione «Compass»), in Italia, dove niente si era saputo della fine del Naiade se non che, partito per la sua missione, non aveva più dato sue notizie, gli uomini dell’equipaggio furono dapprima considerati dispersi e, trascorso un anno, caduti in azione: alle mogli venne assegnata la pensione di vedove di guerra. Solo nel 1943, per tramite della Croce Rossa Internazionale, le famiglie dei “dispersi” poterono apprendere che i loro cari erano vivi, sebbene prigionieri. Tutte tranne una, la famiglia di Gaetano Francoforte, per cui la buona notizia non sarebbe mai arrivata.
Solo nell’inverno del 1946 gli ultimi uomini del Naiade avrebbero fatto finalmente ritorno a casa. Giovanni Errico, che partendo per la guerra aveva lasciato la moglie incinta, vi avrebbe trovato un figlio in più.


Il Naiade con l’equipaggio schierato in coperta (da www.grupsom.com)


Così ricordò l’affondamento il radiotelegrafista Artemio Mancini (si ringraziano Gaetano Gallinaro e l’ANMI):

“Colpiti in pieno, fracassati, al buio più angoscioso spalancammo gli occhi dinanzi al destino più orrendo, che ormai si era impadronito delle nostre anime, inesorabile, sembrava stenderci le sue branche. Alla luce di un accumulatore guardammo i manometri di profondità; erano spezzati dalla tremenda esplosione! Ma la voce del comandante era ancora ferma, incisiva e ciò ci rianimò: cinquanta marinai sommergibilisti non si impressionano mai, ma quello era troppo. Il nostro sommergibile colpito a pieno da cinque bombe di profondità filava veloce verso l’abisso.
Non ci restava altro da tentare e questo lo compresi anche io che, con una mano sul cuore, mormorai: “mamma mia!”... e un nodo mi salì alla gola. La voce irata del comandante ci riscosse, quando un tremendo sbandamento di prua ci volle far perdere l’ultima speranza: “aria in pieno da tutte le parti!”. La voce velata di pianto e d’ira corse di locale in locale e si perse con una risonanza macabra. Il sommergibile si impennò, volammo a pallone, e tutto d’un tratto dallo sbandamento ci accorgemmo di essere in superficie.
Uno ad uno sfilammo dalla torretta e quando fummo sulla plancia ci accolse un rabbioso miagolio di una mitragliatrice e le salve dei cannoni dei cacciatorpediniere che ci circondavano. Il comandante comprese che il suo compito era di aiutare la gente in mare e dopo aver aperto gli sfoghi d’aria venne sopra e cominciò la sua opera di salvataggio.
Il sommergibile, lento, lento si inabissava e noi in mare cercammo rifugio presso due scialuppe calate in mare dai caccia. Quella che ci si presentò agli occhi allora fu una scena tremenda. Quei marinai da bordo delle scialuppe davano remate e colpi col calcio delle rivoltelle ai malcapitati che si erano accostati; preferisco chiudere questo argomento perché tuttora, a ripensarci, il cuore mi sussulta ed un fremito mi attanaglia la gola. Per essere più agile nei movimenti, mi spogliai di tutto e mi restò indosso solo il maglione azzurro.
Poco dopo il sommergibile, come a darci l’ultimo saluto, emerse a fuso di poppa e poi si inabissò per sempre.”





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