martedì 9 settembre 2014

Lince

La Lince in una foto del 1939 (g.c. STORIA militare)

Torpediniera della serie Alcione della classe Spica (dislocamento di 670 tonnellate standard, 975 in carico normale, 1050 a pieno carico). Durante la guerra effettuò 77 missioni di scorta convogli ed altre 18 missioni di vario tipo, offensive ed esplorative.

Breve e parziale cronologia.

7 dicembre 1936
Impostazione presso i Cantieri del Quarnaro di Fiume.
15 gennaio 1938
Varo presso i Cantieri del Quarnaro di Fiume.
1° aprile 1938
Entrata in servizio. Viene assegnata alla Divisione Scuola Comando, di base ad Augusta.
5 aprile 1938
Appena ultimata, partecipa alla rivista navale «H» organizzata nel Golfo di Napoli in occasione della visita in Italia di Adolf Hitler.
Successivamente viene dislocata in Sicilia, ad Augusta, e poi in Mar Egeo, a Rodi e Portolago (Lero).
6-7 aprile 1939
La Lince (CC Giorgio Giobbe) partecipa alle operazioni di occupazione dell’Albania, assegnata al II Gruppo Navale, quello principale, incaricato dello sbarco a Durazzo: oltre alla Lince, lo compongono le gemelle Lupo, Libra e Lira, gli incrociatori pesanti Zara, Pola, Fiume e Gorizia, i cacciatorpediniere Vittorio Alfieri, Alfredo Oriani, Vincenzo Gioberti e Giosuè Carducci, la nave appoggio idrovolanti Giuseppe Miraglia – carica di carri armati –, la nave officina Quarnaro, le cisterne militari Tirso ed Adige ed i mercantili requisiti Adriatico, Argentario, Barletta, Palatino, Toscana e Valsavoia. Il II Gruppo (ammiraglio di divisione Sportello; truppe da sbarco al comando del generale Guzzoni) deve sbarcare il grosso delle forze, incaricate di conquistare Tirana. Le navi da guerra giungono a Durazzo già nel pomeriggio del 6 aprile (e la Lupo, prima di ricongiungersi alle altre unità, raggiunge il molo per recuperare il personale militare e diplomatico italiano), mentre quelle mercantili ed ausiliarie (ossia le navi con le truppe ed i materiali da sbarcare) solo alle 4.50 del 7, con mezz’ora di ritardo a causa della nebbia incontrata. Alle 5.25 ha inizio lo sbarco, che procede pur con qualche inconveniente (ordini di precedenza non rispettati per il ritardo di alcuni trasporti, impossibilità per alcuni di essi di entrare in porto a causa dell’eccessivo pescaggio).
La Lince si distingue nelle operazioni (durante le quali cannoneggia con le proprie artiglierie le posizioni albanesi, per coprire lo sbarco), al comando del CC Giorgio Giobbe.

La nave nel maggio del 1939 (N.H.H.C., via Giorgio Parodi e www.naviearmatori.net)
Gennaio 1940
Trasferita in Mar Egeo ed assegnata all’VIII Squadriglia Torpediniere (con Lupo, Libra e Lira), dipendente dal Comando Marina di Lero.
10 giugno 1940
All’entrata dell’Italia nella seconda guerra mondiale la Lince (CC Giorgio Giobbe) forma, insieme alle gemelle Lupo, Libra e Lira, la VIII Squadriglia Torpediniere, avente base a Rodi, alle dipendenze del Comando Navale Mar Egeo. La nave opererà nel Dodecaneso e successivamente, dall’ottobre 1940, parteciperà ad azioni offensive alla campagna contro la Grecia.
6 giugno-10 luglio 1940
La Lince, insieme a Libra e Lira, ai cacciatorpediniere Francesco Crispi e Quintino Sella ed al posamine ausiliario Lero, partecipa alla posa dei campi minati difensivi del Dodecaneso. In tutto, la Lince partecipa alla posa di dodici sbarramenti antinave (30 mine Elia ciascuno, 360 in tutto) ed uno antisommergibile (da 65 mine tipo Elia) nelle acque di Lero, e di sei sbarramenti antinave (25 mine Elia ciascuno, 150 in tutto) e due antisommergibile (uno da 25 ed uno da 50, tutte tipo Elia) nelle acque di Rodi.
2 ottobre 1940
Secondo fonti italiane, in questa data la Lince avrebbe intercettato un piroscafo greco (neutrale), sospettato di contrabbandare merci a favore degli Alleati, trovandolo danneggiato ed abbandonato dall’equipaggio. La Lince avrebbe poi affondato la nave greca. Non sembrano esservi ulteriori informazioni sull’identità di questa nave, né sul preciso luogo del presunto affondamento; ed in realtà risulterebbe che la Lince, durante il periodo in cui sarebbe avvenuto questo fumoso episodio, fosse ormeggiata a Portolago (Lero), dove rimase dal 21 settembre al 5 ottobre 1940 senza mai muoversi da lì. Probabilmente la data dell’episodio riportato è errata.
23 novembre 1940
Lince, Lupo, Libra e Lira bombardano al tramonto il porto dell’isola di Samo, in mano alle truppe greche, dove si trovano i posamine-cannoniere elleniche Paralos e Pleias ed una decina di motovelieri greci. Le torpediniere italiane ritengono di aver colpito Paralos e Pleias e (erroneamente) di aver anche affondato una piccola motosilurante. Il bombardamento di Samo da parte dell’VIII Squadriglia rientra in una serie di attacchi lanciati contro Samo nell’intento di scoraggiare altre azioni offensive da parte greca, dopo che un drappello ellenico, il 18 novembre, ha attaccato il piccolo presidio italiano dell’isolotto di Gaidaro, uccidendo un uomo e catturandone quattro. Effettivamente, dopo questi attacchi “deterrenti” non vi saranno altre sortite greche contro le isole in mano italiana.
1941
Lavori di modifica dell’armamento: le mitragliere da 13,2 mm, di scarsa efficienza, vengono rimpiazzate con otto moderne mitragliere da 20/65 mm.
25-28 febbraio 1941
Il 25 febbraio Lince, Lupo ed i cacciatorpediniere Francesco Crispi e Quintino Sella imbarcano a Rodi 240 militari, che devono riconquistare l’isola di Castelrosso, occupata poche ore prima da 200 commandos britannici nell’operazione denominata «Abstention». Nella notte tra il 25 ed il 26 Lince e Lupo vengono avvistate dal cacciatorpediniere britannico Hereward, ma quest’ultimo decide di riunirsi al sezionario Decoy prima di passare all’attacco e perde così l’occasione, perdendo, e non riuscendo più a rintracciare, il contatto con le navi italiane.
Poco dopo la mezzanotte del 25 la Lupo si ormeggia nel porto di Castelrosso (od a nord del porto) ed inizia a sbarcare le truppe, opera che deve però presto interrompere per via del rapido deterioramento dello stato del tempo e del mare. (Per altra fonte, le torpediniere sbarcano solo un drappello di ricognizione, che spara intensamente sul paese di Castelrosso, in mano britannica, per poi reimbarcarsi sulle navi, che si ritirano senza che l’Hereward, inviato ad intercettarle su segnalazione dei commandos, riesca a trovarle).
Lince e Lupo tornano a Castelrosso il mattino del 27 febbraio, insieme ai MAS 541 e 546 (e raggiunte in un secondo tempo anche da Crispi e Sella con rinforzi): all’alba (od alle 10.30) del 27 le due torpediniere iniziano a sbarcare le truppe a nord del porto ed al contempo cannoneggiano le posizioni nemiche, soprattutto il porto ed il palazzo del governatore (i commandos si sono arroccati a Punta Nifti), con i propri pezzi da 100 mm, causando 3 morti e 7 feriti tra i commandos. La flottiglia italiana, appoggiata anche dalla Regia Aeronautica, è comandata personalmente dall’ammiraglio Luigi Bianchieri, comandante delle forze navali del Dodecaneso; in tutto vengono sbarcati 250 soldati ed 88 marinai al comando del tenente colonnello Fanizza, compresi i rinforzi giunti con Crispi e Sella. Il cacciatorpediniere HMS Hereward, informato dai commandos dello sbarco in corso, aspetta, prima d’intervenire, l’arrivo del Decoy, distante in quel momento circa 40 miglia dalla costa; le due unità si mettono poi alla ricerca delle navi italiane, ma non riescono a trovarle. Dopo lo sbarco ed il bombardamento la Lince, insieme a Crispi e Lupo, si mette a pattugliare le acque a sud dell’isola (il Sella ad ovest); niente accade, se non, alle 2.53, un’infruttuosa scaramuccia tra il Crispi (che lancia tre siluri) ed il cacciatorpediniere britannico Jaguar, che fa accorrere sul posto, alle 3.13, la Lince ed il MAS 546, il quale lancia infruttuosamente due siluri. Lo scontro tra siluranti italiane e britanniche, che reagiscono con cannone e siluro, cessa alle 3.30 senza risultati. Entro il 28 febbraio, Castelrosso viene riconquistata dalle forze italiane, che catturano una quarantina di prigionieri.
Marzo 1941
Il capitano di corvetta Giobbe (che ha ricevuto la Medaglia d’Argento al Valor Militare per il suo operato sulla Lince in Egeo) lascia il comando della nave.
29-30 aprile 1941
Durante la notte la Lince, al pari della Libra e del cacciatorpediniere Francesco Crispi, lascia Lero e viene inviata ad attaccare il convoglio britannico «GA 15» (mercantili Delane, Thurland Castle, Comliebank, Corinthia, Itria, Ionia e Brambleleaf, scortati dall’incrociatore antiaereo Coventry, dai cacciatorpediniere Kandahar, Kingston, Decoy e Defender, dallo sloop Auckland e dalla corvetta Hyacinth, con l’appoggio della Forza B costituita dagli incrociatori leggeri Orion, Ajax, Perth e Phoebe e dai cacciatorpediniere Nubian, Hasty ed Hereward), partito da Suda alle 11 del 29 aprile e diretto ad Alessandria con 6232 militari e 4699 tra infermiere, prigionieri e personale consolare evacuato da Creta. Tra le 23.15 del 29 e le tre di notte del 30 Lince, Libra e Crispi effettuano diversi attacchi siluranti contro il convoglio, nel Canale di Caso. La Lince ritiene di aver colpito con due siluri un grosso cacciatorpediniere, ma è un apprezzamento erroneo. Nubian, Hasty ed Hereward reagiscono aprendo un intenso fuoco, che mantiene a distanza le unità italiane, finché alle tre queste ultime cessano l’ingaggio e si allontanano. Nessuna unità, da ambo le parti, è stata danneggiata.
22 maggio 1941
Su richiesta del comando tedesco, la Lince parte dal Pireo alle cinque del mattino insieme alla Libra, all’anziana torpediniera Monzambano ed ai cacciatorpediniere Crispi e Sella trasportando truppe tedesche (alcuni battaglioni di Gebirgsjäger) dirette a Suda, a rinforzo dei reparti che vi stanno già sostenendo duri combattimenti nell’ambito dell’operazione «Merkur» per la conquista dell’isola (dopo che altri due convogli di caicchi diretti a Creta, carichi di truppe tedesche e scortati dalle torpediniere Lupo e Sagittario, sono stati semidistrutto il primo e costretto al rientro il secondo da attacchi britannici). La situazione a Candia, per le forze tedesche, è critica, ed è stato richiesto che le cinque navi sbarchino le truppe in aperta spiaggia, a Maleme. Alle 8.15, però, l’avvistamento, da parte della ricognizione aerea, di una superiore formazione navale britannica composta da quattro incrociatori leggeri (Naiad, Perth, Carlisle e Calcutta) e tre cacciatorpediniere (Nubian, Kandahar e Kingston), le stesse navi nelle quali si era imbattuto il convoglio della Sagittario (che grazie alla reazione della torpediniera si era posto in salvo al completo, ricevendo però ordine di rientro), costringe tuttavia ad ordinare alle cinque navi di tornare in porto. Durante la navigazione di rientro, alle 8.45, le unità vengono anche accidentalmente attaccate da bombardieri in picchiata Junkers Ju. 87 “Stuka” della Luftwaffe (il Sella viene anche mitragliato, con morti e feriti).
28 maggio 1941
Lince, Libra, Lira e Crispi vengono assegnate, insieme a sei MAS, alla scorta del convoglio incaricato di trasportare a Creta il corpo di spedizione italiano (2450 uomini della Divisione «Regina», 13 carri armati, 350 muli, 2 automobili, 2 autocarri, equipaggiamenti, artiglierie, viveri e munizioni per cinque giorni) inviato sull’isola in un nuovo tentativo di mandare rinforzi alle truppe tedesche.
L’eterogeneo ed improvvisato convoglio, salpato da Rodi alle 17 del 27 maggio al comando del CV Aldo Cocchia, è formato dai piroscafetti costieri o lagunari Giorgio Orsini, Giampaolo e Tarquinia, dai rimorchiatori Aguglia ed Impero, dal piroscafo fluviale Porto di Roma trasformato in nave da sbarco carri armati, dalle piccole motonavi frigorifere Assab ed Addis Abeba, dai motopescherecci Sant’Antonio, San Giorgio, Plutone e Navigatore, dalla piccola nave cisterna Nera e dai cisternini portuali CG 89 e CG 167. La Lince, le gemelle ed il Crispi raggiungono il convoglio all’alba del 28, al largo di Saria (Scarpanto).
Il convoglio procede con grande lentezza, a soli 7-7,5 nodi di velocità media, e per omogeneizzare ed aumentare la velocità le unità più lente vengono prese a rimorchio da quelle più veloci: nel primo pomeriggio del 28, perciò, la Lince riceve l’ordine di prendere a rimorchio la nave più lenta del convoglio, onde ottenere un pur minimo incremento della bassissima velocità (si intende portarla ad otto nodi, per raggiungere Creta prima di incappare in una forza britannica di tre incrociatori e sei cacciatorpediniere – segnalata alle 13.10 dalla ricognizione aerea, diretta a tutta forza verso il Canale di Caso – che entro le 17 potrebbe raggiungere la formazione italiana davanti a Sitia). Per accorciare la rotta, essendo il convoglio in ritardo, il CV Cocchia decide di tagliare rispetto a quella prevista, facendo rotta diretta da Saria a Sitia.
Alle 15.45 dello stesso 28, quando il convoglio è giunto in vista della baia di Sitia (Creta), luogo prescelto per lo sbarco, che sta per iniziare, Lince, Libra e Lira vengono richiamate per ordine superiore per essere destinate ad un nuovo incarico. Lo sbarco avviene comunque senza incidenti.
17 giugno 1941
Scorta dal Pireo a Rodi il piroscafo Vesta e la pirocisterna Alberto Fassio.
27 giugno 1941
La Lince imbarca a Rodi il CV Aldo Cocchia (nonché l’ammiraglio Bianchieri, che presenzierà alla cerimonia) e lo porta a Lero, dove questi è appena stato nominato comandante militare dell’isola.
20 luglio 1941
Salpa alle cinque dal Pireo insieme alla Libra, all’incrociatore ausiliario Brioni ed ai MAS 535 e 539 per scortare a Sira le motonavi Città di Agrigento e Città di Trapani (convoglio «Cuneo»).
Alle 9.38, nel punto 37°31’ N e 24°26’ E (a circa 1,7 miglia per 360° da Capo Kephalos), il convoglio, passato il Canale di Thermia (con la scorta anche di due aerei), viene avvistato dal sommergibile britannico Tetrarch (capitano di corvetta G. H. Greenway), che si prepara ad attaccare. Il battello deve rinunciare a lanciare un primo siluro (contro il mercantile di sinistra) a causa dell’improvviso cambio di rotta del Brioni, che dirige verso di esso e passa sopra la sua poppa (senza però attaccare), poi lancia un siluro contro l’altro mercantile, da 3660 metri, ma manca il bersaglio. Dalle 10.15 alle 10.46 la scorta contrattacca con 16 cariche di profondità, ma nessuna di esse esplode vicino al Tetrarch, che non riporta danni.
13-14 dicembre 1941
Nella notte tra il 13 ed il 14 la Lince e la gemella Aretusa vengono mandate a rinforzare la scorta (cacciatorpediniere Ugolino Vivaldi, Antonio Da Noli, Aviere, Geniere, Carabiniere e Camicia Nera) della corazzata Vittorio Veneto, che, silurata da un sommergibile britannico durante l’operazione di rifornimento «M 41», sta rientrando a Taranto danneggiata.
12 febbraio 1942
La Lince ed il rimorchiatore Atlante lasciano Taranto per dare assistenza alla pirocisterna Lucania, che, pur munita di contrassegni che la tutelavano quale unità adibita al rifornimento delle navi incaricate del rimpatrio dei profughi italiani dall’Africa Orientale (come da accordi italo-britannici), è stata silurata ed incendiata dal sommergibile britannico Una. Non risulta però possibile salvare la Lucania, dunque questa viene abbandonata dall’equipaggio alle 23: Lince ed Atlante possono solo trarne in salvo l’equipaggio (non ci sono vittime), poi la nave affonda alle 23.15, nel punto 39°20’ N e 17°25’ E. A questo punto, la Lince riceve l’ordine di unirsi alla gemella Circe, anch’essa inviata sul posto, nella caccia al sommergibile attaccante: dato però che l’ecogoniometro della Lince è in avaria da qualche giorno, quest’ultima dovrà effettuare la ricerca a vista, senza molte probabilità di successo, ed a minor distanza dalla costa rispetto alla Circe. Alla fine sarà la Circe a trovare un battello britannico: non l’Una ma il Tempest, che verrà costretto all’emersione dalla Circe dopo una dura caccia con bombe di profondità. La Lince, inviata sul posto, circonda il Tempest insieme alla Circe quando il sommergibile, il mattino del 13 febbraio, viene costretto all’emersione, dopo di che l’unità nemica si autoaffonderà.
15 marzo 1942
Salpa da Napoli scortando a Tripoli, insieme alla gemella Polluce, due mercantili.
Metà 1942
Trasferita sulle rotte tra Libia, Sicilia e Mar Egeo. Verrà ripetutamente attaccata, durante le numerose missioni di scorta a mercantili italiani e tedeschi carichi di rifornimenti per le forze operanti in Nordafrica, da aerosiluranti decollati da Malta, subendo danni, vittime e feriti.
26 maggio 1942
Lascia Napoli per scortare a Bengasi, insieme ai cacciatorpediniere Turbine, Ugolino Vivaldi, Lanzerotto Malocello ed Antoniotto Usodimare, un convoglio di tre mercantili.
8 giugno 1942
La Lince e la gemella Circe salpano da Palermo per scortare a Tripoli la moderna motonave Sestriere (convoglio «S»), durante l’operazione di rifornimento «Pisa».
Alle 20.50, al largo di Palermo, il convoglio «S» si congiunge con il convoglio «U», partito da Napoli nell’ambito della stessa operazione e formato dalla motonave Vettor Pisani scortata dai cacciatorpediniere Antoniotto Usodimare (caposcorta) e Premuda. La sera stessa, tuttavia, il convoglio, mentre si appresta a doppiare Capo Bon, viene avvistato dal sommergibile italiano Alagi, che, non informato della sua presenza (ed anzi avvertito che tutte le navi in zona sono nemiche), lo scambia per britannico ed attacca l’Usodimare, che alle 21.23 viene colpito da un siluro ed affonda spezzandosi in due 72 miglia a nord di Capo Bon. Mentre Circe e Premuda recuperano i 165 sopravvissuti (su 306 uomini), i convogli vengono fatti rientrare a Palermo (la Sestriere sarà poi inviata in Libia il 10 giugno).
10 agosto 1942
Scorta a Tobruk, insieme al cacciatorpediniere tedesco ZG 3 (poi Hermes) ed alla torpediniera Calatafimi, due piroscafi carichi di benzina per aerei.

La Lince fotografata al Pireo con colorazione mimetica nell’estate 1942 (foto Aldo Fraccaroli, via Maurizio Brescia e ANMI)

14 agosto 1942
All’una di notte la Lince lascia Suda per scortare a Tobruk la cisterna militare Stige, che trasporta 635 tonnellate di benzina per aerei. A causa dell’esasperante lentezza della Stige – appena cinque nodi di velocità – la Lince, per non dover andare altrettanto lentamente (così rischiando il siluramento), è costretta a procedere avanti ed indietro lungo la rotta del convoglio. Alle 6.45, al largo di Capo Spada, il sommergibile britannico Taku (capitano di corvetta Jack Gethin Hopkins) avvista, in condizioni di mare calmo, la Stige e la Lince mentre procedono scortate anche da un idrovolante tedesco; il battello britannico lancia da 1830 metri quattro siluri, mirando alla Stige, ma proprio grazie alla bassissima velocità della cisterna, sopravvalutata dal comandante del Taku, tutte le armi passano molto a proravia del bersaglio.
La Lince e la, da questa scortata durante la navigazione da Suda a Tobruk, vengono attaccate da un sommergibile nemico ma riescono ad eludere i siluri. La Lince e l’aereo della Luftwaffe passano poi al contrattacco, ma il Taku si allontana anch’esso senza danni.
15 agosto 1942
Lince e Stige arrivano indenni a Tobruk alle 12.51.
18 agosto 1942
Prende il mare alle 19 di scorta al piroscafo Iseo.
19 agosto 1942
Dopo che, alle 4.30, l’Iseo è stato infruttuosamente attaccato con lancio di siluri da parte del sommergibile britannico Porpoise, al largo di Derna (o tra Derna e Tobruk), la Lince passa al contrattacco e danneggia seriamente il Porpoise con cariche di profondità.
26 settembre 1942
Parte da Brindisi alle 12.30 diretta a Bengasi, facente parte della scorta (torpediniere Partenope, Clio ed Aretusa, cacciatorpediniere Lampo e Giovanni Da Verrazzano) di un convoglio composto dalle motonavi Francesco Barbaro ed Unione. Il sommergibile britannico P 35 (tenente di vascello S. L. C. Maydon) è però già stato avvisato dell’arrivo del convoglio in base alle decrittazioni dell’organizzazione “ULTRA”.
27 settembre 1942
Alle 15.40 il P 35 avvista un aereo ad otto miglia per 280°, e, presumendo (a ragione) essere questi parte della scorta aerea, si avvicina a tutta velocità alla sua direzione di provenienza, avvistando il convoglio (che procede con rotta 150° a 14 nodi) alle 16.02, su rilevamento 285°. Alle 16.33, nel punto 37°04’ N e 20°36’ E, il P 35 lancia quattro siluri da 7300-8200 metri, per poi immergersi in profondità; la Barbaro viene colpita da un siluro e rimane immobilizzata. L’Unione prosegue scortata da Aretusa, Clio e Da Verrazzano, mentre la Lince, insieme a Lampo e Partenope, rimane sul posto ad assistere la nave danneggiata. Dalle 16.43 alle 17.57 il P 35 viene infruttuosamente sottoposto a caccia antisommergibile, per poi tornare a quota periscopica alle 17.06; sette minuti più tardi il battello inizia a ricaricare i tubi per finire la sua vittima, leggermente appoppata con incendio a bordo ed assistita da una nave della scorta, ma alle 17.34 la scorta contrattacca, costringendo il P 35 a reimmergersi a 61 metri ed allontanarsi. Alle 18.25 il sommergibile torna a quota periscopica, ma, vedendo una nave della scorta a 1370 metri a poppa ed in avvicinamento, torna a 61 metri, per poi essere sottoposto all’infruttuoso lancio di 11 bombe di profondità (che esplodono piuttosto vicine ma causano solo danni minori) seguite da altre 6 alle 19.03 (che esplodono molto vicine). Dopo essersi infine allontanato verso ovest ed essere emerso alle 20.06 a quattro miglia dalla Barbaro, che è circondata dalle navi scorta, che le girano intorno ad una distanza di un paio di miglia, il P 35 rimane a portata del convoglio per condurre un attacco notturno. Alle 22.25 il sommergibile, riavvicinatosi in superficie, s’immerge, ed alle 22.30, nel punto 37°09’ N e 20°27’ E, lancia due siluri da 5500-7300 metri contro la Barbaro, per poi immergersi a 37 metri; questa volta le armi non vanno a segno. Nuovamente allontanatasi, l’unità britannica riemerge alle 00.50 e si mantiene nei pressi del convoglio. Si cerca di rimorchiare la Barbaro a Navarino, ma un incendio in una stiva causa un’esplosione, e la motonave affonderà infine alle 4.41 del 28 settembre, nel punto 37°15’ N e 19°55’ E, a causa dei danni subiti.
8-9 novembre 1942
Il mattino dell’8 novembre la Lince salpa da Trapani per andare a soccorrere l’incrociatore leggero Attilio Regolo, che poco dopo le 10.22 è stato silurato (nel punto 38°14’ N e 12°41’ N, tre miglia a nordovest di Capo San Vito siculo), di ritorno da una missione di posa mine, dal sommergibile britannico Unruffled, perdendo l’intera prua. La Lince è l’ultima ad arrivare sul posto, alle 15.30, preceduta alle 13.30 da due rimorchiatori, dalla gemella Cigno e dalla vecchia torpediniera Giuseppe Cesare Abba, ed alle 11.30 da due MAS (sono inoltre sul posto anche i cacciatorpediniere Antonio Da Noli, Antonio Pigafetta, Nicolò Zeno e Corazziere, che stavano scortando il Regolo al momento del siluramento, mentre altri due, Ascari e Mitragliere, sono stati fatti rientrare a Trapani). Poco dopo l’arrivo della Lince (tre miglia a nordest di Capo San Vito) un altro sommergibile britannico, l’United, tenta di affondare il danneggiato Regolo con due siluri, ma le armi (avvistate dall’incrociatore sulla dritta) mancano il bersaglio ed esplodono a fine corsa, mentre Zeno e Da Noli contrattaccano lanciando bombe di profondità a scopo intimidatorio. Alle 17.30 arriva anche un altro potente rimorchiatore, il Polifemo, che si aggiunge agli altri due già impegnati nel rimorchio (che procede a soli 2,5 nodi, ed è ostacolato dalle lamiere contorte della prua del Regolo, che “fanno da timone” ed intralciano il governo). La formazione prosegue così con Regolo al centro rimorchiato da tre rimorchiatori, Lince a sinistra, Da Noli a dritta, Cigno a proravia e Pigafetta a poppavia (tutti impegnati in ampi zig zag), mentre lo Zeno effettua rastrello antisommergibile a poppavia della formazione. Non si verificano altri problemi, e tutte le navi giungono a Palermo all’alba del 9 novembre.
Novembre 1942
Scorta convogli a Tripoli, Bengasi e Tobruk.

Navi italiane a Tripoli pochi giorni prima della caduta, intorno al 14 gennaio 1943 (g.c. STORIA militare): la Lince è la torpediniera più a sinistra. Andando verso destra sono riconoscibili anche le gemelle Perseo (probabile) e Calliope (più lontana); a destra, più vicine, la cisterna militare Tanaro (dietro) ed il posamine-cacciasommergibili EsoEso e Tanaro sarebbero affondate pochi giorni dopo, nel tentativo di lasciare Tripoli.

La caduta di Tripoli

Il 22 novembre 1942 la Lince, mentre si trovava nel porto di Tripoli durante la fase finale della battaglia dei convoglio per la Libia, in attesa di ripartire per scortare in Italia alcuni mercantili che rientravano scarichi, venne danneggiata durante un bombardamento aereo britannico su Tripoli: una bomba, caduta in mare a scarsissima distanza (“near miss”), causò gravissimi danni. (Per altra versione, la nave venne colpita a poppa).
Le schegge aprirono diverse falle nello scafo, causando parecchie vie d’acqua con conseguenti gravi allagamenti (compreso quello del deposito munizioni), e danneggiarono seriamente le macchine, causando delle perdite di olio e rendendo inutilizzabile l’intero armamento con l’eccezione di un cannone e due mitragliere da 20 mm; le sole concussioni misero fuori uso gli apparati di navigazione, i contagiri, la radio e le bussole. Per evitare che la Lince affondasse, si dovette portarla ad incagliare su un bassofondale all’interno del porto, presso il Molo della Gazzella. Il comandante e metà dell’equipaggio rimasero uccisi o feriti e ricoverati in ospedale; il comando passò pertanto al comandante in seconda, il sottotenente di vascello Vitaliano Rauber, sotto il quale iniziarono i primi sommari lavori di riparazione. Le falle aperte dalle bombe vennero rattoppate dai palombari (ma il deposito munizioni rimase allagato), permettendo alla nave di tornare a galleggiare, e nel dicembre 1942 si tentò di rimorchiarla in Italia, ma la falla si riaprì in mare aperto, facendo imbarcare acqua ad un ritmo tale da costringere l’equipaggio a realizzare una catena di secchi per sopperire all’insufficienza delle pompe, che non erano in grado di espellere tutta l’acqua. La torpediniera dovette rientrare a Tripoli.
Poteva essere la fine per la Lince: immobilizzata con danni gravissimi a Tripoli, difficilmente la nave sarebbe riuscita a lasciare la città libica, la cui inevitabile conquista da parte delle forze nemiche in continua avanzata non appariva lontana (23 gennaio 1943), per rientrare in Italia. Se la traversata appariva un’ardua impresa già in condizioni “normali”, stanti i gravi danni e l’equipaggio ridotto, sembrava pressoché impossibile che la malconcia torpediniera potesse eludere la sorveglianza aeronavale britannica, che nel gennaio 1943 fece strage del naviglio italiano evacuato da Tripoli.
Come per altre navi impossibilitare a prendere il mare dai danni subiti, per la Lince non sembrava dover restare che una sorte: l’autoaffondamento, per impedire che cadesse intatta in mano nemica. Nel gennaio 1943, pertanto, il neo comandante Rauber ricevette l’ordine di autoaffondare la sua nave.
Ma non doveva finire così: Rauber decise diversamente, ed il 18 gennaio, radunati i pochi uomini rimasti (solo una trentina), espose loro le penose condizioni della nave – oltre ai danni sopra elencati, non c’erano più siluri né cariche di profondità, e non era possibile usare i cannoni – e gli enormi rischi cui sarebbero andati incontro, ma propose di tentare di tornare in Italia, aggiungendo che sentiva di potercela fare; domandò se fossero disposti a tentare di riportare la nave in patria. Gli uomini aderirono all’unanimità alla sua proposta, così Rauber si recò al Comando di Tripoli per chiedere di poter tentare di sfidare le avversità e tentare di riportare la nave, nonostante il suo penoso stato, attraverso le acque controllate dal nemico e fino in Italia.
Dopo aver ascoltato commosso il piano dell’intraprendente ufficiale, il comando di Marina Tripoli accordò il permesso, e la sera del 18 gennaio, mentre ancora una volta i velivoli angloamericani martellavano il martoriato porto di Tripoli – di lì a poco non sarebbe più stato necessario –, la Lince si rifornì di acqua e nafta e poi (erano le 19.30 circa) lasciò per sempre la più grande città di quella che stava per cessare di essere la “Quarta Sponda” per affidarsi ad una sorte incerta. Tra le tante navi partite da Tripoli in quei giorni, sarebbe stata una delle pochissime a riuscire a rivedere il suolo patrio.
Nei locali macchine, diverse cariche esplosive da 20 kg assicuravano che la nave non sarebbe mai caduta intatta in mano nemica. La Lince (che fece rotta su Sfax), dato il suo stato, era costretta a navigare a bassa velocità (se non altro, pur essendo in inverno, le condizioni del mare erano favorevoli), ed il mattino del 19 gennaio si materializzò la prima minaccia: nei pressi della boa numero 6 delle Secche di Kerkennah, comparve un bimotore Bristol Blenheim che si avvicinò per bombardarla, ma la torpediniera – che per la sua modesta velocità non poteva manovrare adeguatamente – rispose con le due sole mitragliere che ancora funzionavano, e che sprigionarono un tiro tanto intenso che l’aereo fu costretto ad andarsene (qualcuno a bordo ritenne anzi che fosse stato colpito, e che si fosse allontanato lasciandosi dietro una scia di fumo).
I pericoli non erano però finiti: nel pomeriggio dello 20 gennaio, infatti, la Lince, mentre procedeva lungo la costa della Tunisia, s’imbatté, al largo di Capo Africa, nel piroscafo tedesco (ex francese) Grondin, carico di truppe ed accompagnato da un rimorchiatore, proprio mentre sopraggiungeva nella zona anche il sommergibile britannico Unrivalled (TV Hugh Bentley Turner). Quest’ultimo attaccò per prima la Lince: le vedette avvistarono tuttavia le scie di siluri diretti contro la nave, e questa riuscì così a schivarli contromanovrando prontamente su ordine di Rauber, nonostante le sue condizioni. Non avendo più bombe di profondità a bordo, la Lince, alla modesta velocità di 14 nodi, tentò di contrattaccare cercando di speronare il sommergibile, ma senza risultato. L’Unrivalled rivolse allora la sua attenzione al Grondin, che riuscì a silurare ed affondare. I naufraghi furono raccolti dal rimorchiatore. (Per altra versione – quella del marinaio Giovanni Piccatto di Cuorgnè, imbarcato sulla Lince; bisogna tener conto delle inevitabili inesattezze usualmente riscontrare nelle testimonianze dei reduci, ma al tempo stesso la versione di Piccatto è avvalorata dal fatto che risulti che l’Unrivalled attaccò il Grondin con il cannone, in superficie, e non col siluro, in immersione – la Lince avvistò l’Unrivalled mentre questi attaccava il Grondin, che navigava sottocosta, ed il comandante Rauber ordinò di aprire il fuoco con le mitragliere e di speronarlo, ma il battello sfuggì con l’immersione rapida. In ogni caso, il Grondin venne affondato).
Sulla Lince si affacciò poi un nuovo problema: la gravità delle perdite di olio divenne tale che, dovendo continuare ad aggiungerne per rimpiazzare quello perso, le scorte di olio si esaurirono (così rischiando di far “ingranare” le macchine), ma nemmeno per questo l’equipaggio della nave si diede per vinto. Per avere olio a disposizione per almeno una delle motrici, venne allagato un doppio fondo in modo da causare uno sbandamento su di un lato, nel quale si accumulò poi l’olio finito in sentina per via delle perdite, che poté così essere raccolto ed usato, versandolo in un motore.
La Lince, navigando sbandata e con un solo motore, riuscì a raggiungere Sfax, nella Tunisia dove le forze dell’Asse andavano riorganizzando l’ultima resistenza, poi (la sera stessa) si spostò nel porto pure tunisino di Susa e da lì lasciò definitivamente l’Africa alla volta di Trapani, passando al largo di Capo Bon e quindi attraversando il Canale di Sicilia. Giunta finalmente a Trapani, la Lince venne presa a rimorchio dal cacciatorpediniere Saetta e rimorchiata lentamente lungo la costa siciliana a Messina, poi in Calabria ed infine a Taranto, dove giunse il 1° marzo 1943 e poté infine entrare in bacino per ricevere le necessarie riparazioni. L’epopea del rientro da Tripoli valse alla bandiera della Lince (ossia, simbolicamente, all’intero equipaggio) la Croce di Guerra al Valor Militare.
Terminati i lavori (durante i quali, secondo alcune fonti, sarebbe anche stato installato un radar tipo EC3/ter "Gufo", che sarebbe poi stato rimosso dopo qualche mese perché inefficace), la torpediniera venne assegnata alla I Squadriglia Torpediniere (dipendente dal Comando Superiore Torpediniere di Scorta) insieme alle gemelle Sirio, Aretusa, Sagittario, Clio e Cassiopea, e destinata a compiti di scorta ai convogli sulle rotte tra l’Italia ed i Balcani e lungo le coste italiane: nel frattempo, infatti, l’Africa era caduta interamente in mano alle forze alleate, che anzi erano già sbarcati anche in Sicilia.

16 luglio 1943
A dodici miglia per 265° (a ponente) da Capo Dukato un sommergibile britannico, forse il Trooper, attacca il convoglio scortato dalla Lince, insieme alla vecchia torpediniera Rosolino Pilo, e formato dai trasporti truppe Italia ed Argentina in navigazione da Bari a Patrasso (oppure partito da Patrasso il 15 e diretto a Valona). Nessuna nave viene colpita.
Luglio 1943
Esegue diverse missioni di posa mine nel Golfo di Taranto e lungo la costa della Calabria.

La nave con colorazione mimetica, nel 1942 (g.c. Giorgio Parodi via www.naviearmatori.net)

L’ultima torpediniera silurata

Dopo essere sopravvissuta a tre durissimi anni di guerra sulle rotte del Dodecaneso, dell’Egeo e dell’Africa, scortando convogli, attaccando navi nemiche, contrastando lo sbarco di Castelrosso ed assolvendo a molteplici altri compiti, sempre riuscendo a rientrare alla base, la Lince ebbe l’amaro primato di diventare l’ultima torpediniera italiana ad andare perduta nel conflitto contro gli Alleati.
Il 4 agosto 1943, poco più di un mese prima dell’annuncio dell’armistizio, la Lince, al comando del capitano di corvetta Riccardo Papino, lasciò Taranto per raggiungere Genova, dov’era stata appena assegnata di base. Il giorno stesso, però, a causa di un errore di navigazione commesso dal comandante durante l’attraversamento di un banco di nebbia (per altra versione ciò avvenne durante un attacco aereo), la torpediniera s’incagliò un chilometro ad ovest del faro di Punta Alice, vicino al paese di Cirò Marina, nel Golfo di Taranto.
Nonostante gli ordini giunti da Taranto, non risultò possibile disincagliare subito la nave, quindi i 160 uomini dell’equipaggio si dovettero accampare sulla spiaggia di sabbia e ciottoli nella quale la nave si era arenata, aspettando di poterla liberare. Per una decina di giorni gli uomini, alloggiati in tende sulla spiaggia, lavorarono per rimuovere la ghiaia e preparare lo scivolo che avrebbe dovuto permettere alla chiglia di tornare in acque libere, poi giunsero da Taranto due rimorchiatori di grande potenza. Allestiti i cavi per il rimorchio, i due rimorchiatori iniziarono a tirare, ma nell’operazione uno scoglio nascosto dalla sabbia aprì uno squarcio nella carena. Il tentativo di creare una certa inclinazione, legando anche una cima al cannone poppiero, si risolse in un ulteriore peggioramento della situazione: il cannone venne infatti strappato dal suo alloggiamento e trascinato in mare. Alla fine, risultato inutile ogni tentativo, i rimorchiatori tornarono a Taranto.
Sulla nave incagliata vigilavano un aereo ed un treno armato.
Durante la loro permanenza a Cirò Marina, gli uomini della Lince fecero rapidamente amicizia con la popolazione locale, scambiando generi alimentari (provviste del luogo in cambio di barrette di cioccolato e scatolame dai marinai) e dando anche luogo a qualche episodio curioso, come quando un inesperto marinaio del nord nascose dei fichi d’india sotto la sua maglia, il che richiese poi due giorni di sforzi, da parte di una donna del posto, per estrarre tutte le spine conficcatesi nel suo corpo.
Dopo più di tre settimane e vari tentativi andati a vuoto, la Lince non era ancora stata disincagliata: e così la colse, immobilizzata ed indifesa, il sommergibile britannico Ultor, del capitano di corvetta George Hunt, il mattino del 28 agosto, mentre rientrava da un appostamento davanti a Taranto. Proprio quello sarebbe dovuto essere il giorno in cui – si sperava – la Lince sarebbe finalmente stata in grado di disincagliarsi: una nuova squadra incaricata dei lavori di disincaglio sarebbe dovuta partire da Taranto quella sera, come il comando della piazzaforte aveva già comunicato a quello della Lince, ed inoltre alle operazioni per liberare la nave avrebbero partecipato anche una draga, la Littorio, ed altri mezzi appositamente inviati dall’Arsenale di Taranto.
Il comandante Papino, giustamente preoccupato che prima o poi qualche sommergibile od aereo nemico avrebbe potuto trovare la sua Lince bloccata ed inerme ed attaccarla, aveva già chiesto il 18 agosto, a Marina Taranto, di mandare dieci cariche esplosive per l’eventuale autodistruzione della torpediniera (dato che quelle in dotazione, tranne una, erano state rimosse per alleggerire la nave) e sul da farsi riguardo all’archivio segreto (se mantenerlo oppure mandarlo del tutto od in parte a Taranto via nave) nonché su cosa sarebbe stato dell’equipaggio in caso di abbandono nave. Ora i peggiori timori si sarebbero avverati.
Sull’Ultor, il comandante Hunt notò che la Lince aveva la prua profondamente arenata nella spiaggia, ma la poppa libera e galleggiante, ed osservò una moltitudine di uomini intenti a scavare due grandi fosse ai lati della nave, per tentare di disincagliarla. Hunt ordinò quindi il lancio di un siluro, da 1500 metri di distanza.
Sulla Lince, il comandante Papino stava scendendo in cabina per lavarsi. Nei pressi della torpediniera incagliata si trovava anche la barca da pesca di una famiglia di Cirò Marina, i Martino: Francesco Martino, il capofamiglia, ed i suoi figli Pietro e Vincenzo si trovavano a bordo. Con loro c’era anche un bambino del luogo, Francesco Salvatore Tridico, di dodici anni, che trovandosi sulla spiaggia quel mattino aveva chiesto di salire con loro sulla barca (capitava spesso che dei pescatori ospitassero dei bambini) per assistere e partecipare alla pesca con la tartana. La barca dei Martino affiancò la Lince, ed un ufficiale che passeggiava sul ponte – forse il sottotenente di vascello Enzo Rossi – rispose al saluto dei pescatori.
Alle 8.15 il siluro dell’Ultor andò a segno, colpendo la Lince a poppa sinistra e provocando una duplice  violenta esplosione (tanto che da parte italiana si pensò che i siluri fossero stati due), che spezzò in due la nave: la poppa della torpediniera, dalla sala macchine poppiera in poi, saltò in aria, si staccò dal resto dello scafo ed affondò nel punto 39°24’ N e 17°09’ E; il complesso numero 2 da 100 mm, con la sua plancetta e tutti i serventi, venne strappato dal suo alloggiamento e lanciato tra plancia e fumaiolo, mentre schegge e lamiere vennero proiettate ovunque, sul resto della nave e sulla spiaggia circostante. Oltre ad uccidere il comandante Papino ed altri otto membri dell’equipaggio, che si trovavano sulla nave, l’esplosione travolse anche la piccola barca da pesca della famiglia Martino, che si trovava a 20-30 metri dalla riva ed a pochi metri dalla torpediniera, proprio mentre i suoi occupanti stavano salutando l’equipaggio della Lince: perse la vita il piccolo Francesco Salvatore Tridico, ed il ventenne Pietro Martino ebbe una gamba maciullata da una delle lamiere della torpediniera. Dopo l’esplosione, vedendo la nave dilaniata, Pietro Martino chiese istintivamente al padre “Papà dov’é andato il comandante?”, poi, ancora stordito, ma resosi conto della ferita, esclamò “Papà, mi manca una gamba: mi ha colpito qualche lamiera”. Fu un altro peschereccio, appartenente alla famiglia Malena, a soccorrere Pietro Martino, che fu poi portato dagli stessi pescatori fino alla ferrovia e caricato su un treno merci che lo trasportò a Rossano, dove fu condotto all’ospedale e dovette subire l’amputazione della gamba. Tra i feriti gravi, il sottocapo meccanico Luciano Nicosia spirò il 30 agosto, portando a dieci le vittime tra l’equipaggio.
Tra quanti, a bordo della torpediniera, ebbero miracolosamente salva la vita, vi fu il marinaio Angiolo Mascalchi, che si salvò perché poco prima del siluramento era salito sul ponte per scrivere una lettera alla famiglia: un suo commilitone, che gli aveva prestato la penna per scrivere e lo aveva preso in giro chiedendogli se non fosse stato meglio se si fosse messo a dormire, non fu altrettanto fortunato.
Devastata ma non doma, la Lince riuscì ancora ad aprire il fuoco con il complesso numero 1 da 100 mm quando l’Ultor tentò di emergere – probabilmente credendo la nave abbandonata – e spinse la torretta fuor d’acqua: il cannone sparò ad alzo zero, ma il sommergibile era emerso così vicino che non fu possibile colpirlo (i proiettili lo sorvolavano e cadevano oltre), poi, vista la reazione, tornò ad immergersi e si allontanò. Per la torpediniera, comunque, era la fine: non c’era nessuna ragionevole probabilità di poter riparare quel che ne restava al di sopra della superficie.
(Un’altra versione dell’attacco presenta varie differenze: l’Ultor avrebbe dapprima attaccato con il cannone, venendo costretto all’immersione dalla reazione del cannone di prua della Lince, che avrebbe sparato almeno due colpi; solo dopo avrebbe attaccato con il siluro. Il comandante Papino si sarebbe trovato, al momento del siluramento, a poppa ed intento a dirigere il tiro del cannone, e sarebbe stato disintegrato dall’esplosione del siluro. Tale versione indica in 12 o 13, invece che in 10, i morti tra l’equipaggio della Lince).
Delle dieci vittime dell’equipaggio, il comandante Papino fu l’unico a non essere mai più ritrovato, nemmeno quando, anni dopo, ciò che restava della torpediniera venne demolito. Nemmeno del piccolo Tridico si poté mai più trovare il corpo. Dopo un funerale celebrato da don Ernesto Terminelli nella chiesa di San Cataldo Vescovo a Cirò (alla presenza del resto dell’equipaggio, che recitò la preghiera del marinaio), il marinaio Antonio Bagnato ed il sergente Renato Pedemonte vennero sepolti nel cimitero di Crotone, le altre vittime a Cirò Marina, da dove poi le salme furono trasferite nei paesi d’origine.

Le vittime:

Antonio Bagnato, 23 anni, marinaio nocchiere, da Parghelia
Mario Buccirossi, cannoniere
Elio Buraschi, 22 anni, cannoniere armaiolo, da Milano
Luigi Cravotta, 20 anni, cannoniere, da San Cataldo
Ruggero Fioretti, 22 anni, fuochista artefice, da Foligno
Luciano Nicosia, 21 anni, sottocapo meccanico, da Vittoria
Riccardo Papino, 34 anni, capitano di corvetta (comandante), da Torino
Renato Pedemonte, 26 anni, sergente torpediniere, da Genova
Giuseppe Pili, 22 anni, fuochista ordinario, da Tortolì
Enzo Rossi, sottotenente di vascello (direttore di tiro)

Francesco Salvatore Tridico, 12 anni, civile di Cirò Marina (ucciso su una barca vicina dall’esplosione)

Il resto dell’equipaggio smantellò l’accampamento di Punta Alice e partì, destinato a nuovi incarichi. Non tutti, però, se ne andarono: il marinaio Francesco Donnici, di Cariati, che ricevette il compito di fare la guardia al relitto semidistrutto della Lince, conobbe una ragazza di Cirò Marina ed in seguito la sposò e si stabilì nel paese, passandovi il resto della sua vita.
Ad uno dei macchinisti della Lince, emigrato nell’immediato dopoguerra in Australia, toccò in sorte di avere come vicino di casa un ex membro dell’equipaggio del sommergibile britannico che aveva infruttuosamente attaccato la torpediniera al largo di Tripoli, nel gennaio 1943.
Il cuoco di bordo della Lince, Bruno Lombardi, costruì un albergo a San Mauro a Mare (Forlì) ed ebbe l’idea, nel 1993, di organizzare presso il suo albergo un ritrovo per i sopravvissuti della Lince: insieme ad altri tre ex commilitoni, il medico di bordo riminese Falco Lazzari, il sergente torinese Antonio Chiabotto ed il sottocapo fuochista goriziano Agostino Tacchinardi, Lombardi riuscì a rintracciare i componenti del vecchio equipaggio, che si incontrarono nel suo albergo nel settembre 1993.


Due immagini del relitto della Lince scattate intorno al 29 agosto 1943 (g.c. STORIA militare):



Antonio Trifirò, abitante di Cirò Marina, in piedi davanti al relitto della Lince (da www.betasom.it)

Il troncone prodiero della Lince rimase abbandonato sulla spiaggia ancora per diversi anni, visibile ricordo della tragedia, prima di essere definitivamente demolito in loco tra il 1949 ed il 1950. I resti dilaniati della poppa, invece, giacciono tutt’ora sparpagliati a diverse profondità su un’area piuttosto vasta; non si tratta di un troncone integro di nave, bensì di un gran numero di rottami, tra cui uno dei tubi lanciasiluri da 450 mm (che giace a soli quattro metri di profondità) ed uno dei pezzi da 100/47 mm, disseminati sul fondale.
Diversi rottami della Lince (tra cui la campana, un elmetto e due delle lettere bronzee del nome) sono stati recuperati, nel corso degli anni, dal subacqueo di Cirò Marina Vittorio Papaianni, che li ha conservati per mostrarli a chi fosse interessato alla storia della nave; dovrebbero in futuro essere esposti nel Museo del Mare di Cirò Marina.

Il settantesimo anniversario dell’affondamento della Lince, nell’agosto 2013, è stato solennemente commemorato alla presenza di alcuni sopravvissuti, di autorità civili (tra cui il sindaco di Cirò Marina Roberto Siciliani), militari (tra cui l’ammiraglio Domenico De Michele, comandante militare marittimo della Sicilia orientale) e religiose, di associazioni d’arma e della gente del luogo. Una messa è stata celebrata in memoria dei caduti, ed una corona d’alloro è stata gettata sul punto del siluramento, nel punto 39°24'8.66" N e 17°8'53.16" E, da una motovedetta della Guardia Costiera, mentre la sirena della motovedetta squillava ed i bagnanti a riva applaudivano con commozione (sulla spiaggia c’era anche un gruppo dell’ANMI che teneva una bandiera nazionale, mentre a gettare la corona sono stati altri membri dell’associazione); una targa commemorativa è stata posata sul relitto. Una banchina del porto è stata intitolata ai Marinai d’Italia. Il fratello di Francesco Salvatore Tridico, unica giovanissima vittima civile, e Pietro Martino, superstite mutilato dall’esplosione, hanno ricevuto delle targhe commemorative (alla cerimonia ha preso parte anche don Ernesto Terminelli, il sacerdote che aveva officiato i funerali delle vittime nel 1943). L’iniziativa ha compreso anche la lettura di documenti dell’USMM relativi all’affondamento della nave, convegni, la mostra di reperti recuperati dal relitto e l’ascolto delle testimonianze di alcuni sopravvissuti (nel 2010 si era già tenuta a Cirò Marina, presso il Museo Civico, anche una mostra fotografica sull’affondamento della torpediniera).


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