mercoledì 3 dicembre 2014

Vega




La Vega (Ufficio Storico della Marina Militare).

Torpediniera della serie Perseo della classe Spica (630 tonnellate di dislocamento standard, 970 in carico normale, 1020 a pieno carico).

Breve e parziale cronologia.

14 novembre 1935
Impostazione nei Cantieri del Quarnaro di Fiume.
28 giugno 1936
Varo nei Cantieri del Quarnaro di Fiume.
12 ottobre 1936
Entrata in servizio. Viene impiegata in Adriatico come nave appoggio per i MAS.
1937
Opera ancora in Adriatico, dopo di che effettua una crociera con la quale si reca a Tripoli.
1937-1938
Partecipa alla guerra civile spagnola, in operazioni di lotta al contrabbando di rifornimenti per le forze repubblicane.

Le Vega (a sinistra) in uscita da Napoli con altre torpediniere della classe Spica, tra cui la Climene (all’estrema sinistra, visibile solo la prua) e la Perseo (a destra), nel 1938 (foto tratta da “Le torpediniere italiane 1881-1964”, USMM, 1974, via Marcello Risolo e www.naviearmatori.net)

5 maggio 1938
Partecipa alla rivista navale «H» organizzata nel Golfo di Napoli in occasione della visita in Italia di Adolf Hitler.
Successivamente viene dislocata in Dodecaneso come stazionaria.
Febbraio 1939
Assume il comando della Vega il CF Giuseppe Fontana.
10 giugno 1940
All’entrata in guerra dell’Italia la Vega (CF Giuseppe Fontana) è caposquadriglia della X Squadriglia Torpediniere (Vega, Sirio, Sagittario e Perseo), di base a La Spezia (Dipartimento Militare Marittimo Alto Tirreno). Nei mesi iniziali della guerra viene adibita a compiti di scorta sulle rotte verso la Libia.

La torpediniera a Ventimiglia nel giugno 1940 (g.c. Giorgio Parodi via www.naviearmatori.net)

Novembre 1940
Inizia a scortare convogli anche nell’Alto Tirreno.
26-28 novembre 1940
La Vega, con le gemelle Alcione (tornata a Trapani dopo un’ora perché colta da avaria), Sirio e Sagittario, lascia Trapani alle 17 del 26 novembre mentre sta avendo luogo l’operazione britannica «Collar» (che, avendo comportato l’uscita della maggior parte della Mediterranean Fleet – la Forza B con una la corazzata Renown, la portaerei Ark Royal, due incrociatori e 6 cacciatorpediniere, la Forza F con due incrociatori, un cacciatorpediniere, quattro corvette e tre piroscafi e la Forza D con la corazzata Ramillies, tre incrociatori e 5 cacciatorpediniere – ed in reazione quella di una consistente aliquota della flotta italiana, porterà all’inconclusiva battaglia di Capo Teulada), per compiere un rastrello notturno nel canale di Sicilia ed incrociare sino all’alba al largo di Capo Bon (Supermarina ha disposto questa uscita perché ritiene che le forze britanniche siano uscite in mare per un’azione contro le basi italiane, mentre in realtà «Collar» consiste nell’invio di due mercantili a Malta ed uno ad Alessandria). Alle 00.33 del 27 la Sirio avvista per prima le navi nemiche, e precisamente la Forza D (composta dalla corazzata Ramillies, dagli incrociatori Newcastle, Coventry e Berwick e da cinque cacciatorpediniere), che attacca con due siluri senza risultato; alle 00.55 l’unità lancia poi il segnale di scoperta (7 unità di tipo imprecisato in navigazione da est verso ovest), che però viene ricevuto in ritardo da Vega e Sagittario, che non sono così in grado di tentare l’attacco.
Le torpediniere rientrano a Trapani tra le 8.40 e le 10 del mattino del 27 novembre.
Nel pomeriggio del 27, però, Supermarina ordina al Comando Militare Marittimo della Sicilia di replicare il rastrellamento notturno della notte precedente anche per la notte tra il 27 ed il 28, aggiungendo che le torpediniere dovranno irradiarsi per rastrellare alle 19.30. Alle 17.05, pertanto, Vega (il cui comandante CC Giuseppe Fontana è il capogruppo), Sirio e Sagittario lasciano di nuovo Trapani assieme ad una quarta torpediniera, la Calliope.
Giunte sul punto d’irradiamento alle 20.50, le quattro torpediniere iniziano il rastrellamento alle 21.30 (dopo essere arrivate sulla base di ricerca ad intervalli medi di cinque miglia, con, da nordest a sudovest, Sagittario, Sirio, Vega e Calliope), procedendo a dodici nodi su rotta 275° (verso ovest). Alle 22.50 le navi invertono la rotta, ed alle 23.34 è la Sagittario (l’unità che si trova più a nord) a lanciare il segnale di scoperta: undici navi nemiche (tre grossi cacciatorpediniere, seguiti da cinque incrociatori, il tutto in linea di fila, più altri cinque cacciatorpediniere più piccoli che fiancheggiano a sinistra gli incrociatori) apparse a poppa della torpediniera, con rotta stimata 120° e velocità 18 nodi, come aggiunto poco dopo dalla nave. La Sagittario tenta di portarsi in posizione per attaccare con i siluri, ma viene scoperta e messa in fuga dai cacciatorpediniere britannici, che la inseguono per un’ora e mezza. Alle 23.40 è la Sirio ad avvistare alcuni cacciatorpediniere; dopo aver inutilmente atteso l’arrivo di navi maggiori da attaccare ed aver tentato l’aggiramento della formazione nemica, anche quest’unità viene attaccata dalle navi avversarie e costretta a ritirarsi in direzione di Marettimo.
La Vega avvista una nave britannica alle 00.28 del 28 novembre, ed apprezza che l’unità nemica le stia dando la poppa e stia zigzagando su rotta 140°, segnalandolo alla radio (messaggio ricevuto sulla Calliope, che poco dopo, alle 00.33, incontra e riconosce la Vega per 40° da prua sinistra, ed alle 00.55 trova 5-6 navi nemiche con rotta analoga a quella indicata dalla Vega). Quando la nave avversaria si viene a trovare quasi di fianco, il comandante Fontana, che ritiene trattarsi di una portaerei, decide di attaccare, ma, quando già i tubi sono puntati e la Vega si accinge a lanciare i siluri, la nave sconosciuta accosta, rivolgendole nuovamente la poppa, e tre unità minori compaiono tra la presunta portaerei e la torpediniera italiana. La manovra per evitare le nuove arrivate fa sì che la Vega, alle 00.47, perda il contatto con le unità nemiche.
Poco dopo la torpediniera accosta di nuovo per 120° per riprendere contatto, ma non riesce più a trovare le navi avversarie, così, all’1.10, inizia a pendolare  a dodici nodi per est-nod-est, perpendicolarmente alla probabile direttrice di marcia di formazioni navali che debbano attraversare il canale di Sicilia, continuando il pendolamento alle 5.30. A quell’ora il comandante Fontana decide di tornare a Trapani, dando appuntamento alle altre torpediniere per le sette del mattino, dinanzi a Marettimo (ad eccezione della Sagittario, che, arrivata presso quell’isola già all’1.30, ha ricevuto alle 3 da Fontana l’ordine di raggiungere Trapani).
Alle 7 la Vega si riunisce con Sirio e Calliope (che è finita con l’essere l’unica torpediniera a lanciare i propri siluri, sebbene senza successo, contro lo stesso gruppo avvistato dalla Vega) davanti a Marettimo, e due ore più tardi le tre navi entrano a Trapani.
La formazione attaccata dalle torpediniere italiane era la Forza F del viceammiraglio Lancelot E. Holland, con gli incrociatori leggeri Manchester, Southampton e Coventry, e la 13rd Destroyer Flotilla con i cacciatorpediniere Duncan, Defender, Gallant, Hereward ed Hotspur, oltre alle corvette Peony, Salvia, Gloxinia e Hyacinth. Per alcune di queste navi non sarebbe stato questo l’ultimo incontro con la Vega.
A motivazione dell’insuccesso vengono addotti l’eccessiva produzione di fumo quando la velocità supera i 20 nodi (causata dall’usura delle caldaie delle torpediniere, continuamente in moto per la scorta ai convogli), che ha facilitato l’avvistamento da parte delle navi nemiche, e la mancanza di affiatamento tra le unità del gruppo, tutte torpediniere provenienti da diverse formazioni (benché formalmente appartenenti alla stessa squadriglia, la X) e messe insieme per l’occasione (per il futuro, infatti, il Comando Militare Marittimo della Sicilia proporrà, se possibile, di tenere per le operazioni di rastrellamento qualche squadriglia sempre pronta, pienamente efficiente e con buon affiatamento tra le unità).
20-22 dicembre 1940
Lascia Palermo alle 2.45 per scortare a Tripoli un convoglio formato dal piroscafo frigorifero Norge, dal piroscafo da carico Peuceta e dalla nave scorta ausiliaria F 130 Luigi Rizzo. Alle 13 del 21 dicembre il convoglio viene attaccato da un aereo isolato, che appare di sorpresa provenendo dalla direzione del sole e sgancia due bombe, che non vanno a segno. Il velivolo è decollato dalla portaerei britannica Illustrious, che, in mare per un’altra operazione britannica, ha lanciato una dozzina di aerei contro due convogli italiani avvistati dai ricognitori.
Alle 16.05 (o verso le 16.30), nel momento in cui la scorta aerea non è presente, il convoglio della Vega, che si trova a levante delle isole Kerkennah (all’altezza della più meridionale dell’arcipelago), viene nuovamente assalito, questa volta da nove aerosiluranti britannici Fairey Swordfish (suddivisi in tre gruppi di tre), appartenenti agli Squadrons 815th e 819th della Fleet Air Arm e decollati anch’essi dall’Illustrious: la Vega evita tutti i siluri lanciati contro di lei manovrando ad alta velocità, e reagisce con un furioso fuoco contraereo, abbattendo uno dei velivoli (quello, appartenente all’819th Squadron, pilotato dal tenente di vascello D. C. Garton insieme al tenente di vascello J. H. R. Medlicott ed all’aviere di prima classe W. E. Sperry, tutti uccisi), ma due siluri colpiscono il Peuceta, che affonda in tre minuti nel punto 34°39’ N e 11°48’ E, ed uno centra il Norge, arrecandogli danni gravissimi. Alle 18.15, risultato vano ogni tentativo di salvataggio, anche il Norge dev’essere abbandonato alla deriva nel punto 34°39’ N e 10°48’ E. Gli equipaggi dei due mercantili potranno essere tratti in salvo al completo, eccetto tre uomini del Norge ed altrettanti del Peuceta. Norge e Peuceta sono i primi della lunghissima serie di trasporti affondati nella battaglia dei convogli.
Il Luigi Rizzo arriverà a Tripoli il 22.
7-8 gennaio 1941
Alle 22.20 del 7 Vega (CC Fontana) e Sagittario, unitamente ai cacciatorpediniere Ugolino Vivaldi, Antonio Da Noli, Luca Tarigo e Lanzerotto Malocello (la XIV Squadriglia Cacciatorpediniere), lasciano Trapani per partecipare alla posa degli sbarramenti di mine «X 2» ed «X 3», di 180 ordigni ciascuno, a nord di Capo Bon (Canale di Sicilia). Supermarina ha ordinato il minamento di quella zona a seguito dell’operazione britannica «Collar» e della conseguente battaglia di Capo Teulada, durante le quali la Mediterranean Fleet è ripetutamente transitata nel canale di Sicilia senza subire alcun danno, proprio perché a nord di Capo Bon, dove essa è passata, non esistono campi minati.
Una volta in mare la formazione si dispone in linea di fila (nell’ordine, Vivaldi, Malocello, Vega, Da Noli, Tarigo e Sagittario) e fa rotta su Capo Bon, avvistandone il faro all’1.53 dell’8 gennaio. Dopo aver ridotto la velocità a dodici nodi, le navi iniziano la posa alle 4.02: per prima la Sagittario (estremità meridionale dell’X 2), poi Tarigo e Da Noli; Vega, Malocello e Vivaldi si portano sull’estremo meridionale dell’X 2, dopo di che la Vega inizia la posa per prima alle 5.02, seguita dal Malocello ed infine dal Vivaldi che conclude alle 5.04. Terminata la posa delle mine, i due gruppi assumono rotta per Marettimo e poi per Trapani, navigando separatamente e giungendo nel porto siciliano tra le 10 e le 11 del mattino. L’operazione, prevista in origine per una notte di novilunio o comunque prossima ad essa (per maggior sicurezza), ha dovuto essere effettuata, a causa dei rinvii (dovuti alla carenza di siluranti pronte per la posa, essendo moltissime unità assorbite dalle missioni di scorta sulle rotte per la Libia e per l’Albania, in quel momento in situazione particolarmente critica a causa dell’andamento delle operazioni sul fronte greco), in una notte prossima al plenilunio, ma non vi sono stati egualmente problemi.

Un’altra immagine della torpediniera (g.c. STORIA militare)

Excess

La sera del 9 gennaio 1941 la Vega, al comando del capitano di fregata Giuseppe Fontana, lasciò Trapani insieme alla gemella Circe (CC Tommaso Ferreri Caputi) per una crociera notturna nelle acque di Pantelleria, con l’intento di individuare ed attaccare le forze nemiche uscite in mare per l’operazione britannica «Excess» (consistente nell’invio di convogli tra Alessandria d’Egitto, Gibilterra, Malta ed il Pireo), qualora fossero passate nella zona. Le due torpediniere (la Vega era la capo sezione) si sarebbero dovute trovare ad est di Pantelleria entro le 22; gli ordini erano di agire con piena libertà di giudizio e solo qualora si fosse ritenuto che le condizioni di luce consentissero un attacco con probabilità di successo. In appoggio a Vega e Circe, oltre che ai MAS inviati contemporaneamente nelle acque di Malta, partì da Trapani anche la XIV Squadriglia Cacciatorpediniere, con il compito di incrociare nelle acque delle Egadi sino all’avvenuto rientro di torpediniere e MAS, e di appoggiare tali unità a meno che questo non comportasse il confronto con forze nemiche superiori.
Alle 7.12 del mattino del 10 gennaio la Circe, che con la Vega era sette miglia a sudest di Punta Ferreri sulla costa sudoccidentale di Pantelleria (le due torpediniere stavano procedendo a 12 nodi su rotta 133°), avvistò a circa 7000 metri per 270° (verso ovest) una nutrita formazione di navi nemiche, in navigazione verso sudest ad una velocità stimata di 20 nodi: era appunto il uno dei convogli di «Excess», l’«MC 4», con quattro mercantili (Clan Cumming, Clan MacDonald, Essex ed Empire Song) partiti da Gibilterra e diretti a Malta ed al Pireo sotto la scorta delle forze britanniche «B» (Gloucester, Southampton ed Ilex) e «F» (Bonaventure, Hereward, Hasty, Hero e Jaguar, il tutto al comando del CV H. J. Egerton sul Bonaventure), composte dagli incrociatori leggeri Bonaventure, Gloucester (nave di bandiera del contrammiraglio E. de F. Renouf, comandante della Forza B) e Southampton e dai cacciatorpediniere Jaguar, Hero, Hasty, Hereward ed Ilex.
La Circe accostò subito per 205°, subito imitata dalla Vega che, di propria iniziativa, si posizionò alla sua dritta, su un rilevamento circa perpendicolare alla congiungente con la formazione britannica. Il mare molto agitato riduceva di diversi nodi la loro velocità mentre si avvicinavano alla formazione avversaria.
Serrate le distanze sino a 4000-5000 metri, le due torpediniere lanciarono tra le 7.26 e le 7.28 (da parte britannica invece si stimò che il lancio fosse avvenuto alle 7.41, da 3660 metri): per prima la Circe, con il lancio di tre siluri (contro la nave centrale della formazione, ritenuta a torto una portaerei), subito seguita dalla Vega che ne lanciò due contro il Bonaventure. Purtroppo, le navi italiane avevano sbagliato nell’apprezzare la velocità delle navi britanniche in 20 nodi, mentre in realtà era minore (non poteva superare quella massima dei mercantili scortati, cioè 16 nodi), e nessuno dei siluri colpì il bersaglio (anche se a bordo delle navi italiane si ebbe invece l’erronea impressione di aver colpito).
Dopo il lancio, Vega e Circe accostarono subito in fuori e si allontanarono a tutta forza, dando la poppa al nemico.
Da parte loro, nella formazione britannica due unità – precisamente il cacciatorpediniere Jaguar, che era all’estrema sinistra della scorta, e l’incrociatore leggero Bonaventure, in coda alla colonna –  avevano avvistato le due torpediniere (tre miglia per 010°, al loro traverso sinistro) alle 7.20, più o meno contemporaneamente, nel punto 36°29’ N e 12°10’ E, quando si trovavano una dozzina di miglia a sudest di Pantelleria. Dato che era previsto che il convoglio avrebbe dovuto incontrare due cacciatorpediniere distaccati dalla formazione al comando dell’ammiraglio Andrew Browne Cunningham (comandante in capo della Mediterranean Fleet ed in quell’occasione della Forza A, che avrebbe raggiunto il convoglio proprio sul finire del combattimento con Vega e Circe), Jaguar e Bonaventure ritennero trattarsi appunto di queste unità, perciò alle 7.41 il Bonaventure comunicò l’avvistamento all’ammiraglio Renouf, poi sparò un proiettile illuminante, scoprendo la vera identità delle nuove arrivate.
A questo punto l’incrociatore accostò a tutta forza verso le torpediniere italiane ed iniziò a sparare contro la Circe, mentre Renouf ordinava al convoglio di accostare nella direzione opposta rispetto al nemico ed il Southampton e due dei cacciatorpediniere, il Jaguar e lo Hereward, andarono anch’essi al contrattacco mentre le torpediniere si ripiegavano.
Ne seguì un inseguimento con impari scontro di artiglieria: la Vega manovrò ad alta velocità per attaccare il Bonaventure, quindi questi concentrò il suo tiro su di essa, evitandone i siluri con la manovra. L’incrociatore sparò contro le torpediniere ben 600 proiettili da 133 mm, i tre quarti del proprio munizionamento. La Vega rispose al fuoco per prima con i suoi cannoni da 100 mm, seguita dalla Circe. La Vega riuscì a mettere un colpo a segno sul Bonaventure, ma il proiettile da 100 mm arrecò ben pochi danni all’incrociatore, pur causando perdite tra l’equipaggio (un morto e quattro feriti, uno dei quali successivamente deceduto), mentre i tre proiettili del Bonaventure che colpirono la torpediniera italiana ebbero un effetto devastante: il primo mise fuori uso eliche e timoni, immobilizzando la nave, il secondo centrò la caldaia prodiera, scatenando gravi fughe di fumo e vapore a centro nave, ed infine una salva distrusse il pezzo poppiero da 100 mm e fece saltare il sottostante deposito munizioni.
Ridotta ad un relitto immobile ed in fiamme, martellata dal fuoco nemico,  la Vega continuò a fare fuoco fino alla fine. Il direttore del tiro, sottotenente di vascello Giorgio Scalia, si portò a prua e proseguì il tiro con l’unico cannone che ancora funzionava: la nave ormai era perduta, non restava che vender cara la pelle e vendicarne la perdita.
Lo Jaguar si avvicinò sino ad appena 270 metri dalla Vega e la spazzò con il proprio tiro, incendiandola da prua a poppa (il cacciatorpediniere sparò in tutto 88 proiettili perforanti da 120 mm e 6 proiettili esplosivi da 100 mm), ma gli ultimi colpi sparati dalla Circe in allontanamento lo indussero ad allontanarsi.
Bonaventure ed Hereward si avvicinarono anch’essi al relitto galleggiante della torpediniera, poco distante da Pantelleria – ormai già in vista –, continuando a crivellarla di colpi, mentre questa seguitava ostinatamente a restare a galla e rispondere al fuoco.
Alle 8.15 (o 8.20), dopo una quarantina di minuti di combattimento, dato che la Vega non affondava, l’Hereward (avvicinatosi tanto da riuscire a leggere le lettere distintive «VG» e così ad identificare la nave italiana) finì la torpediniera italiana con il lancio di un siluro: l’arma andò a segno e la Vega, con la bandiera al vento, affondò a 6 miglia per 160° da Punta Sciaccazza (Pantelleria, a nord di Capo Bon, tra Pantelleria e Linosa; per altre fonti britanniche la Vega esplose alle 8.10).
Il comandante Fontana, che era rimasto illeso, incoraggiò l’equipaggio e diede gli ordini necessari perché i suoi uomini si mettessero in salvo, poi diede il suo salvagente al direttore di macchina, capitano del Genio Navale Direzione Macchine Luigi De Luca (che non sapeva nuotare), e rimase a bordo: come altri comandanti prima e dopo di lui, seguì fino alla fine la sorte della sua nave. 
Affondò con la Vega anche il sottotenente di vascello Scalia, anche lui dopo aver messo in salvo i suoi uomini e dato il proprio salvagente – non pochi erano andati distrutti nel combattimento – ad un marinaio, inesperto del nuoto (Scalia era stato invece in tempo di pace campione di nuoto e pallanuoto della S.S. Lazio), che non lo aveva. 
Entrambi avrebbero ricevuto la Medaglia d’oro al Valor Militare alla memoria.

La Circe, dopo essere sfuggita alle unità britanniche, raggiunse Pantelleria alle 8.45, richiedendo al semaforo l’invio a bordo di un ufficiale medico, che venne imbarcato con un’imbarcazione appositamente messa a mare. Su ordine del locale Comando Marina, la Circe recuperò la propria imbarcazione, per poi ripartire nuovamente diretta nel punto dove la Vega era affondata, per soccorrerne i naufraghi.
Dopo aver seguito la costa occidentale di Pantelleria, la Circe raggiunse il luogo dell’affondamento ed iniziò a perlustrarlo alla ricerca di superstiti. Alle 10.02 venne avvistata un’imbarcazione capovolta, cui era aggrappata una trentina di uomini: molti di essi sembravano già morti. La Circe calò un’imbarcazione al comando di un guardiamarina e si preparò a recuperare i superstiti più rapidamente possibile, ma a questo punto venne attaccata da un aereo nemico che scese a bassa quota e lanciò quattro bombe, che la mancarono di poco. Poco dopo la Circe intercettò anche dei segnali di scoperta aerea delle navi nemiche, ancora molto vicine, perciò rimise in moto e si allontanò dopo aver recuperato un solo naufrago, lasciando sul posto la propria imbarcazione. Durante la navigazione verso Pantelleria la torpediniera fu colta da un’avaria al timone e dovette governare con le macchine, raggiungendo il porto dell’isola alle 11.30.
L’imbarcazione lasciata dalla Circe sul luogo dell’affondamento riuscì a recuperare soli cinque altri sopravvissuti, poi diresse a sua volta per Pantelleria, dove giunse alle 13.30 a Punta Tracino. Un dragamine e tre MAS vennero inviati a proseguire le ricerche dei naufraghi, ma non trovarono nessun altro superstite. Tali mezzi recuperarono solo un cadavere: quello del direttore di macchina De Luca, che ancora indossava il salvagente donatogli dal comandante Fontana. L’ultimo eroico gesto del comandante della Vega non era purtroppo bastato a salvargli la vita.
Su 128 uomini che componevano l’equipaggio della Vega, morirono 6 ufficiali, 13 sottufficiali e 103 tra sottocapi e marinai.

Dopo l’affondamento, la famiglia del marinaio ventunenne Giorgio Ghezzi, di Caponago, ricevette l’ultima lettera da lui scritta, a Trapani, il 4 gennaio 1941. Ghezzi pregava la madre di accendere un cero perché potesse tornare a casa salvo, ma si diceva convinto che non avrebbe invece più fatto ritorno dalla famiglia, ed inviava un ultimo saluto a tutti i parenti, chiedendo anche alla madre, se non fosse tornato, di trascrivere a macchina la lettera per conservarla come ricordo. La sua ultima volontà dovette purtroppo essere esaudita.
La madre del furiere Luigi Pellegrino, di Pace del Mela, neanche vent’enne, si ammalò improvvisamente nella notte tra il 9 ed il 10 gennaio. Il fratello Fortunato, anche lui in Marina – che nella stessa notte aveva avuto a che fare con una fastidiosa insonnia –, cercò per giorni di sapere cosa fosse successo al fratello, che non aveva più inviato corrispondenza come invece era solito fare, specie dopo aver sentito l’annuncio, al bollettino di guerra, di una torpediniera non rientrata da un attacco contro navi nemiche; i suoi commilitoni cercarono di tenerlo all’oscuro di quanto successo fino al 18 gennaio (anche dicendogli che la nave affondata era la Circe), quando, essendo ormai la notizia apparsa anche sui giornali – che davano soprattutto risalto all’eroico gesto del comandante Fontana –, non rimase loro che ammettere che la nave affondata era la Vega. Fu Fortunato Pellegrino a dare la notizia agli anziani genitori, dopo aver chiesto un permesso di cinque giorni. Luigi Pellegrino ricevette la Croce di Guerra al Valor Militare alla memoria.
 

Perirono con la Vega:

Balilla Andreani, marinaio fuochista, disperso
Pietro Barbieri, secondo capo furiere, deceduto
Gerolamo Bardini, marinaio cannoniere, disperso
Sabatino Bardini, sergente cannoniere, disperso
Salvatore Bari, marinaio cannoniere, disperso
Antonio Barone, marinaio, disperso
Saverio Barone, capo meccanico di terza classe, deceduto
Pietro Baronti, marinaio cannoniere, disperso
Michele Boccagna, marinaio silurista, disperso
Beniamino Bonaiti, sottocapo torpediniere, disperso
Giunio Brunotti, sottocapo meccanico, disperso
Gennaro Buffo, marinaio, disperso
Enea Buoni, secondo capo meccanico, disperso
Siro Calvi, marinaio cannoniere, disperso
Umberto Calpista, sottocapo radiotelegrafista, disperso
Antonio Capraro, guardiamarina, disperso
Francesco Cardillo, marinaio, deceduto
Salvo Carollo, marinaio cannoniere, disperso
Giovanni Castelli, marinaio silurista, disperso
Domenico Catalano, marinaio, disperso
Domenico Catapano, marinaio cannoniere, disperso
Antonio Cazzola, marinaio, disperso
Gino Cerasani, marinaio cannoniere, disperso
Domenico Chila, marinaio fuochista, disperso
Attilio Chinci, capo meccanico di terza classe, disperso
Antonio Ciraci, marinaio fuochista, disperso
Gianfranco Cirri, marinaio fuochista, disperso
Guerrino Cognini, marinaio S. D. T., disperso
Antonio Conte, marinaio cannoniere, deceduto
Giovanni Conte, marinaio fuochista, disperso
Giovanni Corelli, marinaio segnalatore, disperso
Ettore Corradi, marinaio radiotelegrafista, deceduto
Michelangelo Corosu, sottotenente di vascello, disperso
Ettore D’Incecco, marinaio motorista, disperso
Bruno Dal Pous, sottocapo meccanico, disperso
Pietro Dalla Torre, marinaio S. D. T., disperso
Giacinto De Panis, sottocapo cannoniere, deceduto
Giuseppe De Santis, sottocapo cannoniere, disperso
Giovanni De Simone, marinaio, disperso
Nicola Del Pozzo, sergente silurista, disperso
Giovanni Di Giuseppe, marinaio, disperso
Leopoldo Di Luca, capitano del Genio Navale, deceduto
Giovanni Faldi, marinaio fuochista, deceduto
Francesco Farella, marinaio, disperso
Francesco Favalessa, marinaio fuochista, disperso
Enrico Ferroni, marinaio cannoniere, disperso
Giuseppe Fontana, capitano di fregata (comandante), disperso
Carlo Formenti, sottocapo elettricista, disperso
Gino Formentin, marinaio fuochista, disperso
Umberto Forte, marinaio fuochista, disperso
Domenico Fusi, marinaio cannoniere, disperso
Aldo Galeazzi, marinaio cannoniere, disperso
Luigi Galletta, marinaio cannoniere, disperso
Giorgio Ghezzi, marinaio fuochista, disperso
Giuseppe Giannandrea, marinaio motorista, disperso
Giacomo Giorgio, marinaio nocchiere, disperso
Osvaldo Grassi, sottocapo S. D. T., disperso
Alberto Graziaplena, marinaio, disperso
Italo Grottolo, marinaio fuochista, disperso
Giovanni Guarreschi, marinaio cannoniere, disperso
Gioacchino Isgrò, marinaio cannoniere, disperso
Vincenzo Kalani, marinaio, disperso
Sergio La Forgia, marinaio, disperso
Giovanni La Placa, marinaio fuochista, disperso
Edoardo Lai, marinaio radiotelegrafista, disperso
Camillo Lauriti, capo meccanico di prima classe, deceduto
Domenico Lentini, marinaio fuochista, disperso
Luigi Lima, secondo capo meccanico, disperso
Antonio Lo Pinto, sottocapo silurista, disperso
Daniele Losano, marinaio cannoniere, disperso
Dante Lupieri, sottocapo silurista, disperso
Giuseppe Maggioli, marinaio cannoniere, disperso
Giuseppe Manasia, marinaio fuochista, disperso
Orazio Manigrassi, marinaio cannoniere, disperso
Salvatore Marletta, marinaio cannoniere, disperso
Salvatore Marras, marinaio cannoniere, disperso
Aurelio Martini, marinaio silurista, disperso
Epifanio Mascali, colonnello commissario, deceduto
Fortunato Mastrofini, marinaio cannoniere, deceduto
Primo Montagner, sottocapo meccanico, disperso
Guido Mucelli, sottocapo torpediniere, disperso
Ferdinando Murri, marinaio elettricista, disperso
Ciro Negri, secondo capo radiotelegrafista, disperso
Gerolamo Nigro, marinaio, disperso
Guglielmo Nuzzo, sottocapo cannoniere, disperso
Matteo Olivieri, marinaio fuochista, disperso
Mario Palella, marinaio segnalatore, disperso
Antonio Pallado, marinaio fuochista, disperso
Giovanni Parlato, marinaio cannoniere, disperso
Ercole Pastorino, marinaio fuochista, disperso
Andrea Pavone, secondo capo nocchiere, disperso
Alfredo Pedretti, secondo capo, disperso
Luigi Pellegrino, marinaio furiere, disperso
Valdo Pellizzaro, marinaio fuochista, disperso
Francesco Pilo, secondo capo segnalatore, deceduto
Giuseppe Potitò, sottocapo cannoniere, disperso
Temistocle Racca, capo silurista di seconda classe, disperso
Renato Randellini, marinaio cannoniere, deceduto
Amos Ravasenghi, marinaio cannoniere, disperso
Gaetano Rodoquino, sottocapo cannoniere, disperso
Hermes Romanenghi, sottocapo silurista, disperso
Adriano Roncallo, marinaio fuochista, disperso
Nicola Ruggero, sottocapo meccanico, disperso
Antonio Ruocco, marinaio, deceduto
Vincenzo Russo, sottocapo nocchiere, disperso
Renato Saltara, secondo capo meccanico, disperso
Giorgio Scalia, sottotenente di vascello, disperso
Biagio Schipa, secondo capo cannoniere, disperso
Angiolino Scozzi, marinaio cannoniere, disperso
Luigi Scuratti, marinaio cannoniere, disperso
Nicola Signorile, marinaio cannoniere, disperso
Domenico Soppelsa, sottocapo cannoniere, disperso
Mario Sterlini, marinaio cannoniere, disperso
Luigi Tessarin, marinaio fuochista, disperso
Francesco Testa, marinaio cannoniere, disperso
Cosimo Toscano, marinaio fuochista, disperso
Livio Tusset, marinaio cannoniere, disperso
Francesco Varisco, sottocapo cannoniere, disperso
Sergio Vecchiet, marinaio infermiere, disperso
Antonio Verrando, sottocapo cannoniere, deceduto
Tullio Vittori, marinaio nocchiere, disperso
Gaspare Zangara, marinaio fuochista, disperso


La motivazione della Medaglia d’oro al Valor Militare conferita alla memoria del capitano di fregata Giuseppe Fontana, nato a Vicenza il 22 agosto 1902, comandante della Vega e della X Squadriglia Torpediniere:

“Comandante di squadriglia torpediniere, in numerose delicate missioni di guerra dette sempre prova di perizia e di sereno ardimento.
Nel corso di una ricerca notturna, conseguito il contatto con soverchianti forze navali avversarie, portò con abile e pronta manovra la torpediniera all'attacco, riuscendo ad infliggere al nemico sicure perdite con il lancio ravvicinato dei siluri. Durante la fase di disimpegno, dopo che la sua unità fu colpita dalla violenta reazione del fuoco avversario ed apparve impossibile il tentativo di salvarla, deciso a far pagare al nemico il più duramente possibile la perdita della torpediniera, si riportò contro la formazione avversaria e, con intenso tiro delle sue artiglierie protratto fino all'estremo limite, ripetutamente colpì le navi che ne facevano parte.
Quando l'affondamento della sua unità risultò imminente, dispose il salvataggio dei superstiti, ad uno dei quali diede anche il proprio salvagente, rincuorandoli fino all'ultimo dal suo posto di comando.
Nell'adempimento delle proprie mansioni divideva con la sua nave l'estrema sorte gloriosa.
Canale di Sicilia, 10 gennaio 1941.”

La motivazione della Medaglia d’oro al Valor Militare conferita alla memoria del sottotenente di vascello Giorgio Scalia, nato a Roma il 18 aprile 1917:

“Direttore del tiro di torpediniera, impegnata in audacissimo attacco contro soverchianti forze navali avversarie, dirigeva con magnifico ardimento e perizia il tiro delle artiglierie e, sfidando l'intensa azione di fuoco del nemico, che concentrava tutti i suoi calibri sull'unità, riusciva a colpire ed infliggere sicure perdite alle navi nemiche.
Colpita gravemente la sua unità, si portava presso il pezzo prodiero, l'unico rimasto efficiente, e con esso proseguiva con superbo slancio il tiro, fermamente deciso, nell'impossibilità di salvare la nave, a vendicarne la perdita, arrecando all'avversario i danni maggiori.
Sopraffatto dalla schiacciante superiorità dei mezzi nemici, che smantellavano anche l'ultimo baluardo della resistenza, preferiva, ligio alle più belle tradizioni marinare, condividere la sorte della nave, da lui difesa fino al limite di ogni possibilità umana.
Donato con generoso impulso il suo salvagente a persona dell'equipaggio, che ne era priva, rimaneva con eroica determinazione al posto di combattimento e immolava la sua giovinezza sull'unità, che gloriosamente si inabissava, consegnando ai fasti della Patria l'epica gesta.
Canale di Sicilia, 10 gennaio 1941”

La Vega a Venezia (g.c. Giacomo Toccafondi)


Giorgio Scalia, il nuotatore biancoceleste che sacrificò la sua vita per salvare un marinaio


1 commento:

  1. Amos Ravasenghi era il fratello minore di mio nonno.
    Mio nonno ne parlava poco, sua mamma non si era mai rassegnata alla perdita del figlio. anche noi abbiamo l'ultima lettera indirizzata a mio nonno prima dell'affondamento.

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