sabato 11 aprile 2015

Cesare Battisti


Il Battisti (da “Cacciatorpediniere in guerra” di Carlo De Risio, supplemento alla “Rivista Marittima” dell’ottobre 2009, via Marcello Risolo e www.naviearmatori.net)

Cacciatorpediniere della classe Sauro (1130 tonnellate di dislocamento standard e 1650 a pieno carico). Effettuò in guerra una decina missioni di intercettazione di convogli britannici in Mar Rosso, senza cogliere successi.

Breve e parziale cronologia.

9 febbraio 1924
Impostazione nei cantieri Odero di Sestri Ponente.
11 dicembre 1926
Varo nei cantieri Odero di Sestri Ponente, madrina Anita Sauro.
13 aprile 1927
Entrata in servizio.
24-30 giugno 1928
Il Battisti (a bordo del quale presta servizio quale guardiamarina Eugenio di Savoia) si reca in visita alle Baleari insieme ai gemelli Francesco Nullo, Nazario Sauro e Daniele Manin.
1929
Il Battisti ed i gemelli Francesco Nullo, Nazario Sauro e Daniele Manin formano la III Squadriglia Cacciatorpediniere, che, insieme alla IV Squadriglia (quattro unità classe “Sella”) ed all’esploratore Pantera (conduttore), compongono la 2a Flottiglia della I Divisione Siluranti, inquadrata nella 1a Squadra Navale di base a La Spezia.
1930
Entra in collisione con il Manin.
1931
Il Battisti, il capoclasse Nazario Sauro, i meno recenti Francesco Crispi e Quintino Sella ed il più grande Tigre formano la II Flottiglia Cacciatorpediniere della 2a Divisione della I Squadra Navale.
Settembre 1935
Battisti e Sauro si trovano dislocati a Rodi, insieme ai cacciatorpediniere Giovanni Nicotera e Bettino Ricasoli, agli esploratori Guglielmo Pepe, Alessandro Poerio, Aquila e Falco ed ai MAS 212 e 418.

Un’altra immagine della nave (g.c. Mauro Millefiorini via www.naviearmatori.net)

1935-1936
In preparazione alla sua dislocazione in Mar Rosso, essendo stato assegnato al servizio coloniale, subisce grandi lavori per dotare i locali interni di climatizzazione. A causa del conseguente appesantimento, la velocità massima cala da 35 a 31,7 nodi e l’autonomia da 2600 miglia a 14 nodi a 2000 miglia alla stessa velocità.
1939
Lascia La Spezia per il Mar Rosso, dov’è stato destinato, giungendo a Massaua all’inizio di settembre. Non tornerà mai più in Italia.
10 giugno 1940
All’ingresso dell’Italia nel secondo conflitto mondiale, il Battisti fa parte della III Squadriglia Cacciatorpediniere, di base a Massaua, insieme ai gemelli Francesco Nullo, Nazario Sauro e Daniele Manin.
27 giugno 1940
Viene mandato a soccorrere il sommergibile Perla, incagliatosi – dopo che gran parte dell’equipaggio è stato intossicato da perdite di cloruro di metile – e danneggiato dal cacciatorpediniere britannico Kingston.
26 (o 30-31) luglio 1940
Battisti, Nullo ed il sommergibile Guglielmotti lasciano Massaua per cercare un mercantile britannico (segnalato come proveniente da Suez ed in navigazione nel Mar Rosso), che non troveranno. È la prima missione offensiva di ricerca del traffico britannico compiuta in Mar Rosso.
30-31 agosto 1940
Compie un’uscita notturna unitamente al Manin, senza trovare alcuna nave.
5-6 settembre 1940
In missione offensiva insieme a Sauro e Manin, cerca vanamente un convoglio tra Suez ed Aden.
6-7 settembre 1940
Inviato assieme a Tigre, Leone e Sauro a cercare il convoglio britannico «BS. 4», proveniente da Suez e scortato dall’incrociatore leggero Leander, dall’incrociatore antiaereo Carlisle, dal cacciatorpediniere Kingston e dagli sloops Grimsby, Auckland, Clive e Parramatta. Durante la missione vengono lanciati siluri contro un cacciatorpediniere britannico, che viene tuttavia mancato.
19 settembre 1940
Salpa da Massaua insieme a Manin, Leone e Pantera per attaccare il convoglio britannico «BN 5», formato da 23 trasporti con la scorta dell’incrociatore leggero neozelandese Leander e degli sloops Auckland (britannico), Yarra (australiano) e Parramatta (australiano).
21 settembre 1940
Non avendo trovato il convoglio, i cacciatorpediniere devono tornare a mani vuote alla base.
5-6 ottobre 1940
Nuova infruttuosa missione offensiva di Battisti e Manin.
21 ottobre 1940
Secondo alcune fonti anche il Battisti avrebbe partecipato, in questa data, all’infruttuoso attacco al convoglio britannico nel «BN 7» costato la perdita del Nullo, ma probabilmente si tratta di un errore.
11 novembre 1940
Attacco aereo su Massaua, dalle 12.15 alle 13, da parte di tre bombardieri Bristol Blenheim britannici, con obiettivo le navi in porto; vengono in realtà colpite alcune costruzioni a terra. Muore il marinaio cannoniere Luigi Giarretti: è il primo caduto tra l'equipaggio del Battisti.

Il Battisti nella foto ufficiale (USMM)

Epilogo in Mar Rosso

Nella primavera del 1941 risultava ormai evidente che l’Africa Orientale Italiana, isolata e circondata su tutti i confini dalle forze del Commonwealth, non avrebbe potuto resistere ancora a lungo: all’inizio di aprile appariva inevitabile che Massaua sarebbe presto stata occupata dalle truppe britanniche. Si era perciò stabilito che le poche navi autonomia sufficiente a raggiungere la Francia od il Giappone avrebbero tentato la sorte, mentre tutte le altre avrebbero dovuto essere distrutte per evitare la cattura. I sei cacciatorpediniere di Massaua (Battisti, Sauro, Manin, Tigre, Leone e Pantera) non avevano un’autonomia abbastanza elevata, ed inoltre presentavano problemi alle macchine, ormai usurate dopo tanti anni di servizio, armamento obsoleto e strumentazioni non più perfettamente efficienti. Ma la loro sorte non sarebbe stata l’autoaffondamento a Massaua o nelle isole Dahlak: il contrammiraglio Mario Bonetti (comandante delle forze navali in A.O.I.), con il benestare di Supermarina, aveva deciso di lanciarle in un’ultima missione senza ritorno, un attacco contro Suez e Porto Sudan per fare quanto più danno possibile prima di andare perduti.
I tre cacciatorpediniere più grandi (Tigre, Leone e Pantera, che formavano la V Squadriglia), aventi maggiore autonomia, avrebbero risalito il Mar Rosso per attaccare Suez, mentre l’obiettivo dei tre più piccoli Battisti, Sauro e Manin (che formavano la III Squadriglia ed avevano un’autonomia di 600-700 miglia) sarebbe stato Porto Sudan, più vicino. Non era prevista copertura aerea: le navi, già menomate nell’efficienza, avrebbero dovuto procedere per due giorni in acque nemiche, esposte ad attacchi aerei e navali nel Mar Rosso, dove le forze britanniche regnavano ormai pressoché incontrastate. Indipendentemente dalla riuscita dell’attacco, non ci sarebbe stato alcun ritorno a Massaua: sia che avessero avuto successo, sia che non avessero potuto raggiungere gli obiettivi, i cacciatorpediniere avrebbero dovuto raggiungere la costa araba (in modo che gli equipaggi si sarebbero potuti rifugiare in terra neutrale) per poi autoaffondarsi.
I comandi britannici, avendo previsto la possibilità di un simile attacco, avevano rafforzato le difese sia di Suez che di Port Sudan: in quest’ultima località erano stati dislocati gli esperti gruppi di volo della portaerei Eagle (che non era potuta entrare essa stessa in Mar Rosso, trovandosi in Mediterraneo, per via delle mine posate da aerei tedeschi nel canale di Suez).
Il 31 marzo, i tre cacciatorpediniere della V Squadriglia lasciarono Massaua per primi (quelli della III Squadriglia avrebbero preso il mare l’indomani, essendo il loro obiettivo più vicino), ma nelle acque delle Dahlak il Leone s’incagliò su una scogliera sommersa non segnata sulle carte e fu costretto all’autoaffondamento, dopo di che Tigre e Pantera rientrarono a Massaua. Come se non bastasse la Luftwaffe, incaricata di lanciare un bombardamento diversivo su Suez, fece sapere che non avrebbe più potuto partecipare all’operazione.
Ciò obbligò a mutare i piani: tutti e cinque i cacciatorpediniere residui avrebbero attaccato Porto Sudan, dove avrebbero dovuto cannoneggiare le strutture portuali; le unità avrebbero navigato alla massima velocità per compiere l’intero tragitto (265 miglia) di notte, così da non essere avvistate. La nafta nei serbatoi – l’ultima rimasta ad Assab, appositamente trasportata a Massaua, per la missione, dalla nave cisterna Niobe – bastava solo per l’andata.

Nel primo pomeriggio del 2 aprile 1941 Sauro, Battisti, Manin (caposquadriglia della III Squadriglia), Tigre e Pantera (caposquadriglia della V Squadriglia e capo formazione) lasciarono Massaua per l’ultima volta: alle 13 partirono per primi Tigre e Pantera, seguiti un’ora più tardi da Battisti, Sauro e Manin. Al comando del Battisti era il capitano di corvetta Riccardo Papino; a bordo vi erano 182 tra ufficiali, sottufficiali e marinai.
(Almeno uno degli uomini del Battisti, tuttavia, rimase a terra: si trattava del fuochista Sereno Bellin, torinese. La sua sorte avrebbe finito coll’essere più tragica di quella dei commilitoni rimasti sulla nave: catturato alla caduta dell’Eritrea, venne imbarcato nel novembre 1942 sul piroscafo britannico Nova Scotia diretto a Durban, ma trovò la morte, insieme a centinaia di altri prigionieri ed internati civili italiani, nel suo affondamento da parte del sommergibile tedesco U 177, il 28 novembre 1942.)
Già a nord di Massaua i cacciatorpediniere furono individuati da ricognitori britannici della Fleet Air Arm (appartenenti alla Eagle ma ora assegnati a basi terrestri), vanificando l’effetto sorpresa e provocando, circa due ore dopo la partenza, un (inefficace) attacco aereo contro di esse.
Prima “vittima” della missione, e delle proprie mediocri condizioni – anzianità, intensa attività e scarsa manutenzione – prima ancora che del nemico, fu proprio il Battisti: le sue caldaie subivano perdite d’acqua eccessive, che lo costringevano a ridurre la propria velocità a non più di 15 nodi, oltre naturalmente ad accorciarne l’autonomia. Non era possibile andare avanti così: la nave non sarebbe mai potuta nemmeno giungere in vista di Port Sudan, e sarebbe anzi stata un peso per le altre. Verso le due di notte fu chiesta al caposquadriglia, capitano di fregata Araldo Fadin (del Manin), l’autorizzazione per raggiungere direttamente la costa araba ed autoaffondarvisi; questi la concesse.
Alle 3.15 del 3 aprile, pertanto, il Battisti uscì dalla formazione, lasciando proseguire verso il proprio tragico destino gli altri cacciatorpediniere.
Come ordinato dal caposquadriglia Fadin, il Battisti fece rotta verso Gedda, nella neutrale e non molto lontana Arabia, per sbarcare l’equipaggio ed autoaffondarsi. Secondo un superstite, il fuochista artefice Parigi Betti, per un tratto la nave fu anche inseguita da un’unità britannica, che la attaccò senza risultato.
Giunto al largo di Scio Aiba (un centinaio di chilometri a sud di Gedda), il Battisti venne abbandonato da quasi tutto l’equipaggio, che portò con sé anche il materiale ritenuto utile e salvabile. Poi, alle nove del mattino, vennero aperte le valvole Kingston, le prese a mare ed ogni altra apertura attraverso la quale l’acqua potesse riversarsi più agevolmente all’interno della nave. L’equipaggio rimase sul posto per verificare che la nave affondasse davvero, ma l’agonia del cacciatorpediniere fu lunga: s’inabissò solo alle due del pomeriggio.
Così morì il Battisti, in sordina, a migliaia di chilometri dall’Italia: scivolò sotto la superficie, per poi adagiarsi su un fondale di una cinquantina di metri.

Dopo che parte dell’equipaggio si fu gettato in acqua, un aereo britannico sganciò delle bombe poco lontano, senza colpire nulla. Dopo essersi accertati dell’affondamento, i naufraghi raggiunsero, in parte su lance e zattere, altri a nuoto, una spiaggia deserta sulla costa araba.
Dei cinque ufficiali e dei 177 tra sottufficiali, sottocapi e marinai che componevano l’equipaggio del Battisti, uno solo risultò mancante all’appello: il marinaio Silvestro Cipriano. Fu forse proprio il fuochista Parigi Betti ad essere unico testimone della sua fine: Betti vide infatti un giovane commilitone di sua conoscenza, in acqua forse ad una ventina di metri da lui, sparire sott’acqua dopo essere stato attaccato da degli squali.
I superstiti si misero in cammino verso l’interno, per raggiungere qualche centro abitato, dividendosi in più gruppi così che i più deboli e lenti non rallentassero quelli che avevano ancora le loro forze intatte. Il gruppo composto dagli uomini più giovani e veloci, dopo aver marciato per tre giorni e tre notti senza cibo né acqua, incontrò infine una donna che portava dell’acqua, che gli uomini del Battisti comprarono con i pochi soldi che avevano. I naufraghi raggiunsero poi una tenda beduina, i cui occupanti, appreso che i marinai erano italiani e viste le loro pietose condizioni, li accolsero benevolmente. Poco dopo sopraggiunse tuttavia un autocarro con soldati arabi, che arrestarono i marinai italiani per portarli in un campo d’internamento. Analoga sorte ebbe il resto dell’equipaggio, che, dopo aver camminato per una settimana nel deserto senza cibo né acqua – fu solo un violento temporale ad impedire che morissero di sete –, raggiunse infine un piccolo villaggio vicino a Scio Aiba.
Le autorità arabe, in virtù della neutralità del loro paese, procedettero infatti all’internamento dei marinai italiani, che furono confinati sull’assolata isoletta sabbiosa di Abu Sa’ad (o più precisamente in due isolotti, Abu Sat ed Alu Ast), ad otto miglia da Gedda ed a circa un miglio e mezzo dalla costa. Non sarebbero rimasti soli a lungo: nei giorni successivi si unì a loro anche l’equipaggio del Tigre, mentre quello del Pantera e parte di quello del Manin – tutti i cacciatorpediniere erano stati affondati od autoaffondati nel tentativo di raggiungere Port Sudan – furono internati nella vicina isola di El Wasta.
Qui sarebbero rimasti per quasi due anni, in condizioni simili più alla prigionia che all’internamento: alloggiati in capannoni aperti e senza pavimentazione e nutriti con cibo avariato – di regola una brodaglia di farina di fecola, avena ed insetti –, tanto da costringere molti a catturare i topi, che infestavano il luogo (giungendo nottetempo a mordere piedi ed orecchi degli internati, i quali dovevano dormire sulla sabbia), per cucinarli con spezie locali e mangiarli.
Non era comunque il tempo che mancava, ed i marinai lo misero a frutto migliorando la propria sistemazione con mezzi di fortuna: vennero realizzate baracche per ufficiali e marinai, mensa, cucina, forno ed un’officina che a sua volta realizzò per prima cosa utensili (ricavati dalle parti più disparate: una lima venne ottenuta da una balestra di automobile, pezzi di imbarcazioni furono usati come chiodi) e poi pentole e stoviglie; venne ideato un motore a vento per caricare gli accumulatori. La legazione italiana in Arabia Saudita fornì una radio ricevente. Vennero realizzati persino una palestra per fare ginnastica ed un teatrino, dove gli internati organizzarono regolari rappresentazioni per passare il tempo. Nonostante tutto, comunque, la situazione restava piuttosto precaria. 
Uno degli uomini del Battisti non sopravvisse all'internamento: Giuseppe Bianchi, sergente specialista in direzione del tiro, morì infatti ad Abu Sa'ad il 30 dicembre 1942.
Qualche naufrago del Battisti riuscì a sfuggire; uno di essi riuscì anche a tornare in Etiopia dove si sarebbe poi stabilito, sposando anche, anni dopo, una nipote del Negus Hailè Selassiè.
Nel giugno 1942 Italia e Regno Unito, con la mediazione della Turchia, avviarono negoziati per uno scambio di prigionieri: in cambio della liberazione di 838 prigionieri di guerra britannici, australiani e sudafricani in mano italo-tedesca, la Gran Bretagna avrebbe acconsentito al rilascio, da parte dell’Arabia Saudita, di 788 internati italiani e tedeschi, ossia i superstiti di Battisti, Tigre, Pantera e Manin più un certo numero di marittimi tedeschi e di civili e militari italiani fuggiti in Arabia alla caduta dell’Eritrea. L’accordo era stato sollecitato dall’Arabia Saudita – all’epoca ancora paese arretrato e di risorse limitate, non ancora divenuta la ricca nazione petrolifera oggi conosciuta –, desiderosa di disfarsi di tante “bocche da sfamare” (nonché da alloggiare e curare) capitate indesideratamente sul proprio territorio, e che altrimenti avrebbe dovuto mantenere per il resto della guerra. Da parte sua, il Regno Unito avrebbe voluto evitare che centinaia di marinai ancora abili potessero tornare in forza alla regia Marina, ma d’altra parte non gradiva la presenza di tanti militari nemici, sebbene internati e disarmati, non lontani dalle linee di comunicazione britanniche tra Egitto ed India.
Fu proprio la Turchia a suggerire ai britannici come risolvere il secondo problema compensando il primo: cioè scambiando gli internati italiani con prigionieri britannici. La proposta turca, fatta nel giugno 1942 e che accolse il favore dell’Arabia, venne accettata dai governi britannico ed italiano rispettivamente l’11 ottobre 1942 (pochi giorni dopo essere stata ad esso sottoposta dalla Turchia) ed il 22 gennaio 1943.
Lo scambio ebbe luogo tra il 20 ed il 21 marzo 1943 nel porto di Mersina, nella neutrale Turchia, dove i 788 internati italo-tedeschi furono trasportati dal piroscafo britannico Talma, che li aveva imbarcati a Gedda. Nel porto turco era contemporaneamente giunta la nave ospedale italiana Gradisca, con gli 838 prigionieri del Commonwealth: prigionieri ed internati vennero poi trasbordati da Talma a Gradisca e viceversa mediante delle chiatte.
Lo scambio era avvenuto al di fuori delle regole stabilite dalla Convenzione di Ginevra del 1929 (articolo 74: i prigionieri scambiati non possono più essere impiegati in servizi militari attivi), così gli uomini scambiati tornarono nuovamente a combattere, e morire: tra di essi vi fu anche l’ex comandante del Battisti, il capitano di corvetta Riccardo Papino. Assegnato al comando della torpediniera Lince, vi avrebbe trovato la morte nel siluramento da parte del sommergibile britannico Ultor il 28 agosto 1943.

Il ricordo del fuochista artefice Parigi Betti, classe 1918, da un articolo di Gaetano Rossi sul periodico “Ariminum” del Rotary Club di Rimini, anno XII, n. 2 (marzo-aprile 2005):

“(…) Ma l’impresa più epica, sia nostra che dei nostri sommergibilisti, avvenne proprio quando gli Inglesi, da terra, caduta Cheren, si apprestarono ad occupare Massaua. Da Supermarina venne allora l’ordine di autoaffondare le navi in porto, ma noi rifiutammo l’idea e decidemmo di vender cara la pelle e di non dar loro quest’ultima soddisfazione. L’unico MAS rimasto efficiente (MAS 213, Guardiamarina Valenza) prima di autoaffondarsi, uscì al largo ed attaccò, da solo, un intero gruppo di navi inglesi che come avvoltoi aspettavano da lontano che il porto cadesse. Riuscì a silurare un incrociatore [il Capetown, nda] rendendolo inservibile. Quanto a noi dei cacciatorpedinieri [sic] si decise un’impresa disperata. All’ordine: “Partenza senza ritorno!”, consapevoli che nessuno o quasi si sarebbe salvato, progettammo l’idea di tentare di raggiungere Port Sudan per bombardarlo, se ci fossimo riusciti, con la certezza che saremmo affondati almeno combattendo. Il pomeriggio del 2 aprile, a bordo dei CT Battisti, Pantera, Tigre, Sauro e Manin (rispettivi comandanti: Papino, Gasparini, Tortora, Moretti degli Adimari, Fadin), infischiandocene dell’intimazione inglese di resa, uscimmo dal porto sapendo bene a cosa andavamo incontro. Si trattava di eludere il blocco assediante, percorrere 300 miglia in acque controllate dal nemico e giungere davanti a Port Sudan di giorno per evitare le insidiose scogliere affioranti che ne proteggevano l’ingresso, ed infine combattere contro navi, batterie costiere ed aerei che non ci avrebbero lasciato scampo. Ma almeno saremmo stati uccisi o presi prigionieri combattendo con onore. La missione era pressoché impossibile, ardita, temeraria, suicida; ma ne valeva la pena. Purtroppo la nostra nave dopo alcune ore andò in avaria rallentò l’andatura e perdemmo i contatti con le altre. Dopo poco dovemmo avvicinarci alla costa araba per sfuggire ad un incrociatore che ci aveva individuato e ci inseguiva lanciando siluri che però non ci colpirono mai. Giunti in prossimità di alcune isolette il comandante decise di autoaffondarci per non far cadere l’unità nelle mani nemiche; quanto a noi, la costa non era lontana ed avremmo potuto raggiungerla a nuoto. Dopo che ci fummo gettati in mare un aereo inglese prese a lanciare bombe nelle nostre vicinanze. In un primo tempo lo maledicemmo ritenendola una vigliacca maramalderia alla quale ci avevano abituato altri loro comportamenti; ma poi capimmo che invece lo faceva per aiutarci, per allontanare gli squali che pullulano in quel mare. Infatti a non più di venti metri da me un ragazzo fu ghermito da uno di quei mostri; lo sentii gridare disperatamente “mamma! mamma!” e poi lo vidi scomparire sott’acqua gesticolando. Lo conoscevo bene e conoscevo i suoi ma non ho mai avuto il coraggio di raccontare alla madre di come morì. Come Dio volle giungemmo a riva, ma era zona di pieno deserto. Eravamo rimasti in 195. Ci dividemmo, a seconda delle forze per non rallentarci a vicenda. Noi giovani, più spediti, camminammo per tre giorni e tre notti prima di vedere un’anima viva: una donna che trasportava acqua e che ce la vendette per pochi soldi. Poi giungemmo ad una tenda beduina. Constatato il nostro miserevole stato e saputo che eravamo italiani, ci accolsero con grande cordialità. Poco dopo giunse però un camion con soldati inglesi [in realtà arabi, nda] che ci presero in consegna per poi portarci in campo di concentramento su due isolotti fetidi ed assolati Abu Sat e Alu Ast, dove si viveva in capannoni privi di pareti e di pavimento, insieme a qualche altro centinaio di prigionieri. Il cibo era pessimo e le vivande regolarmente avariate. “Pasta e carne a volontà” diceva il cuoco quando, gettata nella brodaglia che bolliva nel grande calderone la farina di fecola o l’avena o qualche altra porcheria, iniziavano a galleggiarvi decine di insetti d’ogni tipo. Per fortuna c’erano i topi, che di notte venivano a morderci piedi ed orecchi (visto che dovevamo dormire sulla nuda terra), e che invece prendevamo e cucinavamo a dovere, a mò di conigli in porchetta, date le dimensioni, insaporendoli con spezie ed aromi arabi. Qualcuno storcerà il naso, ma è a quella dieta di proteine “particolari” che molti di noi devono la vita! (…)”
 

Il Battisti ed il gemello Nullo in una cartolina (g.c. Giuseppe Garufi via www.naviearmatori.net)


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