mercoledì 13 maggio 2015

Alvise Da Mosto


L’Alvise Da Mosto a Taranto negli anni Trenta (Coll. Guido Alfano via Giorgio Parodi e www.naviearmatori.net)

Cacciatorpediniere, già esploratore, della classe Navigatori (dislocamento standard 2125 tonnellate, 2760 in carico normale, 2880 a pieno carico). Compì in guerra 79 missioni, percorrendo in tutto 23.531 miglia e trascorrendo 1440 ore in mare.

Breve e parziale cronologia.                                                            

22 agosto 1928
Impostazione nei Cantieri del Quarnaro di Fiume.
1° luglio 1929
Varo nei Cantieri del Quarnaro di Fiume. Il nome originario è Alvise Ca Da Mosto, poi cambiato in Alvise Da Mosto il 12 giugno 1930.
Durante le prove di collaudo riuscirà a toccare una velocità di 42,7 nodi, la maggiore della sua classe.
15 marzo 1931
Entra in servizio classificato come esploratore. È la penultima unità della sua classe ad entrare in servizio: grazie a ciò, sia il Da Mosto che l’ultima unità della classe (l’Antonio Pigafetta) entreranno in servizio già beneficiando delle prime modifiche per migliorare la stabilità (cioè con le sovrastrutture alleggerite ed abbassate: la plancia viene modificata ed abbassata, le due gambe laterali dell’albero a tripode vengono eliminate e così pure i depositi di carburante sopra la linea di galleggiamento, così però riducendo la capacità complessiva di serbatoi di oltre 100 tonnellate, e conseguentemente anche l’autonomia).
4 ottobre 1931
Da Mosto, Pigafetta ed i gemelli Giovanni Da Verrazzano e Nicolò Zeno ricevono la bandiera di combattimento a Venezia. Le bandiere sono donate dalle città natali dei navigatori eponimi: per il Da Mosto, proprio Venezia.
Negli anni successivi il Da Mosto parteciperà a normale attività di squadra, compiendo una crociera di rappresentanza nell’America meridionale (insieme al gemello Emanuele Pessagno).
1936-1937
Prende parte, in funzione di appoggio, alle operazioni navali italiane connesse alla guerra civile spagnola.
31 ottobre 1936
Il Da Mosto scorta fuori dallo stretto di Gibilterra il trasporto Aniene, in navigazione da La Spezia a Siviglia con a bordo un reparto di avieri italiani (sotto false generalità) inviati ad assistere i nazionalisti di Franco («Operazione Militare in Spagna»).
18 novembre 1936
Il Da Mosto, il gemello Giovanni Da Verrazzano ed il più grande esploratore Quarto formano il
Gruppo Navale Italiano nei porti prossimi allo Stretto, al comando del contrammiraglio Alberto Marenco di Moriondo, di base a Tangeri, per le operazioni connesse alla guerra civile spagnola. A fine mese le tre navi verranno rilevate dall’esploratore Aquila e dalla torpediniera Audace.
1938
Declassato a cacciatorpediniere, entra a far parte della XV Squadriglia Cacciatorpediniere. Rimane dislocato a Tangeri per poco tempo, poi viene adibito a ruoli addestrativi.
 
Il Da Mosto in uscita da Taranto tra il 1932 e il 1938 (g.c. Marcello Risolo via www.naviearmatori.net)

16 aprile-2 agosto 1940
Secondo ciclo di lavori di grande modifica dello scafo, che comportano l’allargamento di un metro dello scafo e modifiche alla prua, effettuati nell’Arsenale di La Spezia. Contestualmente viene potenziato l’armamento.
10 giugno 1940
All’ingresso dell’Italia nella seconda guerra mondiale, il Da Mosto (in realtà ancora ai lavori) forma in teoria, insieme ai gemelli Antonio Pigafetta, Giovanni Da Verrazzano, Lanzerotto Malocello e Nicolò Zeno, la XV Squadriglia Cacciatorpediniere, alle dipendenze della IX Divisione Navale.
Inizio agosto 1940
Terminati i lavori, torna a far parte della XV Squadriglia Cacciatorpediniere, di base a Brindisi ed assegnata alla VIII Divisione Navale.
Fino alla primavera del 1941 parteciperà ad intensa attività di squadra, con missioni di ricerca del nemico, posa di mine, caccia antisommergibile e bombardamento contro costa, questi ultimi in Albania per supportare le truppe italiane impegnate nella campagna di Grecia.
Dopo la primavera del 1941 opererà quasi esclusivamente in compiti di scorta convogli diretti in Libia nonché posa di mine.
1-2 settembre 1940
Partecipa all’uscita in mare della flotta a contrasto dell’operazione britannica «Hats». La XV Squadriglia cui appartiene (con Pigafetta, Da Verrazzano e Zeno) parte da Taranto alle sei del mattino del 31 agosto insieme alla IX Divisione (corazzate Littorio, nave di bandiera dell’ammiraglio di squadra Inigo Campioni, e Vittorio Veneto), alla V Divisione (corazzate  DuilioConte di Cavour e Giulio Cesare, quest’ultima aggregatasi solo il 1° settembre a causa di avarie), alla I Divisione (incrociatori pesanti Zara, Pola, Fiume e Gorizia), all’VIII Divisione (incrociatori leggeri Luigi di Savoia Duca degli Abruzzi e Giuseppe Garibaldi) ed ad alle Squadriglie Cacciatorpediniere VII (Freccia, Dardo, Saetta, Strale), VIII (Folgore, Fulmine, Lampo, Baleno), X (Maestrale, Grecale, Libeccio, Scirocco), XIII (Granatiere, Bersagliere, Fuciliere, Alpino) e XVI (Nicoloso Da Recco, Emanuele Pessagno, Antoniotto Usodimare). Complessivamente all’alba del 31 prendono il mare da Taranto, Brindisi e Messina 4 corazzate, 13 incrociatori della I, III, VII e VIII Divisione e 39 cacciatorpediniere. Alle 22.30 la formazione italiana, che procede a 20 nodi, riceve l’ordine di impegnare le forze nemiche lungo la rotta 155°, a nord della congiungente Malta-Zante, dunque deve cambiare la propria rotta per raggiungerle (o non potrebbe prendere contatto con esse), dirigendo più verso sudovest (verso Malta) e superando la congiungente Malta-Zante. Il mattino del 1° settembre, tuttavia, il vento, già in aumento dalla sera precedente, dà origine ad una violenta burrasca da nordovest forza 9, che verso le 13 costringe la flotta italiana a tornare alle basi, perché i cacciatorpediniere non sono in grado di tenere il mare compatibilmente con le necessità operative (non potendo restare in formazione né usare l’armamento). Poco dopo la mezzanotte del 1° settembre le unità italiane entrano nelle rispettive basi; tutti i cacciatorpediniere sono stati danneggiati (specie alle sovrastrutture) dal mare mosso, alcuni hanno perso degli uomini in mare. Le navi verranno tenute pronte a muovere sino al pomeriggio del 3 settembre, ma non si concretizzerà alcuna nuova occasione.
29 settembre-1° ottobre 1940
Lascia Taranto la sera del 29 settembre, insieme al gemello Da Verrazzano nonché all’incrociatore pesante Pola, alle Divisioni I (incrociatori pesanti Zara, Fiume, Gorizia), V (corazzate Giulio Cesare e Conte di Cavour), VII (incrociatori leggeri Muzio Attendolo e Raimondo Montecuccoli, da Brindisi), VIII (incrociatori leggeri Giuseppe Garibaldi e Luigi di Savoia Duca degli Abruzzi) e IX (corazzate Littorio e Vittorio Veneto) e le Squadriglie Cacciatorpediniere VII (Dardo, Saetta, Strale), X (Maestrale, Grecale, Libeccio, Scirocco), XIII (Granatiere, Bersagliere, Alpino) e XVI (Pessagno, Usodimare) (il Pola con la I Divisione e 4 cacciatorpediniere partono alle 18.05 e le altre unità alle 19.30) e da Messina la III Divisione con 4 cacciatorpediniere per contrastare un’operazione britannica in corso, la «MB. 5». La formazione uscita da Taranto assume rotta 160° e velocità 18 nodi, riunendosi con le navi provenienti da Messina alle 7.30 del 30 settembre. In mancanza di elementi sufficienti ad apprezzare la composizione ed i movimenti della Mediterranean Fleet ed in considerazione dello svilupparsi di una burrasca da Scirocco (che avrebbe reso impossibile una navigazione ad alta velocità verso sud da parte dei cacciatorpediniere) Supermarina decide di rinunciare a contrastare l’operazione ed ordina alle unità in mare di invertire la rotta alle 6.25 del 30 ed incrociare dapprima tra i paralleli 37° e 38°, poi (dalle 10.30) 38° e 39° ed alle 14 fare rotta verso sudovest sino a raggiungere il 37° parallelo, poi, alle 17.20, di rientrare alle basi. Navigando nella burrasca, la flotta italiana raggiunge le basi tra l’una e le quattro del mattino del 1° ottobre, vi si rifornisce in fretta e rimane in attesa di un’eventuale nuova uscita per riprendere il contrasto, ma in base alle nuove informazioni ottenute ciò risulterà impossibile, pertanto, alle 14.00 del 2 ottobre, le navi riceveranno l’ordine di spegnere le caldaie.
18 aprile 1941
Tra le 20 e 24 il Da Mosto (capitano di fregata Ollandini), ormeggiato alla banchina Sussitenza del porto di Taranto, imbarca con le proprie gruette le mine che dovrà posare nell’operazione di posa della prima tratta («S 11») della prima spezzata («S 1», che si estenderà dal punto 37°00’ N e 11°08’ E al punto 37°27’ N e 11°17’ E) del campo minato «S». Sul Da Mosto vengono caricate 122 boe strappanti.
19 aprile 1941
Le navi incaricate dell’operazione – il Da Mosto, i gemelli Nicoloso Da Recco (capitano di vascello Muffone, caposquadriglia della XVI Squadriglia Cacciatorpediniere), Giovanni Da Verrazzano (capitano di fregata Avelardi), Emanuele Pessagno (capitano di fregata Scammacca), Antonio Pigafetta (capitano di vascello Mezzadra, caposquadriglia della XV Squadriglia Cacciatorpediniere) e Nicolò Zeno (capitano di fregata Piscicelli) e gli incrociatori leggeri Raimondo Montecuccoli (capitano di vascello Solari), Eugenio di Savoia (capitano di vascello Lubrano, nave di bandiera dell’ammiraglio Casardi), Muzio Attendolo (capitano di vascello Conti) ed Emanuele Filiberto Duca d’Aosta (capitano di vascello Rogadeo) della VII Divisione – iniziano a muovere alle 2.50. Alle 3.55 al formazione supera le ostruzioni foranee: in testa Da Recco, Pigafetta, Pessagno e Zeno, adibiti alla scorta, poi i quattro incrociatori ed infine Da Mosto e Da Verrazzano in posizione di scorta arretrata notturna (mentre di giorno saranno in posizione di scorta laterale a dritta ed a sinistra). Le mine sistemate sulla coperta delle navi sono occultate con sferzi mimetizzati con strisce bianche; si pone grande attenzione nel non fare fumo, per non essere avvistati da aerei avversari. La formazione, al comando dell’ammiraglio di divisione Ferdinando Casardi, prosegue tenendosi al largo della costa, zigzagando nello stretto di Messina.
20 aprile 1941
Alle 3.50, ad ovest di Trapani, la formazione s’imbatte in una petroliera isolata che procede oscurata verso nord; la nave defila lungo gli incrociatori e poi accosta a sinistra, passando tra Da Mosto e Da Verrazzano, così vicino da costringere quest’ultimo a compiere una manovra d’emergenza per non entrare in collisione. Alle 6 le navi italiane riducono la velocità a 14 nodi; a causa della scarsa visibilità, l’ammiraglio Casardi decide di proseguire a velocità ridota in attesa di migliori condizioni, tali almeno da riconoscere la costa, prima di procedere alla posa delle mine, a costo di ritardarla. Alle 6.27, sette minuti dopo l’arrivo di un idrovolante che funge da scorta antisommergibile (i caccia previsti non decolleranno invece da Pantelleria a causa della foschia), è possibile riportare la velocità a 18 nodi, ed alle 6.52 le navi incaricate della posa (cioè il Da Mosto, il Da Verrazzano e gli incrociatori) iniziano la manovra per disporsi in linea di fronte, con distanza di 300 metri tra gli incrociatori e 200 tra gli incrociatori ed i cacciatorpediniere, posizionati sui lati esterni. Tra le 7.07 e le 7.41 viene eseguita la posa delle mine, che si svolge senza particolari problemi esclusa l’esplosione prematura di 22 ordigni. Il Da Mosto, che occupa la fila esterna sinistra (andando verso dritta ci sono nell’ordine l’Eugenio di Savoia che posa 124 boe esplosive e 37 mine ad antenna, il Montecuccoli ed il Duca d’Aosta che posano ciascuno 112 mine ad antenna, l’Attendolo che posa 124 boe esplosive e 37 mine ad antenna ed infine il Da Verrazzano che posa 122 boe strappanti; le file, dal Da Mosto al Da Verrazzano, sono denominate in ordine da «A» a «F») posa le sue 122 boe strappanti (regolate per tre metri di profondità e sfalsate rispetto a quelle esplosive della fila «B» dell’Eugenio di Savoia) ad intervalli di 60 metri su una lunghezza di quattro miglia. Terminata la posa, eseguita a 14 nodi, Da Mosto e Da Verrazzano accelerano gradualmente a 18 nodi ed accostano di 30° in fuori per poi assumere la posizione di scorta laterale.
Alle 7.52 la formazione inizia la navigazione di ritorno.
Alle 9.25 il Da Mosto, che occupa la posizione «C» sulla dritta, avvista una mina alla deriva nel punto 37°41’ N e 11°34’ E e le spara contro 576 proiettili da 13,2 mm, sino ad affondarla. Alle 9.51 il Pessagno dà l’allarme per sommergibile avvistato sulla dritta; mentre questi lancia tredici bombe di profondità, la formazione esegue un’accostata d’urgenza di 50° a sinistra, per poi tornare sulla rotta originaria una volta a distanza di sicurezza dal presunto avvistamento. Il Da Mosto, essendo rimasto indietro per affondare la mina, non può partecipare all’azione antisommergibile.
Alle 10.35 vi è un nuovo allarme antisom: il Pigafetta avvisa la scia di un siluro, dà l’allarme e piomba sul sommergibile attaccante insieme allo Zeno. Pigafetta e Zeno lanciano rispettivamente 9 e 4 bombe di profondità, fino alla comparsa di grosse chiazze di nafta.
Alle 10.50 l’ammiraglio Casardi, in base agli ordini prestabiliti, ordina a Da Mosto e Da Verrazzano di raggiungere Trapani per rifornirsi e poi aspettare nuovi ordini. Casardi ne approfitta anche per evitare di trasmettere via radio il lungo messaggio cifrato in cui descrive l’operazione: lo trasmette al Da Mosto e gli ordina di inoltrarlo via filo quando arriverà a Trapani.
Sullo sbarramento «S 11» andranno perduti il piroscafo francese S.N.A. 7 (27 aprile 1941), i piroscafi britannici Parracombe (2 maggio 1941) ed Empire Song (9 maggio 1941) e probabilmente il sommergibile britannico Usk (forse intorno al 2 maggio 1941).
23 aprile 1941
Da Mosto e Da Verrazzano, ormeggiati alle boe nel porto di Trapani, iniziano alle 8.10 ad imbarcare altre 82 mine ciascuno, nascondendo l’operazione ad occhi indiscreti eventualmente presenti in città mediante sferzi stesi sulla dritta. L’imbarco deve essere interrotto e poi ripreso a causa della mancanza di bettoline, e si conclude alle 15. Alle 23.25 i due cacciatorpediniere lasciano Trapani per effettuare la posa del secondo tratto («S 12» e «S 13») della prima spezzata («S 1») dello sbarramento «S».
24 aprile 1941
Da Mosto e Da Verrazzano raggiungono alle cinque, in mare aperto, il resto della formazione (Duca d’Aosta, Attendolo, Montecuccoli, Eugenio di Savoia scortati da Da Recco, Pigafetta, Pessagno e Zeno), partita da Augusta. Onde evitare equivoci, i due cacciatorpediniere raggiungono la formazione e, avvistato il fanale di coronamento della nave di coda, comunicano la loro presenza con gli apparati radio ad ultracorte prima di avvicinarsi.
Alle 4.27, intanto, le navi di Casardi sono arrivate in zona; di nuovo la visibilità è mediocre, pertanto si attende di poter meglio determinare la propria posizione prima di procedere alla posa. Alle 6.24 sopraggiungono otto caccia, che assumono la scorta aerea della formazione; alle 6.37 il Pigafetta avvista una mina, che viene affondata a colpi di mitragliera dallo Zeno. Alle 6.52, migliorata la visibilità, le navi iniziano a manovrare per portarsi in linea di fronte a distanza ravvicinata, come previsto, ed alle 7.34 iniziano la posa delle mine. L’operazione, svoltasi regolarmente, ha termine alle 9. La posa avviene in linea di fronte con, da sinistra verso dritta, Da Mosto, Da Verrazzano, Eugenio di Savoia, Montecuccoli, Duca d’Aosta ed Attendolo; la distanza tra le navi è di 300 metri. Da Mosto e Da Verrazzano posano ciascuno 82 mine ad antenna (sfalsate e regolate per 3 metri di profondità) ad intervalli di 150 metri su una distanza di 6,6 miglia, mentre gli incrociatori posano 144 mine ad antenna ciascuno (le file di mine sono denominate, dal Da Mosto all’Attendolo, da «G» a «N»). Anche in questo caso la posa viene effettuata a 14 nodi dopo di che Da Mosto e Da Verrazzano accelerano gradualmente a 18 nodi ed accostano di 30° in fuori per poi assumere la posizione di scorta laterale.
Alle 7.54, però, la vecchia torpediniera Simone Schiaffino – cui Casardi ha appena accordato il permesso di lasciare l’area dopo che, concluso un rastrello antisommergibile preventivo, era rimasta sul posto ad attendere la VII Divisione come da ordini – urta una delle mine del primo tratto ed affonda in tre minuti, portando con sé 79 dei 118 uomini dell’equipaggio. I naufraghi vengono recuperati dallo Zeno.
Dopo la fine della posa il Montecuccoli, come da ordini ricevuti da Casardo, viene lasciato libero di proseguire per La Spezia con Da Recco e Pessagno, mentre le altre navi si avviano sulla rotta di rientro. Alle 9.49 il Duca d’Aosta prima, ed altre unità poi, avvista ad est un aereo sospetto – forse un ricognitore britannico – e dà l’allarme; l’ammiraglio Casardi ordina il diradamento della formazione, che si ricostituisce poco dopo in seguito all’allontanamento del velivolo. Ad est di Capo Lilibeo, dov’è stato segnalato un sommergibile, la formazione procede a zig zag e modifica la rotta per passare a non meno di dieci miglia dal punto dell’avvistamento; nei suoi pressi il Da Mosto, su ordine dell’ammiraglio Casardi, lancia quattro bombe di profondità a scopo intimidatorio.
 
La nave durante la seconda guerra mondiale; vistoso il cambiamento della prua dopo i lavori del 1940 (da “La difesa del traffico con l’Africa Settentrionale – Dal 10.6.1940 al 30.9.1941”, Aldo Cocchia, USMM).

25 aprile 1941
Alle 10 la formazione, giunta presso il punto «A 1» di Taranto, non riesce ad avvistare punti cospicui della costa a causa della Foschia, così deve invertire la rotta ed aspettare l’arrivo del battello pilota. Alle 13 le navi riusciranno infine ad ormeggiarsi a Taranto.
29 aprile 1941
Tra le 20 e le 23.30 il Da Mosto (sempre al comando del capitano di fregata Ollandini), ormeggiato al pontile della Sussitenza insieme al gemello Da Verrazzano, imbarca a mezzo gruette le mine per le linee «d», «e», «f» e «i» del nuovo sbarramento difensivo «T» al largo di Tripoli. Fanno lo stesso anche gli incrociatori leggeri Eugenio di Savoia, Emanuele Filiberto Duca d’Aosta e Muzio Attendolo.
30 aprile 1941
La formazione inizia a muovere alle 4.30, ed alle 5.50 supera le ostruzioni foranee: in testa sono Da Recco (CV Muffone), Pigafetta (CV Mezzadra), Pessagno (CF Scammacca) e Zeno (CV Piscicelli) di scorta, seguiti da Eugenio di Savoia (CV Lubrano, nave di bandiera dell’ammiraglio Casardi), Duca d’Aosta (CV Rogadeo), Attendolo (CV Conti), Da Mosto e Da Verrazzano (CF Avelardi). Tra le 10.10 e le 11.05, al largo di Capo Colonne, la formazione zigzaga.
Alle 12.45 le navi entrano in un denso banco di nebbia, che riduce la visibilità a non più do 600 metri, uscendone solo alle 14.20. Alle 15.30 giunge sul cielo della formazione una scorta di caccia e bombardieri (prima vi erano degli aerei da ricognizione marittima), che resteranno sino al tramonto; alle 16.05 le navi ricominciano a zigzagare, proseguendo sino alle 20. Durante la sera, alle 21.05, le unità italiane assistono in lontananza ad un’incursione aerea su Malta.
1° maggio 1941
La formazione arriva nella zona stabilita per la posa, ma la densa foschia (visibilità 5-7 km) complica e ritarda l’individuazione dei punti di riferimento assegnati per iniziare la posa, finché, alle 10.15, viene avvistato il fumo della torpediniera Partenope, mandata da Marilibia a segnare con la sua presenza l’estremità nordoccidentale della linea «f». Alle 10.22 Da Mosto e Da Verrazzano, ricevuta libertà di manovra dall’ammiraglio Casardi, lasciano il gruppo, scortati da Pigafetta e Zeno, per compiere la posa della linea «i» (composta da 200 mine antisommergibile tipo U.M.A. di produzione tedesche, da ormeggiare a 15 metri di profondità, con intervalli di 100 metri tra ogni mina, e da suddividere in due file, con le mine sfalsate, distanziate tra loro di 200 metri), che iniziano alle 11.10 e completano alle 11.38. Intanto gli incrociatori posano, tra le 10.52 e le 12.27, le linee «f», «e» e «d». Solo cinque mine ad antenna esplodono prematuramente, evento abbastanza comune durante le pose.
Entro le 13 la formazione si è di nuovo riunita, e si mette pertanto in rotta per tornare alla base. Stante la fitta foschia ed il conseguente rischio di attacchi da parte di navi nemiche, i cacciatorpediniere vengono posizionati a 4000 metri dagli incrociatori, in posizione di scorta avanzata.
2 maggio 1941
Alle 5.30, in base ad ordini ricevuti alle 18.30 della sera precedente, l’ammiraglio Casardi distacca l’Attendolo con Da Recco e Pessagno perché raggiungano Messina, mentre il resto delle navi entra ad Augusta alle 6.30.
4-5 maggio 1941
Da Mosto, Da Recco, Da Verrazzano, Zeno, Pigafetta, Eugenio di Savoia, Duca d’Aosta ed Attendolo danno scorta indiretta ad un convoglio salpato da Napoli con le motonavi passeggeri (in uso come trasporti truppe) Victoria e Calitea e le motonavi da carico Marco Foscarini, Barbarigo, Ankara, Andrea Gritti e Sebastiano Venier, protette da una scorta diretta costituita dai cacciatorpediniere Ugolino Vivaldi, Lanzerotto Malocello ed Antonio Da Noli e dalle torpediniere Orione, Pegaso e Cassiopea.
Il convoglio, benché localizzato da un sommergibile – che però non attacca – e ripetutamente attaccato da aerei, arriverà a Tripoli a destinazione senza alcun danno.
6 maggio 1941
Da Mosto, Da Recco, Da Verrazzano, Pigafetta, Zeno, Eugenio di Savoia, Duca d’Aosta ed Attendolo, mentre sono in navigazione a 18 nodi ad est della Sicilia, vengono avvistati in posizione 37°34’ N e 15°27’ E dal sommergibile britannico Unique (tenente di vascello Anthony Foster Collett), che tuttavia, essendo a nove miglia di distanza, non può attaccare.
1° giugno 1941
In serata, tra le 21 e le 24, il Da Mosto (ormeggiato alla banchina Scuola Comando), il Da Verrazzano (ormeggiato alla stessa banchina), l’Eugenio di Savoia, il Duca d’Aosta e l’Attendolo imbarcano, come al solito con le proprie gruette, le mine per le nuove linee dello sbarramento «T».
2 giugno 1941
Alle tre di notte le navi iniziano a mollare gli ormeggi; due ore dopo i tre incrociatori, il Da Mosto (sempre al comando del capitano di fregata Ollandini), il Da Verrazzano (CV Avelardi) ed i gemelli Da Recco (CV Muffone), Pigafetta (CV Mezzadra) ed Antoniotto Usodimare (CF Galleani), in franchia delle rotte di sicurezza, assumono rotta 160° con velocità di 18 nodi. La navigazione procede con mare calmo e brezza da sub; la visibilità è buona. Tra le 8 e le 9 e tra le 14 e le 18.14, quando le navi si trovano a passare vicine alla costa, procedono a zig zag. Alle 18.10 viene avvistata, a 20.000 metri, la IV Divisione (incrociatori leggeri Giovanni delle Bande Nere, nave di bandiera dell’ammiraglio di divisione Porzio Giovanola, ed Alberto Di Giussano e cacciatorpediniere Scirocco e Vincenzo Gioberti), che dovrà partecipare anch’essa alla posa, e che alle 18.30 assume la sua posizione in formazione. Proprio in quel momento, però, il Da Mosto viene colto da un’avaria di macchina, che comunica con l’apposito segnale; la velocità della formazione, che avrebbe dovuto essere incrementata a 22 nodi, viene pertanto mantenuta a 18. Il Da Mosto scade rispetto alla formazione, e si constata che vi sono infiltrazioni di acqua salata nel condensatore della macchina di sinistra, rendendo così inutilizzabile tale motrice. Dato che il Da Mosto ha a bordo metà delle boe strappanti da posare a protezione della linea “b”, l’ammiraglio Casardi preferisce non privarsene, dato che altrimenti la posa ne risulterebbe parzialmente menomata; ma per evitare che la formazione non si venga a trovare all’alba del 3 e del 4 troppo lontana dalle coste italiane e così sprovvista di scorta di caccia, è necessario mantenere una velocità di almeno 20 nodi. Casardi decide quindi di tenere con sé il Da Mosto fino a posa avvenuta, se riuscirà a tenere una velocità di 20 nodi, per poi mandarlo a Tripoli, ed altrimenti di farlo rientrare ad Augusta. Alle 21.55 (25 minuti dopo che la formazione ha assunto rotta 197°), su ordine dell’ammiraglio Casardi, il Pigafetta si sposta in coda alla formazione in prossimità del Da Mosto, per fornirgli assistenza in caso di necessità e scortarlo ad Augusta qualora si rendesse necessario. Sul Da Mosto si verificano seri problemi per l’ebollizione di acqua in caldaia, ma alla fine la nave comunica di poter procedere a 22 nodi, dunque Casardi decide di proseguire a 20 nodi.
Alle 22.12 anche lo Scirocco, di scorta avanzata, viene colto da un’avaria, questa volta al timone, ma riesce a ripararla celermente ed a tornare in posizione in 40 minuti.
3 giugno 1941
All’alba la formazione, che a causa dell’avaria del Da Mosto ha accumulato due ore di ritardo, si ritrova senza scorta aerea, perché il ghibli e la scarsa visibilità impediscono agli aerei di decollare ed individuare le navi. Alle 10.05 viene avvistato il fumo emesso dalla torpediniera Castore per segnalare la posizione della posa, ed alle 10.37, dopo aver via via ridotto la velocità, le unità ricevono l’ordine di dividersi nei gruppi stabiliti per la posa. Al Da Mosto, prima di separarsi, vengono trasmesse otticamente le rotte di sicurezza per l’accesso a Tripoli, mentre contemporaneamente alla Castore viene ordinato di pilotare il cacciatorpediniere in avaria nel porto libico quando la posa sarà conclusa.
Alle 11.06 le unità del gruppo «Eugenio» (Eugenio di Savoia, Di Giussano, Bande Nere, Da Mosto e Da Verrazzano; si sono separati Duca d’Aosta, Pigafetta, Gioberti e Scirocco) iniziano a manovrare per assumere rotta e formazione di posa (per la linea «b», linea di fronte con, da sinistra, Bande Nere, poi Di Giussano a 300 metri, poi Eugenio di Savoia a 200 metri da quest’ultimo, quindi Da Mosto a 100 metri da esso); l’Usodimare è colto da avaria al timone, ma la risolve rapidamente. La posa della linea «b» inizia alle 11.31 e finisce alle 12.15, quella della linea «c» (posata invece dall’Attendolo e dall’Eugenio di Savoia) comincia alle 12.22 e termina alle 12.51; entrambe vengono compiute a 10 nodi. Il Da Mosto posa 116 boe strappanti, dopo di che il Da Verrazzano ne posa altre 95 e 17 esplosive. Bande Nere, Di Giussano ed Eugenio di Savoia posano rispettivamente 139 mine ciascuno i primi due e 228 boe esplosive il terzo, che poi, al pari dell’Attendolo, posa 88 mine ad antenna per la linea «c».
La linea «b» rappresenta il primo sbarramento di mine multiplo posato da unità italiane, essendo composto da 4 file, di cui 2 di mine antinave ad antenna (con intervallo di 100 metri tra ogni ordigno), una di boe esplosive (60 metri tra ogni boa) ed una di boe strappanti (anch’esse a 60 metri l’una dall’altra), con le armi sfalsate tra le file. Le due file di mine sono distanziate di 300 metri, quella di boe esplosive è a 200 metri dalla seconda fila di mine e la fila di boe strappanti è a 200 metri da quest’ultima. Si tratta di uno sbarramento sostanzialmente indragabile, ma la sua posa richiede grande coordinazione e precisione.
Alle 13.30, arrivate le navi del gruppo «Eugenio» nel punto di riunione, il Da Mosto riceve da Casardi l’ordine di raggiungere Tripoli anche senza farvisi pilotare dalla Castore, perché tale torpediniera è stata persa di vista (c’è molta foschia e la visibilità è in calo) e, data la mediocre visibilità, sarebbe difficile ritrovarla. Così viene fatto.
26 giugno 1941
Salpa da Taranto alle 17.20, insieme a Da Recco, Da Verrazzano, Pessagno, Pigafetta, Duca d’Aosta (nave di bandiera dell’ammiraglio Casardi) ed Attendolo, per la posa della seconda spezzata («S 2») dello sbarramento minato offensivo «S» nel canale di Sicilia. Stavolta il Da Mosto è di scorta, mentre le mine saranno posate, oltre che dagli incrociatori, da Pigafetta e Pessagno.
27 giugno 1941
Vicino ad Augusta Pessagno e Pigafetta vengono distaccati per recarsi a Trapani, dove imbarcheranno le loro mine, mentre il Da Mosto e le altre navi entrano ad Augusta alle sei del mattino. Alle 10.17 viene dato l’allarme aereo, essendo stati avvistati velivoli nemici dalle stazioni di vedetta meridionali della piazzaforte di Augusta, quindi Casardi, per non rischiare che le navi siano bombardate in porto con il pericolosissimo carico di mine a bordo, fa partire la formazione con un’ora di anticipo.
28 giugno 1941
Alle 5.10 Pessagno e Pigafetta, provenienti da Trapani, si ricongiungono con il resto della formazione. Alle 6.54 le navi iniziano la posa delle mine, che concludono alle 7.32; tutto si svolge regolarmente, salvo per lo scoppio prematuro di sei mine.
Il Da Mosto e le altre navi, eccetto Pigafetta e Pessagno (nuovamente inviati a Trapani), arrivano ad Augusta a mezzanotte.
6 luglio 1941
Salpa da Augusta alle 13.30 insieme a Da Recco e Da Verrazzano, scortando l’Attendolo ed il Duca d’Aosta. L’operazione, ancora una volta al comando dell’ammiraglio Casardi sul Duca d’Aosta, è la posa della terza tratta («S 3», con le spezzate «S 31» e «S 32» per un totale di 292 mine e 444 boe esplosive) dello sbarramento «S». A sud dello stretto di Messina, essendo stata constatata la presenza di un sommergibile, le navi procedono a zig zag, e dalle 15.45 alle 16.33 portano la velocità a 25 nodi.
7 luglio 1941
Alla formazione si uniscono dapprima, alle 5.23, Pessagno e Pigafetta partiti da Trapani, e poco dopo anche la IV Divisione (Bande Nere e Di Giussano scortati da Maestrale, Grecale, Libeccio e Scirocco), partita da Palermo al comando dell’ammiraglio Porzio Giovanola per partecipare alla posa. Alle 7 le navi (le mine saranno posate dagli incrociatori nonché da Pessagno e Pigafetta) iniziano a manovrare per assumere rotta e formazione di posa, ed alle 7.45 iniziano a posare le mine, terminando alle 8.57.
La VII Divisione dirige poi per Taranto, mentre la IV Divisione verrà lasciata libera di raggiungere Palermo alle 15.11.
9 luglio 1941
Il Da Mosto viene danneggiato da un bombardamento notturno della Royal Air Force su Tripoli.
21-22 luglio 1941
Da Mosto e Da Verrazzano svolgono vigilanza antiaerea ed antisommergibile a protezione delle corazzate Littorio e Vittorio Veneto della IX Divisione, che, scortate dalla X Squadriglia Cacciatorpediniere (Maestrale, Grecale, Libeccio, Scirocco), sono impegnate in esercitazioni di tiro diurno e notturno.
26 luglio 1941
Il Da Mosto, il resto della XV Squadriglia (Pigafetta – caposquadriglia e comandante superiore in mare, capitano di vascello Mezzadra –, Da Verrazzano e Zeno) ed i gemelli Pessagno ed Antonio Da Noli lasciano Taranto alle 20.
27 luglio 1941
Ai cacciatorpediniere si uniscono i posamine ausiliari, già traghetti ferroviari, Reggio ed Aspromonte, usciti da Messina alle 7. Le navi dirigono per Trapani, e durante la navigazione eseguono delle prove evolutive per migliorare la coordinazione tra traghetti-posamine e cacciatorpediniere, dalle caratteristiche manovriere molto differenti e che non hanno mai eseguito un’operazione di posa insieme prima d’ora. Le unità dovranno infatti effettuare la posa della quarta tratta dello sbarramento «S», la «S 4», composta dalle spezzate «S 41», «S 42», «S 43» e «S 44».
28 luglio 1941
Dopo aver dovuto rallentare nell’ultimo tratto per un’avaria dell’Aspromonte e poi essersi dovute ancorare davanti a Trapani in attesa della dissoluzione di un banco di nebbia, le navi entrano a Trapani alle cinque del mattino.
29 luglio 1941
Salpa da Tripoli scortando a Napoli la motonave Francesco Barbaro.
1-2 agosto 1941
Da Mosto, Da Recco, Da Verrazzano, Pessagno e Pigafetta vengono inviati in appoggio ad una squadriglia di torpediniere mandata ad effettuare rastrellamento notturno nell’ipotesi del passaggio di un convoglio britannico nel Canale di Sicilia, a seguito dell’avvistamento di una forza navale (due corazzate, una portaerei, due incrociatori ed otto cacciatorpediniere) uscita da Gibilterra e diretta verso est. L’allarme rientrerà il 4 agosto, con il ritorno della squadra britannica a Gibilterra.
6 agosto 1941
Cacciatorpediniere e traghetti imbarcano a Trapani, nel pomeriggio, le mine e le boe strappanti ed esplosive che dovranno presto posare. Nei giorni successivi le navi restano a Trapani, pronte a muovere in 6 ore.
7 agosto 1941
Allarme aereo dalle 19.17 alle 19.49.
11 agosto 1941
Da Mosto, Pigafetta (capitano di vascello Mirti della Valle, caposquadriglia e comandante superiore in mare), Pessagno, Da Noli, Da Verrazzano, Reggio ed Aspromonte lasciano Trapani alle 22.45 e si dispongono in linea di fila una volta in franchia delle ostruzioni.
12 agosto 1941
I cacciatorpediniere, una volta fuori delle rotte di sicurezza, si dispongono in posizione di scorta ai traghetti-posamine. Alle 6.45 sopraggiunge una scorta aerea di caccia e ricognitori, che resterà sul cielo delle navi sin al rientro. Alle 8.41 ha inizio la posa dello sbarramento «S 41», conclusa alle 9.15. Lo sbarramento, al pari di quelli che saranno posati nei giorni successivi, è formato da due file centrali («C» e «D», posate da Reggio ed Aspromonte, con intervallo di 100 metri tra ogni mina e le armi delle due file sfalsate tra di loro) di mine italiane antidraganti, due file intermedie («B» e «E», posate da Pigafetta e Da Mosto, con intervallo di 66 metri tra ogni boa) di boe esplosive e due file esterne («A» e «F», posate da Da Verrazzano, Pessagno, Da Noli e, nelle pose successive, anche Zeno; intervallo tra le boe 60 metri) di boe strappanti. Tra ogni fila la distanza è di 200 metri; la lunghezza delle file è di otto miglia. Il Da Mosto posa le 198 boe esplosive della fila «E».
Tra le 14 e le 15.15 le navi si ormeggiano a Trapani; Da Mosto, Da Noli, Da Verrazzano, Pessagno, Pigafetta, Zeno, Reggio ed Aspromonte imbarcano le mine della spezzata «S 42».
Alle 20 i cacciatorpediniere accendono le caldaie, per partire alle 24.
13 agosto 1941
Causa ritardi nell’imbarco delle mine, all’una si decide di rimandare la partenza di ventiquattr’ore.
14 agosto 1941
Tra le 00.00 e l’1.20 Da Mosto, Da Noli, Da Verrazzano, Pessagno, Pigafetta, Zeno, Reggio ed Aspromonte lasciano Trapani; in franchia delle ostruzioni si mettono in linea di fila ed in franchia delle rotte di sicurezza i cacciatorpediniere si pongono in formazione di scorta a Reggio ed Aspromonte.
Alle 7.53, giunte vicine alla zona di posa, le navi devono constatare che il mare agitato al traverso, da maestrale, impedisce la posa, quindi tornano indietro, entrando a Trapani tra le 12.50 e le 14.50.
15 agosto 1941
Allarme aereo dalle 2.45 alle 3.
16 agosto 1941
Accese le caldaie all’1.30, Da Mosto, Da Noli, Da Verrazzano, Pessagno, Pigafetta, Zeno, Reggio ed Aspromonte lasciano Trapani tra le 4.30 e le 5.40. Superate le ostruzioni si dispongono in linea di fila, e fuori dalle rotte di sicurezza i cacciatorpediniere scortano i traghetti-posamine.
La posa della spezzata «S 42» inizia alle 12.04 e finisce alle 12.56 (il Da Mosto posa 183 boe esplosive, la fila «E»), poi le navi fanno rotta su Trapani, arrivandovi tra le 16.30 e le 18.
17 agosto 1941
Le navi imbarcano a Trapani le mine per la spezzata «S 43», da posare il 18, ma alle 22.30 viene comunicato il rinvio di 24 ore dell’operazione.
19 agosto 1941
I cacciatorpediniere accendono le caldaie alle 00.30, e tra le 3.30 e le 4.40 escono da Trapani, mettendosi in linea di fila in franchia delle ostruzioni e poi di scorta a Reggio ed Aspromonte dalle 6.20.
La posa della «S 43» inizia alle 10.40 e viene completata alle 11.34 (il Da Mosto posa di nuovo la fila «E», composta stavolta da 225 boe esplosive), poi le navi mettono la prua su Trapani, dove i cacciatorpediniere arrivano tra le 15.20 e le 17.10.
20 agosto 1941
A Trapani vengono imbarcate le mine della spezzata «S 44». Allarme aereo dalle 19.50 alle 20.10, dalle 21.10 alle 21.45 e dalle 22.55 alle 23.10; vengono avvistati tre bombardieri Bristol Blenheim ed i cacciatorpediniere aprono un fuoco di sbarramento con le mitragliere, ma i Blenheim non sganciano alcuna bomba.
La posa della «S 44» dovrebbe aver luogo il 22 agosto, ma il maltempo la fa rimandare di ventiquattr’ore.
23 agosto 1941
Da Mosto, Pigafetta, Pessagno, Da Verrazzano, Da Noli e Zeno accendono le caldaie alle 3.30, poi partono tra le 4.25 e le 5.40. Come al solito, superate le ostruzioni assumono la linea di fila, poi dirigono per la zona di posa seguendo le rotte prescritte; alle 7 arriva la scorta aerea, che resterà sino al rientro.
La posa della «S 44» viene cominciata alle 10.23 ed ultimata alle 11.17 (ancora una volta al Da Mosto tocca la fila «E», composta stavolta da 208 boe esplosive), poi si assume la rotta di rientro, arrivando a Trapani tra le 14.30 e le 16.
Metà novembre 1941
Durante un turno di lavori a Fiume, il Da Mosto riceve un ecogoniometro tedesco S-Geraet e dei lanciabombe di profondità anch’essi di fabbricazione tedeschi: si tratta di una delle prime unità italiane a ricevere tali dotazioni, che la Kriegsmarine ha cominciato a fornire alla Regia Marina per aiutarla nella lotta antisommergibile. Viene imbarcato anche un nucleo di marinai tedeschi per istruire l’equipaggio italiano sull’uso dei nuovi equipaggiamenti, nonché, almeno inizialmente, servire agli stessi: il sergente (Bootsmaat) Rublack, i sottocapi (Matrosengefreiter) Hartmann e Macar ed i marinai (Matrose) Retter e Maidenoff.
Viene anche verniciato con un nuovo schema mimetico, ma la sua efficacia non potrà essere valutata a causa dell’affondamento della nave poco tempo dopo.
18 novembre 1941
Si trasferisce da Fiume a Pola; durante la navigazione, mentre procede a 16 nodi, rileva con il nuovo S-Geraet un sommergibile italiano in immersione a 4200 metri.
24 novembre 1941
Lascia Pola diretto a Taranto, scortando un piroscafo. Intorno alle 7 l’S-Geraet rileva un contatto su rilevamento 320°, a distanza imprecisata; si tratta probabilmente di un sommergibile nemico. Il Da Mosto zigzaga, mentre il piroscafo accosta per allontanarsi.
25 novembre 1941
Arriva a Taranto alle 15.
 
Il Da Mosto, ancora classificato come esploratore, nel Jane’s Fighting Ships del 1938 (g.c. Giuseppe Garufi)

Solo contro tre

Alle 13.35 del 30 novembre 1941, nel momento più critico della battaglia dei convogli, il Da Mosto, al comando del capitano di fregata Francesco Dell’Anno, lasciò Trapani scortando la grande motonave cisterna Iridio Mantovani, una delle più moderne in servizio, avente un carico di 8629 tonnellate di carburante (5032 tonnellate di nafta, 1870 di benzina e 1727 di gasolio) che avrebbe dovuto trasportare a Tripoli per supplire alle precedenti perdite di carburante subite con la distruzione dei convogli «Duisburg» (9 novembre) e «Maritza» (24 novembre) da parte della Forza K britannica.
La Mantovani era già partita da Napoli per la Libia il 21 novembre, in convoglio, nell’ambito di una vasta operazione di rifornimento, ma era rientrata a Taranto senza raggiungere la destinazione dopo che, a seguito del siluramento degli incrociatori Trieste e Duca degli Abruzzi, l’operazione era stata annullata e le navi fatte rientrare. Ora Supermarina aveva deciso di farla ripartire, non più in convoglio per la rotta che passava ad est di Malta, bensì isolata e con il Da Mosto lungo la rotta che passava ad ovest dell’isola (passando nel Canale di Sicilia e presso le Kerkennah).
Alle 15 del 26 novembre il Da Mosto aveva lasciato Taranto insieme a due vecchie torpediniere, l’Enrico Cosenz e la Giuseppe Dezza, per scortare la petroliera a Trapani. Nello stretto di Messina una torpediniera lanciò un allarme sommergibili, ed il Da Mosto effettuò un’infruttuosa ricerca; poi, al largo dell’estremità meridionale della Sicilia, era stato rilevato un campo minato di cui non si conosceva la presenza, e l’S-Geraet era servito per localizzare le mine ed evitarle. La Dezza aveva dovuto lasciare la scorta per avaria, mentre il resto del convoglio era giunto a Trapani alle otto di sera del 28 e vi aveva sostato prima che, alle tre del 30 novembre, ne ripartissero la Mantovani ed il Da Mosto diretti a Tripoli. L’arrivo a Tripoli, se si fosse mantenuta la velocità prevista di 14 nodi (in realtà la Mantovani non riuscì mai a superare i 13), era previsto per la sera del 1° dicembre.
Tra il 28 ed il 30 novembre avevano preso il mare anche altri tre convogli diretti in Libia (a Bengasi, però, anziché a Tripoli), oltre a quattro cacciatorpediniere ed un sommergibile in missione di trasporto. La contemporaneità della partenza del convoglio «Mantovani», che avrebbe percorso la rotta occidentale, e di tre convogli che avrebbero seguito quella orientale era voluta: si riteneva infatti che, come era accaduto in passato, tanto traffico sia a levante che a ponente di Malta avrebbe confuso i ricognitori britannici. Questa volta, però, il traffico ad est ed ad ovest dell’isola non era stato sincronizzato a dovere: il convoglio «Mantovani» avrebbe infatti navigato con 12-15 ore di ritardo rispetto a quelli diretti a Bengasi, venendo così a rappresentare l’unico convoglio in mare per tutta la giornata del 1° dicembre.
A protezione di tale traffico erano uscite in mare la corazzata Duilio, la VII (incrociatori leggeri Emanuele Filiberto Duca d’Aosta, Muzio Attendolo e Raimondo Montecuccoli) e VIII (incrociatore leggero Giuseppe Garibaldi) Divisione Navale e le Squadriglie Cacciatorpediniere XI e XIII.
Siffatto traffico navale non era sfuggito a sommergibili e ricognitori britannici, che avevano segnalato ai comandi i numerosi avvistamenti fatti (tra cui uno, da parte del sommergibile Thunderbolt, proprio del convoglio «Mantovani», il 1° dicembre); ma soprattutto, anche in questo caso “ULTRA” diede il suo contributo. Già il 29 novembre, in seguito all’intercettazione e decifrazione di messaggi italiani, i comandi britannici sapevano che la Mantovani sarebbe stata pronta a lasciare Trapani a 14 nodi, scortata dal Da Mosto, in qualunque momento successivo alle 16 del 29, seguendo la rotta di ponente; il 30 “ULTRA”, decrittati nuovi messaggi, aggiunse che la Mantovani, scortata dal Da Mosto, sarebbe stata pronta a lasciare Trapani tra le 13 e le 15 di ogni giorno, passando ad ovest di Pantelleria e giungendo a Tripoli alle 19.30 del giorno seguente a quello della partenza.
Da Malta erano pertanto uscite (il mattino del 30 novembre), con l’obiettivo di intercettare i convogli italiani, l’ormai famigerata Forza K (capitano di vascello William Gladstone Agnew), costituita dagli incrociatori leggeri Aurora (nave di bandiera del comandante Agnew) e Penelope (capitano di vascello Angus Dacres Nicholl) e dal cacciatorpediniere Lively (capitano di corvetta William Frederick Eyre Hussey), e la Forza B (contrammiraglio Rawlings), formata dagli incrociatori leggeri Ajax e Neptune e dai cacciatorpediniere Kingston e Kimberley.
Nemmeno l’uscita in mare delle navi britanniche sfuggì alle forze italiane, grazie al loro avvistamento dapprima da parte del sommergibile Tricheco e poi di ricognitori dell’Aeronautica, ma la sfortuna si accanì contro i piani italiani: nel pomeriggio del 30 il Garibaldi fu colto da una grave avaria alle caldaie, che lo lasciò immobilizzato. Dopo alcune ore, tutta la forza italiana di protezione (il Garibaldi necessitava della protezione della Duilio, e ciò avrebbe lasciato in mare la sola VII Divisione, numericamente inferiore alle Forze B e K qualora si fossero riunite) ricevette pertanto ordine di rientrare a Taranto.
La Forza K ebbe così campo libero nella ricerca dei convogli; dopo aver cercato senza risultato – grazie ad un opportuno dirottamento ordinato da Supermarina – il convoglio «Veniero» (motonave Sebastiano Venier e cacciatorpediniere Giovanni Da Verrazzano), nelle prime ore del 1° dicembre le navi di Agnew s’imbatterono nell’incrociatore ausiliario Adriatico, che navigava da solo. Dopo un breve quanto disperato combattimento, l’Adriatico fu affondato, e la Forza K si rimise a caccia di convogli, procedendo lungo il 34° parallelo, nel Canale di Sicilia, arrivando così nel tratto di mare compreso tra Pantelleria e le isole Kerkennah.

Il convoglio «Mantovani», munito anche di una scorta aerea formata da alcuni caccia e da un idrovolante antisommergibile, proseguiva intanto ignaro per la sua rotta. Sia Supermarina che il Comando Superiore della Regia Aeronautica (Superaereo) avevano disposto che l’Aerosettore Ovest rafforzasse la scorta aerea del convoglio durante la giornata del 1° dicembre. Tale messaggio sarebbe risultato controproducente: intercettato da “ULTRA”, avrebbe infatti rivelato ai comandi britannici che la Mantovani doveva probabilmente essere partita il pomeriggio del 30 novembre. Durante la navigazione vennero individuata una mina alla deriva e più tardi incrociati, a circa 3 km di distanza, tre piccole navi costiere francesi.
La navigazione procedette tranquilla fino alle 9.40 del 1° dicembre, quando il Da Mosto avvistò dei ricognitori che seguivano il convoglio e lanciò il conseguente segnale di scoperta via radio. Dato che i ricognitori non accennavano ad andarsene, il cacciatorpediniere reiterò il segnale di scoperta e richiese che intervenisse la caccia: sopraggiunsero allora dapprima un idrovolante da ricognizione CANT Z. 501, poi un bombardiere Savoia Marchetti S. 79 “Sparviero” da bombardamento terrestre ed infine due caccia; il Da Mosto, avendo notato che il ricognitore britannico era al traverso a sinistra, all’orizzonte, sparò dei colpi di mitragliera verso di esso per indicarlo ai caccia (il velivolo era infatti troppo lontano perché il Da Mosto potesse colpirlo con le proprie armi), ma non accadde nulla. Intanto il ricognitore nemico aveva potuto segnalare posizione, rotta e velocità del convoglio a Malta; non era possibile effettuare alcun cambiamento di rotta per disorientare il nemico, perché in quel tratto di Canale di Sicilia la rotta era pressoché obbligata.
Alle 13, mentre il Da Mosto era a prua sinistra della Mantovani, vennero avvistati non molto lontani due bombardieri Bristol Blenheim provenienti da est, da Malta, volando bassi sul mare. Gli aerei, divenuti poi tre – in realtà erano quattro, appartenenti al 107th Squadron della Royal Air Force – puntavano evidentemente verso la petroliera: il comandante Dell’Anno le ordinò pertanto di accostare di 90° a dritta, poi mantenne la sua nave con il fianco rivolto ai bombardieri per poter puntare tutte le armi contro di loro. Non appena gli aerei furono a tiro, a 2600 metri, il Da Mosto aprì il fuoco con i cannoni da 120 mm con granate contraeree, cui poi si unirono tutte le mitragliere di sinistra. Due aerei dovettero alzarsi e non riuscirono a mettere a segno le loro bombe, ma il terzo, leggermente scaduto rispetto agli altri due che lo precedevano, riuscì a sganciare le sue bombe prima che il Da Mosto sparasse di nuovo e che i caccia della scorta aerea potessero intervenire, ed a metterle a segno. La Mantovani rimase immobilizzata: le macchine ferme, il timone bloccato, l’elica danneggiata. Era l’inizio della fine.
Il Da Mosto si portò subito sotto alla petroliera danneggiata e la prese a rimorchio: i cavi di canapa inizialmente utilizzati, però, si spezzarono quando furono messi in trazione, e fu necessario rimpiazzarli faticosamente con un pesante cavo d’acciaio, perdendo molto tempo per stenderlo. Il cacciatorpediniere rimise poi in moto, ma anche il cavo d’acciaio si spezzò, forse perché la Mantovani, avendo il timone in avaria, non seguiva il Da Mosto con rotta rettilinea, così che i cavi dovevano subire continui strappi anomali fino al cedimento. Via via che il tempo passava, inoltre, la nave cisterna imbarcava acqua dalle falle aperte dalle bombe, appoppandosi lentamente.
Come se non bastasse, alle 16.50 apparvero in lontananza altri quattro bombardieri britannici. Era proprio l’orario del cambio di pattuglia per i velivoli della scorta aerea: i caccia presenti fino ad allora se n’erano andati per scarsità di carburante, e quelli destinati a sostituirli non erano ancora arrivati. Unica fortuna, il Da Mosto aveva appena lasciato i cavi di rimorchio spezzati, dunque poteva manovrare liberamente. La nave mise la prua verso gli aerei, aprì il fuoco con tutte le armi disponibili e cercò di fare da scudo alla petroliera, ma i velivoli attaccanti compirono un ampio giro per evitare il fuoco del Da Mosto, piombarono sulla Mantovani ferma ed inerme e la bombardarono di nuovo, centrando la plancia e la murata. Sulla nave colpita divampò un incendio; la situazione della cisterna, dopo questi nuovi danni, parve tanto disperata che i suoi comandanti militare e civile, capitano di corvetta Nigro e capitano di lungo corso Carlo Merlo, ne ordinarono l’abbandono. L’equipaggio scese sulle lance, ed il Da Mosto si avvicinò per prenderlo a bordo.

Nel frattempo, la Forza K si stava dirigendo proprio nella zona dove la Mantovani ed il Da Mosto si trovavano. Le unità britanniche erano state informate alle 10.40 della presenza di una nave cisterna ed un cacciatorpediniere presso le secche di Kerkennah, ed Agnew, in mancanza di ordini specifici, aveva deciso di dirigersi sul posto. Le navi di Agnew erano state avvistate già alle 10.10 da un ricognitore della V Aerosquadra, che aveva indicato una «forza navale imprecisata» avente rotta 270° e velocità 20 nodi a 60 miglia per 45° da Misurata, e poi di nuovo (dopo poco più di un’ora) da un secondo ricognitore che precisò che le navi erano incrociatori e cacciatorpediniere, ma nessuno dei due aerei riuscì a pedinare la formazione britannica, così che quando l’Aerosettore Ovest inviò degli aerosiluranti ad attaccarla, questi non riuscirono a trovarla. Il peggio, però, era che al Da Mosto non era stata data alcuna notizia del fatto che navi da guerra nemiche stessero filando a 20 nodi verso la propria posizione.
Supermarina, informata degli attacchi aerei e del danneggiamento della Mantovani, aveva frattanto ordinato a Marina Tripoli di far partire il cacciatorpediniere Lanzerotto Malocello e la torpediniera Generale Marcello Prestinari per rinforzare la scorta, ed il rimorchiatore Ciclope per dare assistenza. Queste ultime due unità lasciarono Tripoli (Prestinari) e Zuara (Ciclope) nel primo pomeriggio, mentre il Malocello richiese un approntamento più lungo.
La Forza K, invece, aveva potuto fruire delle indicazioni fornite dai Blenheim che avevano attaccato il convoglio, nonché di un Vickers Wellington dotato di radar ASV che l’aveva guidata nelle vicinanze del convoglio, salvo poi trasmettere rilevamenti errati: queste informazioni avevano rischiato di fuorviare la Forza K, ma alle 17.14 le vedette dell’Aurora avvistarono aerei che volavano in cerchio ad una ventina di miglia, pertanto le navi andarono in quella direzione. Alle 17.43 le unità di Agnew avvistarono le alberature di una nave ferma, che si rivelò in breve essere una grossa petroliera: la Mantovani. Subito dopo la Forza K venne assalita da tre caccia FIAT CR. 42, quelli avvistati prima: il valoroso intervento dei tre superati biplani non poté però far nulla per fermare le navi britanniche, che li respinsero con il proprio tiro contraereo ed alle 17.50 avvistarono anche il Da Mosto, a dritta della Mantovani. Il cacciatorpediniere era in quel momento fermo per recuperare i naufraghi della cisterna dal mare cosparso di benzina in fiamme: e proprio allora le sue vedette videro due navi molto lontane, con la prua rivolta verso di loro. Era la Forza K.
Sulle prime il comandante Dell’Anno sperò che si trattasse del Malocello e della Prestinari, della cui partenza da Tripoli era stato informato, ma prudentemente diresse verso di loro prora contro prora ad elevata velocità per riconoscerle. Ogni speranza svanì rapidamente quando i velivoli della scorta aerea spararono con le mitragliatrici verso i nuovi arrivati, per segnalarli al Da Mosto quali nemici.
Mentre la distanza calava rapidamente, Dell’Anno riconobbe correttamente le unità sopraggiunte come due incrociatori seguiti un cacciatorpediniere, e decise di passare all’attacco. Il Da Mosto accostò di 50° a sinistra per poter puntare tutti i pezzi da 120 mm sulle navi britanniche, quindi accostò nuovamente per ottenere un angolo Beta idoneo a lanciare i siluri; quando la distanza fu scesa a 18.000 metri, alle 18.01, la Forza K aprì il fuoco con i cannoni prodieri, manovrando intanto per ridurre il Beta. Fu l’Aurora a sparare (a bordo dell’incrociatore si valutò la distanza in 14.600 metri), mentre il Penelope si tolse dalla linea di tiro e non aprì il fuoco per non disturbare la mira della nave gemella. Quando il Beta fu divenuto di 35°-40°, il comandante Dell’Anno ordinò di lanciare i siluri, ma questi non partirono; intanto le salve da 152 mm sparate dagli incrociatori cadevano tutt’attorno al Da Mosto, inquadrandolo ma senza colpirlo. Le salve sparate dai cannoni del Da Mosto caddero 460-640 (o 550-730) metri a poppa sinistra del Lively; da bordo del Da Mosto si pensò di aver colpito uno degli incrociatori, ma si trattava di un’impressione errata.
Scesa la distanza a 10.000 metri, il cacciatorpediniere italiano mise tutta la barra a sinistra ed emise una cortina fumogena, per ostacolare il pericolosamente centrato tiro nemico e tentare di attaccare nuovamente con i siluri. Quando la distanza fu ulteriormente calata a 8000 metri, il Da Mosto uscì a sinistra dalla cortina fumogena, riprese subito il fuoco e lanciò quattro siluri, mentre la distanza scendeva ancora fino a 6000 metri (nessuna delle armi andò a segno; una passò a 400 metri dal Penelope).
Il cacciatorpediniere mise poi la barra dritta per tornare nella cortina fumogena ed allontanarsi definitivamente, ma proprio allora – erano le 18.09 –, quando aveva appena cominciato ad accostare, il Da Mosto venne centrato da una bordata che cadde a poppa, colpendo il deposito munizioni numero 3, che esplose, facendo detonare anche le bombe di profondità ed asportando la poppa. La nave di Dell’Anno rimase subito immobilizzata, trasformandosi subito in un bersaglio per i cannoni della Forza K, che la colpirono ancora, più volte. Alcune salve centrarono un fumaiolo, altre posero fuori uso parte degli impianti elettrici, rendendo inutilizzabile anche la telemetria di puntamento. Il Da Mosto iniziò a sbandare a sinistra, continuando a sparare con il complesso binato numero uno, ma l’inclinazione sulla sinistra crebbe molto in fretta: ormai la nave stava affondando.
Il comandante Dell’Anno, spostatosi sull’ala di plancia di dritta, ordinò a questo punto di abbandonare la nave. Il comandante in seconda, che aveva lasciato il ponte di comando per andare verso poppa quando il Da Mosto era stato colpito, invitò gli uomini a restare calmi, parlando tranquillamente. I feriti vennero caricati sugli zatterini, mentre quanti erano illesi si aggrapparono intorno. Dell’Anno aiutò gli ufficiali di rotta a buttare in acqua la cassetta con gli archivi segreti; quando il direttore del tiro venne a dirgli che non era più possibile proseguire il fuoco con i cannoni, gli ordinò di mettersi in salvo. (Secondo il superstiti tedeschi Rublack e Maidenoff, prima di abbandonare la nave l’equipaggio lanciò una triplice acclamazione: “alla nave, al duce ed al führer”).
Alle 18.15 il Da Mosto affondò nel punto 33°53’ N e 12°28’ E (circa 75 miglia a nordovest di Tripoli o 60 miglia a nord-nord-ovest di Tripoli), portando con sé 138 tra ufficiali, sottufficiali e marinai.
Il comandante Dell’Anno, rimasto sull’ala di plancia di dritta, finì in mare e vide la prua del Da Mosto levarsi nel cielo, verticalmente, sopra di lui, poi raggiunse a nuoto una zattera Carley che aveva notato poco lontano.
L’Aurora ed il Penelope defilarono a bassa velocità ad un chilometro di distanza, ed uno di essi fece dei segnali con la trappola rossa al Lively, che durante lo scontro era rimasto scartato e non aveva aperto il fuoco. Il cacciatorpediniere britannico, per ricongiungersi con gli incrociatori, passò in mezzo ai naufraghi, transitando molto vicino alla zattera del comandante Dell’Anno, tanto vicino che questi riuscì a leggerne il pennant number G 40 dipinto sulla murata. Mentre la Forza K si allontanava, l’equipaggio del Lively aveva l’equipaggio schierato sull’attenti: così rendeva gli onori militari alla valorosa e sfortunata nave italiana. (Secondo il rapporto tedesco basato sulle affermazioni di Rublack e Maidenoff, invece, il Lively attraversò la zona dei naufraghi senza cercare di recuperare nessuno, ed i suoi uomini gridarono ai superstiti in tono irrisorio “Good bye boys”).
Eliminata così l’unica nave di scorta, la Forza K cannoneggiò l’immobilizzata Mantovani. I due incrociatori si allontanarono verso Malta alle 18.30, lasciando sul posto il Lively che, raccolti alcuni naufraghi, finì con un siluro la Mantovani alle 19.53, affondandola nel punto 33°50’ N e 12°50’ E. Dell’equipaggio della petroliera morirono 49 uomini, tra cui i sui comandanti militare e civile, mentre 24 superstiti furono recuperati dal Lively e dall’Aurora (e altri dieci dalla torpediniera Prestinari).
Tra quanti finirono in mare con l’affondamento del Da Mosto vi fu anche il furiere segretario Giovanni Favero, di Gemona del Friuli. Aggrappato ad un salvagente nell’acqua fredda di dicembre, circondato dal petrolio in fiamme, sorreggeva un compagno ferito, che gli diceva di lasciarlo andare. Ad un certo punto, il commilitone si liberò con uno strattone e scomparve sotto la superficie. Il mare era avverso.
Il marinaio fuochista Ferruccio Manicardi, ferito, raggiunse a nuoto delle zattere di salvataggio, ma erano già piene; rischiando di farle capovolgere se vi si fosse aggrappato, gli fu detto di raggiungere delle altre zattere, ma non fu più rivisto. Aveva ventun anni, e lasciava un figlio di un anno che si chiamava come la sua nave, Alvise.
Due marinai italiani ed il sergente tedesco Rublack nuotarono verso il relitto ancora galleggiante della Mantovani, per calare in mare una scialuppa ancora intatta e per provvedere all’affondamento della cisterna, ma il Lively aprì il fuoco e la cisterna affondò poco dopo, vanificando il tentativo. Rublack ed il marinaio Maidenoff erano gli unici, tra i cinque tedeschi addetti all’S-Geraet, ad essersi salvati (sarebbero successivamente stati assegnati alla torpediniera Circe); il sottocapo Macher era caduto presso il complesso poppiero mentre Hartmann e Retter, addetti all’S-Geraet, erano scomparsi con la nave.

I velivoli della scorta aerea, avendo osservato l’impari combattimento, lo avevano comunicato a Marina Tripoli: essendo evidente che le navi inviate non avrebbero mai potuto affrontare due incrociatori ed un cacciatorpediniere, fu ordinato loro di tornare in porto. Il Malocello, appena partito, ed il Ciclope, essendo ancora vicini ai porti di partenza, tornarono subito indietro, mente la torpediniera Prestinari, al comando del tenente di vascello Pompeo Visintin, era giunta già così in prossimità del luogo dello scontro che riusciva a vedere in lontananza i bagliori delle cannonate: Visintin decise di proseguire, nell’intenzione di soccorrere i naufraghi e, se qualche nave fosse rimasta a galla danneggiata, di prestare assistenza. La torpediniera ebbe anzi la possibilità di assistere, a distanza, allo svolgersi del combattimento: alle 17.42 la Prestinari avvistò di prua due navi da guerra – che alle 17.55 identificò correttamente come due incrociatori classe Arethusa: l’Aurora ed il Penelope – e l’albero di una terza (il Lively), in formazione, intente a sparare granate contraeree contro aerei che non risultavano visibili (i CR. 42 che avevano attaccato la Forza K); le navi sconosciute assunsero rotta 270° (prima appariva più inclinata) ed alle 18 aprirono il fuoco contro navi che la Prestinari non poteva ancora vedere. Mentre si preparava ad un eventuale combattimento, la Prestinari avvistò la Mantovani, nel momento in cui questa veniva colpita da una salva a prua; poi, alle 18.04, avvistò una colonna di fumo seguita da un’altissima fiammata: era appena esploso il deposito munizioni del Da Mosto. Dopo aver sparato gli ultimi colpi contro la Mantovani in fiamme, la Forza K si allontanò verso nord. Il Lively, prima d’andarsene, recuperò parte dei naufraghi della Mantovani. Lo scontro era finito, il convoglio distrutto.
La Prestinari proseguì verso il luogo in cui erano affondate le due navi italiane, ed alle 18.30 avvistò un razzo Very rosso, dirigendo quindi verso il punto da dove era partito. Alle 19.40 la torpediniera giunse sopravento rispetto alla Mantovani, rallentando, e cinque minuti dopo avvistò delle zattere cariche di naufraghi. La Prestinari calò le due proprie imbarcazioni per recuperare quelli che si trovavano sopravento, mentre fu la torpediniera stessa a scadere da sola verso altre due zattere sottovento. Mentre l’armamento contraereo restava pronto a reagire ad un’eventuale offesa proveniente dall’aria, fuochisti e marinai organizzati in squadre si distribuirono lungo il bordo per procedere al salvataggio. Alle 20.05 la Prestinari si spostò per raggiungere altre zattere più lontane, ed alle 20.30, avendo avvistato un aereo, accelerò le operazioni di soccorso.
La torpediniera trasse in salvo 125 uomini del Da Mosto, tra cui il comandante Dell'Anno, poi fece rotta su Tripoli, dove giunse all’1.30 del 2 dicembre. Tra i superstiti vi fu il sottocapo cannoniere gardonese Alfonso Rinaldini, che passò diverse ore aggrappato alla fune di un’imbarcazione: dopo il salvataggio, avrebbe conservato per sempre le mutande imbrattate di nafta. Quattro, lui compreso, erano gli uomini della provincia di Brescia imbarcati sul Da Mosto: due sopravvissero, due no.
La Forza K arrivò indisturbata a Malta alle 7.30 del 2 dicembre; l’affondamento del Da Mosto e della Mantovani avrebbe rappresentato il suo ultimo successo.
Marina Tripoli, sperando che vi fosse ancora qualche naufrago vivo, mandò sul luogo dello scontro anche la piccola nave soccorso Laurana, ma questa non trovò nessun altro superstite, così come nessun altro naufrago venne trovato dalle navi ospedale Arno e Virgilio inviate anch’esse a cercare nella zona.

Il Da Mosto, paradossalmente, riuscì ad ottenere “da sé” la propria vendetta “postuma”. La nave aveva partecipato, tra maggio e giugno 1941, alla posa dello sbarramento «T» al largo di Tripoli: e proprio su questo campo minato terminò la sua esistenza, il 18 dicembre 1941, la Forza K. Sulle mine posate dal Da Mosto e dalle altre unità italiane andarono perduti l’incrociatore leggero Neptune ed il cacciatorpediniere Kandahar, mentre subì gravi danni l’Aurora e danni lievi il Penelope.
Il comandante Dell’Anno venne decorato con la Medaglia d’oro al Valor Militare per la sua eroica difesa della Mantovani in condizioni impari, ma per lui l’appuntamento della sorte era soltanto rimandato. Dopo aver chiesto ed ottenuto il comando del cacciatorpediniere Scirocco, Francesco Dell’Anno si sarebbe inabissato con la sua nuova nave e tutto il suo equipaggio, ad eccezione di due uomini, quando questa sarebbe naufragata in una tremenda tempesta il 23 aprile 1942.



I caduti del Da Mosto

Ettore Affaticati, marinaio S. D. T., disperso
Stellario Allegra, sergente S. D. T., disperso
Primo Angelucci, marinaio, disperso
Pietro Ansaldo, marinaio, disperso
Mauro Arezio, marinaio, disperso
Mario Atzeni, marinaio, disperso
Argentino Bacci, marinaio nocchiere, disperso
Delmondo Baldini, sottocapo meccanico, disperso
Armando Banchero, marinaio, disperso
Cesare Barani, sottocapo radiotelegrafista, disperso
Giovanni Barosco, capo cannoniere di terza classe, disperso
Mario Bartolomucci, sergente meccanico, disperso
Carlo Baruzza, marinaio motorista, disperso
Francesco Bassotti, marinaio fuochista, disperso
Calogero Bavetta, marinaio, disperso
Salvatore Beffumo, marinaio S. D. T., disperso
Gaetano Bellantone, secondo capo cannoniere, disperso
Giacomo Bertoldi, marinaio fuochista, disperso
Ferruccio Bianchin, secondo capo meccanico, disperso
Pietro Boschi, marinaio silurista, disperso
Arcangelo Bovo, marinaio cannoniere, disperso
Arturo Briotti, sottocapo cannoniere, deceduto
Michele Buongiorno, marinaio cannoniere, disperso
Argimiro Calamari, capo meccanico di prima classe, disperso
Antonio Calviello, marinaio fuochista, disperso
Oleno Cantarutti, marinaio silurista, disperso
Salvatore Caraviello, marinaio cannoniere, disperso
Nunziato Castano, sottocapo cannoniere, disperso
Michele Catanzaro, marinaio fuochista, disperso
Vittorio Cesarato, marinaio fuochista, disperso
Pietro Chialastri, sottocapo radiotelegrafista, disperso
Domenico Cigna, marinaio fuochista, disperso
Anacleto Cignatta, marinaio cannoniere, disperso
Antonio Cuccureddu, marinaio fuochista, disperso
Giuseppe D’Antuono, sottocapo nocchiere, disperso
Gioacchino D’Asdia, sottocapo elettricista, disperso
Giovanni De Blasi, sottocapo elettricista, disperso
Marco De Girolamo, marinaio cannoniere, disperso
Alvaro De Santis, marinaio fuochista, disperso
Giuseppe De Santis, marinaio, disperso
Stanislao Devetacchi, marinaio, disperso
Vincenzo Di Russo, marinaio motorista, disperso
Massimiliano Dini, marinaio cannoniere, disperso
Giovanni Diodati, capo silurista di terza classe, disperso
Angelo Divano, marinaio cannoniere, disperso
Sebastiano Dugo, sergente cannoniere, disperso
Giordano Duplancich, marinaio cannoniere, disperso
Giacomo Favero, capo meccanico di terza classe, disperso
Silvano Ferretti, sottocapo cannoniere, disperso
Angelo Franco, marinaio fuochista, disperso
Gino Fregnan, marinaio, disperso
Giacomo Gabriele, marinaio, disperso
Bernardo Galparoli, sottocapo motorista, disperso
Amedeo Gambardella, sottocapo furiere, disperso
Giacomo Gambera, marinaio fuochista, disperso
Giuseppe Gattoli, marinaio, disperso
Giuseppe Gaudino, marinaio nocchiere, disperso
Agostino Giacalone, marinaio silurista, disperso
Pietro Giacalone, marinaio, disperso
Natale Giacinto, sottocapo cannoniere, disperso
Francesco Giacomantonio, marinaio nocchiere, disperso
Italo Gorini, sottocapo meccanico, disperso
Nicola Iacono, marinaio torpediniere, disperso
Giovanni La Maestra, marinaio, disperso
Giovanni La Marca, marinaio, disperso
Pio Leoncini, marinaio torpediniere, disperso
Eros Lisimberti, sottocapo nocchiere, disperso
Vittorio Lizzul, marinaio cannoniere, disperso
Mario Lo Bianco, marinaio fuochista, disperso
Angelo Longoni, marinaio elettricista, disperso
Gino Lucadello, sottocapo motorista, disperso
Luciano Lucherini, sottocapo cannoniere, disperso
Giuseppe Macchiorlatti, sottocapo meccanico, disperso
Giovannico Madau, capo cannoniere di prima classe, disperso
Carlo Maggi, secondo capo furiere, disperso
Giuseppe Magliozzi, marinaio segnalatore, disperso
Giuseppe Mancuso, marinaio, disperso
Ferruccio Manicardi, marinaio fuochista, disperso
Michelantonio Marino, marinaio torpediniere, disperso
Bruno Martini, sergente cannoniere, disperso
Eolo Massaro, marinaio fuochista, disperso
Elios Mauro, marinaio, disperso
Ignazio Mazzeo, marinaio, disperso
Teresio Milanese, marinaio cannoniere, disperso
Carlo Missaglia, marinaio cannoniere, disperso
Vincenzo Morgione, marinaio fuochista, disperso
Osvaldo Morozzi, marinaio silurista, disperso
Domenico Musi, marinaio segnalatore, disperso
Altidoro Orlandi, marinaio fuochista, disperso
Duilio Paccagnella, secondo capo meccanico, disperso
Luigi Pacini, sottocapo cannoniere, disperso
Giuseppe Paiano, sottocapo cannoniere, disperso
Vinicio Palazzi, sergente cannoniere, disperso
Gorino Parisella, marinaio, disperso
Edoardo Pastorino, sergente radiotelegrafista, disperso
Enrico Pecci, marinaio cannoniere, disperso
Mario Pellegrini, marinaio fuochista, disperso
Luigi Perego, marinaio fuochista, disperso
Nicola Pesce, marinaio fuochista, disperso
Sergio Pianella, sottocapo S. D. T., disperso
Eriberto Picchiottino, marinaio elettricista, disperso
Salvatore Piraino, sergente infermiere, disperso
Celso Pirazzi, marinaio fuochista, disperso
Mario Pistelli, sergente silurista, disperso
Carmelo Poppiti, sottocapo silurista, disperso
Ottorino Porcacchia, secondo capo meccanico, disperso
Benvenuto Pozzoli, marinaio fuochista, disperso
Tommaso Radicci, marinaio elettricista, disperso
Antonino Rando, marinaio cannoniere, disperso
Mario Rava, marinaio fuochista, disperso
Guglielmo Rinaldi, marinaio silurista, disperso
Giuseppe Ritmo, marinaio cannoniere, disperso
Giuseppe Ronciglia, secondo capo meccanico, disperso
Giuseppe Rossi, marinaio, disperso
Nicola Maria Rubino, marinaio nocchiere, disperso
Salvatore Sangricoli, marinaio, disperso
Narciso Santoro, marinaio fuochista, disperso
Vincenzo Saraceno, marinaio, disperso
Leopoldo Saracino, marinaio motorista, disperso
Alberto Sbrana, marinaio fuochista, disperso
Carlo Schirone, sottocapo meccanico, disperso
Mario Senatore, sottocapo radiotelegrafista, disperso
Romeo Seno, marinaio torpediniere, disperso
Dino Silenzi, marinaio, disperso
Tancredi Spinosi, sottocapo cannoniere, disperso
Rodolfo Sponton, marinaio elettricista, disperso
Matteo Stauri, marinaio fuochista, disperso
Ilio Stefani, marinaio cannoniere, disperso
Giuseppe Storani, sottocapo S. D. T., disperso
Federico Vanzo, marinaio cannoniere, disperso
Mario Varoletti, marinaio, disperso
Elio Vidovi, marinaio palombaro, disperso
Cesare Vitale, marinaio cannoniere, disperso
Bruno Zambelli, marinaio silurista, disperso
Maurizio Zanfrino, marinaio, disperso


La motivazione della Medaglia d’oro al Valor Militare conferita al capitano di fregata Francesco Dell’Anno, nato a Taranto il 16 ottobre 1902:

“Comandante di Cacciatorpediniere in servizio di scorta ad una nave trasporto, con spirito animoso e con pronta manovra, impiegando ogni efficace accorgimento ed ogni mezzo di offesa e difesa, tentava di proteggerla dai ripetuti attacchi aerei nemici.
Colpito ed inutilizzato il trasporto a lui affidato, con manovra difficile e con perizia, tecnica, sempre sotto l’azione di bombardamento, ne tentava il rimorchio.
Attaccato da una forza navale decisamente superiore, che lo inquadrava col tiro intenso e ben diretto delle artiglierie, cosciente del rischio e deciso nell’intento, le muoveva incontro audacemente tentandone per due volte il siluramento.
Lanciati tutti i siluri, colpita irrimediabilmente la sua nave incendiata da uno scoppio di munizioni, sereno al suo posto di comando, continuava ad infondere energia al suo equipaggio, che rispondeva ancora al martellante tiro nemico, quando l’acqua aveva già invaso la coperta e lo sbandamento preludeva l’imminente inabissarsi.
Esempio di alte virtù militari e marinaresche, di combattività eroica e indomita volontà animatrice, lasciava per ultimo la sua nave, quando questa sprofondava
nelle onde, spiegando ancora al vento la bandiera di combattimento.
(Mediterraneo Centrale, 1° dicembre 1941)”


Uomini del Da Mosto: in basso a sinistra il sottocapo Absalon Perini, nato a Chioggia nel 1919 e sopravvissuto all’affondamento (per g.c. del nipote Iginio Boscolo Contadin)

Sopravvissuti del Da Mosto, probabilmente fotografati su una nave ospedale durante il viaggio di rimpatrio (g.c. Iginio Boscolo Contadin)

Un rapporto tedesco (tradotto in italiano), basato sul resoconto dei superstiti Rublack e Maidenoff, sull’ultima missione del Da Mosto (si ringrazia Andreas Biermann, autore del blog “The Crusader Project”):

“Il 26 novembre, alle 15, si lascia il porto [di Taranto] con una nave cisterna [la Mantovani] per Trapani. Nello stretto di Messina allarme sommergibili lanciato da altra nave. Ricerca da parte del Da Mosto senza risultato.
All’estremità meridionale della Sicilia è stato individuato uno sbarramento minato sconosciuto. Si è proceduto in base alle localizzazioni da parte dell’S-Geraet.
Il 28 novembre alle 20 si entra a Trapani con la cisterna.
Il 30 novembre alle 3 si lascia il porto con la cisterna seguendo la rotta occidentale per Tripoli. Lungo il percorso localizzazione [con l’S-Geraet] di una mina alla deriva, una boa ed un relitto. Inoltre sono state individuate a distanze dai 3600 ai 3800 metri tre navi costiere francesi, che solo allora sono state riconosciute dalla plancia.
Durante la giornata del 1° dicembre si sono verificati attacchi di bombardieri inglesi in diverse ondate. La cisterna è stata colpita a poppa ed è rimasta immobilizzata. Tentativi di prenderla a rimorchio sono falliti. La difesa aerea della cisterna era scarsa. Verso le 17.30 navi di superficie inglesi sono giunte in vista. Il Da Mosto è andato immediatamente all’attacco ed ha messo colpi a segno su un incrociatore. Dopo poco il Da Mosto è stato colpito a poppa. Munizioni e le bombe di profondità italiane sono esplose. Durante l’affondamento sono stati lanciati i siluri prodieri, ma senza colpire. Il Da Mosto è affondato intorno alle 18. L’equipaggio ha lanciato tre acclamazioni alla sua nave, al Duce ed al Fuhrer. I cacciatorpediniere inglesi sono passati in mezzo all’equipaggio che nuotava senza tentare di soccorrere nessuno, ed hanno gridato in tono derisorio “Good bye boys”.
Il sergente Rublack ha nuotato verso la cisterna con due italiani per calare in mare un’imbarcazione ancora intatta ed affondare la petroliera. Tuttavia un cacciatorpediniere ha aperto il fuoco, così non si è potuta attuare l’intenzione. La cisterna è affondata anch’essa poco dopo. Un altro cacciatorpediniere sembra aver avuto in precedenza l’intenzione di prenderla a rimorchio.
L’S-Geraet è stato presenziato sino all’inizio del combattimento, quando la nave è andata ad alta velocità. Gli addetti all’ascolto sono quindi andati ai loro posti di combattimento ai cannoni. Il sergente Rublack ed il marinaio Maidenoff erano in plancia. Il sottocapo Macher è caduto al cannone di poppa. Nulla è stato osservato sulla posizione del sottocapo Hartmann e del marinaio Retter, che hanno presenziato l’S-Geraet sino alla fine.
Intorno alle 23 la torpediniera Prestinari è giunta sul luogo del combattimento ed ha preso a bordo i sopravvissuti.
Il comandante, il capitano di fregata Dell’Anno, si è molto complimentato sulle prestazioni e sul comportamento coraggioso dell’equipaggio tedesco addetto all’ascolto. Il sergente Rublack ha ricevuto la Croce di Ferro di Seconda Classe e la Medaglia di Bronzo al Valor Militare italiana, ed il marinaio Maidenoff la Croce di Ferro di Seconda Classe e la Croce di Guerra al Valor Militare italiana. Il comandante ha ricevuto la Medaglia d’Oro (successivamente caduto in azione come comandante dello Scirocco).”
 
Il Da Mosto in porto (g.c. Giorgio Parodi via www.naviearmatori.net)


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