giovedì 18 giugno 2015

Borea


Il Borea (foto Ernesto Burzagli, archivio privato famiglia Burzagli, via it.wikipedia.org)

Cacciatorpediniere della classe Turbine (1220 tonnellate di dislocamento standard, 1560 t in carico normale e 1715 t a pieno carico). In guerra fu impiegato in compiti di scorta ai convogli tra la Sicilia e la Libia, ma ebbe il tempo di svolgere solo due missioni di questo tipo.

Breve e parziale cronologia.

29 aprile 1925
Impostazione nei cantieri Ansaldo di Sestri Ponente.
28 gennaio 1927
Varo nei cantieri Ansaldo di Sestri Ponente.
24 novembre 1927
Entrata in servizio. Viene inizialmente assegnato alla V Squadriglia Cacciatorpediniere. La bandiera di combattimento sarà donata dalla città di Piacenza. Uno dei suoi primi comandanti, per un paio d’anni, sarà il capitano di corvetta Salvatore Toscano, futura MOVM.

Il Borea al traverso (g.c. Carlo Di Nitto)

Marzo 1928
Viene assegnato alla I Squadriglia Cacciatorpediniere ed impiegato nell’addestramento, principalmente in Mar Tirreno.
1928
Compie una crociera che lo porta ad Ibiza.
1929
Fa parte, con i gemelli Espero, Ostro e Zeffiro, della I Squadriglia della 1a Flottiglia della I Divisione Siluranti, facente parte della 1a Squadra Navale, di base a La Spezia.
Effettua una crociera fino a Tripoli.
Diviene la prima nave ad essere dotata di un sistema completo di direzione del tiro tipo «Galileo».
Estate 1930
Compie, insieme a resto della I Squadriglia ed ad altre unità della I Squadra Navale, una crociera in Egeo, facendo scalo a Nauplia, Salonicco, Rodi ed altre isole del Dodecaneso.
1931
Insieme ai gemelli Ostro, Turbine ed Aquilone ed ai più anziani Daniele Manin, Giovanni Nicotera e Pantera (quest’ultimo ancora classificato esploratore), il Borea forma la 1a Flottiglia Cacciatorpediniere, aggregata alla II Divisione Navale (1a Squadra Navale).

La nave nel 1932 (g.c. Carlo Di Nitto)

Primi anni ’30
Subisce lavori di rimodernamento con l’aggiunta di una mitragliera contraerea binata Breda Mod. 31 da 13,2/76 mm, l’imbarco di una centrale di tiro tipo «Galileo-Bergamini» (sperimentata negli anni precedenti proprio sui gemelli della I Squadriglia Cacciatorpediniere) ed un miglioramento delle sistemazioni di bordo.
1934
Borea, Espero, Ostro e Zeffiro formano la IV Squadriglia Cacciatorpediniere, che, insieme alla VIII Squadriglia (Aquilone, Turbine, Euro e Nembo), è aggregata alla II Divisione Navale, composta dagli incrociatori pesanti Fiume e Gorizia.
1935
Presta servizio sul Borea il guardiamarina Leonardo Madoni, futura Medaglia d’oro al Valor Militare. In precedenza è stato imbarcato sul Borea anche il cannoniere Alessio De Vito, anch’egli futura MOVM.

Il Borea passa nel canale navigabile di Taranto nel 1936 (foto Nikola Derezic, via www.panoramio.com

Ottobre 1936-Novembre 1938
Prende parte alle operazioni connesse alla guerra civile spagnola, senza tuttavia cessare l’usuale servizio di squadra e l’attività dipartimentale.
Autunno 1936
Svolge quattro crociere di vigilanza, con base a Trapani, durante la guerra di Spagna.
Estate 1937
Effettua tre missioni per impedire il contrabbando di rifornimenti per le forze repubblicane spagnole.
Estate 1938
Viene inviato nelle Baleari per vigilare su quel mare e per scortare i convogli che portano rifornimenti per le truppe falangiste spagnole.

L’unità alla fine degli anni Trenta (g.c. Carlo Di Nitto)

Fine 1938
Dislocato a Tobruk per breve tempo.
Primavera 1939
Partecipa all’invasione dell’Albania, poi viene nuovamente dislocato a Tobruk in alternanza con altre unità della stessa classe.
10 giugno 1940
L’Italia entra nella seconda guerra mondiale. Il Borea fa parte della II Squadriglia Cacciatorpediniere, dislocata a Taranto (Settore Ionio e Basso Adriatico), insieme ai gemelli Espero, Ostro e Zeffiro.
Nei mesi successivi il Borea svolge due missioni di scorta convogli dalla Sicilia alla Libia. Espero, Ostro e Zeffiro verranno tutti affondati tra giugno e luglio 1940, così che il Borea rimane l’unico superstite dell’ormai dissolta II Squadriglia.

Il Borea (a destra) ed il gemello Ostro alla fonda a Bardia nella primavera del 1940 (g.c. STORIA militare)

L’affondamento

Il mattino del 15 settembre 1940 un idrovolante Short Sunderland del 230th Squadron localizzò nel Golfo della Sirte un convoglio formato dai piroscafi Maria Eugenia e Gloria Stella, in navigazione verso Bengasi (dove giunsero alle 19.30 del 16, iniziando subito a scaricare rifornimenti) con rifornimenti per le truppe italiane, scortati dalla torpediniera Fratelli Cairoli. Informato dell’avvistamento, il comandante della Mediterranean Fleet, ammiraglio Andrew Browne Cunningham, dispose che Bengasi, come già Tobruk nel mese di luglio, venisse attaccata dagli antiquati ma efficaci bombardieri ed aerosiluranti Fairey Swordfish. Gli attacchi su Tobruk, il 5 ed il 20 luglio, erano stati terribilmente efficaci: erano stati affondati il Nembo, l’Ostro, lo Zeffiro ed i piroscafi Manzoni e Sereno, e gravemente danneggiati l’Euro ed i piroscafi Liguria e Serenitas (il Borea era stata l’unica unità della sua classe a non essere presente a Tobruk durante questi eventi); per questo le poche unità di valore rimaste indenni erano state trasferite, a fine agosto, a Bengasi.
Alle 21.30 del 16 settembre i primi Swordfish, su un totale di quindici, cominciarono a levarsi in volo dal ponte della portaerei Illustrious, uscita da Alessandria assieme alla corazzata Valiant, agli incrociatori leggeri Orion, Kent, Liverpool e Gloucester ed a 9 cacciatorpediniere (Hereward, Hyperion, Hasty, Hero, Nubian, Mohawk, Waterhen, Jervis e Decoy). La formazione, suddivisa in tre gruppi (Forza A, incaricata dell’attacco, con Illustrious ed Orion e 4 cacciatorpediniere, Forza B di scorta alla Forza A e composta dalla Valiant con 3 cacciatorpediniere, Forza C di sostegno con le altre unità 20-25 miglia più a sud del resto della formazione), era giunta alle 21 cento miglia a nordest di Bengasi, come previsto. Benché lo Swordfish vedesse impiego soprattutto come aerosilurante, nessuno dei 15 aerei impiegati nell’attacco contro Bengasi aveva a bordo un siluro: nove di essi, facenti parte dell’815th Squadron della Fleet Air Arm (capitano di fregata R. A. Kilroy) ed a loro volta suddivisi in due gruppi, trasportavano bombe dirompenti da 227 e 114 kg ed incendiarie da 45 kg con le quali avrebbero dovuto bombardare le navi presenti nel porto, mentre gli altri sei, dell’819th Squadron, avevano il compito di posare ciascuno una mina magnetica Mk I da 680 kg all’imbocco del porto. Le condizioni erano favorevoli, con buona visibilità fino a 6-7 km, mare calmo e vento debole da nordest.
La sera del 16 settembre, il Borea era nel porto di Bengasi, ormeggiato di poppa al Molo Sottoflutto insieme al piroscafo Gloria Stella (a sinistra della Cigno), alla torpediniera Cigno (a sinistra del Borea) ed alla motonave Città di Livorno (a dritta del Borea): le quattro navi erano ormeggiate di punta, affiancate. Due suoi gemelli, l’Aquilone ed il Turbine, erano ormeggiati di poppa sul lato orientale del Molo Principale, mentre sul lato occidentale del Molo Principale erano ormeggiate la nave ospedale California, il piroscafo Maria Eugenia ed il rimorchiatore da salvataggio Salvatore Primo. In tutto erano 32 le navi di tutte le dimensioni presenti in porto, 17 mercantili e 15 militari (comprese quelle d’uso locale), che saturavano pressoché tutti i posti d’ormeggio, così offrendo grandi probabilità di successo ad aerei attaccanti, e grandi rischi per le navi ormeggiate.
Alle 21.15, a seguito di un attacco aereo sull’aeroporto di Benina, vicino a Bengasi, venne dato l’allarme, cui tuttavia non fece seguito il preallarme della Difesa Contraerea Territoriale: quest’ultima, non avendo potuto far partire i motopescherecci della vigilanza foranea, non poté così avvistare gli Swordfish che provenivano da nordest, dal mare.
I velivoli nemici giunsero sopra Bengasi alle 00.30 del 17 settembre, scendendo da 2000 a 200 metri di quota, e compirono un ampio giro sul porto per localizzare i bersagli con maggior precisione prima di attaccare. Nessuno li vide.
Alle 00.57, senza che nessuno li avesse ancora avvistati (la contraerea aprì poi il fuoco in ritardo, senza riuscire a colpire alcun aereo), gli Swordfish lanciarono l’attacco, in due ondate. La prima attaccò alle 00.57: il primo gruppo sorvolò il porto in direzione sudovest-nordest e sganciando le bombe contro le navi ormeggiate al Molo Sottoflutto, affondando il Gloria Stella e danneggiando gravemente la Cigno, mentre il secondo gruppo bombardò le navi affiancate al Molo Principale, danneggiando leggermente il rimorchiatore Salvatore Primo ed il pontone a biga Giuliana. Gli Swordfish si allontanarono verso la terra, poi tornarono verso il porto e, all’una di notte, compirono un secondo passaggio sganciando bombe, e questa volta fu colpito, oltre al Maria Eugenia (che affondò), anche il Borea. Una prima bomba cadde tra il Borea e la Città di Livorno, senza causare danni, ma pochi secondi più tardi un’altra, da 227 kg, colpì il Borea presso il parapetto della plancetta della mitragliera da 40/39 mm di sinistra, a centro nave. L’ordigno perforò diversi ponti finché esplose sotto la linea di galleggiamento (per altra versione perforò tutti i ponti, sino ad uscire dallo scafo, ed esplose sott’acqua, sotto la chiglia della nave), spezzando il Borea in chiglia e scatenando un rapido quanto incontenibile allagamento.
Nel giro di qualche minuto, il cacciatorpediniere si appruò e poi affondò in dieci metri d’acqua, insellato e con un lieve sbandamento sulla dritta, lasciando emergere le sovrastrutture, i fumaioli, il castello e parte della poppa estrema.
La maggior parte dell’equipaggio non dovette nemmeno bagnarsi, potendo scendere lungo la passerella e direttamente sul molo, mentre altri uomini si gettarono in acqua e raggiunsero a nuoto l’Aquilone, che si trovava sul lato opposto del porto, a meno di 200 metri di distanza. Tutti i naufraghi del Borea vennero inquadrati a terra e poi mandati nei rifugi antiaerei.

Il relitto del Borea nell’autunno del 1940 (g.c. STORIA militare)

Tra l’equipaggio del Borea si ebbe a lamentare un’unica vittima: il fuochista messinese Francesco Celona, il quale, al momento dell’incursione, stava dormendo nel locale caldaia n. 3, proprio vicino alla zona dove la bomba era esplosa. Fu dichiarato disperso. Aveva ventun anni.
Un altro membro dell’equipaggio rimase ferito leggermente.

Dopo aver ricevuto nuovi indumenti e quant’altro era necessario, gli equipaggi di Borea ed Aquilone furono rimpatriati entro pochi giorni dall’affondamento delle loro navi, dopo di che poterono fruire di dieci giorni di licenza prima di doversi porre a disposizione di Marina Equipaggi per nuovi imbarchi.

Le sovrastrutture del Borea emergenti dalle acque del porto, agli inizi del 1941 (Coll. Maurizio Brescia, via www.associazione-venus.it)

Il relitto del Borea, dopo aver subito l’asportazione delle artiglierie ancora riutilizzabili già poco dopo l’affondamento, venne in seguito demolito in loco.

 Sopra: il relitto del Borea in demolizione nell’agosto 1941, con accanto il rimorchiatore Polifemo (g.c. STORIA militare); sotto: i resti del Borea fotografati durante l’occupazione britannica di Bengasi (Australian War Museum).
 



2 commenti:

  1. Il fuochista messineese morto nell'affondamento, in realtà si chiamava Francesco CELONA era nato a Gesso, Messina Il 06.05.1919

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    1. ...ma questo è proprio quello che è scritto nella pagina. Mi aveva già scritto qualche mese fa per segnalare l'errore, che infatti avevo corretto, ricorda?

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