venerdì 26 giugno 2015

Simone Schiaffino


La Simone Schiaffino (g.c. Pietro Berti, via www.naviearmatori.net)

Torpediniera, già cacciatorpediniere, appartenente alla classe Rosolino Pilo (dislocamento in carico normale 770 t, a pieno carico 806 t) della numerosa serie detta dei “tre pipe”.
Nella seconda guerra mondiale venne adibita a compiti di scorta, vigilanza e soccorso ai mercantili.

Breve e parziale cronologia.

12 settembre 1913
Impostazione nei cantieri Nicolò Odero di Sestri Ponente.
2 settembre 1915
Varo nei cantieri Nicolò Odero di Sestri Ponente.
7 novembre 1915
Entrata in servizio, come cacciatorpediniere.
1-2 dicembre 1915
Lo Schiaffino salpa da Brindisi la sera del 1° dicembre recando a bordo il generale Bertotti, comandante del corpo di spedizione italiano in Albania, e scortando, insieme al cacciatorpediniere Espero, all’esploratore Guglielmo Pepe ed all’incrociatore leggero britannico Weymouth, il piroscafo Epiro, diretto a Durazzo con un carico di rifornimenti per l’esercito serbo (il convoglio ha già tentato di salpare il 30 novembre, ma è dovuto rientrare causa maltempo). Successivamente lo Schiaffino prosegue per Valona, dove giunge il 2 dicembre e vi sbarca il generale Bertotti.
3-4 dicembre 1915
Lo Schiaffino (capitano di corvetta Gallo), insieme ai cacciatorpediniere Ardito, Audace ed Animoso, all’incrociatore ausiliario Città di Messina ed all’incrociatore leggero britannico Dartmouth, incrocia a nord della congiungente Brindisi-Capo Linguetta a protezione dei convogli in mare tra Italia e Albania.
11-12 dicembre 1915
Durante la notte lo Schiaffino ed il cacciatorpediniere Ardito scortano da Brindisi a Durazzo i piroscafi Epiro e Molfetta, con rifornimenti per le forze serbe, incrociano davanti a Durazzo durante lo sbarco dei carichi, a protezione dei due trasporti, e poi scortano di nuovo i due mercantili di ritorno a Brindisi.
16 dicembre 1915
Salpa da Brindisi alle 8.20 insieme al gemello Ippolito Nievo, all’esploratore Nino Bixio ed all’incrociatore leggero Weymouth, in crociera di protezione di un convoglio composto dal piroscafo Brindisi e dai cacciatorpediniere Giuseppe Cesare Abba (italiano) e Bouclier (francese) in navigazione da Brindisi a San Giovanni di Medua.
17 dicembre 1915
Alle 4.30, in posizione 42°00’ N e 18°07’ E, lo Schiaffino entra in collisione col Bixio, venendo così costretto a rientrare a Brindisi scortato dal Nievo.
19 gennaio 1916
Evita due siluri al largo di Durazzo.
20 gennaio 1916
Durante le operazioni per l’evacuazione dei resti dell’esercito serbo, lo Schiaffino imbarca in Albania l’ammiraglio Ernest Troubridge, comandante della missione britannica in Montenegro, ed il generale Jean de Mondésir, incaricato della riorganizzazione dell’esercito serbo; i due ufficiali vengono trasportati a Brindisi.
16 febbraio 1916
Lo Schiaffino soccorre i 49 sopravvissuti del piroscafo francese Memphis, che alle 7.07 ha urtato una mina in posizione 41°12’ N e 19°25’ O (10 miglia a sud-sud-ovest di Durazzo) con gravi danni e 5 vittime (il Memphis sarà preso a rimorchio dal piropeschereccio Pétrel II e portato all’incaglio, ma i danni subiti lo renderanno irrecuperabile).
19 febbraio 1916
Lo Schiaffino ed il gemello Pilade Bronzetti inseguono infruttuosamente un U-Boot nel Basso Adriatico.
14 marzo 1916
Insieme ai gemelli Antonio Mosto, Francesco Nullo e Pilade Bronzetti ed all’esploratore Marsala, lo Schiaffino partecipa ad una perlustrazione della costa albanese, alla vana ricerca di navi austroungariche o nuclei di soldati distaccati lungo la costa. Non viene trovata alcuna nave a San Giovanni di Medua, e solo pochi velieri albanesi a Durazzo; vengono avvistati due U-Boote, cui viene data la caccia senza risultato.
Dicembre 1916
Lo Schiaffino è a Brindisi per lavori.
15 maggio 1917
Alle 5.36 lo Schiaffino lascia Brindisi insieme ad un altro cacciatorpediniere, il Giovanni Acerbi, scortando l’incrociatore leggero britannico Dartmouth, nave di bandiera del contrammiraglio italiano Alfredo Acton, comandante delle forze navali leggere dell’Intesa dislocate a Brindisi. Alle 3.48, infatti, è giunto a Brindisi un messaggio della stazione di vedetta dell’isola albanese di Saseno, dicente che un convoglio italiano in navigazione lungo la costa albanese, formato dai piroscafi Bersagliere, Carroccio e Verità scortati dal cacciatorpediniere Borea, è stato attaccato da cacciatorpediniere austroungarici (lo Csepel ed il Balaton).
È infatti in corso un’incursione nel canale d’Otranto da parte di una formazione navale austroungarica: oltre a Csepel e Balaton, la cui azione – che porterà all’affondamento di Borea e Carroccio ed al danneggiamento delle altre due navi del convoglio – costituisce solo un diversivo, sono in mare anche gli esploratori Saida, Helgoland e Novara, che alle 3.30 hanno attaccato i pescherecci britannici addetti alle reti antisommergibile dello sbarramento del canale d’Otranto – obiettivo principale dell’operazione – affondandone ben quattordici entro le 4.57.
Sul luogo dell’attacco al convoglio italiano si sono già diretti, a seguito delle segnalazioni giunte da Saseno e degli ordini dell’ammiraglio Acton, l’esploratore leggero Carlo Mirabello ed i cacciatorpediniere francesi Commandant Rivière, Bisson e Cimeterre, che si trovavano già in mare nell’ambito del dispositivo interalleato di sorveglianza del canale d’Otranto. Acton ha ordinato inoltre che tutte le navi pronte in 30, 60 e 90 minuti presenti a Brindisi escano in mare – il che ha portato alle 4.50 alla partenza dell’incrociatore leggero britannico Bristol con i cacciatorpediniere italiani Antonio Mosto e Rosolino Pilo –, per poi imbarcarsi a sua volta sul Dartmouth ed uscire scortato da Schiaffino ed Acerbi. Ha così inizio la battaglia del canale d’Otranto. Le formazioni guidate da Bristol e Dartmouth si riuniscono tra le 6.56 e le 7.12, poi ricevono l’ordine di dirigere a 24 nodi verso il Golfo del Drin.
Alle 7.10, intanto, il gruppo «Mirabello» ha incontrato i tre esploratori austroungarici, dando inizio ad uno scambio di colpi cessato per l’aumentare della distanza tra i due gruppi (le navi avversarie, infatti, avendo completato la missione, stanno rientrando alla propria base di Cattaro, cercando quindi di sfuggire alle forze dell’Intesa). Il contrammiraglio Acton, venuto così a sapere della posizione delle navi nemiche, dirige per intercettarle con tutta la formazione al suo comando (Dartmouth, Bristol, Schiaffino, Acerbi, Mosto, Pilo e l’esploratore Aquila, partito da Brindisi alle 6 ed unitosi alla formazione alle 7.40) procedendo a 24 nodi, il massimo permesso dalla lentezza del Bristol, rallentato dalla propria carena sporca. Alle 7.30 la formazione di Acton viene frattanto avvistata da un idrovolante austroungarico, che ne comunica la posizione.
Alle 7.45 le navi del gruppo «Dartmouth» avvistano a poppa dritta, con rotta 035º e velocità di 24 nodi, i fumi prodotti da due navi nemiche nemiche: sono lo Csepel ed il Balaton, che, completato l’attacco al convoglio e sulla via del ritorno, hanno già avvistato da dieci minuti i fumi del gruppo navale italo-franco-britannico ed hanno conseguentemente cambiato rotta facendo rotta a 29 nodi verso Dulcigno. Le unità di Acton, credendo che si tratti degli esploratori austroungarici e che la posizione segnalata dall’idrovolante fosse sbagliata, accostano subito per intercettarli, ma alle 9.01 si rendono conto che si tratta di due cacciatorpediniere classe Tatra. Alle 8.10 inviato l’Aquila, più veloce (procede a 35-36 nodi), seguito a dritta da Mosto e Schiaffino ed a sinistra da Acerbi e Pilo, viene inviato in testa alla formazione italiana, all’attacco di Csepel e Balaton; alle 8.15 l’Aquila apre il fuoco da 11.400 metri. Intanto, Bristol e Dartmouth manovrano in modo da tagliare ai due cacciatorpediniere nemici la via della ritirata verso Cattaro. Lo scontro prosegue senza risultati (salvo alcuni colpi a segno sul Balaton) finché, alle 8.30, l’Aquila stesso viene immobilizzato da un proiettile del Csepel, dopo di che le due unità austroungariche approfittano dell’accaduto per aumentare le distanze con i solo inseguitori, cercando di portarsi sottocosta, sotto la protezione delle batterie costiere. Dopo Pilo e Mosto, che superano a 30 nodi l’immobilizzato Aquila ed aprono il fuoco alle 8.40 (da una distanza di 10.000 metri), lo Schiaffino è il terzo ad aprire il fuoco sulle due unità avversarie, alle 9; il suo tiro, grazie ai pezzi da 102/35 mm (Pilo e Mosto sono armati con cannoni da 76/40 mm), risulta più centrato, ma anch’esso corto (così come quello di Mosto e Pilo). Subito lo Schiaffino diventa il bersaglio principale del tiro di Csepel e Balaton, ed anche delle batterie costiere di Durazzo (armate con pezzi da 150 mm), che aprono il fuoco anch’esse alle 9; vistosi inquadrato dal tiro avversario, il cacciatorpediniere deve accostare in fuori, e le batterie spostano il loro tiro su Mosto e Pilo per poi cessare il fuoco alle 9.10, precedute di cinque minuti da Csepel e Balaton.
Alle 9.18 l’ammiraglio Acton richiama Mosto, Pilo e Schiaffino, tutti indenni, essendo ormai inutile proseguire l’azione; le tre unità dirigono verso l’Aquila ancora fermo, accanto al quale è rimasto l’Acerbi.
Nel frattempo, alle 8.35 sono partiti da Brindisi anche l’esploratore Marsala, l’esploratore leggero Carlo Alberto Racchia ed i cacciatorpediniere Impavido, Indomito ed Insidioso, che procedono prima a 25 e poi a 26,5 nodi per riunirsi al gruppo «Dartmouth». Alle 8.45 il capitano di vascello Miklós Horty, comandante della formazione austroungarica imbarcato sul Novara, avvista del fumo a dritta e, ritenendo essere Csepel e Balaton in avvicinamento, dirige verso di loro. Sono in realtà le navi italiane: alle 9.05 le due formazioni avversarie si avvistano reciprocamente, ed assumono rotta convergente. I propositi dei comandanti sono differenti: Acton intende proteggere l’ancora immobile Aquila, che ritiene essere l’obiettivo delle navi nemiche, mentre Horty crede di essere riuscito a tagliare fuori un gruppo di unità leggere nemiche nei pressi di una base amica – Cattaro – ed alle 9.06 segnala rotta e posizione, così che l’incrociatore corazzato Sankt Georg, il cacciatorpediniere Warasdiner e le torpediniere TB 84, 88, 99 e 100, appositamente tenute pronte, escano in mare e taglino la ritirata alle navi dell’Intesa.
Per difendere l’immobilizzato Aquila, intorno alle 9.05 Bristol, Dartmouth, Acerbi e Mosto (questi ultimi due si sono portati a poppavia del Bristol) si interpongono tra esso e gli esploratori nemici, riducendo le distanze. Lo Schiaffino ed il Pilo rimangono invece assieme all’Aquila, per proteggerlo qualora il contrattacco delle altre unità non bastasse, o dovessero sopraggiungere altre minacce.
Lo scontro tra le unità italo-britanniche ed austroungariche si concluderà alla fine senza risultati, sebbene diverse unità da ambo le parti riporteranno vari danni (il Novara è stato colpito da undici proiettili, l’Helgoland da tre, il Saida da uno, il Dartmouth da quattro ed il Bristol da tre).
Lo Schiaffino prenderà infine a rimorchio l’Aquila: alle 10.30 le due navi si metteranno in navigazione alla volta di a Brindisi, con la scorta di Pilo e Cimeterre.
Schiaffino ed Aquila giungono in porto alle 19.55 (20.30 per altra fonte).
7 agosto 1917
Lo Schiaffino lascia Brindisi alle 5, insieme ai similari Giuseppe Missori, Francesco Nullo ed Antonio Mosto, per partecipare alle ricerche del sommergibile W 4, scomparso con tutto l’equipaggio durante una missione nelle acque della Dalmazia. Le ricerche risulteranno vane.
Ottobre 1917
Lo Schiaffino forma, insieme ai gemelli Ippolito Nievo, Pilade Bronzetti e Rosolino Pilo, la VI Squadriglia Cacciatorpediniere, di base a Brindisi.
19 ottobre 1917
Parte da Brindisi alle 6.30 unitamente agli esploratori Guglielmo Pepe ed Alessandro Poerio ed ai cacciatorpediniere Insidioso e Pilade Bronzetti, per inseguire una formazione navale austroungarica (esploratore Helgoland e cacciatorpediniere Orjen, Csepel, Balaton, Tatra, Triglaw e Lika) salpata da Cattaro per attaccare i convogli italiani al largo di Valona. Non avendo trovato convogli da attaccare, l’Helgoland ed il Lika si spingono sino al largo di Brindisi al preciso scopo di essere avvistati ed inseguiti, per condurre le navi italiane nella morsa dei sommergibili U 32 (al largo di Valona) ed U 40 (davanti a Saseno), che attendono in agguato; le altre navi si mettono invece a cercare unità dell’Intesa al largo di San Cataldo, di nuovo senza risultato.
La formazione di cui fa parte lo Schiaffino avvista i sommergibili e ne comunica la presenza, permettendo così che vengano attaccati da idrovolanti provenienti da Brindisi; il prolungato inseguimento, nel quale anche degli aerei prendono parte agli attacchi sulle unità austroungariche (e a duelli aerei con idrovolanti austroungarici frattanto sopraggiunti da Kumber: un FBA4 viene anche danneggiato), non porta però a nulla; le unità italiane, giunte sul parallelo delle foci del Drin senza essere riuscite a portarsi a distanza balistica dalle navi nemiche, invertono la rotta e rientrano tutte indenni alla base.
2 ottobre 1918
Salpa insieme alla corazzata Dante Alighieri, agli esploratori Carlo Alberto Racchia, Guglielmo Pepe, Alessandro Poerio e Cesare Rossarol ed al cacciatorpediniere Ippolito Nievo per proteggere la squadra italo-britannica che sta bombardando Durazzo da eventuali contrattacchi da parte delle forze navali austroungariche.
6-7 novembre 1918
Salpato da Ancona, sbarca a Zuri un reparto italiano che procede ad occupare l’isola.
8 novembre 1918
Giunge a Sebenico alle 9.30, con a bordo il contrammiraglio Notarbartolo.
1919
Lavori di rimodernamento: l’armamento originario, di quattro pezzi singoli da 76/40 mm e due da 76/30 mm (tutti modello Armstrong 1916), viene sostituito con cinque più potenti cannoni singoli da 102/35 mm Schneider 1914-1915; viene inoltre imbarcato un armamento contraereo consistente in due mitragliere pesanti singole da 40/39 mm (mod. Vickers 1917) e due mitragliatrici Colt singole da 6,5/80 mm. Il dislocamento a pieno carico viene portato a 900 tonnellate.
24 maggio 1927
Lo Schiaffino viene inviato dalla Capitaneria di Porto di Ancona a cercare alcune barche scomparse al largo di Fano durante un violento fortunale, il giorno precedente.
1° ottobre 1929
Declassato a torpediniera, come tutti i vecchi “tre pipe”.
10 giugno 1940
L’Italia entra nella seconda guerra mondiale. La Schiaffino forma la V Squadriglia Torpediniere, insieme alle similari Giuseppe Cesare Abba, Giuseppe Dezza e Giuseppe La Farina ed al ben più recente cacciasommergibili sperimentale Albatros.
28 ottobre 1940
A seguito della dichiarazione di guerra dell’Italia alla Grecia, il mattino del 28 la Schiaffino viene mandata ad inseguire il piroscafo greco Athinai, salpato da Messina poche ore prima, lo raggiunge e lo cattura al largo della città siciliana.
29 marzo 1941
La Schiaffino, insieme alla gemella Dezza, ai cacciatorpediniere Maestrale e Libeccio ed al minuscolo incrociatore ausiliario Lago Zuai, viene inviata a soccorrere il cacciatorpediniere Alfredo Oriani, rimasto immobilizzato al largo di Augusta per le conseguenze dei danni subiti nella battaglia di Capo Matapan. L’Oriani, preso a rimorchio, giungerà ad Augusta alle 5 del 30 marzo.

L’affondamento

La sera del 23 aprile 1941 la Schiaffino (al comando del capitano di corvetta Riccardo Argentino), insieme alla gemella Giuseppe Dezza, prese il mare per effettuare rastrellamento antisommergibile nel Canale di Sicilia, nell’area dove il giorno seguente avrebbe dovuto aver luogo la posa del secondo tratto («S 12» e «S 13») della prima spezzata («S 1») dello sbarramento di mine «S».
Terminato il rastrello antisom, la Schiaffino aveva il compito di restare in posizione con i fanali di via accesi, per segnalare alle navi incaricate di posare le mine il punto in si trovava il primo tratto dello sbarramento, posato alcuni giorni prima, il 20 aprile. Avendo trovato le altre boe spente, la sera del 23 la torpediniera posò una mina boa luminosa presso la testata settentrionale del primo tratto di mine, ma la boa si spense e scomparve alla vista.
Quando la formazione incaricata di posare le mine – incrociatori leggeri Emanuele Filiberto Duca d’Aosta, Muzio Attendolo, Raimondo Montecuccoli ed Eugenio di Savoia, cacciatorpediniere Nicoloso Da Recco, Antonio Pigafetta, Emanuele Pessagno, Alvise Da Mosto, Giovanni Da Verrazzano e Nicolò Zeno, cioè le stesse navi che avevano posato anche il primo tratto il 20 aprile – giunse in zona, alle 4.27 del 24 aprile, non riuscì ad avvistare la Schiaffino; dopo aver vanamente atteso un miglioramento della visibilità, alle 5.50 l’ammiraglio di divisione Ferdinando Casardi, comandante della formazione, ordinò alla torpediniera di accendere il proiettore. L’ordine fu prontamente eseguito e mostrò che la Schiaffino non era nella posizione prestabilita, e che i suoi fanali di via erano spenti; dalla torpediniera ciò venne giustificato per radio con l’incidente occorso alla boa luminosa la sera precedente.
Mentre le navi di Casardi iniziavano a disporsi nella formazione per la posa delle mine, la Schiaffino diresse per la testata settentrionale del primo tratto dello sbarramento, ed alle 7.06 comunicò a Casardi di essere giunta vicina alle boe; la posa delle mine iniziò alle 7.34.
Alle 7.48 l’ammiraglio Casardi dispose che alla Schiaffino fosse concessa libertà di manovra, dal momento che la sua presenza, avente il solo scopo di indicare la posizione del primo tratto, non era più necessaria; alle 7.51 la torpediniera comunicò di aver ricevuto il messaggio, ma soltanto tre o quattro minuti più tardi si vide, da bordo dell’Eugenio di Savoia (che era circa 8 km a prora dritta della Schiaffino), un’altra colonna d’acqua bianca (e poi nera più bassa) levarsi accanto alla Schiaffino. La nave aveva accidentalmente urtato, di poppa, una delle mine del primo tratto dello sbarramento «S».
Subito la Schiaffino sbandò fortemente sulla dritta, trovandosi con la prua rivolta a Scirocco; si appruò, sollevando la poppa, poi si capovolse e s’inabissò in soli tre minuti (secondo il rapporto di Casardi; il giornalista Vero Roberti, all’epoca imbarcato sull’Eugenio di Savoia come corrispondente di guerra, parlò di appena 35 secondi) in prossimità dell’estremità settentrionale del primo tratto dello sbarramento, sette miglia a nordest di Capo Bon, nel punto 37°08’ N e 11°10’ E.
Meno di un terzo dell’equipaggio fece in tempo ad abbandonare la nave. Tra questi uomini vi fu il marinaio arzignanese Guglielmo Concato, che, trovandosi a prua estrema e franco dal servizio, venne trascinato per alcuni metri sott’acqua da una cimetta, prima di riuscire a liberarsene e raggiungere la superficie.
La Dezza, che si trovava nei pressi, poté recuperare soltanto tre naufraghi, ma molti altri restavano in mare.

L’ammiraglio Casardi, dopo aver rapidamente scartato le altre ipotesi – campo minato nemico o sommergibile nemico, entrambi improbabili per la prolungata vigilanza e presenza in zona di navi sin dal giorno precedente; mina alla deriva, che difficilmente avrebbe potuto avere un effetto tanto devastante –, contattò Marina Trapani per chiedere di mandare un idrovolante di soccorso, che avrebbe potuto ammarare e così soccorrere i naufraghi anche se si fossero trovati entro la zona minata, dove per una nave sarebbe stato troppo pericoloso spingersi. Al contempo, Casardi ordinò al cacciatorpediniere Zeno, il più vicino al punto dell’affondamento (si era trattenuto dei pressi per affondare una mina) nonché provvisto di medico di bordo, di prestare soccorso ai superstiti, avendo però premura di tenersi ad almeno due chilometri dalla zona minata, di gettare in mare tutti i salvagente Carley ma di non mandare nell’area minata nessuna delle proprie imbarcazioni, perché il tipo di mina impiegato – ad antenna – ne rendeva pericoloso l’attraversamento anche solo per delle lance. La speranza era che il vento ed il mare da sud spingessero da soli i naufraghi al di fuori dell’area minata, permettendone il salvataggio.
Lo Zeno avvistò e recuperò in tutto 36 sopravvissuti; alle 11.23, avendo concluso il salvataggio di ogni naufrago visibile, ed avendo a bordo dei feriti gravi, fece rotta per Trapani. Nel farlo inviò un messaggio, per radiosegnalatore, col quale informava del soccorso e chiedeva l’autorizzazione di sostare a Trapani, ma la comunicazione fu ricevuta dall’Eugenio di Savoia (nave ammiraglia di Casardi) solo alle 12.35, quando già quest’ultima gli aveva ordinato, alle 11.51, di lasciare la zona e riunirsi alla formazione (che stava intanto tornando alla base) lasciando sul posto zattere Carley e salvagente (provvedimento non più necessario, dato che i superstiti erano già stati tutti recuperati). L’ammiraglio Casardi elogiò poi nel rapporto il comandante e l’equipaggio dello Zeno, specie gli uomini che ne avevano armato la motolancia impegnata nel recupero dei naufraghi, per lo slancio, lo sprezzo del pericolo e l’elevato senso di cameratismo mostrati.

Dei 118 uomini che componevano l’equipaggio della Schiaffino, persero la vita tre ufficiali (tra cui il comandante Argentino), otto sottufficiali e 68 tra sottocapi e marinai. I superstiti furono 39 (un ufficiale, cinque sottufficiali e 33 tra sottocapi e marinai); undici di essi erano rimasti feriti.

 I caduti:

Elio Albano, marinaio torpediniere, disperso
Antonino Alosi, marinaio silurista, disperso
Sebastiano Arcifa, sottocapo cannoniere, disperso
Riccardo Argentino, capitano di corvetta (comandante), disperso
Augusto Augenti, marinaio silurista, disperso
Emanuele Basile, marinaio torpediniere, disperso
Sergio Battistin, marinaio fuochista, disperso
Ede Brollo, marinaio segnalatore, disperso
Emilio Bronzini, sottocapo fuochista, disperso
Luigi Carletti, secondo capo meccanico, disperso
Remo Cazzoli, marinaio fuochista, disperso
Adalgiso Cellitti, marinaio cannoniere, disperso
Francesco Cocetta, sottocapo silurista, disperso
Bruno Cristofori, marinaio fuochista, disperso
Giuseppe Cupello, marinaio cannoniere, deceduto
Paolo D’Urso, marinaio motorista, disperso
Amedeo De Luca, marinaio cannoniere, deceduto
Vito Antonio De Paolis, marinaio, disperso
Felice De Simone, marinaio fuochista, disperso
Teresiano Demenech, marinaio fuochista, disperso
Salvatore Di Candia, marinaio fuochista, disperso
Francesco Di Donna, marinaio, disperso
Michele Dicillo, capo meccanico di seconda classe, disperso
Paolino Ferrandi, marinaio cannoniere, disperso
Pietro Fossati, marinaio cannoniere, deceduto
Isidoro Galletta, marinaio fuochista, disperso
Giulio Garofalo, marinaio furiere, disperso
Giuseppe Garofano, marinaio, disperso
Igino Giacosa, marinaio cannoniere, deceduto
Alfredo Giardina, sergente S. D. T., disperso
Adolfo Gori, marinaio fuochista, disperso
Maurizio Grosso, marinaio, disperso
Francesco Ilardi, sottocapo silurista, disperso
Antonio Illuzzi, marinaio, disperso
Bartolomeo La Guardia, marinaio cannoniere, disperso
Felice Lacerra, guardiamarina, disperso
Francesco Laura, capo cannoniere di terza classe, disperso
Rosario Licciardello, secondo capo meccanico, disperso
Luigi Longo, sottocapo segnalatore, disperso
Delio Lucchi, marinaio, deceduto
Antonio Malavolta, marinaio cannoniere, disperso
Giuseppe Mannino, sergente cannoniere, disperso
Antonio Margari, marinaio fuochista, disperso
Cosimo Megna, marinaio cannoniere, disperso
Carmelo Mela, sottocapo cannoniere, disperso
Sebastiano Mideia, marinaio fuochista, disperso
Tommaso Moro, marinaio fuochista, disperso
Santo Mortelliti, marinaio cannoniere, disperso
Luigi Musio, marinaio fuochista, disperso
Ernesto Musumeci, sottotenente di vascello, deceduto
Nunzio Narcherlilla, marinaio cannoniere, disperso
Paolo Napoli, capo meccanico di terza classe, disperso
Tullio Paleari, marinaio, disperso
Oneglio Papi, marinaio radiotelegrafista, disperso
Alessandro Perrotta, secondo capo meccanico, disperso
Bruno Petruzzi, marinaio fuochista, disperso
Giuseppe Picco, capo nocchiere di terza classe, disperso
Pietro Pinto, marinaio, disperso
Vincenzo Richiello, marinaio fuochista, disperso
Ariovaldo Rossi, sottocapo furiere, disperso
Alfonso Santoro, marinaio fuochista, disperso
Libero Santoro, marinaio elettricista, disperso
Pellegrino Scaramuzza, sergente meccanico, disperso
Giuseppe Sclifò, marinaio cannoniere, disperso
Luigi Spagnolo, marinaio torpediniere, disperso
Santino Spina, marinaio nocchiere, disperso
Salvatore Spinosa, marinaio, disperso
Umberto Squitieri, secondo capo meccanico, disperso
Bruno Stefani, marinaio fuochista, disperso
Giuseppe Stefani, marinaio fuochista, disperso
Orlando Stevanato, marinaio, disperso
Angelo Suera, marinaio fuochista, disperso
Aldo Tagliapietra, marinaio, disperso
Pietro Tronci, sergente radiotelegrafista, disperso
Marat Viti, marinaio, disperso
Vincenzo Zagarella, sottocapo cannoniere, disperso
Cornelio Zini, marinaio meccanico, disperso
Narciso Zucca, marinaio silurista, disperso


La nave, ancora classificata come cacciatorpediniere, fotografata intorno al 1925 (g.c. Agenzia Bozzo)



Nessun commento:

Posta un commento