lunedì 11 gennaio 2016

Antonio Sciesa

Lo Sciesa nel 1929 (g.c. Piotr Mierzejewski, da www.facta-nautica.graptolite.net

Sommergibile oceanico della classe Balilla (dislocamento di 1427 tonnellate in superficie e 1874 in immersione). Fu l’unico della sua classe ad avere un tubo lanciamine poppiero per quattro mine, previsto nel progetto originale di classe, ma realizzato soltanto sullo Sciesa.
Nel secondo conflitto mondiale effettuò complessivamente 12 missioni di guerra (4 offensive, 2 di trasferimento e 6 di trasporto, nelle quali recapitò in tutto 128,6 tonnellate di benzina in latte, 189,3 tonnellate di munizioni, 32,6 di provviste e 9,8 di altri materiali), percorrendo in tutto 7311 miglia in superficie e 922 in immersione, e trascorrendo 57 giorni in mare.

Breve e parziale cronologia.

20 maggio 1925
Impostazione nei cantieri Odero Terni Orlando di La Spezia.
18 agosto 1928
Varo nei cantieri Odero Terni Orlando di La Spezia.
14 aprile 1929
Entrata in servizio. Con i gemelli Balilla, Enrico Toti e Domenico Millelire va a formare la I Squadriglia Sommergibili, di base a La Spezia.

Lo Sciesa, l’Humaytà (quinta unità della classe, costruita per la Marina brasiliana) ed il Balilla in fase di allestimento (da "I sommergibili italiani fra le due guerre mondiali" di Alessandro Turrini, MariStat/UDAP, 1990, per g.c. Sergio Mariotti, via www.betasom.it

30 ottobre 1929
Lo Sciesa, restando in superficie, sperimenta una “comunicazione idrofonica” con il sommergibile Tito Speri, nella rada di La Spezia, durante le prove d’immersione di quest’ultimo.
1929
I quattro sommergibili della classe Balilla effettuano una crociera fino a Lisbona.
1930
Sciesa e Balilla vengono inviati ad Anversa in occasione dell’esposizione universale in Belgio e delle celebrazioni del centenario dell’indipendenza di tale Paese. Inizialmente c’è un po’ di insoddisfazione perché l’Italia ha inviato solo due sommergibili anziché (come Regno Unito, Francia e Paesi Bassi) una divisione navale, ma le autorità italiane fanno notare la maggiore distanza dell’Italia dal Belgio, e affermano che l’Italia ha mandato quanto di più progredito aveva nelle proprie costruzioni navali.
14 settembre 1933
Lo Sciesa (capitano di fregata Carlo Savio, capo sezione) salpa da La Spezia insieme al gemello Enrico Toti, per effettuare una crociera di circumnavigazione dell’Africa, allo scopo di mettere alla prova i sommergibili della classe Balilla in mari equatoriali (oltre che per compiti diplomatici e “di presenza” – mostrare alle altre potenze ed alle comunità italiane all’estero le capacità della Marina italiana –, nonché per raccolta di informazioni su Diego Suarez ed altre basi navali francesi dell’Oceano Indiano).
Sciesa e Toti, salpati in assetto di guerra (al completo di armi e munizioni) e senza accorgimenti per adattarli ai climi caldi e umidi delle zone che attraverseranno (salvo una miglior organizzazione per un ottimale funzionamento delle strumentazioni), attraversano il Canale di Suez, entrano in Mar Rosso e fanno scalo a Port Said, Massaua, Aden, Mogadiscio, Chisimaio, Mombasa, Zanzibar, Dar es Salaam, Diego Suarez, Lourenço Marques, Durban (dove, non essendo mai approdato alcun sommergibile, i due battelli vengono accolti da una folla di 20.000 curiosi), Città del Capo (raggiunta navigando in immersione, dopo aver doppiato il Capo di Buona Speranza; a Città del Capo il vescovo Hennemann celebra una messa a bordo di uno dei sommergibili, ed il reverendo Mullen tiene una predica agli equipaggi in italiano), Walvis Bay, Lobito, Sao Tomé, Takoradi, Dakar, Porto Praia, Las Palmas e Gibilterra. Durante la navigazione vengono anche effettuate esercitazioni in superficie ed in immersione, prove di tiro con le artiglierie e di lancio di siluri (attacchi simulati) e di rimorchio reciproco.

Lo Sciesa a Capetown l’8 dicembre 1933 (g.c. Carlo Di Nitto)

25 febbraio 1934
Sciesa e Toti, dopo aver attraversato lo stretto di Gibilterra, aver affrontato una violenta tempesta in Mediterraneo ed aver fatto un ultimo scalo a Barcellona, rientrano alla base e concludono la crociera (con la quale hanno percorso in tutto 15.496 miglia). La lunga navigazione ha permesso di evidenziare le eccellenti prestazioni della classe (nel suo rapporto, il comandante Savio evidenzia come i sommergibili possano trascorrere lunghi periodi in missione in mari caldi, purché abbiano sufficienti pezzi di ricambio e possano essere riforniti di carburante e lubrificante); è notevole anche perché effettuata senza assistenza di navi appoggio, e perché gli equipaggi gli equipaggi hanno trascorso oltre cinque mesi a bordo. Comandanti ed equipaggi di Sciesa e Toti ricevono un elogio.
1934
Il cannone contraereo Odero-Terni-Orlando da 120/27 mm mod. 1924, stante le sue prestazioni insoddisfacenti, viene rimosso: l’arma, insieme a quelle prelevate da Balilla, Toti e Millelire, sarà destinata alla difesa contraerea di Augusta e Messina. Al suo posto viene imbarcato un cannone da 120/45 mm OTO mod. 1931, posizionato in coperta anziché, come in precedenza, in torretta (ciò allo scopo di aumentare la stabilità). Al contempo le due mitragliere contraeree singole da 13,2/76 mm vengono sostituite con altrettante armi binate dello stesso tipo.
15 novembre-3 dicembre 1936
Lo Sciesa (facente parte del II Grupsom di Napoli) è tra i primi sommergibili italiani a compiere missioni clandestine di supporto delle forze nazionaliste nel corso della guerra civile spagnola. I battelli vengono inviati in agguato nelle acque di Barcellona, Valencia e Cartagena, principali porti repubblicani, con ordine di silurare le navi da guerra repubblicane; le navi da carico riconosciute con certezza come repubblicane o di nazioni extramediterranee che si sa essere rifornitrici della Repubblica (specie l’Unione Sovietica), ma soltanto entro il raggio delle acque territoriali (tre miglia); e le navi che passino a luci oscurate, di notte, nell’area di agguato.
Per l’impiego in acque spagnole, lo Sciesa viene trasferito da Napoli a La Maddalena (insieme ai sommergibili Naiade, Topazio ed Evangelista Torricelli), porto più isolato ed adatto dunque alla segretezza, ed imbarca un ufficiale spagnolo (il tenente di vascello Diaz) con funzioni di ufficiale di collegamento e l’incarico di aiutare nel riconoscimento dei bersagli (e anche, in caso di cattura od incontro ravvicinato con nave neutrale, di fingersi il comandante del battello: in questi casi, infatti, si dovrà fingere di essere un sommergibile nazionalista spagnolo, ed allo scopo è imbarcata anche una bandiera spagnola). Per evitare il riconoscimento (missioni del genere, data la mancanza di un formale stato di guerra tra Italia e Spagna repubblicana, sono illegali), nei giorni che precedono la partenza le lettere dei nomi dei sommergibili, le sigle di riconoscimento sulle torrette ed i fasci littori vengono occultati con una mano di vernice nera. Sempre a causa della segretezza e clandestinità di tali missioni, è presente a bordo una doppia serie di registri e documenti; a missione conclusa, il comandante dovrà procedere alla distruzione dei brogliacci di plancia, riconsegnare cifrari e bandiera spagnola e recarsi a Maricosom in abiti civili. In caso di lancio di siluri, verrà steso un verbale che dichiarerà il siluro lanciato come perso durante esercitazione di lancio («per cause non potute accertare è fuoriuscito dal tubo affondando in fondali superiori ai 500 metri»).
Lo Sciesa salpa da La Maddalena, al comando del capitano di corvetta Michele Jannuzzi, il 15 novembre, e rimane in agguato tra Alicante e Barcellona fino al 2 dicembre, ma non effettua  alcun attacco.
6 agosto 1937
Lo Sciesa (capitano di corvetta Candido Corvetti) salpa da La Spezia per svolgere una nuova missione clandestina nell’ambito della guerra di Spagna, nelle acque di Alicante.
9 agosto 1937
Lancia un siluro da 533 mm contro un piroscafo stimato in 2000 tsl e battente bandiera governativa, nelle acque antistanti Alicante. Il siluro, forse per forte deviazione, manca il bersaglio.

Lo Sciesa visto da poppa dopo le modifiche, si nota il tubo lanciamine poppiero (da "I sommergibili italiani" di Paolo M. Pollina, USMM, 1963, per g.c. Sergio Mariotti, via www.betasom.it

15 agosto 1937
A nord della zona d’attacco, lo Sciesa lancia due siluri (uno da 450 mm ed uno da 533 mm) contro un piroscafo, probabilmente il Cabo Roche; il comandante Corvetti sente uno scoppio e, dato che dopo venti minuti il piroscafo non è più visibile, ritiene di averlo affondato, ma in realtà non lo ha colpito. Un cacciatorpediniere repubblicano si avvicina allo Sciesa, ma non lancia bombe di profondità.
20 agosto 1937
Lo Sciesa rientra a La Spezia dopo aver percorso 1376 miglia in superficie e 296 in immersione in condizioni meteorologiche ottimali, e dopo aver iniziato sei manovre di attacco contro piroscafi sospetti, delle quali solo due (quelle del 9 e del 15 agosto) conclusesi con il lancio di siluri.
1938
Assegnato alla XV Squadriglia Sommergibili (I Gruppo Sommergibili, di base a La Spezia), composta dai più grandi sommergibili della Regia Marina (lo Sciesa ed i suoi tre gemelli, le tre unità della classe Calvi – Pietro Calvi, Giuseppe Finzi ed Enrico Tazzoli – e l’Ettore Fieramosca). È comandante dello Sciesa il capitano di corvetta Adriano Foscari, futura MOVM.
1939
Ha base a La Spezia, insieme ai gemelli Toti e Balilla.
10 giugno 1940
All’entrata dell’Italia nella seconda guerra mondiale, lo Sciesa ed i tre gemelli (Balilla, Domenico Millelire ed Enrico Toti) formano la XL Squadriglia Sommergibili (IV Grupsom di Taranto), di base a Brindisi.
Lo stesso giorno, lo Sciesa prende il mare per la prima missione di guerra, un agguato nelle acque di Cattaro.
21 giugno 1940
Rientra alla base dopo aver completato la missione.
9 luglio 1940
Viene inviato a formare uno sbarramento a nord di Capo Passero.
11 luglio 1940
Ritorna alla base.

Lo Sciesa in navigazione a lento moto nei primi anni di servizio (da "I sommergibili italiani fra le due guerre mondiali" di Alessandro Turrini, MariStat/UDAP, 1990, per g.c. Sergio Mariotti, via www.betasom.it

14 agosto 1940
Salpa da Augusta per una missione al largo dell’Africa Settentrionale.
16 agosto 1940
Deve raggiungere Brindisi a seguito di un’avaria, interrompendo la missione.
12 dicembre 1940
Viene inviato in missione a nord della foce del Nilo (per altra fonte, in agguato protettivo nel canale d’Otranto, a sudovest di Corfù, a difesa del traffico convogliato tra l’Italia e l’Albania).
18 dicembre 1940
Rileva all’idrofono rumori prodotti da delle navi, che però non riesce ad avvistare.
21 dicembre 1940
Conclude la missione.
Marzo 1941
Viene messo in disarmo: vi resterà per più di un anno, fino al maggio 1942.
1° giugno 1942
A seguito di insistenti richieste da parte dei Comandi tedeschi, che premono per l’impiego dei sommergibili in missioni di trasporto per far giungere rifornimenti in prossimità delle prime linee, durante l’avanzata delle forze di Rommel – benché il normale traffico di navi mercantili si stia svolgendo senza problemi, con perdite limitatissime (e dunque non vi sia alcun bisogno di impiegare i sommergibili), e nonostante un sommergibile non possa trasportare nemmeno un decimo di ciò che può caricare una piccola nave mercantile –, il Grupsom Taranto riceve ordine di adibire alcune delle proprie unità al trasporto di benzina avio per la Luftwaffe. Altri enti e comandi tedeschi fanno analoga richiesta, ma l’ordine rimane tassativamente limitato alla sola benzina per aerei.
Lo Sciesa, in virtù delle sue grosse dimensioni (che consentono di stivare diverse decine di tonnellate di carico) e della sua vetustà (che lo rende ormai inadatto all’impiego offensivo), è tra i sommergibili scelti per questo servizio, insieme al gemello Toti, agli altrettanto anziani Narvalo e Santarosa ed ai posamine Atropo, Micca, Bragadin, Corridoni e Zoea: viene pertanto “rispolverato” e torna in servizio attivo, al comando del tenente di vascello Raul Galletti. Sarà il suo ultimo comandante.
29 giugno 1942
Parte da Taranto alle 11.30, in missione di trasporto di 64 tonnellate di benzina in latte e 4 di provviste.
3 luglio 1942
Giunge a Ras Hilal alle 4.15, dopo aver riportato alcune avarie nel corso della navigazione. Durante la sosta per lo scarico della benzina, viene visitato da Benito Mussolini, che si trova in quel momento in Libia.

Mussolini posa insieme all’equipaggio dello Sciesa a bordo del sommergibile, 4 luglio 1942 (Coll. privata Domenico Iacono, via www.betasom.it

6 luglio 1942
Scaricato il carico, lascia Ras Hilal alle 20.30, per tornare a Taranto.
9 luglio 1942
Arriva a Taranto alle 16.
24 luglio 1942
Salpa da Taranto per Tobruk alle 16, con un carico di 64,6 tonnellate di benzina in latte e 7 tonnellate di viveri.
28 luglio 1942
Giunge a Tobruk alle 7.15.
29 luglio 1942
Lascia Tobruk alle 19 per tornare a Taranto.
3 agosto 1942
Giunge a Taranto alle 13.45.
Uomini dello Sciesa sul loro battello, fine luglio-inizio agosto 1942 (Coll. privata Domenico Iacono, via www.betasom.it)

19 agosto 1942
Parte da Taranto alle 15.20, per trasportare a Bengasi 63 tonnellate di munizioni e dieci di provviste.
22 agosto 1942
Raggiunge Bengasi alle 9.30. Messo a terra il carico, riparte alle 19 per rientrare a Taranto.
26 agosto 1942
Arriva a Taranto alle 12.10.
1° ottobre 1942
Salpa da Taranto alle 15.25 (sempre al comando del tenente di vascello Galletti) per trasportare a Bengasi 51,6 tonnellate di munizioni, 11,7 di provviste e 8,8 di valuta della Banca d’Italia.
5 ottobre 1942
Giunge a Bengasi alle 8.30. Dopo aver scaricato, riparte alle 17.30 per tornare in Italia.
6 ottobre 1942
Durante la navigazione di rientro, a circa 150 miglia dalla costa (posizione precisa: 34°41’ N e 19°21’ E, a nord di Bengasi), avvista in superficie un grosso sommergibile sospetto, apparentemente fermo. Alle 21.09 lo Sciesa gli lancia un siluro da 800 metri di distanza: dopo 59 secondi viene sentita una violenta detonazione, e ciò porta l’equipaggio italiano a ritenere di aver colpito il battello nemico mentre si stava immergendo, affondandolo. Lo Sciesa si mette anche a cercare eventuali naufraghi dell’unità nemica, ma non trova nulla: in realtà, ha mancato il bersaglio.
8 ottobre 1942
Arriva a Taranto alle 14.40.
30 ottobre 1942
Riparte da Taranto con munizioni e materiali destinati a Tobruk.
31 ottobre 1942
A seguito di un’avaria, deve fare ritorno a Taranto.
 

Marinai sulla poppa dello Sciesa (foto Gaspare Salerno, via www.grupsom.com
L’affondamento

Il 3 novembre 1942 lo Sciesa, sempre al comando del tenente di vascello Raul Galletti, salpò di nuovo da Taranto per un’altra missione di trasporto: questa volta il carico assommava a 84,2 tonnellate di munizioni e materiale sanitario, da trasportare a Tobruk. La piazzaforte libica, di fronte all’avanzata delle forze britanniche, sarebbe caduta di lì a dieci giorni, e su di essa si intensificavano gli attacchi aerei (il 2 novembre era saltato in aria, colpito da bombe mentre scaricava munizioni, l’incrociatore ausiliario Brioni).
Dopo tre giorni di navigazione, il sommergibile giunse a Tobruk alle otto del mattino del 6 novembre, e cominciò quindi a sbarcare il proprio carico con la massima celerità possibile.
Mentre l’operazione era in corso, però, Tobruk subì un’altra incursione aerea da parte di bombardieri Boeing B-17 “Flying Fortress” della Middle East Air Force dell’USAAF (precisamente, il 513rd Bombing Squadron del 376th Bombing Group). Nel corso dell’attacco, che si protrasse dalle 15.20 alle 16.15 (per altra fonte, però, il sommergibile fu colpito a mezzogiorno), lo Sciesa venne centrato da tre bombe, una delle quali in torretta: le esplosioni uccisero 23 dei 55 uomini presenti a bordo (5 ufficiali, 5 sottufficiali e 13 tra sottocapi e marinai), ne ferirono altri 14, e scatenarono un furioso incendio che l’equipaggio superstite riuscì a stento a domare.
A causa dei gravissimi danni subiti, lo Sciesa si posò sul fondale, in posizione 32°05’ N e 23°59’ E  (per altra versione, fu portato all’incaglio dal comandante Galletti, per evitare che affondasse). Nello stesso bombardamento fu affondato anche il piroscafo Etiopia, mentre venne danneggiato il pontone semovente tedesco L 69.

Le vittime:

Gennaro Aquino, sottocapo
Giovanni Avallone, marinaio
Luciano Cattani, tenente del Genio Navale
Dino Colvara, sottotenente del Genio Navale
Cosimo D’Addario, marinaio
Antonio D’Alba, secondo capo
Giorgio Daziano, capo di seconda classe
Roberto De Gregorio, marinaio
Rocco Donatucci, marinaio
Martino Iannone, sottocapo
Francesco La Motta, capitano del Genio Navale (direttore di macchina)
Angelo Melucci, marinaio
Mario Montesoro, secondo capo
Mario Mor, sottocapo
Emanuele Pelosi, marinaio
Dante Pilloli, secondo capo
Giorgio Punzo, sergente
Angelo Sava, guardiamarina
Nunzio Sbergo, sottocapo
Alfonso Scerra, marinaio
Sebastiano Squadrito, sottocapo
Attilio Terrenzi, marinaio
Benvenuto Ugaglia, aspirante (Genio Navale)


Una foto dell’equipaggio dello Sciesa, fine luglio-inizio agosto 1942 (Coll. privata Domenico Iacono, via www.betasom.it)
Il 7 novembre il comandante Galletti tornò a bordo del relitto dello Sciesa, insieme ad un prete ed ad una squadra incaricata del recupero dei corpi delle vittime. Si provvide anche a distruggere i documenti segreti, ed a danneggiare ulteriormente il battello, per renderlo inutilizzabile. Pochi giorni dopo, il 12 novembre, il relitto dello Sciesa venne minato e fatto saltare in aria per impedire che i britannici, che avrebbero occupato Tobruk il giorno seguente, potessero recuperarlo. Quando infatti questi conquistarono la città libica, il 13 novembre, giudicarono il sommergibile come troppo danneggiato, e lo abbandonarono dov’era.
Diversi superstiti dello Sciesa (tra cui il nocchiere di terza classe Umberto Biondi, il secondo capo radiotelegrafista Enzo Rizzato, il sottocapo silurista Giovanni Aurilia, il sottocapo motorista Raffaele Cuben, il sottocapo radiotelegrafista Luigi Macculli ed il sottocapo elettricista Renzo Mazzi, tutti decorati con Medaglia di Bronzo al Valor Militare per il loro operato durante l’affondamento dello Sciesa) vennero assegnati al nuovo sommergibile da trasporto Romolo, allora in costruzione, e persero la vita nel suo affondamento, avvenuto per cause ignote nell’agosto del 1943.
 

Il battello in tempi migliori (da www.grupsom.com
Nel 1949 una società genovese, di proprietà dell’ingegner Bruzzo, inviò a Tobruk un gruppo di tecnici italiani con il compito di recuperare il relitto dello Sciesa. Gli esperti palombari Ilvo Borghini e Giuseppe Guglielmo ripararono lo scafo del sommergibile (che, inizialmente ritenuto non recuperabile, fu da loro valutato come “tranquillamente” recuperabile, dopo la loro immersione d’ispezione, anche per spavalderia nei confronti dello scorbutico direttore dei lavori), in modo da permetterne il galleggiamento, dopo di che questi fu riportato a galla (dopo soli 43 giorni dall’inizio dei lavori) e sottoposto a lavori di riparazione nel porto di Tobruk.
Terminati i lavori, che richiesero circa un anno, si valutò la possibilità di riportare lo Sciesa in Italia con i propri mezzi; alla fine, però, non essendo il sommergibile in condizioni adatte a navigare in alto mare, vennero inviati due rimorchiatori che lo trainarono fino a Taranto, dove venne demolito.

 

Ilvo Borghini e Giuseppe Guglielmo con il relitto recuperato dello Sciesa, nel 1949 (da HDS Italia)


Nessun commento:

Posta un commento