mercoledì 15 giugno 2016

Ambra

Il varo dell’Ambra (Coll. Giuseppe Celeste via www.associazione-venus.it

Sommergibile di piccola crociera della classe Perla (dislocamento di 695 tonnellate in superficie e 855 in immersione). Al comando di Mario Arillo, fu protagonista di alcuni brillanti successi, che valsero il conferimento della Medaglia d’Argento al Valor Militare alla bandiera dell’unità. Effettuò in tutto 31 missioni di guerra di tutti i tipi (tra cui 3 di trasferimento e 3 missioni speciali), percorrendo 16.890 miglia in superficie e 2747 in immersione.
Fece parte dell’equipaggio dell’Ambra, durante la guerra, anche Luciano Barca, poi deputato.

Breve e parziale cronologia.

28 agosto 1935
Impostazione nei cantieri Odero Terni Orlando del Muggiano (La Spezia).
28 maggio 1936
Varo nei cantieri Odero Terni Orlando del Muggiano (La Spezia).


L’Ambra ed i gemelli Iride, Onice e Malachite in allestimento al Muggiano nel 1936 (sopra: dal libro “Gli squali dell’Adriatico” di Alessandro Turrini; sotto: g.c. Dante Flore)



4 agosto 1936
Entrata in servizio. Assegnato alla XXXIV Squadriglia Sommergibili, di base a Messina (per altra fonte, al I Gruppo Sommergibili di La Spezia). Suo primo comandante è il tenente di vascello Cesare Corrado.
Nei primi anni di servizio, l’Ambra svolge intensa attività addestrativa nonché frequenti crociere di resistenza nelle acque del Dodecaneso e lungo le coste del Nordafrica.
29 agosto 1937
Prende il mare per effettuare una missione clandestina al largo di Alicante, nell’ambito della guerra civile spagnola. Durante la missione inizia una manovra d’attacco contro una nave, ma poi vi rinuncia, non essendo riuscito ad identificare il bersaglio con certezza.
6 settembre 1937
Rientra alla base, così concludendo la missione.
1938-1940
Trascorre lunghi periodi dislocato al di fuori delle acque metropolitane, perlopiù a Tobruk.
1940
Lascia Tobruk e viene trasferito a Taranto, inquadrato nel IV Gruppo Sommergibili.
10 giugno 1940
All’entrata in guerra dell’Italia, l’Ambra forma con i similari Rubino e Malachite la XLVII Squadriglia Sommergibili, di base a Taranto (IV Grupsom).
Nei mesi a seguire verrà impiegato in agguati difensivi nel Golfo di Taranto ed in missioni esplorative al largo di Alessandria d’Egitto.
Agosto 1940
Effettua cinque agguati protettivi nel Golfo di Taranto.
23 settembre 1940
Inviato a sud di Creta insieme ai sommergibili Serpente e Goffredo Mameli.
28 settembre 1940
Partecipa, senza successo, al contrasto dell’operazione britannica «MB. 5», consistente nell’invio a Malta di 1200 uomini ed un carico di rifornimenti mediante erano gli incrociatori leggeri Liverpool e Gloucester, con l’appoggio di due corazzate (Valiant e Warspite), una portaerei (Illustrious), due incrociatori leggeri (Orion e Sydney), un incrociatore pesante (York) ed undici cacciatorpediniere.
12-21 dicembre 1940
Inviato in pattugliamento a sudovest di Corfù, insieme al sommergibile Antonio Sciesa, a protezione del traffico tra l’Italia e l’Albania.
16 dicembre 1940
Nelle prime ore della notte, mentre è in missione nel Mediterraneo centrale, viene localizzato da due unità britanniche: queste lo sottopongono a caccia per dodici ore, ma alla fine l’Ambra riuscirà ad eludere la caccia senza danni.
31 dicembre 1940-12 gennaio 1941
Inviato pattugliamento nel Canale d’Otranto, insieme ai sommergibili Turchese e Filippo Corridoni, a protezione del traffico tra l’Italia e l’Albania.
19 gennaio 1941
Assume il comando dell’Ambra il tenente di vascello Mario Arillo.

L’Ambra nella primavera del 1941 (g.c. STORIA militare)

5 marzo 1941
Inviato alla ricerca di convogli britannici al largo di Creta, unitamente ad altri sommergibili (Ondina, Beilul, Galatea, Malachite, Smeraldo, Nereide, Ascianghi, Ambra, Dagabur and Onice), a contrasto dell’operazione britannica «Lustre» (consistente nell’invio dall’Egitto alla Grecia di 58.000 uomini, quale rinforzo per la Grecia, con una serie di convogli – uno ogni tre giorni, da Alessandria al Pireo –, nell’arco di un mese). Non trova nulla.
22 marzo 1941
L’Ambra (tenente di vascello Mario Arillo) viene inviato in agguato sulla direttrice Alessandria-Capo Krio insieme ai sommergibili Ascianghi (che deve posizionarsi 60 miglia più a sudest) e Dagabur (che giungerà in zona il 29 marzo, posizionandosi 60 miglia più a nordovest dell’Ambra).
24 marzo 1941
Raggiunge l’area assegnata. La dislocazione dei sommergibili in Mediterraneo orientale (poco lontano ve ne sono altri due, Nereide e Galatea) è stata programmata nell’ambito dell’operazione «Gaudo», un’incursione in Egeo da parte di un’importante aliquota della flotta italiana, avente lo scopo di attaccare i convogli britannici in quel settore; i sommergibili hanno scopo esplorativo (segnalare eventuali avvistamenti di forze navali nemiche) ma non sono avvertiti dell’operazione in corso, e della particolare importanza di segnalare qualsiasi tipo di movimento rilevato.
27 marzo 1941
L’Ambra, unico tra i sommergibili inviati nel Mediterraneo orientale per «Gaudo», rileva qualcosa: due volte, alle 2.45 ed alle 5.11, sente rumori di turbine agli idrofoni, ma, non avendo avvistato nulla, non lo comunica alla base.
Non sarà comunque questo a compromettere l’operazione, quanto una grave catena di errori, omissioni e decisioni più che discutibili da parte del comandante superiore in mare, Iachino, e dei comandi superiori. L’operazione «Gaudo» finirà in tragedia, con la strage di Capo Matapan.
31 marzo 1941
Conclusa la missione, inizia la navigazione di ritorno in emersione, ma alle 2.37 avvista una grossa nave scortata, che procede ad una velocità stimata di 10 nodi (quella reale è di 16,5, e la rotta 131°), ad un paio di chilometri di distanza (posizione 33°10’ N e 26°20’ E). Serrate le distanze, sempre in emersione, lancia tre siluri contro la nave avvistata alle 2.44; poi rimane ancora in superficie per accertare i risultati. Due dei siluri lanciati raggiungono il bersaglio a centro nave, sul lato dritto: si tratta del moderno incrociatore leggero britannico Bonaventure, della classe Dido (Arillo, al buio, crede invece di aver silurato una grossa nave cisterna), in mare per scortare dalla Grecia ad Alessandria il convoglio «G.A. 8» (due navi mercantili), insieme ai cacciatorpediniere Hereward, Griffin e Stuart (l’incrociatore procede a poppavia dei mercantili; i cacciatorpediniere, invece, a proravia di questi ultimi). Colpito in entrambe le sale macchine, il Bonaventure soccombe rapidamente al loro rapido allagamento che, insieme alla mancanza di energia (legata proprio alla messa fuori uso di tali locali), vanifica ogni tentativo di salvare la nave: nel giro di cinque o sei minuti, l’incrociatore si capovolge ed affonda di poppa, nel punto 33°20’ N e 26°35’ E (a nord di Sollum e 90 o 125 miglia a sud-sud-est di Creta), portando con sé 23 ufficiali e 115 tra sottufficiali e marinai. L’Ambra, dopo aver constatato il successo del lancio (avendo visto una grande fiammata seguita da due forti esplosioni, Arillo ritiene di aver affondato una nave e danneggiato un’altra), s’immerge e si allontana. Mentre l’Hereward recupera i 310 sopravvissuti (tra cui il comandante, capitano di vascello Henry Jack Egerton), lo Stuart – che è stato mancato dal terzo siluro – localizza con l’ASDIC l’Ambra, lo insegue e gli dà la caccia per diverse ore (fino alle 6.30), effettuando in tutto sette attacchi con cariche di profondità. In tutto lo Stuart lancia 29 bombe di profondità, l’Hereward altre 10. Il sommergibile subisce danni a varie apparecchiature, comprese le due bussole (giroscopica e magnetica); elusa infine la caccia e riemerso, si dovrà orientare col sole e le stelle per raggiungere Augusta.
Il comandante Arillo riceverà la Medaglia d’Argento al Valor Militare.


Due immagini scattate il 31 marzo 1941, al rientro dalla missione nella quale fu affondato il Bonaventure: sopra, l’avvistamento della costa siciliana; sotto, l’arrivo nel porto di Augusta (g.c. STORIA militare)


1° maggio 1941
Salpa da Augusta per un agguato al largo di Alessandria.
5 maggio 1941
A causa di una perdita nel tubo lanciasiluri numero 3, il comandante Arillo decide di interrompere la missione e tornare indietro prima di raggiungere il settore assegnato.
7 maggio 1941
L’Ambra arriva alla base. Arillo verrà criticato dai superiori perché questi ritengono che l’avaria non fosse così grave da giustificare un rientro anticipato.
12-20 maggio 1941
Pattugliamento a sudest di Malta.
23-24 settembre 1941
Effettua un pattugliamento antisommergibili nello stretto di Messina, in cooperazione con il cacciasommergibili Albatros.
29 settembre 1941
Nel corso di un’altra missione, l’Ambra, mentre si trova immerso a 55 metri di profondità, avverte lo strisciamento da prua verso poppa di un corpo metallico.
2-3 ottobre 1941
Altro pattugliamento antisommergibili nello stretto di Messina, sempre insieme all’Albatros.
3 ottobre 1941
Parte da Augusta per un pattugliamento al largo di Ras Zebib (agguato sul meridiano di Capo Zebib), a seguito di sospetti movimenti britannici verso il Canale di Sicilia.
4 ottobre 1941
Dato che la minaccia risulta infondata, l’Ambra viene richiamato alla base. Durante la navigazione di rientro (verso Messina), si verifica un’avaria al motore di sinistra (rottura dell’ingranaggio dell’albero orizzontale a camme).
Ottobre 1941 o Marzo-Aprile 1942
A seguito della richiesta da parte del capitano di fregata Junio Valerio Borghese, nuovo comandante (ad interim) della X Flottiglia MAS, per l’assegnazione a tale reparto di un secondo sommergibile «avvicinatore» di mezzi d’assalto (in aggiunta allo Scirè, già attivo in tale ruolo), l’Ambra viene scelto per questo ruolo. Borghese, che ha ottenuto di poter scegliere il comandante del sommergibile, decide di lasciare Arillo, che diverrà uno dei migliori ufficiali della X MAS.
La trasformazione in sommergibile «avvicinatore» consiste nell’installazione sul ponte di coperta di tre cilindri contenitori per siluri a lenta corsa (SLC), in grado di resistere fino alla profondità di 90 metri, sistemati uno a proravia della torretta e due, affiancati, a poppavia della stessa. Per fare spazio ai cilindri, viene rimosso il cannone da 100/47 mm del ponte; anche la torretta viene modificata per meglio adattarsi al nuovo impiego.
Segue un periodo di addestramento.

L’Ambra (a destra) ed un U-Boot tipo VII C a La Spezia il 3 aprile 1942 (g.c. STORIA militare)

11-19 aprile 1942
Effettua, al largo della Sardegna occidentale, una missione di addestramento per la X Flottiglia MAS, in vista del suo impiego a breve.
29 aprile 1942
L’Ambra, sempre al comando del capitano di corvetta Arillo, parte da La Spezia per partecipare all’operazione «G.A. 4» contro la base di Alessandria d’Egitto.
Dopo aver esaminato le fotografie del porto di Alessandria scattate da aeroricognitori dell’Asse, infatti, i vertici della X MAS si sono resi conto che le corazzate britanniche Valiant e Queen Elizabeth sono state gravemente danneggiate dall’attacco di SLC avvenuto il 18 dicembre precedente, ma non affondate, e che la Queen Elizabeth si trova a secco in un bacino galleggiante, per le prime riparazioni. Si è così deciso di lanciare un nuovo attacco di SLC contro Alessandria: gli obiettivi designati sono, questa volta, di nuovo la Queen Elizabeth (ed il bacino stesso: il più vicino bacino di queste dimensioni è in Sudafrica) ed inoltre la grande nave appoggio sommergibili Medway, di 18.362 tonnellate di dislocamento, carica di siluri ed altro materiale destinato ai sommergibili operanti contro i convogli italiani diretti in Nordafrica.
L’Ambra dovrà trasportare tre SLC, che attaccheranno poi gli obiettivi nel porto di Alessandria (due il bacino con la Queen Elizabeth, uno la Medway). Il 28 aprile, i britannici hanno intercettato una comunicazione italiana che richiede priorità per il trasporto da Roma a Lero, via Rodi ed a mezzo aerei, di nove tra ufficiali e marinai (gli uomini della X MAS); non sanno però cosa significhi, e non ne traggono così alcun vantaggio.
5 maggio 1942
L’Ambra arriva a Lero, per imbarcare SLC e relativi equipaggi. Questi ultimi (capitano commissario Egil Chersi e sottocapo palombaro Rodolfo Beuck; tenente del Genio Navale Luigi Feltrinelli e sottocapo palombaro Luciano Favale; sottotenente medico Giorgio Spaccarelli e sottocapo palombaro Armando Memoli; più un equipaggio di riserva costituito dal guardiamarina Giovanni Magello e dal secondo capo palombaro e Giuseppe Morbelli, nonché un medico della X MAS, il sottotenente medico Elvio Moscatelli, ed un ulteriore operatore di riserva, il secondo capo palombaro Ario Lazzari) giungeranno a Lero per via aerea il giorno seguente. Vorrebbe partecipare alla missione anche il comandante stesso della X MAS, capitano di fregata Ernesto Forza, ma non gli è permesso, così questi si trasferirà prima ad Iraklion e poi ad Atene.
L’Ambra dovrà sostare a Lero più a lungo del previsto, a causa di ripetute avarie.
9 o 12 maggio 1942
Salpa da Lero, diretto ad Alessandria.

L’Ambra a La Spezia nel 1942 (Coll. Giuseppe Celeste, via www.associazione-venus.it

14 maggio 1942
Arriva nei pressi di Alessandria in serata, e verso le 19 si posiziona su un fondale di 10 metri in prossimità del porto, a poche centinaia di metri dalla riva (precisamente, a 1,5 miglia dal faro di Ras el Tin); alle 20.50 i tre SLC vengono rilasciati e si dirigono verso il porto. (Per una fonte, l’Ambra viene illuminato alle 20.37 da un bengala, mentre si trova in superficie, perciò s’immerge subito e provvede al rilascio degli SLC). Il capitano Chersi ha avuto un malore, così lui ed il suo secondo Beuck sono stati sostituiti da Magello e Morbelli.
L’Ambra ha però rilasciato gli SLC in una posizione diversa da quella pianificata: una corrente anomala, infatti, lo ha fatto scarrocciare di alcuni chilometri (per altra fonte di un solo chilometro, oppure di 800 metri) verso ovest, ed Arillo, forse incerto della reale posizione, o forse credendo di essere nel punto giusto, non ha fornito la nuova rotta agli operatori degli SLC.
La conseguenza è il fallimento dell’operazione: gli SLC vagano lungo la costa alla ricerca dell’accesso del porto, ma non riescono a trovarlo (anche perché tutti tranne uno provengono dai corpi tecnici della Marina, non da quello di vascello, e nessuno è esperto in navigazione). Per giunta, l’SLC di Feltrinelli e Favale è malfunzionante, ed alla fine i due lo devono affondare per poi raggiungere la riva a nuoto (secondo una versione, invece, Feltrinelli e Favale sono l’unica coppia di operatori che riesce a portare il proprio SLC all’interno del porto, nonostante i lanci di bombe di profondità proprio per impedire una simile eventualità; si avvicinano alla Queen Elizabeth per attaccarla, ma a questo punto il mezzo si guasta ed affonda). Dopo aver lungamente cercato l’accesso al porto, senza risultato, anche gli altri due equipaggi devono affondare i loro mezzi e raggiungere a nuoto la costa, dove sono poco dopo catturati, tranne Feltrinelli e Favale (che riescono infatti a raggiungere a piedi Alessandria ed a contattare gli agenti segreti italiani nella città, che riescono a nasconderli per più di un mese; ma il 29 giugno saranno anch’essi scoperti ed arrestati dalla Polizia Militare britannica).
Alle 21.05, frattanto, l’Ambra si rimette in navigazione, per rientrare alla base.
24 maggio 1942
L’Ambra arriva a La Spezia a mezzogiorno. Dopo «G.A. 4» non vi saranno più tentativi, da parte della X MAS, di attaccare Alessandria (anche perché le unità della decimata Mediterranean Fleet, a seguito dell’avanzata italo-tedesca in Egitto, verranno tutte trasferite in Palestina od in Mar Rosso).
 

L’Ambra in porto, ben visibili i contenitori per il trasporto degli SLC (da www.marina.difesa.it
L’impresa di Algeri

L’8 novembre 1942, mentre le forze italo-tedesche in Egitto e Cirenaica, sconfitte nella battaglia di El Alamein, si ritiravano verso ovest inseguite dall’8a Armata britannica, una flotta di 350 navi da guerra e 500 trasporti sbarcava 107.000 uomini sulle coste dell’Algeria e del Marocco: iniziava così l’operazione «Torch», che in poco più di una settimana avrebbe portato alla completa conquista angloamericana del Nordafrica Francese, dove le forze della Francia di Vichy, dopo un’iniziale resistenza, decisero di schierarsi con gli Alleati. Le truppe italo-tedesche, asserragliate in Tunisia, si ritrovavano così tra due fuochi, Montgomery ad est, Eisenhower ad ovest.
Rinforzi e rifornimenti per le truppe Alleate affluivano ininterrottamente nei porti del Marocco e dell’Algeria, ed i comandi italo-tedeschi richiesero da subito alla Marina italiana di attaccare tali traffici, per rallentare l’afflusso di rifornimenti e tentare d’indebolire la presenza navale Alleata in quel settore.
Un attacco da parte della flotta di superficie era pressoché inattuabile, data la disparità di forze in campo, la scarsità di carburante (riservato alle siluranti che scortavano i convogli con vitali rifornimenti per le forze in Tunisia) e la scarsità o mancanza di copertura aerea. Restavano i mezzi insidiosi: sommergibili e mezzi d’assalto.
L’Ispettorato Generale dei MAS ordinò al comando della X Flottiglia MAS (capitano di fregata Junio Valerio Borghese) di organizzare un attacco contro la base di Algeri. I bersagli non mancavano: corazzate, portaerei, incrociatori e grossi trasporti riempivano il porto, mentre la rada era affollata da mercantili, cacciatorpediniere, navi scorta ed unità minori.
Il piano messo a punto dalla X MAS prevedeva un’operazione combinata: SLC e «uomini Gamma» (sommozzatori d’assalto, dotati di «bauletti esplosivi» da applicare agli scafi delle navi), i primi incaricati di penetrare nel porto ed attaccare le grandi navi ivi presenti, i secondi di attaccare i mercantili in rada. Questi ultimi, e non le navi maggiori, avrebbero avuto la priorità: si riteneva infatti più importante colpire i rifornimenti destinati alle truppe angloamericane, piuttosto che una grande nave da guerra. L’avvicinatore sarebbe stato l’Ambra del comandante Arillo. L’operazione era denominata «N.A. 1» ed il relativo ordine d’operazione, denominato n. 78 SRP, fu emesso il 1° dicembre 1942.
I mezzi e gli uomini scelti per l’incursione erano tre SLC (per la prima volta dotati ciascuno di due testate da 150 kg, giudicate sufficienti per attaccare navi mercantili, anziché di una testata da 300 kg – come al solito –, pensata per l’attacco a navi da guerra) con i relativi equipaggi (SLC 236, tenente di vascello Giorgio Badessi e sottocapo palombaro Carlo Pesel; SLC 237, tenente del Genio Navale Guido Arena e sottocapo palombaro Ferdinando Cocchi; SLC 238, guardiamarina Giorgio Reggioli e sottocapo palombaro Colombo Pamolli) e dieci «uomini Gamma» (il tenente Armi Navali Agostino Morelli, comandante, il secondo capo infermiere Oreste Botti, il sottocapo palombaro Giuseppe Feroldi, il sottocapo cannoniere Evideo Boscolo, il fuochista Rodolfo Lugano, il marinaio sommozzatore Giovanni Lucchetti, il sergente dei Granatieri Luigi Rolfini, i sergenti dei Bersaglieri Gaspare Ghiglione ed Alberto Evangelisti, il fante Luciano Luciani), parte provenienti dal personale della Marina e parte dell’Esercito, tutti comunque ottimi nuotatori. Era previsto anche un ulteriore equipaggio di riserva: il tenente di vascello Augusto Jacobacci ed il secondo capo torpediniere Armando Battaglia, che – a meno che la loro partecipazione in sostituzione di qualcun altro non si fosse resa necessaria – avevano anche il compito di portarsi in superficie e fungere da vedetta (nonché di richiamare gli incursori al termine della missione, simulando il verso di una civetta), mentre il sommergibile sarebbe rimasto adagiato sul fondale.

L’Ambra salpò da La Spezia nel primo pomeriggio del 4 dicembre 1942, diretto ad Algeri. Il battello avvistò la costa dell’Algeria la sera del 7 dicembre, con condizioni meteomarine avverse (proibitive per l’operazione), che lo costrinsero a stazionare in zona inattivo per due giorni, mentre il mal di mare tormentava gli incursori provenienti dalle fila dell’Esercito, aspettando che il tempo migliorasse. Questo accadde il 10 dicembre, e l’indomani, quando il tempo fu divenuto eccellente, l’Ambra iniziò ad avvicinarsi ad Algeri (in immersione, per evitare i campi minati antinave che si riteneva essere presenti nell’area). Fu notata una forte vigilanza aeronavale diretta proprio ad impedire l’avvicinamento di sommergibili: in tali condizioni sarebbe stato impossibile avvicinarsi a quota periscopica senza essere scoperti, e troppo rischioso farlo a bassa profondità, così l’Ambra si avvicinò ad Algeri restando immerso ad elevata profondità. La fortuna non era dalla parte di Arillo e dei suoi uomini: proprio in quel frangente, infatti, si guastò lo scandaglio ultrasonoro, senza il quale un sommergibile immerso procedeva sostanzialmente alla cieca. Arillo ordinò egualmente di scendere in profondità, ed alle 17 dell’11 dicembre l’Ambra cozzò contro il fondale, profondo 90 metri, che l’avaria dello scandaglio aveva impedito di rilevare. L’unico modo per avvicinarsi senza incorrere in altri e più gravi incidenti consisteva nello strisciare a lento  moto sul fondale, risalendo alla cieca lo zoccolo costiero fino a risalire ad una quota idonea al rilascio dei «Gamma» e degli SLC, stimata in 15-20 metri. Si fece così, ed il sommergibile, senza altri infortuni, si fermò infine a 18 metri di profondità, sempre fermo sul fondale. Erano le 19.40.
I «Gamma» si prepararono ad uscire dal sommergibile; quelli tra di essi che provenivano dall’Esercito erano un po’ provati, non essendo abituati agli effetti del mare mosso e della permanenza negli angusti spazi di un sommergibile, ma ciò non li fermò. Jacobacci e Battaglia vennero inviati in superficie, come previsto, per verificare la situazione, ma ciò che riferirono (per telefono, collegato al sommergibile) fu sconcertante: in vista non c’era nessun porto o nave o nemmeno la costa, soltanto il mare.
L’Ambra dovette così riprendere l’avvicinamento, sempre procedendo alla cieca e strisciando sul fondale, ma provvedendo a mandare di quando in quando Jacobacci e Battaglia in superficie, per constatare i progressi fatti e guidare il battello. Alla fine, alle 21.45 il sommergibile giunse in prossimità della costa, sino a fermarsi in mezzo ad un gruppo di sei navi mercantili disposte a semicerchio, ad un paio di chilometri dall’ingresso del porto: visto il ritardo frattanto accumulato, si decise di inviare «Gamma» e SLC contro di esse. Le tre più vicine erano anche le tre più grandi.
Gli «uomini Gamma» uscirono in «discreto disordine» tra le 22.30 e le 23, seguiti dagli SLC tra le 23 e le 23.20.

Badessi, capogruppo degli SLC, assegnò ai suoi compagni i bersagli da attaccare tra i mercantili all’ancora nelle vicinanze, non essendo possibile raggiungere il porto. Le loro sorti si divisero.
L’SLC di Badessi e Pesel si guastò quasi subito (a causa dei danni causati dal maltempo), così i due operatori, dopo cinque tentativi falliti di attaccare qualche nave, tentarono di tornare verso l’Ambra, rimorchiando un «Gamma», Lugano. Non riuscendo a trovare Jacobacci, dovettero autodistruggere l’SLC e dovettero raggiungere la riva a nuoto. Giunti a terra, i tre furono catturati da una pattuglia francese.
L’SLC di Arena e Cocchi, nonostante Arena soffrisse terribilmente di mal di mare ed il mezzo avesse i manometri fuori uso e rispondesse male ai comandi (anche in questo caso, per via dei danni causati dalla tempesta l’8-9 dicembre), riuscì a collocare le sue cariche esplosive sullo scafo del mercantile loro assegnato da Badessi; nel farlo, l’SLC andò a sbattere contro il corpo di un altro operatore, e durante l’operazione si sentirono un colpo di cannone, due sirene d’allarme e l’esplosione di due bombe di profondità, unitamente al rumore di imbarcazioni a motore. Nondimeno, Arena e Cocchi applicarono le cariche esplosive alla prima nave assegnata; il tentativo di attaccare la seconda non riuscì, e l’SLC si mise alla ricerca dell’Ambra. Dopo un’ora di vane ricerche, non riuscendo a trovare il sommergibile, i due dovettero raggiungere la riva, rimorchiando i «Gamma» Luciani e Ghiglione (che non erano riusciti a piazzare le loro cariche), e poi autodistruggere il mezzo. Arrivati a terra alle 4.05, furono catturati da soldati scozzesi alle sei del mattino.
Tra i SLC, quello di Reggioli e Pamolli fu quello che meglio eseguì il suo compito: i due operatori, infatti, cercarono una nave mercantile che fosse di grandi dimensioni e, trovata quella che sembrava una nave cisterna di 9000-10.000 tsl – attorno alla quale girava un piccolo battello della vigilanza –, si avvicinarono nell’intervallo tra un giro di vigilanza e l’altro. A questo punto, però, l’SLC si guastò (ancora una volta, le conseguenze della tempesta), costringendo i due operatori a venire in affioramento, lavorando in fretta e furia per ripararlo, nella speranza di non essere notati. Un marinaio a bordo della nave gettò in mare un mozzicone acceso di sigaretta, che cadde sulla testa di uno dei due italiani; ma non furono visti. Riparato il guasto, s’immersero di nuovo e piazzarono una carica esplosiva (regolata per detonare all’1.35) sull’elica, essendo la nave sprovvista di pinne stabilizzatrici cui attaccarla. Poi Reggioli collocò la seconda carica esplosiva su un’altra nave mercantile (la cui stazza fu stimata in 10.000 tsl), questa volta piazzandola al centro dello scafo, regolata per scoppiare alle 2.15.
Mentre tornavano verso l’Ambra, Reggioli e Pamolli furono illuminati dal fascio di un proiettore e fatti oggetto di fuoco di mitragliera, ma senza conseguenze. Non riuscirono però a ritrovare l’Ambra, così anche loro dovettero autodistruggere il mezzo e raggiungere la riva. Giunti a terra alle 4.30, furono catturati tre ore dopo da una squadra di Spahis (truppe coloniali a cavallo) francesi.

Per quanto riguarda i «Gamma», una volta che furono fuoriusciti dal sommergibile, Morello assegnò i bersagli: in base agli ordini di Borghese, che prescrivevano che mercantili di più di 10.000 tsl dovessero essere attaccati da due «Gamma» ciascuno, Morello ordinò a Luciani e Ghiglione di attaccare la prima nave all’estremità sinistra del semicerchio, a Rolfini ed Evangelisti di attaccare la seconda, a Lugano e Lucchetti la terza, a Boscolo e Feroldi la quarta. L’ultima la riservò a sé stesso e a Botti, ma poi, vedendo che era una nave particolarmente grande, richiamò Feroldi perché si unisse a loro.
Dei «Gamma», come detto, tre (Lugano, Luciani e Ghiglione) ebbero problemi (causati dalle forti e fredde correnti della zona) e non riuscirono ad attaccare niente, dovendo essere soccorsi dagli SLC. Altri sei, cioè Morelli (che fu illuminato per un momento da un proiettore, ma non fu scoperto perché la sua testa era mimetizzata con delle alghe), Botti, Feroldi, Rolfini, Evangelisti e Boscolo, collocarono le loro cariche esplosive su due mercantili.
Morello, Botti e Feroldi, illuminati da un proiettore ma non scoperti, piazzarono alle 00.30 le loro cariche sulla stessa nave, poi si avviarono verso l’Ambra ma, non riuscendo a trovarlo, dovettero raggiungere la riva. Rolfini ed Evangelisti piazzarono le loro cariche sulla nave assegnata, poi finirono anche loro col dover raggiungere la riva; Boscolo, impossibilitato dalla corrente a raggiungere il mercantile che gli era stato assegnato, sistemò anche lui la sua carica sulla stessa nave attaccata da Evangelisti e Rolfini.
Gravissimo fu il comportamento del decimo «Gamma», il marinaio Lucchetti, che non solo non tentò nemmeno di svolgere il suo compito, ma si consegnò subito prigioniero all’equipaggio di uno dei mercantili, permettendo agli Alleati di mettere subito in allarme le difese della base. (Questo secondo Giorgio Giorgerini, nel suo libro “Attacco dal mare”; un’altra versione afferma invece che Lucchetti fu semplicemente scoperto e catturato, dalla stessa nave attaccata da Morello).

Nessuno dei 16 incursori, tra «Gamma» ed operatori degli SLC, riuscì a ritrovare l’Ambra (com’era prevedibile); tutti vennero catturati.
Ad ogni modo, le cariche su quattro mercantili erano già state piazzate, ed esplosero come previsto. Affondarono i piroscafi Ocean Vanquisher (britannico, 7174 tsl) e Berto (norvegese, 1493 tsl), mentre riportarono gravi danni i piroscafi Empire Centaur (britannico, 7041 tsl) e Harmattan (britannico, 4558 tsl, spesso riportato come Armattan).
Il Berto, pronto a salpare con un carico di merci varie, venne scosso alle 6.15 dall’esplosione di una carica esplosiva collocata sul lato di dritta (l’avevano piazzata Cocchi ed Arena dell’SLC 237), all’altezza della stiva numero 3, ed affondò in cinque minuti in cinque metri d’acqua, nel punto 36°48’ N e 06°04’ O. Perse la vita un militare britannico, mentre il resto dell’equipaggio (18 norvegesi, 8 britannici ed un danese, al comando del capitano norvegese Paul Moe) abbandonò la nave sulle lance.
L’Ocean Vanquisher, che ebbe la carena spezzata, venne successivamente riportato a galla dopo lunghi lavori, ma non fu più utilizzabile per il resto della guerra; solo nel luglio del 1945 poté essere rimorchiato ad Orano per le riparazioni, che però non furono effettuate. Ironia della sorte, queste avvennero solo dopo la sua vendita, nel settembre 1946, ad una società italiana, i Cantieri Navali Riuniti di Palermo. Ribattezzato Nereo, tornò in servizio nel dicembre 1946 per la società Ligure di Armamento e navigò ancora per molti anni, sotto bandiera italiana.
L’Empire Centaur venne riparato nel giro di due mesi, tornando a navigare il 5 febbraio 1943.
L’Harmattan venne portato all’incaglio per evitarne l’affondamento; venne successivamente riparato, riprendendo a navigare il 6 aprile 1943.
Secondo alcune fonti, vennero collocate cariche esplosive anche sul piroscafo britannico Pennsylvania (5191 tsl), ma la nave non riportò danni. Ancora, una fonte non verificabile afferma che Reggioli e Comolli applicarono una carica esplosiva anche sulla poppa del trasporto truppe statunitense Thomas Stone, ma questa nave si trovava incagliata dopo essere stata silurata e danneggiata, il 7 novembre, dal sommergibile tedesco U 205, e poi ulteriormente danneggiata da attacchi aerei.
Una “fonte” Internet, citando il volume "Frogmen First Battles" del capitano di vascello a riposo William Schofield (US Navy), afferma che una quinta unità, la “nave da sbarco statunitense LSM 59”, venne danneggiata e portata ad incagliare sulla spiaggia, ma in realtà la LSM 59 venne costruita nel 1944, ben più avanti rispetto all’incursione ad Algeri; né vi sono notizie di un’unità con un nome simile (ad esempio una LST) che abbia subito una tale sorte. Sembra più che probabile un errore.
Il risultato dell’azione fu in seguito giudicato come soddisfacente, ma inferiore alle aspettative.

L’Ambra, secondo i piani, sarebbe dovuto restare in posizione fino all’una di notte, per poter recuperare gli incursori; così si fece, lasciando in superficie Jacobacci che avrebbe dovuto guidare gli operatori di ritorno segnalando loro la posizione del sommergibile immerso. Quando però gli incursori vennero scoperti, in tutto il mare di Algeri si scatenò un putiferio: il cielo fu percorso da razzi e fasci di riflettori che scrutavano il mare, la notte era turbata da raffiche di mitragliere, il mare scosso dalle esplosioni di bombe di profondità. Per l’Ambra, restarsene fermo su un fondale tanto basso (senza possibilità di scampo, se fosse stato scoperto da un’unità antisommergibili) e per giunta con lo scandaglio fuori uso era pericolosissimo, ma il battello rimase lo stesso sul posto. Di quando in quando si sentivano violente esplosioni subacquee. Arrivò e passò l’una di notte, e nessuno degli incursori si fece vivo; Arillo decise di attendere ancora, ma alle 2.30 nessuno degli operatori aveva ancora fatto ritorno. Proprio in quel momento Jacobacci sentì le voci le voci lontane di alcuni dei «Gamma», ma non vide nessuno, ed anzi osservò che la nave più vicina passava in stato di allarme; sentì tiro di mitragliera. Navi da guerra avversarie setacciavano la rada di Algeri cercando gli attaccanti; alle 2.54, alla fine, Arillo dovette decidere di andarsene prima che il suo sommergibile fosse trovato e distrutto. L’allontanamento avvenne con moto sul fondo, tra molti pericoli e difficoltà; il momento peggiore fu l’urto con un relitto sommerso, ma l’Ambra riuscì infine a raggiungere il largo. Emerse alle 19.45 del 12 dicembre, dopo aver passato 36 ore in immersione; dopo tre giorni di navigazione, giunse a La Spezia alle 11.20 del 15.

Per l’impresa di Algeri, il comandante Arillo venne decorato con la Medaglia d’Oro al Valor Militare. Dodici degli incursori che presero parte all’attacco ricevettero la Medaglia d’Argento al Valor Militare (ma tra di essi, stranamente, anche Lucchetti) ed un altro ebbe la Croce di Guerra al Valor Militare. Anche diversi membri dell’equipaggio dell’Ambra vennero decorati per il loro ruolo nell’azione: tra gli altri, il comandante in seconda, tenente di vascello Salvatore Vassallo (Medaglia d’Argento al Valor Militare), l’ufficiale di rotta Luciano Barca (Medaglia di Bronzo al Valor Militare), il secondo capo motorista navale Mario Donati (Medaglia di Bronzo al Valor Militare).

Marzo 1943
Mentre si trova ormeggiato a La Spezia, l’Ambra viene danneggiato da un bombardamento aereo notturno. I danni vengono riparati.

Dalla Sicilia all’8 settembre

Otto mesi dopo l’impresa di Algeri, l’Ambra si trovò di nuovo assegnato ad un compito simile: trasportare incursori incaricati di attaccare in porto le navi di una soverchiante flotta d’invasione angloamericana.
Il 10 luglio 1943 la più grande flotta d’invasione che il mondo avesse visto (fino a quel momento, quelle poi impiegate in Normandia e nel Pacifico furono ancora più immense), forte di 6 corazzate, 7 portaerei, 15 incrociatori, 3 monitori, 129 cacciatorpediniere, 36 tra fregate e corvette, 55 unità minori, 243 motosiluranti e motocannoniere, 26 sommergibili, 237 trasporti, 1745 tra navi e mezzi da sbarco e 87 unità di altro tipo (un complesso che da solo superava, eccetto che per i sommergibili, l’intera flotta superstite della Regia Marina), appoggiate da più di 4000 aerei (contro 1400 dell’Asse), iniziò a sbarcare 250.000 uomini, 600 carri armati, 14.000 veicoli e 1800 cannoni sulle coste della Sicilia. Aveva inizio l’attacco all’Italia, anello debole della catena dell’Asse, da eliminare per prima, secondo la strategia proposta da Churchill.
Travolta in breve tempo la debole resistenza delle divisioni costiere – reparti raccogliticci composti in gran parte da quarantenni od anche cinquantenni reclutati sul posto, con equipaggiamento di terz’ordine, pochissime munizioni ed il morale a terra nella grande maggioranza dei casi –, gli Alleati si scontrarono poi con resistenza più accanita da parte di alcuni reparti italiani meglio addestrati e motivati (soprattutto la Divisione «Livorno») e delle unità tedesche inviate a rafforzare le difese della Sicilia, ma la situazione precipitò rapidamente. Non appena i comandi tedeschi compresero che la Sicilia sarebbe stata persa, iniziarono immediatamente il ritiro delle loro truppe; ciò che restava delle forze italiane dovette fare lo stesso, mentre la popolazione siciliana, sfinita dalla fame e dalle bombe piovute in tre anni di guerra, accoglieva favorevolmente l’arrivo degli Alleati.
Entro il 17 agosto, la Sicilia sarebbe stata interamente in mano Alleata. Perdite italiane: 4678 morti, 36.072 dispersi (tra cui parecchie migliaia di morti mai ritrovati ed un imprecisato numero di disertori), 32.500 feriti evacuati prima della caduta dell’isola, 116.681 prigionieri (tra cui un imprecisato numero di feriti). Le forze tedesche ebbero 4325 morti, 4583 dispersi, 17.944 feriti, 5532 prigionieri; gli Alleati, 5837 tra morti e dispersi, 15.683 feriti e 3330 prigionieri.

In questo quadro, un intervento della flotta di superficie italiana contro le forze d’invasione Alleate sarebbe stato un suicidio; le navi, a corto sia di scorta navale (il numero dei cacciatorpediniere disponibili era stato drammaticamente ridotto dalle perdite e dal logorio causati da tre anni di guerra dei convogli) che di copertura aerea, sarebbero state decimate dagli aerei e dai sommergibili angloamericani prima ancora di giungere in vista delle flotte Alleate, che avrebbero poi annientato quanto ne fosse rimasto.
Gli unici mezzi impiegabili in simili circostanze, come già in Algeria, erano quelli insidiosi: sommergibili, motosiluranti, mezzi d’assalto. Anche così, tante furono le perdite, pochi i risultati.
L’Ambra aveva un nuovo comandante: Arillo, infatti, era stato inviato a Danzica per assumere il comando di uno dei nuovi sommergibili tipo VII C, di costruzione tedesca, ceduti dalla Kriegsmarine alla Marina italiana. Al suo posto aveva assunto il comando dell’Ambra il tenente di vascello Renato Ferrini, un altro capace ufficiale, già distintosi con il sommergibile Axum.
Come già in Algeria, all’Ambra fu assegnato il compito di trasportare mezzi della X MAS che avrebbero dovuto attaccare le unità Alleate: questa volta il porto era quello di Siracusa, ed i mezzi tre barchini esplosivi del nuovo tipo MTR (Motoscafo Turismo Ridotto), una versione ridotta del più famoso MTM (Motoscafo Turismo Modificato, protagonista dell’impresa di Suda e di quella tragica di Malta) pensata appositamente per essere trasportata da un sommergibile, collocata all’interno degli stessi contenitori utilizzati per gli SLC. Gli MTR erano al loro primo impiego operativo; il loro compito era di attaccare le navi avversarie alla fonda davanti a Siracusa. A bordo si trovavano i piloti dei barchini: il tenente di vascello Corrado Garutti, il capo elettricista Amleto Tornissi, il capo elettricista di terza classe Salvatore Guercio, il sergente Giuseppe Derin. Il 16 luglio il sommergibile giunse a Messina, e da qui proseguì verso Siracusa.
Ma le cose non andarono come previsto: nella notte tra il 17 ed il 18 luglio l’Ambra arrivò in prossimità del porto siciliano, ma alle 3.20, mentre procedeva in superficie a 45 miglia da Capo Spartivento (precisamente, in posizione 37°20’ N e 16°15’ E), venne scoperto da un bombardiere britannico tipo Vickers Wellington, l’HZ 116 «B» del 221st Squadron della Royal Air Force, pilotato dal sergente (Petty Officer) Austin e decollato da Malta alle 00.50 del 18. Il Wellington passò all’attacco, sganciando sei bombe di profondità: nessuna colpì l’Ambra, ma tutte esplosero vicinissime (una proprio sotto lo scafo del sommergibile, secondo Austin) su entrambi i lati, sotto lo scafo, causando ingenti danni (tra l’altro, i contenitori dei barchini furono deformati dagli scoppi, bloccando gli MTR al loro interno) ed impedendo l’immersione. L’Ambra rimase immobilizzato per mezz’ora, poi l’equipaggio, dopo lunghi sforzi, riuscì a rimettere in funzione i motori diesel ed il sommergibile iniziò ad allontanarsi in emersione verso Messina, seguendo una rotta irregolare e lasciandosi alle spalle abbondanti quantità di nafta.
Giunto a Messina il 19 luglio, dovette essere preso a rimorchio dalla torpediniera Partenope, che lo riportò mestamente a Napoli. È da notare che per decenni si è creduto, erroneamente, che l’attacco del Wellington del sergente Austin fosse stato diretto contro il sommergibile da trasporto Romolo, scomparso con tutto l’equipaggio negli stessi giorni: nessuno, in sede di Commissione d’Inchiesta Speciale, notò che l’orario dell’attacco effettuato da Wellington e quello subito dall’Ambra combaciavano alla perfezione.
Dopo le prime riparazioni provvisorie nella città partenopea, l’Ambra ripartì diretto a La Spezia, dove giunse il 27 luglio, dopo aver navigato per un tratto insieme ad un convoglio (piroscafo Saluzzo e torpediniere di scorta Ardito ed Animoso) in navigazione da Napoli a La Maddalena.

Con questo terminò, di fatto, la vita operativa dell’Ambra. Il sommergibile passò il successivo mese e mezzo in cantiere per i lavori di riparazione, che non si erano ancora conclusi quando fu annunciato l’armistizio tra l’Italia e gli Alleati, l’8 settembre 1943: impossibilitato a muovere, l’Ambra si autoaffondò a La Spezia il 9 settembre. Recuperato dai tedeschi, intenzionati a ripararlo, venne nuovamente affondato a Genova da un violentissimo bombardamento aereo da parte di 144 bombardieri Boeing B-17 del 449th e 450th Group della 15th Air Force USAAF (uno dei più violenti bombardamenti subiti dal capoluogo ligure, che causò centinaia di vittime tra la popolazione genovese e fece una vera strage tra il naviglio italiano catturato dai tedeschi: affondarono i cacciatorpediniere Maestrale, Corazziere e Corsaro II, la torpediniera Rigel, i sommergibili Aradam, Murena, Grongo e Sparide, la corvetta Renna, il trasporto Vallelunga, quattro rimorchiatori, un cacciasommergibili e ben otto KT tedeschi in varie fasi di costruzione), il 4 settembre 1944.
(Per altra fonte, l’Ambra sarebbe stato affondato da un bombardamento del 49th Wing della RAF presso l’Arsenale di La Spezia).
Il relitto fu nuovamente recuperato nel maggio 1946, e demolito nel corso dello stesso anno.

Caduti in guerra tra l’equipaggio dell’Ambra:

Leonardo Fanizza, marinaio cannoniere, 22 anni, da Fasano, disperso nel Mediterraneo Centrale il 10 febbraio 1941

Sisto Rossi, marinaio, 21 anni, da Roseto degli Abruzzi, deceduto in territorio metropolitano l’11 dicembre 1941


La motivazione della Medaglia d’Oro al Valor Militare conferita al capitano di corvetta Mario Arillo, per le sue azioni al comando dell’Ambra:


“Comandante di sommergibile, già distintosi per capacità ed ardire in altre missioni di guerra. Assegnato con la sua unità alla X Flottiglia M.A.S. si dedicava con intelligenza, capacità e tenacia alla preparazione del sommergibile al suo comando, forgiandone un'arma perfetta nello spirito e capacità dell'equipaggio e nell'efficienza del materiale.
Si distingueva una prima volta, trasportando con successo un reparto d'assalto destinato ad agire entro un porto nemico del mediterraneo Orientale. Successivamente accoglieva con entusiasmo l'incarico di eseguire analoga missione contro un importante porto del Mediterraneo Occidentale. Ostacolato dal maltempo, privo di informazioni esatte, tenacemente attendeva per più giorni nei pressi del porto nemico il momento favorevole, finché, sfuggendo alla sorveglianza nemica, portava la sua unità fino a poche centinaia di metri dal porto nemico e vicinissimo ad unità da guerra e mercantili ancorate in rada. Poteva lanciare così verso il sicuro successo un grosso reparto d'assalto che riusciva ad operare nell'interno del porto e in rada.
Animato da alto senso di umanità e di cameratismo, restava sul posto per molte ore, in fondali bassissimi e quindi impossibilitato a difendersi in caso di scoperta, per tentare il ricupero del reparto stesso e desisteva dal generosissimo tentativo, solo quando il nemico, avvistati gli assaltatori di ritorno, giunti già a pochi metri dal sommergibile, iniziava una violentissima reazione. Con mirabile calma e con somma perizia, riusciva ad eludere la ricerca nemica e riportava incolume alla base l'unità al suo comando.
Mediterraneo, maggio – dicembre 1942.”

 

Un’altra immagine dell’Ambra (g.c. Marcello Risolo via www.naviearmatori.net

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