domenica 5 giugno 2016

MZ 733

La MZ 733 a Tobruk nel settembre 1942 (Achille Rastelli via Historisches Marinearchiv)

La MZ 733 era una motozattera della prima serie della classe MZ, tipo “MZ-A”, unità derivate dalle Marinefährprahme tedesche e costruite in vista del mai attuato sbarco a Malta. Lunga 47 metri e larga 6,5, con un pescaggio di un metro se scarica, dislocava 140 tonnellate, che potevano salire a 239 a pieno carico (poteva caricare 65 tonnellate di materiali). Era propulsa da tre motori diesel prodotti dalle Officine Meccaniche di Milano, della potenza complessiva di 450 HP; raggiungeva una velocità di undici nodi, con un’autonomia di 1450 miglia a 8 nodi. L’armamento consisteva in un cannone da 76/40 mm ed una o due mitragliere da 20/70 mm.
La MZ 733 fu varata dai Cantieri Navali Riuniti di Ancona il 15 giugno 1942, e completata il 29 giugno dello stesso anno.

Dopo il completamento, la MZ 733 partì per l’Africa il 31 agosto 1942. Per le motozattere, il viaggio di trasferimento in Libia avveniva in gruppi, con la scorta di una torpediniera: per la MZ 733, il gruppo era composto dalle gemelle MZ 732, 735, 736, 737, 738, 740 e 741, e la torpediniera era la Castore, che assunse la scorta delle motozattere, salpate da Brindisi, al Pireo (il 1° agosto). Prima della partenza, sulle piccole unità erano state caricate in tutto 367 tonnellate di rifornimenti: 30 tonnellate di munizioni, 25 di materiali vari, 16 carri armati (peso totale 240 tonnellate), due autoblindo (peso totale 14 tonnellate) e nove automezzi (peso totale 58 tonnellate), oltre a 30 uomini del Regio Esercito diretti in Africa. Nel primo tratto, la scorta fu più numerosa del solito; oltre alla Castore, infatti, c’erano anche il cacciatorpediniere Lubiana e due unità ausiliarie, l’Audax e l’Instancabile.
Il convoglio fece varie soste, ed alle 20 del 4 agosto, dopo una sosta a Suda, ripartì per Tobruk con la scorta della sola Castore; alle motozattere si era unito anche il piroscafo Scillin. Le unità giunsero a Tobruk alle 9 del 6 agosto, e per le motozattere ebbe inizio l’incessante spola lungo le coste cirenaiche ed egiziane, trasportando preziosi rifornimenti dai porti in cui venivano sbarcati dalle grandi navi (Tobruk, appunto, e Bengasi) a porticcioli più piccoli e più vicini alla linea del fronte, dove le navi di maggior pescaggio non potevano arrivare. Un lavoro umile, pericoloso ed importante al tempo stesso.

Il 14 settembre 1942 la MZ 733 si trovò catapultata di colpo nel mezzo di un’accanita battaglia anfibia: Tobruk fu presa d’assalto da centinaia di commandos britannici, dal deserto e dal mare. Era scattata l’operazione «Daffodil», parte della più vasta operazione «Agreement»: scopo dei britannici era di occupare temporaneamente la piazzaforte con un colpo di mano, per distruggere il porto e le altre installazioni tanto vitali per l’armata italo-tedesca del deserto.
Il piano britannico prevedeva che Tobruk fosse attaccata contemporaneamente da commandos sbarcati dal mare e da una colonna di camionette provenienti dal deserto, quindi occupata per 24 ore, durante le quali distruggere le infrastrutture portuali, i mezzi navali presenti in rada, i depositi di carburante dell’Afrika Korps, le officine per la riparazione dei carri armati ed ogni altro deposito. Le dieci motozattere trovate in miglior efficienza nel porto, invece, sarebbero state catturate ed inviate ad Alessandria (con a bordo prigionieri italiani, eventuali prigionieri britannici liberati, feriti e materiale di bottino) per andare a rinforzare la forza da sbarco britannica: sarebbe stata probabilmente questa, in caso di successo dell’operazione, la sorte della MZ 733.
La forza navale d’attacco britannica era suddivisa in due gruppi: la Forza A, con i cacciatorpediniere Sikh e Zulu, che dovevano sbarcare 380 uomini (mediante 30 barconi a fondo piatto) a nord del porto, poi entrare nel porto per distruggere le navi italiane lì presenti e quindi reimbarcare i commandos e prendere nuovamente il largo; e la Forza C, con le motosiluranti MTB 260261262, 265266267268307308309310311312314315 e 316 e le motolance ML 349352 e 353, che dovevano sbarcare in tutto 200 uomini a sud del porto per agire in coordinazione con la colonna di camionette giunta via terra (e, dopo lo sbarco, entrare nella rada e silurare e affondare tutte le navi presenti). Quest’ultima, denominata Forza B, era composta da 18 camionette e da 83 uomini; proveniente dall’oasi di Cufra, doveva infiltrarsi nel perimetro difensivo di Tobruk camuffando i suoi uomini in parte da soldati tedeschi ed in parte da prigionieri di guerra, quindi attaccare le forze italo-tedesche e creare una testa di sbarco per la Forza C. Lo sbarco doveva essere appoggiato da un’altra formazione navale, la Forza D, con l’incrociatore antiaerei Coventry ed i cacciatorpediniere Belvoir, BeaufortAldenhamExmoorDulvertonHursleyHurtworth e Croome.
Il gruppo navale britannico lasciò Alessandria d’Egitto tra il 12 ed il 13 settembre. La sera del 13 settembre gli uomini della Forza B attaccarono le posizioni loro assegnate tra Tobruk e Marsa Sciausc (una località sulla sponda meridionale della baia di Tobruk), sopraffacendo i capisaldi italiani e segnalando il “via libera” alle unità della Forza C. I comandi italiani, però, insospettiti dalla maggiore intensità, rispetto al solito, delle incursioni aeree su Tobruk (iniziate alle 21.30 del 13 e proseguite sino alle 3.15 con l’impiego di bombardieri B-24 Liberator – che sganciarono oltre 70 tonnellate di bombe –, Handley Page Halifax e Vickers Wellington per un totale di 91 velivoli, che eseguirono azioni di bombardamento e mitragliamento) avevano intensificato la sorveglianza lungo la costa; l’intercettazione, da parte italiana, del messaggio di uno dei cacciatorpediniere, e la telefonata al comando di un ufficiale italiano sfuggito alla cattura da una delle batterie d’artiglieria attaccate (alle 23.40), misero in allarme la piazzaforte. 17 motozattere e tre torpediniere (Castore, Generale Antonino Cascino e Generale Carlo Montanari), su ordine del comandante di Marina Tobruk (capitano di vascello D’Aloya) d’accordo con il comandante interinale del settore (colonnello Battaglia del Regio Esercito) e con il comandante di Marina Libia (ammiraglio di divisione Giuseppe Lombardi, avente anch’egli sede a Tobruk), vennero schierate lungo le ostruzioni retali (in precedenza era già stato ordinato loro di intensificare la vigilanza costiera), e furono queste unità, con il loro fuoco, a respingere i tentativi della Forza C di entrare nella rada di Tobruk. Grazie al bottino fatto alla caduta di Tobruk, nel giugno 1942, l’armamento delle motozattere era stato notevolmente potenziato: i loro equipaggi erano infatti abbondantemente forniti di fucili mitragliatori britannici, che sarebbero ora stati impiegati contro i loro passati “proprietari”. La MZ 733 (al comando del sottotenente di vascello Calderara), insieme alla MZ 759, era in mare con funzioni di guardaporto; gli uomini non impegnati con la navigazione erano armati di mitra e pronti al fuoco.
I presidi dei capisaldi italiani, gli uomini del Reggimento «San Marco» ed una compagnia appositamente costituita con marinai della Regia Marina passarono al contrattacco e riuscirono a respingere la Forza B, costringendone i pochi superstiti alla fuga; quanto all’attacco dal mare, fu proprio l’anonima, piccola, dimessa MZ 733 a stroncare il primo tentativo di sbarco. Soltanto verso l’alba, infatti, le altre motozattere poterono essere dislocate in posizione adeguata ad una loro partecipazione alla difesa; nel momento cruciale dell’azione, soltanto la MZ 733 e due delle sue gemelle, le MZ 756 e 759, si trovarono a dover respingere l’attacco nemico. All’una di notte, dopo che la Forza B ebbe segnalato che la strada era libera, sei motosiluranti britanniche tentarono di sbarcare i commandos sulla costa, ma vennero arrestate e disperse dall’immediata reazione della MZ 733, che con la MZ 759 era stata dislocata quale rinforzo vicino alle ostruzioni all’ingresso della rada di Tobruk. Proprio all’una, la MZ 733 comunicò al Comando Marina: «Motosiluranti nemiche cercavano di forzare le ostruzioni. Vado all'attacco»; in questo scontro tra piccole unità navali, i marinai della motozattera combatterono “come in trincea”, sparando con mitra e moschetti e riparandosi dietro sacchetti di sabbia. Il cannone da 76, quando ebbe finite le munizioni, sparò contro le unità avversarie persino con i proiettili illuminanti.
Soltanto due motosiluranti – la MTB 261 del tenente di vascello M. Yeatman e la MTB 314 del tenente di vascello H. W. Sheldrick –, agendo indipendentemente, riuscirono a mettere a terra una sezione di fucilieri del reggimento Royal Northumberland; per di più, la MTB 314 s’incagliò sulla costa e non riuscì più a liberarsi, tanto da essere catturata alcune ore dopo.
Poco dopo, un secondo tentativo di sbarco da parte delle motosiluranti della Forza C fu anch’esso respinto, stavolta dalla MZ 756, dalle torpediniere e dalle batterie costiere.
Intanto, la Forza A riuscì a sbarcare solo un quarto dei suoi uomini, ma nel punto sbagliato della costa, così che vennero tutti uccisi o catturati dai difensori; gli altri non poterono essere sbarcati causa il mare mosso e l’inadeguatezza dei mezzi da sbarco, e le batterie costiere e contraeree italiane e tedesche aprirono poi il fuoco sui cacciatorpediniere, mettendo fuori uso il Sikh, che dovette poi essere finito dal Croome dopo essere stato ulteriormente danneggiato da un attacco aereo italiano, e danneggiando lo Zulu, che fu costretto a ritirarsi.
I caccia italiani Macchi Mc 200, al solo costo del danneggiamento di un aereo (su 21), riuscirono ad affondare, in una serie di attacchi, la motosilurante MTB 312 e le motolance ML 352 ML 353; la MTB 310 venne immobilizzata da aerei italiani e finita da aerei tedeschi. I velivoli tedeschi (73 bombardieri Junkers Ju 87, 105 bombardieri Ju 88 e tredici caccia Messerschmitt Bf 109) affondarono invece il Coventry, lo Zulu e la MTB 308 (già danneggiata da aerei italiani, fu definitivamente distrutta da uno Ju 88 che, da essa abbattuto, vi precipitò sopra), oltre alla già citata MTB 310, subendo la perdita di cinque velivoli (due Ju 87 e tre Ju 88).
Ad attacco concluso, cinque motozattere (quattro tedesche ed una italiana), le torpediniere Castore e Montanari e tre motodragamine tedeschi della 6a Flottiglia vennero inviati a recuperare i naufraghi delle unità britanniche: in tutto le unità italiane e tedesche recuperarono dal mare 476 uomini (tra cui parte dell’equipaggio del Sikh).
L’operazione «Daffodil» si concluse con un completo fallimento per le forze britanniche, le cui perdite ammontarono a 779 morti (tra cui il tenente colonnello John Edward Haselden, comandante delle forze di terra britanniche) e 576 prigionieri, nonché la perdita di un incrociatore (il Coventry), due cacciatorpediniere (Sikh e Zulu), quattro motosiluranti (MTB 308310, 312 e 314) e due motolance (ML 352 e 353), oltre ai vari improvvisati barconi della Forza A, tutti distrutti o catturati. Le perdite dell’Asse assommarono invece a cinque aerei tedeschi, 70 morti (69 italiani e 1 tedesco) e 79 feriti (72 italiani e 7 tedeschi).

Passato il suo momento di gloria, la MZ 733 tornò alle sue incombenze di traghetto di rifornimenti lungo la costa libico-egiziana. L’offensiva britannica ad El Alamein, scattata il 23 ottobre 1942, costrinse le forze dell’Asse ad arretrare dall’Egitto in Cirenaica, e poi in Tripolitania: Tobruk cadde il 13 novembre, Bengasi una settimana dopo, e Tripoli il 23 gennaio 1943. Perduta la Libia, le armate italo-tedesche si concentrarono in Tunisia per resistervi il più a lungo possibile; il 13 maggio 1943, 250.000 soldati italiani e tedeschi deposero le armi, ponendo fine alla campagna d’Africa.
Veniva ora il turno del territorio nazionale italiano: gli Alleati iniziarono i preparativi per lo sbarco in Sicilia, ma prima occorreva neutralizzare i presidi italiani delle isole a sud della Sicilia.
Tra di esse, Pantelleria rappresentava indubbiamente l’obiettivo più importante: trasformata in una fortezza, l’isola era presidiata da oltre 11.000 uomini, difesa da ventidue batterie antinave ed antiaeree in gran parte in caverna, e disponeva di basi aeree che sarebbero tornate utili agli Alleati per l’invasione della Sicilia.
Iniziò quindi il suo martellamento dal cielo e dal mare (dall’8 maggio all’11 giugno, piovvero su Pantelleria 6000 tonnellate di bombe, senza contare i bombardamenti navali); a partire dalla notte del 10 maggio, inoltre, la flotta britannica predispose una ferrea vigilanza attorno a Pantelleria, per impedire l’invio di qualsiasi rifornimento. Era così iniziata l’operazione «Corkscrew».
Rifornire la guarnigione assediata era un compito difficile e pericoloso, possibile solo ad unità piccole – e, brutto dirlo, spendibili – che avessero qualche speranza di passare inosservate: un lavoro per motozattere.
La MZ 733 salpò da Mazara del Vallo la sera del 20 maggio 1943, con un carico di rifornimenti per Pantelleria; l’unità era al comando del sottotenente di vascello Antonelli, l’equipaggio era composto da diciannove uomini. A Pantelleria si trovava anche un impianto radar tedesco FuMG, con un presidio di 600 uomini della Wehrmacht; prevedendo la caduta dell’isola, i comandi tedeschi avevano deciso di smantellare la stazione radar e ritirare il loro presidio, ad eccezione di 78 specialisti. Era previsto che, nel viaggio di ritorno verso la Sicilia, la MZ 733 avrebbe dovuto trasportare le componenti del radar non ancora evacuate, nonché parte dei militari tedeschi.
Il viaggio della piccola unità si concluse la notte del 21 maggio al largo di Capo Granitola, sotto le bombe degli aerei angloamericani. Centrata ed incendiata, la motozattera si capovolse ed affondò con sette uomini del suo equipaggio, otto miglia a sud/sudovest del Capo. I dodici sopravvissuti, tra cui il comandante Antonelli, furono tratti in salvo dal MAS 544, inviato da Mazara.

Caduti nell’affondamento della MZ 733:

Antonio Bergonzini, marinaio cannoniere, disperso
Erminio Fuggetta, sergente cannoniere, disperso
Carlo Salvemini, sottocapo nocchiere, disperso
Adolfo Simonetti, marinaio cannoniere, disperso
Gavino Sposito, marinaio cannoniere, disperso
Ottorino Tosoratti, marinaio cannoniere, disperso
Giuseppe Vatteroni, sergente nocchiere, disperso


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