mercoledì 25 gennaio 2017

Artigliere

L’Artigliere (da www.photoship.co.uk

Cacciatorpediniere della prima serie della classe Soldati (dislocamento standard 1850 tonnellate, in carico normale 2140 tonnellate, a pieno carico 2460 tonnellate).
Durante il secondo conflitto mondiale effettuò 28 missioni di guerra, percorrendo 6775 miglia nautiche; fu la prima unità della classe Soldati ad andare perduta.

Breve e parziale cronologia.

15 febbraio 1937
Impostazione nei cantieri Odero Terni Orlando di Livorno.
12 dicembre 1937
Varo nei cantieri Odero Terni Orlando di Livorno. Presenziano il vicepresidente ed il direttorio dell’Associazione Nazionale Artiglieri d’Italia ed una nutrita rappresentanza di artiglieri toscani, che salutano il varo della nave alzando e sventolando i labari dei reggimenti d’artiglieria.
14 novembre 1938
Entrata in servizio. Assegnato alla XI Squadriglia Cacciatorpediniere, facente parte della II Squadra Navale.

L’Artigliere fotografato il giorno della sua entrata in servizio, 14 novembre 1938 (Archivio Storico Cantiere Azimut-Benetti di Livorno, via www.associazione-venus.it

1939
Disimpegna attività addestrativa, effettuando crociere nel Tirreno, in Nordafrica e nel Dodecaneso.
Maggio 1939
Partecipa a Napoli alla rivista navale “I”, tenuta in onore del principe Paolo Karađorđević, reggente di Jugoslavia.
18 giugno 1939
L’Artigliere riceve a Livorno la bandiera di combattimento, madrina la signora Luigia Fautilli-Rovatti, moglie dell’Ispettore dell’Arma di Artiglieria in carica.

L’Artigliere, in primo piano, a Livorno con unità gemelle. Sullo sfondo, l’incrociatore pesante Bolzano (Coll. Guido Alfano, via Giorgio Parodi e www.naviearmatori.net

10 giugno 1940
L’Italia entra nella seconda guerra mondiale. L’Artigliere, al comando del capitano di vascello Carlo Margottini, è caposquadriglia della XI Squadriglia Cacciatorpediniere, che forma insieme ai gemelli Aviere, Geniere e Camicia Nera.
10-11 giugno 1940
L’Artigliere salpa da Messina alle 19.10 del 10 giugno unitamente alle altre unità della XI Squadriglia (Aviere, Geniere e Camicia Nera), all’incrociatore pesante Pola ed alla III Divisione Navale (incrociatori pesanti TrentoBolzano) per fornire copertura alla X Squadriglia Cacciatorpediniere (MaestraleGrecaleLibeccioScirocco), inviata ad effettuare una ricognizione notturna tra Marettimo e Capo Bon.
La mattina dell’11 giugno, il gruppo che comprende l’Artigliere si unisce ad un altro gruppo partito da Napoli e composto dalla VII Divisione Navale (incrociatori leggeri Muzio Attendolo ed Emanuele Filiberto Duca d’Aosta) e dalla XII Squadriglia Cacciatorpediniere (AscariLanciereCarabiniereCorazziere). Le navi procedono poi fino a nord di Favignana, a protezione sia della X Squadriglia che di un gruppo di unità (gruppo «Da Barbiano») che rientrano alla base dopo aver posato il campo minato «L. K.».
Tutte le navi rientrano alle basi entro la sera dell’11 giugno.
12 giugno 1940
Alle due di notte l’Artigliere, insieme al resto della XI Squadriglia Cacciatorpediniere, alla XII Squadriglia Cacciatorpediniere (Lanciere, Corazziere, Ascari, Carabiniere), all’incrociatore pesante Pola ed alla III Divisione Navale (incrociatori pesanti Trento e Bolzano), salpa da Messina per intercettare due incrociatori britannici (il Caledon ed il Calypso) avvistati da dei ricognitori a sud di Creta, diretti verso ovest (gran parte della Mediterranean Fleet, al pari di una squadra navale francese, è infatti uscita in mare a caccia, infruttuosa, di naviglio italiano). (Per altra fonte le navi sarebbero uscite in mare per dare la caccia ad un convoglio britannico, segnalato da un ricognitore al largo di Creta ed avente rotta ovest; segnalazione che si rivela poi errata). Al contempo salpano da Taranto, per fornire loro appoggio, la I (incrociatori pesanti Zara, Fiume e Gorizia) e VIII Divisione Navale (incrociatori leggeri Luigi di Savoia Duca degli Abruzzi e Giuseppe Garibaldi) e la IX (Vittorio Alfieri, Alfredo Oriani, Vincenzo Gioberti, Giosuè Carducci) e XVI Squadriglia Cacciatorpediniere (Nicoloso Da Recco, Emanuele Pessagno, Antoniotto Usodimare).
Alle 9, dato che nuovi voli di ricognizione non sono più riusciti a trovare le navi nemiche, tutte le unità italiane ricevono ordine di tornare in porto.
A mezzogiorno il sommergibile britannico Orpheus (capitano di corvetta James Anthony Surtees Wise), in agguato 70 miglia a nordest di Malta, avvista il Pola, la III Divisione e le Squadriglie Cacciatorpediniere XI e XII (meno il Geniere, che è dovuto rientrare in porto da qualche ora), in navigazione con rotta nord/nordovest. Forse perché troppo lontano, il sommergibile non attacca.
19 giugno 1940
L’Artigliere, insieme al resto della XI Squadriglia (Aviere, Geniere, Camicia Nera), salpa da Napoli alle 20.30 diretto a Bengasi, per una missione di trasporto. A bordo dei quattro cacciatorpediniere sono stati caricati 36 cannoni anticarro da 47 mm, 20 mitragliere da 20 mm, le relative munizioni e 300 tra ufficiali ed artiglieri del Regio Esercito, addetti a tali armi.
Si tratta di uno dei primissimi carichi di rifornimenti inviati in Libia (il secondo in ordine cronologico), a seguito di richiesta urgente da parte dell’Esercito.

L’Artigliere nel 1940, prima di una missione di guerra (da www.marina.difesa.it

21 giugno 1940
La XI Squadriglia giunge a Bengasi alle 14, sbarcandovi il proprio carico.
7-11 luglio 1940
La XI Squadriglia, al comando del capitano di vascello Carlo Margottini, imbarcato sull’Artigliere, salpa da Messina alle 15.45 insieme alla III Divisione (Trento e Bolzano) per poi congiungersi al resto della II Squadra Navale (incrociatore pesante Pola, I e VII Divisione incrociatori con nove unità in tutto e IX, XII e XIII Squadriglia Cacciatorpediniere) per scortare a distanza un convoglio diretto in Libia (motonavi da carico Marco Foscarini, Francesco Barbaro e Vettor Pisani, motonavi passeggeri Esperia e Calitea, con la scorta diretta dei due incrociatori leggeri della II Divisione, dei quattro cacciatorpediniere della X Squadriglia, delle quattro torpediniere della IV Squadriglia e delle vecchie torpediniere Rosolino Pilo e Giuseppe Missori). La I Squadra Navale (V Divisione con le corazzate Giulio Cesare e Conte di Cavour, IV e VIII Divisione con sei incrociatori leggeri, VII, VIII, XV e XVI Squadriglia Cacciatorpediniere con 13 unità) esce anch’essa in mare a sostegno dell’operazione. Le unità della I e della II Squadra salpano tra le 12.30 e le 18 del 7 luglio da Augusta (Pola, I e II Divisione), Messina (III Divisione), Palermo (VII Divisione) e Taranto (IV, V e VIII Divisione).
La II Squadra si pone 35 miglia ad est del convoglio, tranne la VII Divisione con la XIII Squadriglia, che viene invece posizionata 45 miglia ad ovest.
L’operazione va a buon fine, ma alle 15.20 dell’8 luglio, a seguito dell’avvistamento di una formazione britannica – anche la Mediterranean Fleet, infatti, è in mare a protezione di convogli – la I e la II Squadra Navale dirigono per intercettare le navi nemiche (che si teme dirette a bombardare Bengasi), con l’intento di impegnarle in combattimento almeno un’ora prima del tramonto.
Alle 19.20, però, in seguito ad ordini di Supermarina (il comando della Regia Marina, che, a differenza dell’ammiraglio Campioni – comandante superiore in mare – ha avuto modo di apprendere, tramite la crittografia, la reale consistenza e finalità dei movimenti britannici) la flotta italiana accosta per 330° per rientrare alle basi, con l’ordine di non impegnare il nemico. Durante l’accostata le navi vengono attaccate da alcuni velivoli con una dozzina di bombe, rispondendo con intenso tiro contraereo. La navigazione notturna di rientro si svolge senza grossi inconvenienti, salvo due fallimentari attacchi siluranti contro la III Divisione; la II Squadra (eccetto la VII Divisione, che è ancora separata da essa) accosta verso nord all’1.23.
Già dalle 22 dell’8, però, sono arrivati nuovi ordini: Supermarina teme che la Mediterranean Fleet intenda lanciare un attacco aeronavale contro le coste italiane, perciò ordina alle forze in mare di riunirsi nel punto 37°40’ N e 17°20’ E, 65 miglia a sudest di Punta Stilo, entro le 14 del 9 luglio. Alle 6.40 del 9 luglio la III Divisione si ricongiunge con Pola e I Divisione, alle 8 viene avvistato un idroricognitore Short Sunderland che pedina la flotta italiana (la caccia italiana, chiamata ad intervenire, non verrà però inviata ad attaccarlo).
Verso le 13 la XI Squadriglia Cacciatorpediniere, insieme alla XII Squadriglia, al Pola ed alla I e III Divisione incrociatori, va a formare la colonna destra dello schieramento italiano, posta ad ovest della V Divisione costituita dalle corazzate Giulio Cesare e Conte di Cavour.
Tra le 13.15 e le 13.26 il gruppo «Pola», di cui la XI Squadriglia fa parte, mentre si trova a poppa dritta della Cesare e con rotta 183° (è in corso la manovra per assumere la propria posizione nella formazione ordinata da Campioni), viene attaccata da nove aerosiluranti Fairey Swordfish che, provenendo da ovest (sinistra; sono decollati dalla Eagle alle 11.45), si avvicinano a poppavia agli incrociatori (i cacciatorpediniere, infatti, sono a proravia degli stessi), scendono in picchiata fino a 20-30 metri e sganciano i loro siluri da circa mille metri. Gli incrociatori si diradano, compiono manovre evasive ed aprono subito un violento fuoco contraereo; nessuna unità viene colpita. Gli aerei si allontanano, qualcuno con danni leggeri.
Alle 14.05 ha inizio l’avvicinamento alla flotta britannica: alle 15.15 gli incrociatori aprirono il fuoco, seguiti alle 15.23 anche dalle corazzate (che al contempo accostano a un tempo di 60° a dritta e così si spostano ad est/nordest insieme agli incrociatori pesanti per supportare gli incrociatori leggeri, i primi ad essere impegnati in combattimento; entro le 15.40 i sei incrociatori pesanti della II Squadra si sono portati 6860 metri a proravia della corazzata Cesare, nave ammiraglia di Campioni).
Incrociatori e corazzate cessano poi il fuoco rispettivamente alle 15.31 ed alle 15.35, per poi riprenderlo dalle 15.48 alle 16.04 (corazzate) e dalle 15.56 alle 16.15 (incrociatori).
Nella seconda fase, la II Squadra manovra per avvicinarsi alle unità avversarie (su ordine dell’ammiraglio Campioni, che alle 15.53 ha ordinato al gruppo «Pola» di portarsi su rilevamento 40° per avvicinare gli incrociatori alle corazzate nemiche abbastanza da poter usare i cannoni da 203), e tra le 15.50 e le 16 i suoi incrociatori pesanti, su ordine dell’ammiraglio Paladini, aprono il fuoco da 20.000-25.000 metri contro gli incrociatori leggeri britannici del viceammiraglio John Tovey (OrionNeptuneSydneyLiverpool e Gloucester), che rispondono al fuoco con granata perforante e tiro raccolto ma poco efficace.
Alle 15.59, però, la Cesare, la nave ammiraglia, viene danneggiata da un proiettile da 381 mm, dovendo ridurre la velocità. A seguito di questo evento l’ammiraglio Inigo Campioni, comandante superiore in mare delle forze italiane, decide di rompere il contatto per rientrare alle basi, ed alle 16.05 dirama l’ordine generale per le squadriglie di cacciatorpediniere di attaccare con il siluro le navi della Mediterranean Fleet, in modo da facilitare lo sganciamento delle navi maggiori.
La XI Squadriglia va all’attacco alle 16.07, all’ordine del Comando della II Squadra; i quattro cacciatorpediniere attraversano la formazione della I Divisione passando con rotta 105° tra Fiume e Gorizia, poi (alle 16.15), subito dopo aver superato la linea degli incrociatori, avvistano le navi nemiche dritte di prua ed accostano di circa 90° a sinistra, assumendo una rotta convergente. L’Artigliere inizia subito a stendere una cortina nebbiogena, sia per occultare gli altri cacciatorpediniere che per coprire il ripiegamento delle navi maggiori (la nebbia artificiale va però ad ostacolare l’attacco della XII Squadriglia, che è in posizione poco più arretrata). Durante l’avvicinamento per l’attacco, la XI Squadriglia è continuamente sotto il fuoco nemico, ma nessuna nave è colpita; giunto a 13.800 metri dalla nave scelta come bersaglio per il proprio attacco, ritenuta essere una corazzata, l’Artigliere apre il fuco contro di essa. Alle 16.20 Aviere, Geniere e Camicia Nera escono dalla cortina fumogena, che li ha nascosti fino a quel momento, e si va all’attacco silurante. In tutto la XI Squadriglia lancia dieci siluri, sette contro una corazzata e tre contro un incrociatore, da una distanza di 11.000 metri.
Nessun siluro va a segno; mentre si allontanano, i cacciatorpediniere della squadriglia, pur continuando ad emettere nebbia artificiale per occultarsi, vedono salve nemiche cadere nelle loro vicinanze, fino circa alle 16.30.
Tra le 16.19 e le 16.30 tre squadriglie di cacciatorpediniere britannici (2th, 10th e 14th Flotilla) aprono il fuoco contro quelli italiani da 11.250-12.500 metri, appoggiati tra le 16.39 e le 16.41 dal tiro dei pezzi secondari da 152 mm delle corazzate Warspite e Malaya. Alle 16.49 la “mischia” tra cacciatorpediniere, svoltasi a grande distanza, ha termine senza che nessuna unità sia stata colpita.
Terminata la battaglia, la flotta italiana si avvia alle proprie basi con direttrice di marcia 230°, passando a sud della Calabria; ma durante il rientro, tra le 16.20 e le 19.30, diviene oggetto anche dell'attacco da parte degli stessi bombardieri della Regia Aeronautica (una cinquantina, su circa 126 inviati in totale ad attaccare le forze britanniche), che le attaccano e bombardano pesantemente per errore di identificazione e malintesi (tra il comando delle due Squadre Navali e quello della II Squadra Aerea, cui appartengono i bombardieri) circa la posizione della flotta italiana e di quella britannica. Le insensate disposizioni vigenti in materia di comunicazioni tra Marina ed Aeronautica, che non contemplano la possibilità di comunicazioni dirette tra navi e aerei, impediranno alle prime di segnalare ai secondi l'errore; le stesse navi, non potendo distinguere la nazionalità degli aerei attaccanti, apriranno un intenso fuoco con proprie armi contraeree, rafforzando nei piloti l'impressione di stare attaccando navi nemiche. Alcune delle navi ed alcuni degli aerei, rispettivamente, cesseranno il fuoco e rinunceranno all'attacco riconoscendo all'ultimo momento la vera nazionalità del "nemico", ma alla fine gli attacchi ai danni delle navi italiane eguaglieranno, in intensità, quelli condotti contemporaneamente contro la vera Mediterranean Fleet. Nessuna nave italiana sarà, fortunatamente, colpita, mentre un bombardiere Savoia Marchetti S. 79 della 257a Squadriglia (XXXVI Stormo da Bombardamento Terrestre) finirà abbattuto dal "fuoco amico" delle navi. L’ammiraglio Campioni, per tentare di chiarire equivoco, ordina di stendere bandiere italiane sul cielo delle torri e di emettere fumo rosso dai fumaioli poppieri, pratica convenzionale, nelle esercitazioni in tempo di pace, per segnalare il gruppo “amico”.
L'incidente sarà poi fonte di aspre polemiche tra Marina e Aeronautica, ma per lo meno servirà a dare l'impulso ad un migliore sviluppo della collaborazione aeronavale, che però raggiungerà risultati soddisfacenti solo nel 1942.
L’aliquota più consistente delle unità italiane, compreso l’Artigliere, dirige su Augusta: nel pomeriggio del 9 luglio, oltre ad esso ed al resto della XI Squadriglia, la corazzata Conte di Cavour, gli incrociatori pesanti Pola, Zara, Fiume e Gorizia, gli incrociatori leggeri Alberico Da BarbianoAlberto Di GiussanoLuigi di Savoia Duca degli Abruzzi e Giuseppe Garibaldi ed i 32 cacciatorpediniere delle Squadriglie VII, VIII, IX, XIV, XV e XVI fanno il loro ingresso nella base siciliana. Poco dopo mezzanotte, però, a seguito dell’intercettazione e decifrazione di messaggi radio britannici che fanno presagire un imminente attacco di aerosiluranti contro il naviglio ormeggiato ad Augusta, Supermarina ordina a tutte le navi di lasciare la base: dopo essersi frettolosamente rifornite, le unità ripartono per le basi di assegnazione (Napoli e Taranto). I cacciatorpediniere della XI Squadriglia, insieme agli incrociatori leggeri Da Barbiano e Di Giussano, partono alle 19.05 del 10 luglio, alla volta di Taranto.

Artigliere e Camicia Nera durante la battaglia di Punta Stilo (da www.marina.difesa.it

31 agosto-2 settembre 1940
Il 31 settembre la XI Squadriglia Cacciatorpediniere (Artigliere, Aviere, Geniere, Camicia Nera) salpa da Messina insieme ad altri cacciatorpediniere ed alla III Divisione Navale (incrociatori pesanti Trento, Trieste e Bolzano), per partecipare alle operazioni di contrasto all’operazione britannica «Hats», consistente in varie sotto-operazioni: trasferimento da Gibilterra ad Alessandria, per rinforzare la Mediterranean Fleet, della corazzata Valiant, della portaerei Illustrious e degli incrociatori Calcutta e Coventry; invio di un convoglio da Alessandria a Malta e di uno da Nauplia a Porto Said; bombardamenti su basi italiane in Sardegna e nell’Egeo. Supermarina ha infatti saputo che sia la Mediterranean Fleet (da Alessandria) che la Forza H (da Gibilterra) sono uscite in mare, e si è accordata con la Regia Aeronautica per attaccare la prima con le forze navali di superficie ed attacchi aerei e la seconda con aerei e sommergibili.
Complessivamente, all’alba del 31, prendono il mare da Taranto, Brindisi e Messina 4 corazzate della V (Cesare, Duilio e Cavour) e IX (Littorio e Vittorio Veneto) Divisione, 13 incrociatori della I (Pola, Zara, Fiume, Gorizia), III, VII (Eugenio di Savoia, Duca d’Aosta, Montecuccoli ed Attendolo) e VIII (Duca degli Abruzzi e Garibaldi) Divisione e 39 cacciatorpediniere. La III Divisione si riunisce al grosso della squadra italiana, partita da Brindisi e da Taranto, verso le 13 del 1° settembre.
Le due Squadre Navali italiane (la I Squadra è composta dalle Divisioni V, VII, VIII e IX e dalle Squadriglie Cacciatorpediniere VII, VIII, X, XIII, XV e XVI; la II Squadra dal Pola, dalle Divisioni I e III e dalle Squadriglie Cacciatorpediniere IX, XI e XII), riunite, dirigono per lo Ionio orientale con rotta 150°. Le forze navali sono però uscite in mare troppo tardi, hanno l’ordine di evitare uno scontro notturno ed hanno una velocità troppo bassa (20 nodi), ed hanno l’ordine di cambiare rotta e raggiungere il centro del Golfo di Taranto se non riusciranno ad entrare in contatto con il grosso nemico entro il tramonto. Tutto ciò impedisce alle forze italiane di intercettare quelle britanniche; alle 16 Supermarina ordina un cambiamento di rotta, che impedisce alla II Squadra, che si trova in posizione più avanzata della I, di proseguire verso le forze nemiche (l’ammiraglio Iachino, comandante la II Squadra, ha chiesto ed ottenuto alle 16.30 libertà di manovra per dirigere contro le forze britanniche, segnalate alle 15.35 a 120 miglia di distanza, ma alle 16.50 tale autorizzazione viene annullata;  comunque la II Squadra non sarebbe egualmente riuscita a raggiungere le unità avversarie). Alle 17.27 la II Squadra riceve l’ordine d’invertire la rotta ed assumere rotta 335° e velocità 20 nodi, come la I Squadra.
Alle 22.30 del 31 la formazione italiana, che procede a 20 nodi, riceve l’ordine di impegnare le forze nemiche lungo la rotta 155°, a nord della congiungente Malta-Zante, dunque deve cambiare la propria rotta per raggiungerle (o non potrebbe prendere contatto con esse), dirigendo più verso sudovest (verso Malta) e superando la congiungente Malta-Zante. Il mattino del 1° settembre, tuttavia, il vento, già in aumento dalla sera precedente, dà origine ad una violenta burrasca da nordovest forza 9; le forze italiane si allontanano nuovamente dal Golfo di Taranto per cercare di nuovo quelle avversarie lungo la rotta 155° ma con l’ordine di non oltrepassare la congiungente Malta-Zante, il che tuttavia le tiene lontane dalle rotte possibili da Alessandria a Malta. Verso le 13 la burrasca costringe la flotta italiana a tornare alle basi, perché i cacciatorpediniere non sono in grado di tenere il mare compatibilmente con le necessità operative (non potendo restare in formazione né usare l’armamento). Poco dopo la mezzanotte del 1° settembre le unità italiane entrano nelle rispettive basi; tutti i cacciatorpediniere sono stati danneggiati (specie alle sovrastrutture) dal mare mosso, alcuni hanno perso degli uomini in mare. Le navi verranno tenute pronte a muovere sino al pomeriggio del 3 settembre, ma non si concretizzerà alcuna nuova occasione.
29 settembre-2 ottobre 1940
La XI Squadriglia (Artigliere, Aviere, Geniere e Camicia Nera), insieme agli incrociatori pesanti della III Divisione (Trento, Trieste, Bolzano), esce da Messina alle 20.28 del 29 settembre, mentre prendono il mare da Taranto il Pola, le divisioni I (incrociatori pesanti Zara, Fiume e Gorizia), V (corazzate Giulio Cesare, Duilio e Conte di Cavour), VII (incrociatori leggeri Eugenio di Savoia ed Emanuele Filiberto Duca d’Aosta), VIII (incrociatori leggeri Luigi di Savoia Duca degli Abruzzi e Giuseppe Garibaldi) e IX (corazzate Littorio e Vittorio Veneto) e 19 cacciatorpediniere (il Pola con la I Divisione e 4 cacciatorpediniere alle 18.05 e le altre unità alle 19.30), per contrastare un’operazione britannica in corso, la «MB. 5» (invio a Malta degli incrociatori Liverpool e Gloucester con 1200 uomini e rifornimenti, invio da Porto Said al Pireo del convoglio «AN. 4», il tutto con l’uscita in mare delle corazzate Valiant e Warspite, della portaerei Illustrious, degli incrociatori YorkOrion e Sydney e di undici cacciatorpediniere a copertura dell’operazione). La III Divisione si riunisce alle navi partite da Taranto alle 7.30 del 30 settembre. In mancanza di elementi sufficienti ad apprezzare la composizione ed i movimenti della Mediterranean Fleet ed in considerazione dello svilupparsi di una burrasca da scirocco (che avrebbe reso impossibile una navigazione ad alta velocità verso sud da parte dei cacciatorpediniere) Supermarina decide di rinunciare a contrastare l’operazione ed ordina alle unità in mare di invertire la rotta alle 6.25 del 30 ed incrociare dapprima tra i paralleli 37° e 38°, poi (dalle 10.30) 38° e 39° ed alle 14 fare rotta verso sudovest sino a raggiungere il 37° parallelo, poi, alle 17.20, di rientrare alle basi. Navigando nella burrasca, la flotta italiana raggiunge le basi tra l’una e le quattro del mattino del 1° ottobre, vi si rifornisce in fretta e rimane in attesa di un’eventuale nuova uscita per riprendere il contrasto, ma in base alle nuove informazioni ottenute ciò risulterà impossibile, pertanto, alle 14.00 del 2 ottobre, le navi riceveranno l’ordine di spegnere le caldaie.
6 ottobre 1940
L’Artigliere salpa da Messina in mattinata insieme al resto della XI Squadriglia Cacciatorpediniere (AviereGeniere e Camicia Nera) ed alla III Divisione Navale (incrociatori pesanti TrentoTrieste e Bolzano), in appoggio all’operazione «C.V.», consistente nell’invio da Taranto a Lero delle due veloci e moderne motonavi Calitea e Sebastiano Venier, cariche di rifornimenti destinati alle isole del Dodecaneso e scortate dalla XII Squadriglia Cacciatorpediniere (AscariLanciereCorazziere e Carabiniere). 
L’operazione (il convoglio è partito la sera del 5, mentre il 6 mattino, oltre al gruppo cui appartiene l’Artigliere, sono salpate da Taranto anche la I Divisione con gli incrociatori pesanti Zara, Fiume e Gorizia, l’incrociatore pesante Pola – nave ammiraglia della II Squadra Navale – e la IX Squadriglia Cacciatorpediniere con AlfieriOrianiGioberti e Carducci) viene però interrotta il mattino stesso del 6 ottobre, dopo che la ricognizione aerea dell’Egeo ha segnalato due corazzate, due incrociatori e sette cacciatorpediniere britannici sulla rotta Alessandria-Caso, ossia dove dovrebbero passare le navi dirette nel Dodecaneso. Tutte le unità italiane vengono fatte rientrare alle basi; «C.V.» non si farà più.
 

L’Artigliere (USMM).
Lo scontro di Capo Passero

Tra le 20 e le 20.30 dell’11 ottobre 1940 l’Artigliere, al comando del capitano di vascello Carlo Margottini, comandante della XI Squadriglia Cacciatorpediniere, salpò da Augusta insieme al resto della squadriglia (Aviere, Geniere e Camicia Nera) ed alle torpediniere della I Squadriglia Torpediniere (Alcione, Airone ed Ariel).
Entrambe le squadriglie avevano l’ordine di svolgere una ricerca a rastrello ad est di Malta, dove si riteneva che vi potessero essere navi britanniche.
L’ordine era stato dato dopo che, alle 8.45 dell’11 ottobre, un aereo di linea italiano aveva avvistato 20 unità britanniche (15 navi da guerra e 5 di tipo imprecisato) con rotta 220° (ma all’arrivo dell’aereo avevano virato di 90° a dritta) in posizione 35°20’ N e 15°40’ O, a 65 miglia per 115° da (ad est-sudest di) Malta. Supermarina, informata da Superaereo un’ora più tardi, non poteva fare uscire in mare le forze navali maggiori prima del giorno seguente, pertanto aveva ordinato al Comando Militare Marittimo della Sicilia (ammiraglio di divisione Pietro Barone, con sede a Messina) di organizzare una ricerca offensiva notturna con l’utilizzo di aerei per la ricognizione e di unità sottili (cacciatorpediniere, torpediniere e MAS) per la ricerca del contatto e l’eventuale attacco. Erano state quindi disposte ricognizioni con aerei, l’invio dei MAS 512, 513 e 517 in agguato notturno al largo della Valletta, l’approntamento in tre ore delle due squadre navali, la messa in allarme delle difese di Taranto, della Sicilia e della Libia, e l’interruzione del traffico tra Italia e Libia; inoltre si era deliberato di inviare numerose siluranti a verificare la presenza di navi nemiche e, in caso affermativo, ad attaccare col favore della notte (oltre alla XI Squadriglia Cacciatorpediniere ed alla I Squadriglia Torpediniere, avrebbe preso il mare anche la VII Squadriglia Cacciatorpediniere – Freccia, Dardo, Saetta e Strale –, ma cercando sulla congiungente Marettimo-Zembra, dove il passaggio era meno probabile). Entro ventiquattr’ore sarebbe stato possibile fare uscire le forze da battaglia da Taranto, Augusta e Messina, per appoggiare l’azione notturna delle siluranti, o sfruttarne gli eventuali risultati positivi.
L’aereo di linea italiano non poteva però sapere che ad essere in mare era l’intera Mediterranean Fleet, con le corazzate Valiant, Warspite, Ramillies e Malaya, le portaerei Eagle ed Illustrious, l’incrociatore pesante York, gli incrociatori leggeri Ajax, Orion, Sydney, Liverpool e Gloucester ed i cacciatorpediniere Havock, Hasty, Hyperion, Hero, Hereward, Ilex, Jervis, Janus, Juno, Dainty, Defender, Decoy, Nubian, Vampire e Vendetta: tale poderosa formazione era uscita in mare l’8 ottobre per dare scorta a distanza al convoglio «M.F. 3» diretto a Malta, ed ora, dopo che i mercantili erano giunti a destinazione l’11 ottobre, attendeva di assumere la scorta di tre piroscafi scarichi (Aphis, Plumleaf e Volo, del convoglio «M.F. 4») di ritorno ad Alessandria d’Egitto.
L’ammiraglio Andrew Browne Cunningham, comandante della Mediterranean Fleet, aveva creato a nord del grosso della flotta uno ‘schermo’ di incrociatori e cacciatorpediniere, con compiti di ricognizione, l’ultimo dei quali (il più a nord) era l’incrociatore leggero Ajax, al comando del capitano di vascello Eward Desmond Bewley McCarthy, il quale avanzava a 17 nodi procedendo a zig zag, una settantina di miglia a nord del grosso della Mediterranean Fleet ed ad altrettante miglia da Malta. Le altre unità dello schermo erano l’incrociatore pesante York, gli incrociatori leggeri Orion e Sydney (che con l’Ajax formavano il 7th Cruiser Squadron) ed i cacciatorpediniere Nubian e Mohawk; le navi procedevano in linea di rilevamento, a notevole distanza l’una dall’altra.

I primi ricognitori italiani, degli idrovolanti CANT Z. 501 delle Squadriglie 144a (di base a Stagnone), 184a, 186a (di base entrambe ad Augusta) e 189a (di base a Siracusa) della Regia Aeronautica, decollarono nel primo pomeriggio dell’11 ottobre, quando il cielo – fino ad allora coperto dalle nuvole, con scariche elettriche, forti raffiche di vento e visibilità molto limitata, a causa di una perturbazione sul Mediterraneo centrale iniziata il 9 ottobre – iniziò a rasserenarsi, permettendo un progressivo miglioramento della visibilità. Il CANT Z. 501 decollato per primo da Stagnone esplorò il settore più occidentale (tra il meridiano di Capo Bon ed il 13° meridiano) ma non trovò nulla; altri due idrovolanti erano decollati da Augusta sempre nel primo pomeriggio dell’11 e condussero una ricerca (distanziati di 30 miglia e con percorsi paralleli ed opposti) che andava da Malta al meridiano 22° E, ma di nuovo senza risultati; un quarto CANT Z. 501, decollato da Siracusa ed assegnato all’esplorazione di un settore a sud ed ad est di Malta, non vide nulla.

Le sette unità della XI Squadriglia Cacciatorpediniere e della I Squadriglia Torpediniere, giunte a mezzanotte dell’11 ottobre sul meridiano 16°40’ E (a circa cento miglia da Malta), si irradiarono sul rastrello con base 28 miglia, disponendosi, da nord verso sud, nell’ordine Alcione, Airone, Ariel, Geniere, Aviere, Artigliere e Camicia Nera, procedendo affiancate ad una distanza di circa quattro miglia l’una dall’altra, con un intervallo di otto miglia tra la I Squadriglia Torpediniere (più a nord) e la XI Squadriglia Cacciatorpediniere (più a sud). All’una di notte del 12 ottobre, terminato il posizionamento sul rastrello, le sette siluranti iniziarono la ricerca, procedendo a 12 nodi con rotta 270° e direttrice della ricerca da est verso ovest. L’eccezionale visibilità (grazie alla luce lunare da sudovest, che rendeva molto luminoso tale settore, verso il quale si sviluppava la ricerca) e la direttrice avrebbero consentito alle navi italiane (specie le torpediniere) di avvistare le unità nemiche nei loro settori prodieri prima di essere viste a loro volta. La ricerca del nemico si svolgeva a sud del parallelo di Malta, nella fascia compresa tra i paralleli 35°54’ N e 35°25’ N a partire dal meridiano 16°40’ E.

Nel mentre, la Mediterranean Fleet procedeva con rotta 90° (opposta a quella delle navi italiane) e dodici nodi di velocità, circa 50 miglia a sudest di Malta; la linea protettiva degli incrociatori era disposta in linea di rilevamento a nordest del grosso della squadra britannica, con l’Ajax posizionato esternamente verso nord. Ancora più a nord si trovavano i tre mercantili del convoglio salpato da Malta alle 22.30, diretti verso est e scortati dagli incrociatori antiaerei Coventry e Calcutta e dai cacciatorpediniere Stuart, Voyager, Wryneck e Waterhen.
Il tempo era migliorato, con vento e mare da sudest forza 2-3 in diminuzione e cielo sereno. La luna, rispetto alla posizione delle unità italiane, si trovava alle spalle delle navi britanniche, il che avrebbe agevolato il loro avvistamento.

Furono le torpediniere le prime ad incappare nello ‘schermo’ del 7th Cruiser Squadron: e precisamente nell’Ajax, che venne avvistato all’1.37 dall’Alcione. In breve anche le altre due unità della I Squadriglia avvistarono l’incrociatore britannico, che da parte sua non si accorse invece della loro presenza; favorite dal buio, andarono all’attacco, col siluro e col cannone.
L’Ajax però si accorse di loro all’ultimo momento, e così l’attacco, condotto con coraggio ma con scarsa coordinazione e perizia, si tramutò in disastro: nessuno dei sette siluri andò a segno, mentre l’Ajax, danneggiato solo leggermente dal tiro delle torpediniere, rispose al fuoco da distanza ravvicinata, affondando l’Ariel e riducendo l’Airone ad un relitto galleggiante.
I cacciatorpediniere della XI Squadriglia, avvistate le vampe del combattimento tra l’Ajax e le torpediniere, avevano accostato a dritta (verso nord) all’1.56, su ordine del caposquadriglia Margottini, aumentando la velocità. Avvistarono anch’essi l’Ajax, ma da una distanza molto inferiore a quella delle torpediniere, e con la luna al traverso a sinistra (cioè, con condizioni di luce poco favorevoli, specie rispetto alle torpediniere); andarono all’attacco, commettendo tuttavia un grave errore: anziché attaccare tutti insieme, creando una grande concentrazione di siluri, affrontarono l’Ajax uno alla volta, in modo autonomo e scoordinato, stagliandosi per giunta contro la luce lunare che li rendeva particolarmente ben visibili alla nave nemica, a breve distanza.
Ormai l’Ajax, che aveva accostato a sud dopo aver immobilizzato l’Airone, era sul chi va là, dopo l’attacco delle torpediniere: l’attacco dei cacciatorpediniere lo colse mentre stava accostando a dritta per portare in campo di tiro tutti i propri cannoni da 152 mm, e questa volta l’incrociatore non esitò ad aprire il fuoco contro le ombre delle navi italiane in avvicinamento, le cui sagome – peraltro più visibili rispetto a quelle delle torpediniere, date le maggiori dimensioni – si proiettavano contro il settore dell’orizzonte che la luna illuminava maggiormente (l’avvistamento fu pressoché contemporaneo e reciproco).
L’Aviere, il primo ad andare all’attacco (tra le 2.10 e le 2.18), venne rapidamente centrato da diversi colpi prima di poter lanciare i siluri; seriamente danneggiato, senza luce, con parte dell’armamento fuori uso, diversi morti e feriti a bordo ed alcuni compartimenti allagati, dovette abbandonare l’attacco ed allontanarsi verso Augusta.

L’Artigliere, che aveva accostato a nord all’1.50 (dopo aver ricevuto il segnale di scoperta lanciato all’1.37 dalle torpediniere della I Squadriglia, che fu ricevuto in tempi differenti dalle unità della XI Squadriglia Cacciatorpediniere) ed aveva mantenuto rotta nord per circa mezz’ora, attaccò per secondo: avvistò l’Ajax sulla dritta alle 2.29 e – mentre i proiettili da 102 e 152 mm esplodevano in mare tutt’attorno, “circondando” la nave (l’Ajax aprì il fuoco per primo, da una distanza di circa 3000 metri, poi defilò sulla dritta dell’Artigliere da meno di 2000 metri) – si portò all’attacco silurante, sparando al contempo due salve coi cannoni da 120 mm.
Fece in tempo a lanciare un solo siluro (contro il lato di dritta dell’Ajax, senza successo), alle 2.30 od alle 2.31; nello stesso istante in cui il siluro partì, una salva da 152 mm centrò la plancia del cacciatorpediniere, ferendo mortalmente sia il comandante Margottini che il suo assistente di squadriglia, tenente di vascello Corrado Del Greco. Margottini morì quasi subito, incitando i suoi uomini a continuare a combattere, e Del Greco assunse il comando al suo posto; anch’egli sarebbe però deceduto alcune ore più tardi.
Tra i pochi superstiti del personale di plancia - forse l'unico - era il marinaio ventenne Ruggero Devich, che rimase ferito da schegge al petto e ad una gamba. Lasciata la plancia devastata, Devich scese in coperta e venne medicato da un infermiere, che lo fece stendere sul ponte; cercando poi di alzarsi, si appoggiò a qualcosa che sentì morbido e caldo, e si ritrovò la mano sporca di sangue: l'aveva posata sul petto sfondato di un marinaio.
La prima salva che colpì l’Artigliere, oltre a devastare la plancia, provocò l’esplosione della riservetta di munizioni del complesso prodiero da 120 mm, scatenando immediatamente un furioso incendio, che andò rapidamente estendendosi.
Subito dopo, l’Artigliere fu colpito altre quattro volte: due colpi caddero in coperta, uno colpì il locale caldaia centrale, mettendo fuori uso sia quella caldaia che quella prodiera (alcuni sopravvissuti, tra cui il tenente del Genio Navale Direzione Macchine Gastone Bellini, affermarono che questo colpo provenne da una direzione differente, asserendo di aver visto non una ma due navi nemiche, una su ciascun lato dell’Artigliere: probabilmente una illusione ottica), ed un altro centrò il locale macchina prodiero.
Alle 2.32, lo scontro era finito e l’Artigliere era completamente fuori combattimento, in preda a violenti incendi. L’azione di fuoco tra l’Ajax e l’Artigliere era durata poco più di un minuto: tanto era bastato per ridurre il caposquadriglia della XI Squadriglia Cacciatorpediniere a poco più che un relitto galleggiante.
Nemmeno l’Ajax ne era uscito indenne, anche se i pezzi da 120 dell’Artigliere non potevano causare danni gravi ad un incrociatore progettato per resistere a colpi da 152. Quattro dei 16 colpi da 120 sparati dall’Artigliere prima di essere messo fuori uso avevano colpito la nave britannica, mettendo fuori uso un cannone da 100 mm, il radar e la bussola (e distruggendo la baleniera di sinistra), oltre a causare un morto e diversi feriti. Tali danni, insieme a quelli precedentemente inflitti dal tiro dell’Airone, avrebbero in seguito richiesto due o quattro settimane di riparazioni, a seconda delle fonti.
Nondimeno, l’efficienza dell’Ajax non era seriamente menomata; al contrario, sull’Artigliere la situazione era disperata. Oltre ai danni appena menzionati, le perdite umane erano state molto gravi: oltre al comandante Margottini, tutti gli ufficiali di vascello erano morti o gravemente feriti, così come metà dell’equipaggio. Inoltre, alle 2.40 la nave era rimasta immobilizzata.
Ad assumere il comando dell’Artigliere fu il direttore di macchina, maggiore del Genio Navale Mario Giannettini, assistito da due dei pochi ufficiali rimasti illesi, il tenente del Genio Navale Direzione Macchine Pietro Donato ed il suo già citato parigrado Gastone Bellini.
Sotto la direzione di questi ufficiali, in uno scenario infernale caratterizzato da fiamme altissime e continui scoppi di munizioni, l’equipaggio superstite si prodigò per ore nella lotta contro gli incendi, riuscendo a circoscriverli, a mantenere la nave a galla ed anche a rimettere in moto, verso le tre di notte, la motrice poppiera. Per evitare che le fiamme raggiungessero le munizioni ed i siluri, con esiti catastrofici, vennero allagati i depositi munizioni, gettati a mare gli esplosivi (munizioni delle riservetta e bombe di profondità) e lanciati i siluri.

Alle 3.06 l’Ajax informò l’ammiraglio Cunningham dell’accaduto, e ricevette l’ordine di convergere verso il grosso insieme al resto del 7th Cruiser Squadron. Nello scontro aveva sparato 490 colpi da 152 mm.
Intanto (alle 3.03) l’Alcione, unica scampata alla strage della I Squadriglia, tornò sul luogo dell’attacco iniziale e trovò l’Airone ancora galleggiante, ma in fiamme ed in procinto di affondare; dopo aver recuperato 72 naufraghi della caposquadriglia (che s’inabissò alle 3.34), operazione  che richiese circa un’ora, l’Alcione lasciò sul posto una motolancia e fece rotta per Augusta, dove giunse alle otto del mattino.
Anche il malconcio Aviere e l’indenne Geniere (che aveva perso subito il contatto con l’Ajax, ed era stata così l’unica delle sette navi italiane a non avere parte alcuna nel combattimento) si erano diretti verso Augusta, dove sarebbero giunti a mezzogiorno; sul luogo dello scontro rimasero solo l’Artigliere, che in quelle condizioni non poteva andare lontano, ed il Camicia Nera, che aveva scambiato un paio di salve con l’Ajax senza subire danni. Fu appunto il Camicia Nera, alle 3.50, ad invertire la rotta per andare in soccorso del malridotto caposquadriglia.
Già alle 2.50 l’equipaggio dell’Artigliere era fortunosamente riuscito a rimettere in moto una macchina, alimentata da un’unica caldaia, ed a bassa velocità la nave assunse rotta verso nord. Alle quattro del mattino, tuttavia, non fu più possibile alimentare la caldaia, e l’unità si dovette nuovamente fermare. Il maggiore Giannettini stava tentando di riaccendere la caldaia, quando comparve sul posto il Camicia Nera (erano le 5.30): tra le due navi venne teso un cavo di rimorchio, ed il Camicia Nera iniziò a rimorchiare di poppa il suo caposquadriglia (il rimorchio di prua non fu ritenuto praticabile, data la devastazione delle strutture prodiere e la difficoltà di accedere al ponte di castello).

Il rimorchio, a lento moto, verso nord, andò avanti per qualche ora, ma intorno alle sette del mattino vennero avvistati degli idrovolanti britannici da ricognizione. Tali aerei, contro i quali venne subito aperto il fuoco, non attaccarono, ma passò meno di un’ora prima che verso sud/sudest si materializzassero alcune navi da guerra britanniche: erano il 3rd Cruiser Squadron (York, Liverpool, Gloucester) ed il 7th Cruiser Squadron (Orion e Sydney, l’Ajax non era invece tornato) più quattro cacciatorpediniere, tra cui il Nubian e gli australiani Vampire e Vendetta.
Quando un ricognitore Short Sunderland aveva comunicato l’avvistamento dei due cacciatorpediniere italiani in posizione 35°55’ N e 16°29’ E, 107 miglia ad ovest di Malta (l’Orion aveva segnalato che una nave era ancora in fiamme alle 6.45, ed alle 7.10 un idrovolante aveva segnalato due cacciatorpediniere insieme, uno dei quali in fiamme e a rimorchio), la Mediterranean Fleet aveva accostato per rotta 010° e la portaerei Illustrious aveva lanciato quattro aerosiluranti Fairey Swordfish per attaccarli, mentre il 3rd Cruiser Squadron si era diretto verso del fumo visibile all’orizzonte. Al contempo, infatti, Artigliere e Camicia Nera vennero attaccati anche dagli aerosiluranti decollati dall’Illustrious, ma bombe e siluri non andarono a segno.
Di fronte ad una tale disparità di forze, non essendo possibile portare in salvo il danneggiato Artigliere, alle 8.10 il Camicia Nera fu costretto a mollare il rimorchio e dirigere verso la Sicilia, coprendosi la ritirata con cortine nebbiogene. Prima di andarsene, il Camicia Nera (che aveva precedentemente preso a bordo 18 uomini dell’Artigliere) lanciò in mare una zattera Carley e lasciò sul posto la propria motolancia, con a bordo provviste, acqua e medicinali.
L’Artigliere stava lentamente affondando, e con buona parte dell’armamento fuori uso e gran parte dell’equipaggio morto o ferito, non aveva possibilità di difendersi. Mentre il grosso della formazione britannica si mise all’inseguimento del Camicia Nera (che riuscì però a scampare), alle 8.29 l’incrociatore pesante York (capitano di vascello Reginald Henry Portal) si separò dal resto per finire l’immobilizzato Artigliere. Portal aveva l’ordine di far abbandonare la nave italiana dall’equipaggio, e quindi di affondarla. Giannettini, intanto, ordinò di autoaffondare la nave allagando i locali macchine, e di distruggere l’archivio segreto.


Il relitto dell’Artigliere il mattino del 12 ottobre, sullo sfondo due incrociatori britannici (da “The War at Sea 1940-1944” di John Green e Martin Mace)
L’Artigliere sorvolato da uno Swordfish; sullo sfondo a sinistra l’incrociatore HMS Orion, a destra l’HMAS Sydney (Australian War Memorial)
Il relitto immobilizzato del cacciatorpediniere (Australian War Memorial).

Evidenti i gravi danni alla zona prodiera (USMM).
Sono visibili zattere e naufraghi in mare attorno alla nave (da “The War at Sea 1940-1944” di John Green e Martin Mace)

Lo York effettuò un giro in cerchio attorno all’immobilizzato cacciatorpediniere, identificandolo come l’Artigliere. Il castello di prua era bruciato ed ancora fumante, e parte della sovrastruttura prodiera della plancia appariva crollata in avanti. Nella zona poppiera era visibile un’ottantina di uomini, i più radunati in un unico gruppo, con pochi altri più a poppavia; alcuni altri si trovavano già su una zattera in mare, ed altri in acqua, aggrappati a pezzi di legno. Un’altra zattera, vuota, si trovava sottobordo al cacciatorpediniere, ed un’altra ancora un po’ a poppavia della nave; le imbarcazioni di dritta erano state calate, e la scaletta di dritta era anch’essa calata lungo la murata. Sulle gruette di sinistra si trovavano appese una motobarca ed uno schifo, mentre tre zattere Carley erano ancora al loro posto sul fumaiolo.
Avvicinandosi, lo York comunicò il segnale internazionale "Abandon ship" e poi aggiunse con segnalazioni luminose, in un italiano storpiato, "Andate del batello", dando all’equipaggio mezz’ora per abbandonare la nave. Dall’Artigliere si tentò di far capire allo York che la nave stava per affondare e che a bordo si trovavano numerosi feriti gravi da soccorrere, ma per due volte l’incrociatore (che aveva compreso la parte relativa alla presenza di feriti a bordo, ma non alcune segnalazioni successive, pur avendo compreso la richiesta di soccorrere i feriti) intimò ai superstiti di abbandonare immediatamente la nave; alle 8.50 sottolineò infine l’ordine con un colpo di cannone da 100 mm, sparato davanti alla prua dell’Artigliere.

L’Artigliere fotografato da bordo dello York alle 8.50 del 12 ottobre (g.c. STORIA militare)

Secondo la relazione britannica, l’Artigliere alzò bandiera bianca, ma questo non risulta da fonti italiane; peraltro, le diverse foto dell’Artigliere scattate quella mattina dalle navi britanniche non mostrano alcuna bandiera bianca sul cacciatorpediniere. La storia ufficiale dell’USMM commenta che forse qualcuno, sul cacciatorpediniere, agitò un pezzo di tela; un “Weekly Intelligence Report” del servizio informazioni dell’Ammiragliato britannico riferisce infatti che alcuni uomini a bordo dell’Artigliere agitarono “lenzuola ed asciugamani bianchi, in ovvio segno di resa”. Da parte italiana, risulta che a poppa venne agitato un cencio per richiamare l’attenzione dell’equipaggio dello York sulla presenza a bordo dei feriti che necessitavano di soccorso, non potendo abbandonare la nave, come fu poi ripetuto a voce.
Dato che la nave stava affondando molto lentamente, e che non era chiaro se lo York intendesse affondare l’Artigliere oppure tentare di abbordarlo, si temé che i britannici potessero fare in tempo a salire a bordo ed a catturare la bandiera di combattimento, che sventolava ancora al picco; si decise pertanto di affidare la bandiera agli abissi. L’equipaggio superstite si mise sull’attenti e levò il cappello, poi, «cogli onori prescritti e fra la irrefrenabile commozione dell’equipaggio», la bandiera scese dal picco, venne rinchiusa in un sacchetto con un peso e fu quindi lanciata in mare.
Lo York, intanto, si era avvicinato ulteriormente, portandosi vicino alla poppa dell’Artigliere; gettò in mare uno zatterone tipo Carley, un altro Carley più piccolo ed una terza zattera di altro tipo, poi comunicò di nuovo in italiano stentato "Vado cannonere" (sto per aprire il fuoco).
A questo punto, il maggiore Giannettini ordinò di abbandonare la nave. Tutti gli uomini ancora in grado di farlo si tuffarono in mare, per ultimi gli ufficiali.
Ruggero Devich si gettò in mare con altri superstiti e nuotò per allontanarsi dalla nave, poi si fermò ad una distanza di alcune decine di metri, per assistere alla fine della sua nave. Si sentivano grida dappertutto: feriti che chiedevano aiuto, uomini che stavano per annegare, altri che chiamavano amici e compagni.
I naufraghi si erano da poco scostati dall’Artigliere, quando lo York, dopo aver girato attorno al cacciatorpediniere (alle 9.10) ed essersi portato a proravia di esso, aprì il fuoco sul relitto ormai abbandonato, da brevissima distanza (alle 9.15). Lo York sparò 14 colpi da 203 mm contro il lato sinistro dell’Artigliere, da una distanza di 1370 metri, ma solo pochi di essi andarono a segno, causando danni ed incendi a centro nave; allora l’incrociatore lanciò anche uno o due siluri (a seconda delle fonti).


L’Artigliere sotto il tiro dello York (foto di Robert Milne, scattata da bordo dell’HMAS Vendetta; Australian War Memorial)

Erano le 9.18. Al contempo, un altro colpo o due di una nuova salva da 203 mm andarono a segno.
Uno dei siluri colpì l’Artigliere in corrispondenza del deposito munizioni poppiero: il cacciatorpediniere scomparve in una colossale esplosione, con una colonna di fumo e di fiamme altra oltre cento metri, ed affondò in pochi secondi nel punto 35°47’ N e 16°25’ E (o 36°30’ N e 16°07’ E), in un’enorme nube di fumo e di vapore. (Altre fonti indicano le 9.05 come ora dell’affondamento). Così Ruggero Devich descrisse l'affondamento: "Con una fragorosa esplosione si spezzò a metà, eruttò una palla di fuoco e di fumo nero. Una grande macchia di nafta segnò la sua tomba".

 Una serie di immagini ritraenti l’impatto del siluro e l’esplosione dell’Artigliere:



(Robert Milne, HMAS Vendetta – Australian War Memorial)


(Imperial War Museum, via www.associazione-venus.it


(g.c. STORIA militare)

 (Robert Milne, HMAS Vendetta – Australian War Memorial)


(Robert Milne, HMAS Vendetta – Australian War Memorial)

(da “The War at Sea 1940-1944” di John Green e Martin Mace)
(Robert Milne, HMAS Vendetta – Australian War Memorial)
(Australian War Memorial)
Visto da bordo del Vampire (da www.navy.gov.au

Lo York gettò in mare alcune zattere di salvataggio perché se ne servissero i naufraghi, poi si allontanò senza recuperare nessuno, per ricongiungersi alle altre unità che inseguivano il Camicia Nera. Anche gli altri incrociatori del 3rd Squadron gettarono in mare i propri salvagenti Carley, ad uso dei sopravvissuti. Nessun incrociatore si fermò per recuperare naufraghi, per ordine dell’ammiraglio Cunningham: data la scarsa distanza dalle coste siciliane (90 miglia), le navi britanniche si trovavano infatti entro il raggio d’azione della Regia Aeronautica, oltre che in acque potenzialmente infestate da sommergibili. Dopo che il cacciatorpediniere Havock, pochi mesi prima, era stato danneggiato da bombardieri italiani mentre recuperava superstiti dell’incrociatore Colleoni affondato a Capo Spada, non si voleva correre nuovamente lo stesso rischio. Il mare era calmo, ed i britannici ritenevano che i naufraghi sarebbero stati soccorsi dagli italiani stessi.

La colonna di fumo dell’Artigliere in affondamento, vista dallo York (Australian War Memorial).

Più tardi, comunque, passarono sul posto i cacciatorpediniere Nubian (capitano di fregata Richard William Ravenhill) e Vampire (Marina australiana, capitano di vascello Hector Macdonald Laws Waller), che raccolsero 22 naufraghi dell’Artigliere, tra cui uno o due ufficiali (per altra fonte fu il Vampire a recuperare 22 naufraghi, tra cui un ufficiale, da una zattera). Sarebbero stati in seguito portati nel campo di prigionia di Geneifa, in Egitto, e da lì in India.
Gli altri rimasero in mare. Ruggero Devich ricordò poi che faceva freddo in acqua, ma non troppo; sorretto dal salvagente, nuotò un po' per scaldarsi ed un po' per raggiungere qualche zattera sulla quale arrampicarsi. Più di una volta cercò di issarsi su delle zattere già strapiene, ma ogni volta queste si rovesciavano; si scatenava allora la confusione generale, tutti cercavano di tornare a bordo, le zattere si capovolgevano più volte, i feriti gravi annegavano. Alcuni naufraghi vennero attaccati e divorati dai pescicani. Alla fine Devich rinunciò a salire e rimase da solo.


Recupero di naufraghi dell’Artigliere da parte del Vampire (sopra: www.navy.gov.au; sotto: Australian War Memorial)



Lo York segnalò inoltre in chiaro ed in lingua italiana, su onde lunghe commerciali di ascolto internazionale, la posizione dei naufraghi: alle 11.40 le stazioni radio italiane intercettarono un messaggio britannico che recitava «Naufraghi di caccia italiani posizione 35°50’ N 16°22’ E». L’ammiraglio Cunningham, che aveva approvato l’iniziativa del comandante dello York, sarebbe stato poi rimproverato dai suoi superiori per questo gesto di cavalleria: «Dato che la popolazione inglese soffre sotto continui e spietati bombardamenti, sarebbe opportuno escludere da future comunicazioni riferimenti al valore del nemico o che possano compromettere la posizione della nostra flotta a vantaggio del nemico», e Churchill stesso rincarò la dose scrivendo a Cunningham che «questo genere di belle maniere infuria la gente che sta sopportando in patria l’ordalia in corso» (Cunningham commentò a riguardo, nelle sue memorie, «potrò aver sbagliato, ma in questa occasione i cacciatorpediniere italiani avevano combattuto bene»).

A causa dei confusi eventi della notte e della mattina, i naufraghi delle tre navi affondate si erano venute a trovare tutti a poca distanza gli uni dagli altri, una novantina di miglia ad est di Malta. Questo era accaduto perché Airone ed Ariel avevano mantenuto rotte convergenti durante l’attacco all’Ajax, venendo così affondate a poca distanza l’una dall’altra, e l’Artigliere – che durante il rastrello si trovava 16 miglia a sud dell’Ariel – durante e dopo il combattimento aveva assunto rotta verso nord, finendo con l’essere affondato nei pressi del punto di affondamento delle due torpediniere.
I sopravvissuti di Artigliere, Airone ed Ariel, più di 150 in tutto, erano soli in mezzo al mare, parte sulle poche imbarcazioni disponibili (una iole, lasciata dall’Alcione sul posto prima di allontanarsi, e la motolancia lasciata dal Camicia Nera), i più a bordo di zatterini e battellini.
Il più alto in grado, fra i naufraghi, era il comandante dell’Airone e della I Squadriglia, capitano di corvetta Banfi, seriamente ferito ma sopravvissuto all’affondamento della propria nave, e recuperato dalla iole dell’Airone. Banfi assunse il comando della flottiglia di natanti su cui erano imbarcati i naufraghi; ordinò alla motobarca del Camicia Nera di radunare tutti gli zatterini e battellini, per poi prenderli a rimorchio e dirigere verso nordovest.
Si era in quel momento nella prima mattina del 12 ottobre, e le informazioni disponibili a Supermarina e Marina Messina erano ancora molto limitate: soltanto l’Alcione era già giunta in porto, con la notizia che l’Airone era affondata ed i sopravvissuti che aveva potuto recuperare, ma niente si sapeva dell’Ariel e nemmeno di cosa fosse successo all’Artigliere dopo che il Camicia Nera era stato costretto ad abbandonarlo. Durante la notte e la mattina erano arrivate solo comunicazioni molto frammentarie dalle unità coinvolte, insufficienti a farsi un quadro preciso della situazione.
Da Messina, alle otto del mattino, vennero fatte uscire in mare la III Divisione Navale (incrociatori pesanti Trento, Trieste e Bolzano) e la XIV Squadriglia Cacciatorpediniere (Ugolino Vivaldi, Luca Tarigo ed Antonio Da Noli); alle 10.15, appreso dalle intercettazioni che il Camicia Nera non aveva più bisogno di aiuto e che per l’Artigliere non c’era più nulla da fare, la III Divisione ridusse la velocità a 25 nodi, ed a mezzogiorno le fu ordinato di rientrare.
Già prima che lo York comunicasse la posizione dei naufraghi, Marina Messina aveva disposto una ricognizione aerea nel tratto di mare dove aveva avuto luogo lo scontro, per cercare eventuali superstiti; l’aereo incaricato della ricerca, l’idrovolante 189/2 della 189a Squadriglia di Siracusa, decollò intorno a mezzogiorno per esplorare un settore di 1600 miglia quadrate compreso tra i paralleli 35° 40' N e 36° 20' N ed i meridiani 16° E e 16° 40' E (ottanta miglia ad est di Malta). Poco dopo, con l’arrivo ad Augusta del Camicia Nera e l’intercettazione del messaggio dello York, Marina Messina comprese che l’Artigliere doveva essere affondato e che il suo equipaggio era in mare, proprio nella zona in cui era stato inviato l’idrovolante. Venne allora deciso di inviare sul posto i MAS 547, 548 e 550 della XV Squadriglia ed un altro idrovolante; quest’ultimo col compito individuare i naufraghi e guidare i MAS sulla loro posizione. I MAS salparono da Augusta poco dopo le 14, e l’idrovolante, il 184/8 della 184a Squadriglia, decollò dalla stessa base poco prima delle 15.
Il tempo aveva cominciato a peggiorare: si verificavano frequenti piovaschi, che riducevano di molto la visibilità, e l’idrovolante della 189a Squadriglia, nella sua prolungata esplorazione dell’area assegnata (tornò alla base alle 16.30), avvistò delle chiazze di nafta, ma nessun naufrago, né rottami. Lo videro invece, con ogni probabilità, i naufraghi stessi, che videro un aereo sconosciuto nel pomeriggio del 12, molto lontano.
Andò anche peggio all’idrovolante della 184a Squadriglia, che fu investito dai piovaschi, non trovò niente (la visibilità era ulteriormente peggiorata) e perse anche il contatto coi MAS, prima di tornare alla base. I MAS, dal canto loro, erano stati avvistati ed attaccati da un idrovolante britannico Short Sunderland, che li bombardò e li mitragliò senza risultato; dopo averlo respinto col fuoco delle loro mitragliere, giunsero nella zona assegnata ed arrivarono tanto vicini ai naufraghi che questi sentirono il rumore dei loro motori, ma non riuscirono ad avvistarli, così come i MAS non riuscirono ad avvistare i superstiti. Il mare era ora forza 4 ed in aumento, e dopo poco calò il buio della sera: a notte inoltrata i MAS dovettero rientrare ad Augusta (dove arrivarono all’una di notte del 13, dopo aver affrontato con difficoltà una forte libecciata con mare al traverso). Per la seconda volta in poche ore i naufraghi delle tre siluranti, dopo essere stati ad un passo dalla salvezza, si ritrovavano soli a lottare contro gli elementi.
Il temporale scoppiato nel tardo pomeriggio del 12 ottobre, infatti, aveva investito il gruppo dei superstiti con grande violenza; i natanti vennero dispersi ed alcuni si capovolsero, e molti naufraghi scomparvero in mare.
Ruggero Devich, che all'alba del 13 ottobre era riuscito a salire su una zattera con pochi altri naufraghi, avrebbe in seguito ricordato che i superstiti sul suo galleggiante, oltre ad essere sfiniti, pativano soprattutto la sete, non essendovi acqua nella zattera. Un marinaio, che aveva una valigetta con sé, disse semplicemente "Vado a casa" e poi si tuffò in acqua. Prese a nuotare, sempre stringendo la valigetta, ma scomparve dopo poche bracciate. Un altro marinaio tentò di buttarsi a sua volta, ma venne fermato da Devich. Gli uomini sulla zattera di Devich sarebbero stati soccorsi dopo 36 ore.
Non si salvò, invece, Atride Nigiotti, marinaio livornese di vent'anni. Secondo quanto raccontarono ai parenti alcuni sopravvissuti, fu visto per l'ultima volta a bordo di una zattera con altri marinai; ma di lui non si seppe più nulla. Nigiotti amava il mare e si era arruolato in Marina volontario, convinto da uno zio che insegnava all'Accademia Navale, avente sede proprio nella sua città natale. Era imbarcato sull'Artigliere - "nato" anch'esso, come lui, proprio a Livorno - dal 1939 e si era sposato da pochi mesi quando venne dichiarato disperso nell'affondamento: lasciava una moglie incinta. La madre, Isbene, continuò ad aspettarlo: durante la guerra era sempre pronta ad offrire da mangiare a soldati di passaggio, tedeschi o Alleati, spiegando che sperava che se il figlio avesse bussato ad una porta chissà dove, avrebbe trovato anche lui una mamma che gli avrebbe offerto da mangiare. Anche a vent'anni di distanza dalla scomparsa, e fino alla fine della sua vita, avrebbe continuato a sperare: "Ogni volta che suonavano alla porta e non aspettavamo nessuno, lei correva all'uscio pensando che fosse lui che tornava a casa". Nel 2012 i fratelli di Atride Nigiotti, ormai alla soglia dei novant'anni, hanno acquistato una pagina del giornale locale "Il Tirreno" per ricordarlo: "Avevi poco più di vent'anni. La Regia Marina ti dette per disperso, mamma ti ha aspettato tutta la vita. I tuoi fratelli, Tommaso e Cesare, vecchi rincoglioniti, ti ricordano con immutato affetto".

Verso l’alba del 13 ottobre, quando il tempo iniziò a migliorare, Banfi riunì di nuovo i natanti superstiti e si rimise in rotta verso nordovest, alla misera velocità che una motobarca gravata da rimorchio poteva fare.
Il mattino del 13 ottobre ripresero le ricerche aeree; i MAS erano in porto, pronti a salpare non appena fosse stato comunicato un avvistamento. Alle 8.30 decollò da Augusta il CANT Z. 184/9 della 184a Squadriglia, per esplorare la stessa zona del giorno precedente, ed al contempo prese il volo dalla stessa base un CANT Z. 506 della 170a Squadriglia.
Il 184/9 avvistò finalmente qualcosa alle 11.30: un’imbarcazione con dei naufraghi a 50 miglia per 130° da Capo Passero, allo spigolo nordoccidentale del settore di ricerca. All’idrovolante fu ordinato di volare in cerchio attorno all’imbarcazione per segnalarne la posizione ai MAS, che partirono subito da Augusta; Marina Messina contattò subito anche il comando della 2a Squadra Aerea di Palermo, richiedendo l’invio di un idrovolante di soccorso CANT Z. 506 da Siracusa. Ciò fu fatto ma l’aereo, giunto nell’area indicata, non riuscì a trovare i superstiti.
Intanto, invece, fu il 170/7 a trovare qualcosa, segnalando un gruppo di zattere con naufraghi poco lontano dall’avvistamento del 184/9. Il 170/7 era però giunto al limite dell’autonomia, e doveva rientrare a breve; per questo la 184a e la 186a Squadriglia misero a disposizione altri due idrovolanti, il 186/4 (che decollò da Augusta alle 14.50 con l’ordine di esplorare la zona segnalata e, in caso di avvistamento di naufraghi, tenersi sul loro cielo per guidarvi i MAS) ed il 184/6 (il quale decollò da Augusta alle 15.20 con l’incarico di tenersi in crociera fra il punto dell’ultima segnalazione del gruppo di zattere e Malta, per preavvisare dell’eventuale arrivo di navi nemiche dall’isola). Un altro CANT Z. 501, il 189/7 della 189a Squadriglia, in volo da Tripoli ad Augusta, venne dirottato sul luogo dello scontro per partecipare alle ricerche, ed in breve avvistò anch’esso dei naufraghi nella stessa zona dei due precedenti avvistamenti, segnalandoli ai MAS. Alle 15.10, l’Alcione lasciò Augusta diretta a Capo Passero, per poi proseguire verso la zona dove si trovavano i superstiti. La nave ospedale Aquileia, in navigazione nel Mediterraneo centrale, ricevette da Supermarina l’ordine di passare nella zona dello scontro, pur senza ricevere specifico ordine di raggiungere il punto indicato dagli idrovolanti. Marina Messina richiese ancora a Supermarina, che assentì, l’utilizzo della XIV Squadriglia Cacciatorpediniere (Vivaldi, Tarigo e Da Noli), che salpò da Messina alle 18.30 per rastrellare, fino alle otto del mattino seguente, un vasto settore attorno al punto di avvistamento delle zattere trovate dall’idrovolante 189/7 (zona che i cacciatorpediniere raggiunsero a notte fatta).

I primi a raggiungere i naufraghi furono i MAS; per prima trovarono la iole dell’Alcione, poi l’idrovolante 184/6 li guidò fino agli altri natanti. I naufraghi erano ormai in mare da 36 ore; ne erano rimasti in vita 137, che furono tutti recuperati dai MAS. Dato che i tre fragili scafi erano ora sovraccarichi, l’idrovolante 184/6 guidò verso di loro l’Alcione, che prese a bordo da essi una sessantina di sopravvissuti. Fattasi sera, MAS ed Alcione si misero in rotta verso Augusta, dove arrivarono alle 23.50; lo stesso fece il 184/6, che ammarò alla base a notte fatta.
Durante la notte le ricerche vennero proseguite dalla XIV Squadriglia Cacciatorpediniere, che (su ordine di Supermarina) rastrellarono l’area fino alle 3.40, per poi tornare ad Augusta alle otto senza aver trovato niente. Alle 7.15 del 14 ottobre, intanto, decollarono da Augusta gli idrovolanti 184/3 e 186/1, che esplorarono la solita zona; questa volta, però, trovarono solo zattere vuote, rottami e tre salme.
Alle nove arrivò ad Augusta l’Aquileia; venne fatta ripartire alle 10.30, con l’ordine di portarsi nel punto 80 miglia ad est di Gozo ed effettuare ulteriori ricerche (ciò avvenne alle 18.15).
Alle 12.40 decollarono da Augusta il 184/9 ed il 186/4, che perlustrarono la metà superiore della zona senza più trovare nessun naufrago in vita; soltanto rottami, salvagenti in kapok, zatterini carley vuoti e tre gruppi di cadaveri, con indosso i salvagente. Mentre tornavano alla base, gli idrovolanti videro che l’Aquileia era giunta nei pressi, ed aveva messo a mare le imbarcazioni. Appena giunta nel punto assegnato, infatti, la nave ospedale aveva avvistato dei rottami, e recuperato cinque cadaveri. Rimase in zona per tutta la notte, a lento moto, ma non avvistò superstiti, né sentì grida di aiuto; all’alba avvistò altri rottami, altre zattere ed un altro corpo senza vita.
Alle 7.40 del 15 ottobre decollò da Augusta l’idrovolante 186/4, che effettuò un’altra minuziosa ricerca ma trovò soltanto zattere e rottami.
Alle 9.30 l’Aquileia, non avendo avvistato sopravvissuti né ricevuto segnalazioni da aerei, si mise in navigazione per tornare ad Augusta.
Alle 13 decollò da Siracusa l’idrovolante 189/7; la sua accurata ricerca permise di nuovo di trovare solo natanti, zattere e rottami. Avvistò anche un cadavere e, grazie al miglioramento del tempo, poté ammarare nei suoi pressi, recuperando la piastrina di riconoscimento.
Nell’evidenza che non vi erano altri naufraghi da salvare, le ricerche vennero concluse. Durante tali operazioni alcuni degli idrovolanti erano stati attaccati da aerei britannici da caccia e ricognizione, ma erano sempre riusciti ad uscirne intatti.
I 137 naufraghi recuperati dai MAS il 13 ottobre erano 82 superstiti dell’Artigliere, 41 dell’Ariel e 12 dell’Airone, oltre a due marinai del Camicia Nera rimasti a bordo della motolancia quando la loro nave se n’era andata.
Compresi i 72 naufraghi già salvati dall’Alcione subito dopo l’affondamento dell’Airone ed i 18 recuperati dal Camicia Nera prima di lasciare l’Artigliere, le unità italiane recuperarono in tutto 225 sopravvissuti, di cui 100 dell’Artigliere, 84 dell’Airone e 41 dell’Ariel; circa metà di quanti erano imbarcati sulle tre navi affondate.

Dell’equipaggio dell’Artigliere, in totale, 100 uomini vennero salvati dalle unità italiane, mentre 22 vennero recuperati dal Vampire e fatti prigionieri. Morirono 3 ufficiali, tra cui il comandante Margottini, e 129 tra sottufficiali, sottocapi e marinai.


Perirono con l’Artigliere:

Enzo Anselmo, marinaio silurista, disperso
Giuseppe Aquila, marinaio cannoniere, disperso
Fortunato Arcoraci, marinaio fuochista, disperso
Loris Baldacci, sottocapo cannoniere, deceduto
Silvio Bartoli, marinaio fuochista, disperso
Antonino Bartolo, marinaio, disperso
Aldo Battistoni, marinaio, disperso
Gaetano Beggiato, marinaio motorista, disperso
Beltrando Bellotti, sottocapo S.D.T., disperso
Alberto Bencini, sottocapo radiotelegrafista, disperso
Mario Bianchi, secondo capo cannoniere, disperso
Imero Boccone, sottocapo meccanico, disperso
Carmelo Bonanno, marinaio cannoniere, disperso
Luigi Bosi, marinaio fuochista, disperso
Vincenzo Bottero, sottocapo silurista, disperso
Giuseppe Bracciani, sottocapo meccanico, deceduto in territorio metropolitano il 28.10.1945 (?)
Giovanni Brancato, marinaio cannoniere, disperso
Edmondo Brian, guardiamarina, disperso
Giovanni Bussani, marinaio nocchiere, disperso
Gaetano Cacciamo, marinaio, disperso
Vincenzo Camera, marinaio cannoniere, disperso
Flavio Campanini, marinaio, disperso
Achille Campulla, marinaio cannoniere, disperso
Luigi Cappa, marinaio cannoniere, disperso
Giuseppe Caruso, marinaio fuochista, disperso
Giovanni Castaldo, marinaio nocchiere, disperso
Michele Cataldo, marinaio fuochista, disperso
Walter Cavallet, marinaio cannoniere, disperso
Enrico Ceragioli, marinaio fuochista, disperso
Gioacchino Cervello, marinaio, disperso
Cesare Cervini, sergente cannoniere, disperso
Domenico Chirico, marinaio, disperso
Fabio Cini, sottocapo radiotelegrafista, deceduto
Luigi Cinotti, secondo capo S.D.T., disperso
Salvatore Ciriminna, secondo capo radiotelegrafista, disperso
Angelo Co, marinaio cannoniere, disperso
Gian Gastone Cortigiani, marinaio cannoniere, disperso
Bruno Cosnici, marinaio meccanico, disperso
Dante Costantino, marinaio cannoniere, disperso
Giovanni Costanzo, marinaio cannoniere, disperso
Angelo Curioni, marinaio elettricista, disperso
Vincenzo D’Acunto, marinaio, disperso
Marino D’Alessio, marinaio cannoniere, disperso
Pasquale D’Andria, secondo capo furiere, disperso
Gino Dalla, marinaio cannoniere, disperso
Pasquale De Carli, marinaio fuochista, disperso
Giovanni De Martino, marinaio, disperso
Antonino De Salvo, marinaio cannoniere, disperso
Corrado Del Greco, tenente di vascello, disperso
Odoardo Di Giovanni, sergente elettricista, disperso
Giuseppe Di Grano, marinaio fuochista, disperso
Pasquale Di Massa, marinaio, disperso
Angelo Donati, marinaio cannoniere, disperso
Tommaso Dragani, marinaio fuochista, disperso
Antonio Erbetta, marinaio fuochista, disperso
Giuseppe Esposito, marinaio S.D.T., disperso
Mario Esposito, marinaio fuochista, disperso
Giuseppe Favuzzi, marinaio, disperso
Dino Ferrarini, marinio silurista, disperso
Remo Ferzoco, sergente cannoniere, disperso
Ruffilo Fogli, marinaio fuochista, disperso
Emilio Fontana, marinaio cannoniere, disperso
Giuseppe Formisano, marinaio furiere, disperso
Ernesto Francese, marinaio cannoniere, disperso
Salvatore Fresca, marinaio, disperso
Giovanni Fusco, marinaio cannoniere, disperso
Michele Galasso, marinaio fuochista, disperso
Albertino Galazzo, marinaio meccanico, disperso
Luigi Garlati, marinaio silurista, disperso
Attilio Giorgi, marinaio silurista, deceduto
Raimondo Goldoni, sergente S.D.T., disperso
Fausto Guerrera, marinaio carpentiere, disperso
Tullio Hottinger, sottocapo cannoniere, disperso
Pellegrino Iacovella, sottocapo cannoniere, disperso
Gabriele Iovino, capo cannoniere di terza classe, disperso
Pasquale Lezzi, marinaio segnalatore, disperso
Tullio Libratti, sottocapo S.D.T., disperso
Francesco Licci, sottocapo radiotelegrafista, disperso
Antonino Longhitano, marinaio fuochista, disperso
Vitaliano Lubelli, marinaio cannoniere, disperso
Nicola Maglio, marinaio nocchiere, disperso
Antonino Maltese, marinaio cannoniere, deceduto
Michele Mancarella, marinaio cannoniere, deceduto
Sebastiano Marchesan, marinaio, deceduto
Adriano Marchetti, marinaio fuochista, disperso
Marino Marchetti, sottocapo cannoniere, disperso
Carlo Margottini, capitano di vascello (comandante della nave e della XI Squadriglia Cacciatorpediniere), disperso
Nicola Martini, marinaio torpediniere, disperso
Carlo Martorana, marinaio fuochista, deceduto
Gennaro Mataluni, marinaio, disperso
Girolamo Megna, marinaio fuochista, disperso
Antonio Minniti, sergente nocchiere, disperso
Pietro Mirandola, sottocapo meccanico, disperso
Paolo Monticelli, marinaio S.D.T., disperso
Enrico Mora, marinaio, disperso
Giovanni Moratti, marinaio elettricista, disperso
Rocco Moro, marinaio fuochista, disperso
Franco Motta, marinaio, disperso
Guerrino Muccini, sottocapo nocchiere, deceduto
Archimede Muzzi, secondo capo meccanico, disperso
Matteo Negovetich, marinaio cannoniere, disperso
Atride Nigiotti, marinaio elettricista, disperso
Bruno Nordio, marinaio, disperso
Attilio Obertello, sottocapo cannoniere, deceduto
Biagio Paesano, marinaio, disperso
Vincenzo Passaro, marinaio fuochista, disperso
Giuseppe Pennacchio, sottocapo cannoniere, deceduto
Pompeo Pintabona, marinaio, disperso
Mario Primelli, marinaio fuochista, disperso
Olindo Quaggio, marinaio fuochista, disperso
Sergio Ravagnin, marinaio fuochista, disperso
Giobatta Reatto, sottocapo cannoniere, disperso
Antonio Regina, marinaio fuochista, disperso
Silvio Rezzano, marinaio cannoniere, disperso
Pietro Robotti, marinaio fuochista, disperso
Giuseppe Romano, marinaio, disperso
Amleto Sales, sottocapo furiere, disperso
Francesco Santacaterina, sottocapo nocchiere, disperso
Paolo Schena, marinaio cannoniere, disperso
Santolo Scognamiglio, marinaio cannoniere, disperso
Emilio Serra, marinaio fuochista, deceduto
Giuseppe Sorrentino, marinaio, deceduto
Giuseppe Sorrento, marinaio, disperso
Riccardo Spada, marinaio, disperso
Francesco Szauer, sottocapo silurista, disperso
Giuseppe Tricarico, marinaio cannoniere, disperso
Mario Vadalà, marinaio, disperso
Catello Vanacore, marinaio fuochista, disperso
Silverio Vendittis, marinaio, disperso
Carmine Veneziano, marinaio fuochista, disperso
Teofilo Verga, sottocapo S.D.T., disperso
Leo Vidili, sergente radiotelegrafista, disperso
Donato Vistoso, marinaio cannoniere, disperso


La motivazione della Medaglia d’Oro al Valor Militare conferita alla memoria del capitano di vascello Carlo Margottini, nato a Roma il 18 gennaio 1899:

“Comandante di una squadriglia di cacciatorpediniere, ne curò con appassionato fervore la preparazione materiale e spirituale, prodigandovi singolarissime doti di organizzazione e di animatore. La portò una prima volta il 9 luglio all'attacco del nemico di pieno giorno, allo scoperto, con mirabile audacia.

L'11 ottobre, avuto l'ordine di eseguire con la propria squadriglia e con una squadriglia di torpediniere una ricerca notturna in prossimità di base nemica, condusse l'operazione con grande perizia. Incontrato il nemico, gli lanciò contro le sue siluranti e, nonostante la violentissima reazione di fuoco, magnifico esempio di spirito aggressivo che non conosce ostacolo, portò arditissimamente la propria unità all'attacco ravvicinato finché, lanciati i siluri, venne colpita in pieno da tre salve ed incendiata.

Al termine dell'azione conclusasi con il siluramento di un grande incrociatore avversario, il comandante Margottini, sebbene colpito a morte, prodigava ancora parole di incitamento alla sua gente trasfondendo in essa il suo spirito eroico, e spirava sulla plancia al suo posto di combattimento invocando un'ultima volta il nome della Patria.”


La motivazione della Medaglia d’Oro al Valor Militare conferita alla memoria del tenente di vascello Corrado Del Greco, nato a Firenze il 16 dicembre 1906:

“Ufficiale assistente di una squadriglia di cacciatorpediniere, dopo aver magnificamente coadiuvato il proprio comandante nella preparazione materiale e spirituale di essa e nella brillante condotta di numerose operazioni di guerra, gli fu vicino con la persona e con l'ausilio anche durante l'ultimo attacco, portato audacemente a fondo nonostante la violenta reazione nemica. Colpito a morte a fianco del Comandante, e sopravvissutogli, tenne, nelle poche ore che ancora ebbe di respiro e pur sentendo imminente la fine, il comando della nave con ordini, consigli e incitamenti e in così tranquilla serenità da lasciare traccia indelebile in coloro che ritornarono.
Morì sulla sua nave in pochi istanti prima che essa si inabissasse gloriosamente.

Canale di Sicilia, 12 ottobre 1940.”




L’Artigliere negli anni Trenta (Coll. Maurizio Brescia)

Il relitto dell'Artigliere è stato localizzato nel marzo 2017 dal Petrel, la nave da ricerca del miliardario statunitense Paul G. Allen, cofondatore di Microsoft, appassionato di esplorazioni sottomarine. Il relitto del cacciatorpediniere giace a più di 3600 metri di profondità: la nave appare estremamente danneggiata (probabilmente sia dall'esplosione che ne segnò l'affondamento, sia dall'impatto contro il fondo) e parzialmente sepolta nel fondale, ma numerosi particolari sono riconoscibili ed eccezionalmente ben conservati (persino privi di incrostazioni, nonostante i decenni trascorsi sott'acqua); tra di essi le artiglierie, i tubi lanciasiluri e persino la sigla identificativa "AR" presente sullo scafo, che appare ancora chiaramente visibile a quasi ottant'anni di distanza.


Alcune immagini del relitto dell’Artigliere (Paul Allen – www.paulallen.com):








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