martedì 21 gennaio 2014

Alpino


L’Alpino (coll. Guido Alfano via Giorgio Parodi e www.naviearmatori.net)

Cacciatorpediniere della prima serie della classe Soldati (dislocamento standard 1850 t, in carico normale 2140 t, a pieno carico 2460 t).
Breve e parziale cronologia.


2 maggio 1937
Impostazione nei Cantieri Navali Riuniti di Ancona.
18 settembre 1938
Varo nei Cantieri Navali Riuniti di Ancona.

Il varo dell’Alpino (coll. Maurizio Brescia via Associazione Venus)
 
20 aprile 1939
Entrata in servizio.
15 giugno 1939
Consegna della bandiera di combattimento, in una cerimonia collettiva a Livorno, insieme a tutte le undici unità gemelle.
10 giugno 1940
All’entrata dell’Italia nella seconda guerra mondiale, l’Alpino forma la XIII Squadriglia Cacciatorpediniere unitamente ai gemelli Granatiere, Bersagliere e Fuciliere. La XIII Squadriglia è assegnata alla VII Divisione incrociatori (II Squadra Navale).
22-24 giugno 1940
La XIII Squadriglia compie un’infruttuosa incursione contro il traffico mercantile francese nel Mediterraneo occidentale insieme alla VII Divisione incrociatori, con la copertura a distanza della II Squadra Navale (Divisioni incrociatori I, II e III più l’incrociatore pesante Pola, Squadriglie Cacciatorpediniere IX, X e XII). Il gruppo VII Divisione-XIII Squadriglia, dopo essersi trasferito da Napoli a Cagliari nella notte tra il 21 ed il 22, lascia Cagliari alle 19.30 del 22, per portarsi entro l’alba del 23 in un punto trenta miglia ad est di Porto Mahon, per poi dirigere verso nord sino alle 8.30. Nessuna unità nemica viene trovata, e dalle 13.45 alle 16.30 la formazione viene pedinata da un ricognitore francese (che rimane fuori dalla portata delle artiglierie contraeree), venendo poi infruttuosamente attaccata alle 17 da un singolo bombardiere francese. Alle 19.30 del 23 le navi fanno ritorno a Cagliari e, dopo il necessario rifornimento, ripartono per Napoli, così sfuggendo ad un bombardamento su Cagliari effettuato nel mattino del 24 da una dozzina di velivoli britannici con obiettivo proprio le unità italiane, che erano state fatte subito ripartire proprio in previsione di un attacco simile.
7-11 luglio 1940
Parte da Palermo alle 12.35 del 7 luglio insieme al resto della XIII Squadriglia ed alla VII Divisione (incrociatori leggeri Eugenio di Savoia, Emanuele Filiberto Duca d’Aosta, Muzio Attendolo e Raimondo Montecuccoli), incaricata di dare scorta indiretta ad un convoglio diretto in Libia (motonavi da carico Marco Foscarini, Francesco Barbaro e Vettor Pisani, motonavi passeggeri Esperia e Calitea, con la scorta diretta dei due incrociatori leggeri della II Divisione, dei quattro cacciatorpediniere della X Squadriglia, delle quattro torpediniere della IV Squadriglia e delle vecchie torpediniere Rosolino Pilo e Giuseppe Missori). Il resto della II Squadra Navale (incrociatore pesante Pola, I e III Divisioni incrociatori con cinque navi in tutto e IX, XI e XII Squadriglia Cacciatorpediniere) fornisce anch’essa scorta indiretta al convoglio, stando però 35 miglia ad est di esso. La I Squadra Navale (V Divisione con le corazzate Giulio Cesare e Conte di Cavour, IV e VIII Divisione con sei incrociatori leggeri, VII, VIII, XV e XVI Squadriglia Cacciatorpediniere con 13 unità) è in mare a sostegno dell’operazione.
Giunto il convoglio a destinazione, la flotta italiana si avvia sulla rotta di rientro (la VII Divisione con la XIII Squadriglia dirige perciò su Palermo), ma viene informata che anche la Mediterranean Fleet è in mare per un’operazione simile, quindi dirige per incontrare il nemico. Il 9 luglio la XIII Squadriglia (compreso l’Alpino, al comando del CF Giuseppe Marini), come altre squadriglie di cacciatorpediniere, viene autorizzata a rifornirsi ad Augusta prima di riprendere il mare per il previsto punto di riunione delle forze navali italiane (37°40’ N e 17°20’ E, 65 miglia a sudest di Punta Stilo, con incontro previsto per le 14 od al massimo, per i cacciatorpediniere distaccati a rifornirsi, per le 16). Ricongiuntasi con la VII Divisione, la XIII Squadriglia dirige insieme ad essa per riunirsi al grosso delle forze da battaglia italiane, ma la VII Divisione (e la XIII Squadriglia) raggiunge in ritardo, a combattimento già in corso, la squadra italiana (la VII Divisione, proveniente da sud-sud-ovest, viene avvistata dal resto della flotta poco prima che quest’ultima avvisti anche la Mediterranean Fleet, che si trova nella direzione opposta, e diriga contro di essa, così ritardando il ricongiungimento), così che non ha modo di partecipare allo scontro; terminata la battaglia in un nulla di fatto, la VII Divisione con la XIII Squadriglia, senza neanche riunirsi alla flotta italiana, fa rotta su Palermo, e successivamente, attraversato lo stretto di Messina, riceve l’ordine di dirigere su Napoli.
30 luglio-1° agosto 1940
L’Alpino, momentaneamente assegnato alla XII Squadriglia Cacciatorpediniere (Lanciere, Carabiniere e Corazziere), fornisce protezione a distanza, insieme agli incrociatori pesanti Zara, Pola, Fiume, Trento e Gorizia, agli incrociatori leggeri Alberico Da Barbiano, Alberto Di Giussano, Eugenio di Savoia, Luigi di Savoia Duca degli Abruzzi, Muzio Attendolo e Raimondo Montecuccoli ed alla IX, XII, XIII e XV Squadriglia Cacciatorpediniere (in tutto 15 unità compreso l’Alpino), ai due convogli (partiti da Napoli e diretti l’uno a Tripoli e l’altro a Bengasi) in mare nell’ambito dell’operazione di rifornimento della Libia «Trasporto Veloce Lento» (che vede in mare in tutto i trasporti Maria Eugenia, Gloria Stella, Mauly, Bainsizza, Col di Lana, Francesco Barbaro, Città di Bari, Marco Polo, Città di Napoli e Città di Palermo, scortati dai cacciatorpediniere Maestrale, Grecale, Libeccio e Scirocco e dalle torpediniere Orsa, Procione, Orione, Pegaso, Circe, Climene, Clio, Centauro, Airone, Alcione, Aretusa ed Ariel). Entrambi i convogli raggiungono senza danni le loro destinazioni tra il 31 luglio ed il 1° agosto.
30 agosto 1940
La XIII Squadriglia, essendo stata dislocata a Taranto per essere assegnata alla IX Divisione (I Squadra) a partire dal 1° settembre, lascia Palermo per raggiungere la nuova base.
1-2 settembre 1940
La XIII Squadriglia parte da Taranto alle sei del mattino del 31 agosto insieme alla IX Divisione (corazzate Littorio e Vittorio Veneto), alla V Divisione (corazzate Caio Duilio, Conte di Cavour e Giulio Cesare, quest’ultima aggregatasi solo il 1° settembre a causa di avarie), alla I Divisione (incrociatori pesanti Zara, Pola, Fiume e Gorizia), all’VIII Divisione (incrociatori leggeri Luigi di Savoia Duca degli Abruzzi e Giuseppe Garibaldi) ed ad altri 23 cacciatorpediniere per contrastare l’operazione britannica «Hats». Complessivamente all’alba del 31 prendono il mare da Taranto, Brindisi e Messina 4 corazzate, 13 incrociatori della I, III, VII e VIII Divisione e 39 cacciatorpediniere. Alle 22.30 la formazione italiana riceve l’ordine di impegnare le forze nemiche a nord della congiungente Malta-Zante, dunque deve cambiare la propria rotta per raggiungerle (o non potrebbe prendere contatto con esse), dirigendo più verso sudovest (verso Malta) e superando la congiungente Malta-Zante. Il mattino del 1° settembre, tuttavia, il vento, già in aumento dalla sera precedente, dà origine ad una violenta burrasca, che costringe la flotta italiana a tornare alle basi, perché i cacciatorpediniere non sono in grado di tenere il mare compatibilmente con le necessità operative. Poco dopo la mezzanotte del 1° settembre le unità italiane entrano nelle rispettive basi; tutti i cacciatorpediniere sono stati danneggiati (specie alle sovrastrutture) dal mare mosso, alcuni hanno perso degli uomini in mare.
7-9 settembre 1940
La flotta italiana (5 corazzate, 6 incrociatori e 19 cacciatorpediniere) lascia Taranto alle 16 del 7 diretta a sud della Sardegna, per intercettare la Forza H britannica che si presume diretta verso Malta. La ricognizione aerea, tuttavia, non avvista nessuna nave nemica (la Forza H, infatti, aveva lasciato Gibilterra per un’operazione da svolgersi non nel Mediterraneo ma nell’Atlantico), dunque alle 16 dell’8 settembre la formazione italiana, arrivata a sud della Sardegna, inverte la rotta e raggiunge le basi del Tirreno meridionale, da dove il 10 tornerà nelle basi di dislocazione normale (Taranto e Messina).
29 settembre-2 ottobre 1940
La sera del 29 settembre escono in mare da Taranto il Pola, le divisioni I, V, VII, VIII e IX e 19 cacciatorpediniere (il Pola con la I Divisione e 4 cacciatorpediniere alle 18.05 e le altre unità alle 19.30) e da Messina la III Divisione con 4 cacciatorpediniere per contrastare un’operazione britannica in corso. La formazione uscita da Taranto assume rotta 160° e velocità 18 nodi, riunendosi con le navi provenienti da Messina alle 7.30 del 30 settembre. In mancanza di elementi sufficienti ad apprezzare la composizione ed i movimenti della Mediterranean Fleet ed in considerazione dello svilupparsi di una burrasca da scirocco (che avrebbe reso impossibile una navigazione ad alta velocità verso sud da parte dei cacciatorpediniere) Supermarina decide di rinunciare a contrastare l’operazione ed ordina alle unità in mare di invertire la rotta alle 6.25 del 30 ed incrociare dapprima tra i paralleli 37° e 38°, poi (dalle 10.30) 38° e 39° ed alle 14 fare rotta verso sudovest sino a raggiungere il 37° parallelo, poi, alle 17.20, di rientrare alle basi. Navigando nella burrasca, la flotta italiana raggiunge le basi tra l’una e le quattro del mattino del 1° ottobre, vi si rifornisce in fretta e rimane in attesa di un’eventuale nuova uscita per riprendere il contrasto, ma in base alle nuove informazioni ottenute ciò risulterà impossibile, pertanto, alle 14.00 del 2 ottobre, le navi riceveranno l’ordine di spegnere le caldaie.
11-12 novembre 1940
Nella notte tra l’11 ed il 12 novembre l’Alpino è in porto (alla fonda in Mar Piccolo tra il Bersagliere ed il Fuciliere, ed a poppavia del Bolzano) quando un attacco di aerosiluranti affonda la corazzata Conte di Cavour e danneggia gravemente le corazzate Caio Duilio e Littorio (attacco noto come “notte di Taranto”), ma non riporta alcun danno.
Nel pomeriggio del 12 novembre la nave, insieme al resto della XIII Squadriglia, alla X Squadriglia ed alle corazzate Vittorio Veneto, Giulio Cesare ed Andrea Doria (uniche uscite indenni dall’attacco) lascia Taranto, base non più sicura, e raggiunge Napoli.
16-18 novembre 1940
Alle 10.30 del 16 prendono il mare Vittorio Veneto e Cesare, I Divisione (da Napoli) e III Divisione (da Messina) e le Squadriglie Cacciatorpediniere IX, XII, XIII e XIV per intercettare una formazione britannica diretta verso est. Raggiunto alle 16.30 un punto prestabilito 45 miglia a nord-nord-est di Ustica, la formazione italiana dirige poi verso ovest ed alle 17.30 arriva 35 miglia a sudovest di Sant’Antioco. Dopo aver navigato per un po’ in direzione dell’Algeria, la squadra italiana riceve l’ordine rientrare.
26-28 novembre 1940
Tra le 11.50 e le 12.30 del 26 l’Alpino lascia Napoli unitamente alle altre unità della XIII Squadriglia, alla VII Squadriglia Cacciatorpediniere (Dardo, Freccia e Saetta) ed alle corazzate Vittorio Veneto e Giulio Cesare (prendono il mare al contempo anche l’incrociatore pesante Pola, la I Divisione con due unità e la IX Squadriglia Cacciatorpediniere con quattro unità). La formazione italiana (vi sono anche la III Divisione e la XII Squadriglia Cacciatorpediniere partite da Messina) si riunisce 70 miglia a sud di Capri alle 18.00 del 26 novembre, assumendo poi rotta 260° e velocità 16 nodi, per intercettare un convoglio britannico diretto a Malta. XIII e VII Squadriglia scortano le due corazzate (così formando la I Squadra). Tra le 8.30 e le 9.10 la I Squadra, rimanendo indietro rispetto agli incrociatori (che formano la II Squadra), a poppavia dei quali sta procedendo, accelera a 17 e poi a 18 nodi per ridurre la distanza. Alle 9.50 le corazzate avvistano un ricognitore britannico Bristol Blenheim, contro cui aprono il fuoco alle 10.05 (il velivolo si allontana). Alle 11 la formazione inverte la rotta ed aumenta la velocità da 16 a 18 nodi, ed alle 11.28 assume rotta 135°, per intercettare la formazione britannica che (dalle segnalazioni dei ricognitori) risulta avere posizione differente da quella prevista. Alle 12.07, in seguito alla constatazione che la formazione britannica appare superiore a quella italiana (i cui ordini sono di impegnarsi solo se in condizioni di sicura superiorità) l’ammiraglio Inigo Campioni, al comando della flotta italiana, ordina di assumere rotta 90° per rientrare alle basi senza ingaggiare il combattimento, e di aumentare la velocità. Alle 12.15, tuttavia, vengono avvistate le sopraggiungenti navi britanniche, pertanto viene ordinato di incrementare ancora la velocità (che è di 25 nodi per la I Squadra e di 28 per la II Squadra, che deve riunirsi alla I essendo più indietro). Alle 12.20 gli incrociatori della II Squadra aprono il fuoco da 21.500-22.000 metri. Per avvicinarsi rapidamente alla II Squadra, alle 12.27 la I Squadra inverte la rotta ad un tempo sulla dritta, ed alle 12.35 inverte nuovamente la rotta, sempre a dritta; poco dopo un gruppo di aerosiluranti britannici, decollati dalla portaerei Ark Royal, si porta a 650 metri dalle corazzate (tra queste ed i cacciatorpediniere della scorta) e lancia infruttuosamente i propri siluri, undici, tutti evitati con la manovra. I cacciatorpediniere rispondono con un intenso tiro delle mitragliere contraeree, così come le corazzate (con i loro pezzi da 90 ed anche da 152 mm oltre alle mitragliere). Alle 13.00 la Vittorio Veneto apre il fuoco da poco meno di 29.000 metri, ma le unità britanniche subito accostano a dritta e la distanza aumenta a 31.000 metri, costringendo la corazzata a cessare il fuoco già alle 13.10. Alle 13.15, essendo la distanza (della II Squadra dalle forze britanniche) salita a 26.000 metri, il tiro viene cessato anche dagli incrociatori, viene rotto il contatto. Ha così fine l’inconclusiva battaglia di Capo Teulada. Alle 21 del 27 novembre le navi italiane assumono rotta nord a 15 nodi e procedono sino alle 00.30, poi dirigono verso est fino alle 7.30 del 28, dopo di che seguono le rotte costiere, arrivando a Napoli tra le 13.25 e le 14.40 del 28.

L’Alpino verso la fine del 1940, sullo sfondo la nave ospedale Gradisca (Coll. Erminio Bagnasco via Maurizio Brescia/Associazione Venus)
15 dicembre 1940
Intorno alle 17 la XIII Squadriglia, le Squadriglie Cacciatorpediniere VII e IX, le corazzate Giulio Cesare e Vittorio Veneto e gli incrociatori pesanti Zara e Gorizia lasciano Napoli diretti a La Maddalena, dove le navi sono state temporaneamente trasferite per sottrarle ad altri attacchi aerei britannici dopo che, nelle settimane precedenti, vari bombardamenti hanno causato vari danni. Le unità rimangono a La Maddalena, porto non molto più al sicuro di Napoli dagli attacchi aerei, solo per i pochi giorni necessari all’approntamento a Napoli di adeguate contromisure contro i bombardamenti (tra cui impianti per l’annebbiamento del porto).
20 dicembre 1940
Le navi rientrano a Napoli.
9 gennaio 1941
In serata la XIII Squadriglia e la VII Squadriglia lasciano Napoli e si trasferiscono a La Spezia scortando le corazzate Vittorio Veneto e Giulio Cesare, fatte partire da Napoli per sottrarle ad eventuali attacchi aerei (per maggior sicurezza) dopo la scoperta che le forze navali britanniche sono impegnate nell’operazione «Excess».
8-11 febbraio 1941
Alle 18.45 dell’8 febbraio l’Alpino ed il resto della XIII squadriglia (meno il Bersagliere, che è ai lavori) oltrepassano le ostruzioni della base di La Spezia, prendendo il mare insieme alle corazzate Vittorio Veneto, Giulio Cesare ed Andrea Doria ed alla X Squadriglia Cacciatorpediniere (Maestrale, Grecale, Libeccio, Scirocco) per intercettare l’aliquota della Forza H britannica che sta facendo rotta su Genova con l’intento di bombardare il capoluogo ligure (ma l’obiettivo della Forza H non è noto ai comandi italiani). Una volta in mare la XIII Squadriglia assumono posizione di scorta ravvicinata a sinistra (la X Squadriglia assume invece la scorta ravvicinata a dritta) delle tre navi da battaglia, che procedono su rotta 220° ad una velocità di 16 nodi. Alle otto del mattino del 9 le unità uscite da La Spezia si riuniscono, a 40 miglia ad ovest di Capo Testa sardo, alla III Divisione (Trento, Trieste, Bolzano) partita da Messina unitamente ai cacciatorpediniere Carabiniere e Corazziere, ed alle 8.25 l’intera formazione assume rotta 230°, dirigendo per quella che è ritenuta la probabile zona ove si trovano le navi nemiche, nell’ipotesi, errata, che la loro azione sia diretta contro la Sardegna.
La squadra italiana non raggiunge così la Forza H prima che il bombardamento di Genova si compia, e viene inviata alla sua ricerca mentre questa rientra a Gibilterra: alle 9.35 le navi italiane assumono rotta 270° (verso ovest), ed alle dieci, in seguito alle informazioni pervenute con nuovi messaggi, fanno rotta verso nord. Alle 12.44, dopo vari messaggi contraddittori su rotta e posizione delle forze britanniche, la formazione italiana assume rotta 330° in modo da poterle intercettare nel caso stiano navigando verso ovest seguendo rotte costiere, ma alle 13.16, dopo aver ricevuto nuovi messaggi, le corazzate accostano di 60° assumendo rotta 30° (la III Divisione assume invece rotta 50° alle 13.07), accelerando a 24 nodi, e la XIII Squadriglia riceve l’ordine di riunirsi e posizionarsi all’estremità meridionale della formazione (analogamente fa la X Squadriglia, che però si posiziona all’estremità settentrionale). Alle 13.21 viene diramato l’ordine a tutte le unità di prepararsi al combattimento, ritenendo prossimo l’incontro con il nemico, ed alle 15.24 e 15.38 vengono avvistate delle navi sospette, che però si rivelano essere mercantili francesi in navigazione. Alle 15.50 la squadra italiana accosta verso ovest e prosegue a 24 nodi per intercettare la Forza H nel caso stia navigando verso ovest lungo la costa francese, ma alle 17.20 la velocità viene ridotta a 20 nodi, mentre vengono meno le speranze di trovare le navi britanniche. Alle 18 le navi accostano verso nord, ed alle 19 verso est, riducendo la velocità a 18 nodi e cessando il posto di combattimento. Durante la notte, in seguito ad un ordine ricevuto alle 22.50, la squadra italiana incrocia nel golfo di Genova a 15 nodi (accelerando poi a 20 nodi alle otto del mattino del 10), venendosi così a trovare, alle nove del mattino del 10, al centro del quadratino 19-61, come ordinato. Alle 9.07 viene ricevuto l’ordine di rientrare a Napoli (Messina per la III Divisione), dove le navi arrivano nel mattino dell’11 febbraio.
27-29 marzo 1941
L’Alpino e le altre tre navi della XIII Squadriglia lasciano Messina, assegnate alla scorta della corazzata Vittorio Veneto, che insieme alla I Divisione (Zara, Pola, Fiume), alla III Divisione (Trento, Trieste, Bolzano), alla VIII Divisione (incrociatori leggeri Duca degli Abruzzi e Giuseppe Garibaldi), alla IX Squadriglia Cacciatorpediniere (Vittorio Alfieri, Alfredo Oriani, Vincenzo Gioberti, Giosuè Carducci), alla XVI Squadriglia (Nicoloso Da Recco, Emanuele Pessagno) ed alla XII Squadriglia (Ascari, Corazziere, Carabiniere), parteciperà all’operazione «Gaudo», un incursione contro il naviglio britannico nel Mediterraneo orientale, a nord di Creta. Alle 6.15 del 27, davanti a Messina, la XIII Squadriglia rileva la X Squadriglia (Maestrale, Grecale, Libeccio e Scirocco) che ha scortato la Vittorio Veneto da Napoli sino a lì, e che entra a Messina, rifornendosi e restandovi poi pronta a muovere.
La navigazione prosegue senza incidenti sino alle 12.25 del 27 marzo, quando il Trieste comunica che la III Divisione è stata avvistata da un ricognitore britannico Short Sunderland; in seguito a questo, la squadra italiana, poco dopo le 14, accosta per 150° (prima la rotta era 134°) per trarre in inganno il velivolo, e segue questa rotta sino alle 16, per poi riaccostare per 130°, e poi – alle 19.30 – per 98° portando la velocità a 23 nodi, in modo da arrivare nel punto prestabilito a sud di Gaudo all’alba del 28. Alle 22 del 27 Supermarina annulla l’attacco a nord di Creta, dato che dalla ricognizione risulta che non vi sono convogli da attaccare.
Alle 6.35 del mattino del 28 un idroricognitore catapultato dalla Vittorio Veneto avvista la Forza B britannica (composta dagli incrociatori leggeri Orion, Ajax, Perth e Gloucester e dai cacciatorpediniere Vendetta, Hasty, Hereward ed Ilex), in navigazione con rotta stimata 135° e velocità 18 nodi una quarantina di miglia ad est-sud-est dall’ammiraglia italiana. Alle 6.57, mentre la III Divisione riceve l’ordine di assumere rotta 135° e velocità 30 nodi (per raggiungere gli incrociatori britannici, poi dirigere verso la Vittorio Veneto ed attirarli così verso la corazzata), il resto della formazione italiana aumenta la velocità a 28 nodi.
Alle 7.55 la III Divisione avvista la Forza B, ma dato che anche la Forza B cerca di attirare le navi italiane verso il grosso della Mediterranean Fleet (tra cui le corazzate Barham, Valiant e Warspite e la portaerei Formidable, della cui presenza in mare gli italiani sono del tutto all’oscuro), e pertanto si ritira, la manovra pianificata dall’ammiraglio Iachino (comandante la squadra italiana) non si concretizza, e sono invece le navi italiane ad inseguire quelle britanniche. Ha così inizio lo scontro di Gaudo. Terminato l’infruttuoso inseguimento e scambio di cannonate, le navi italiane alle 8.55 accostano per 270° ed assumono rotta 300° e velocità di 28 nodi, seguite a distanza dalla Forza B, che tiene informato il resto della Mediterranean Fleet dei movimenti delle unità italiane. Essendosene reso conto, alle 10.02 l’ammiraglio Iachino ordina alla III Divisione di proseguire sulla sua rotta, mentre la Vittorio Veneto (scortata dalla XIII Squadriglia) e le altre navi invertono la rotta (assumendo rotta 90°) per sorprendere alle spalle la Forza B (portandosi ad est delle navi britanniche e poi accostando verso sud), porla tra due fuochi (la III Divisione ed il resto della formazione italiana) ed impedirne la ritirata. Le unità della Forza B sono però più a nord di quanto ritenuto (e segnalato) e pertanto l’incontro avviene alle 10.50: alle 10.56 la Vittorio Veneto apre il fuoco da 23.000 metri, e la Forza B subito accosta verso sud e si ritira inseguita dalle navi italiane, ma le distanze vanno aumentando ed il tiro della Vittorio Veneto risulta inefficace. Alle 10.57 vengono avvistati sei aerei che si rivelano poi essere aerosiluranti britannici (decollati dalla Formidable), che alle 11.18 attaccano: la corazzata italiana accosta sulla dritta, e la XIII Squadriglia (compreso l’Alpino) si porta in posizione adatta ad impedire l’attacco, aprendo intenso fuoco contraereo; alle 11.25 gli aerosiluranti lanciano, ma sono costretti a farlo da una distanza eccessiva, ed i siluri non vanno a segno.
Successivi messaggi e segnalazioni, che confermano l’assenza di traffico convogliato britannico da attaccare, fanno decidere all’ammiraglio Iachino di proseguire nella navigazione di ritorno verso le basi italiane.
Alle 14.30, 15.01 e 15.40 la Vittorio Veneto viene attaccata da bombardieri in quota britannici (le bombe cadono a 50-150 metri dalle navi); anche la I e la III Divisione subiscono ripetuti attacchi aerei.
Alle 15.19 si verifica un secondo attacco di aerosiluranti che, in tre, attaccano la corazzata, mentre dei caccia attaccano le unità della XIII Squadriglia; anche dei bombardieri in quota partecipano all’attacco. L’intenso tiro contraereo dei cacciatorpediniere della XIII Squadriglia colpisce uno degli aerosiluranti (pilotato dal capitano di corvetta John Dalyell-Stead), che però, prima di precipitare in mare con la morte dei tre uomini di equipaggio (sarà l’unica perdita britannica nella battaglia), riesce a ridurre le distanze con la Vittorio Veneto a meno di 1000 metri ed a lanciare un siluro, che colpisce la nave da battaglia a poppa, in posizione 35°00’ N e 22°01’ E. Alle 15.30 la Vittorio Veneto, che ha imbarcato 4000 tonnellate d’acqua, si immobilizza, ma dopo sei minuti rimette in moto, sebbene a fatica: solo alle 17.13 riesce a sviluppare una velocità di 19 nodi. La flotta italiana dirige su Taranto, ed alle 16.38 l’ammiraglio Iachino, in previsione di altri attacchi aerei in arrivo al tramonto, ordina che le altre unità si dispongano intorno alla danneggiata Vittorio Veneto per proteggerla da altri attacchi. La formazione risulterà assunta alle 18.40, con cinque colonne di unità disposte in linea di fila: da sinistra a destra, la XII Squadriglia Cacciatorpediniere (Corazziere, Carabiniere, Ascari), la III Divisione (Trieste, Trento, Bolzano), la Vittorio Veneto preceduta da Granatiere (in testa) e Fuciliere (tra il Granatiere e la corazzata) e seguita da Bersagliere (tra la nave da battaglia e l’Alpino) ed Alpino (in coda), la I Divisione (Zara, Pola, Fiume) e la IX Squadriglia (Vittorio Alfieri, Vincenzo Gioberti, Giosuè Carducci, Alfredo Oriani). Alle 18.23 (nel frattempo la velocità della Vittorio Veneto è scesa a 15 nodi) vengono avvistati nove aerosiluranti britannici, che si tengono a distanza (per una fonte l’avvistamento avviene alle 18.30 ed è proprio l’Alpino ad avvistare per primo gli aerei), ed alle 19.15 la formazione italiana accosta per conversione ed assume rotta 270° (in modo da essere meno illuminate possibile dal sole che tramonta) ed i cacciatorpediniere in coda iniziano a stendere cortine fumogene. Alle 19.28 gli aerosiluranti si avvicinano – le navi più esterne accendono i proiettori – ed alle 19.30 l’Alpino segnala che gli aerei britannici sono vicinissimi: di conseguenza, su ordine dell’ammiraglio Iachino, vi è una nuova accostata per conversione (rotta assunta 300°). Sei minuti dopo tutti i cacciatorpediniere emettono cortine fumogene ed aprono il fuoco, mentre gli aerei passano all’attacco: intorno alle 19.50 il Pola viene colpito ed immobilizzato da un siluro. Cessato l’attacco, e calato il buio, alle 19.50 si spengono i proiettori ed alle 20.11 cessa l’emissione di cortine fumogene. Alle 20.05 l’ammiraglio Iachino ordina alla XIII Squadriglia di assumere posizione di scorta ravvicinata, mentre la I e la III Divisione si posizionano 5 km rispettivamente a prua ed a poppa della nave ammiraglia. Proprio in quei minuti si scopre che il Pola è stato immobilizzato (dapprima si era ritenuto che l’attacco fosse stato respinto senza danni), ed alle 21.06 la I Divisione invertirà la rotta per andare al soccorso dell’incrociatore colpito. Questa decisione, poi molto discussa, porterà al disastro: la I Divisione verrà infatti sorpresa mentre raggiunge il Pola dalle corazzate britanniche Barham, Valiant e Warspite e sarà annientata, con la perdita di Zara, Pola, Fiume, Alfieri e Carducci oltre che dello stesso Pola (e di oltre 2300 uomini), in quella che rimarrà la peggior sconfitta mai subita dall’Italia sul mare. Dopo la separazione dalla I Divisione, il resto della squadra italiana prosegue con rotta 323° e velocità 19 nodi alla volta di Taranto: la navigazione prosegue senza incidenti sino alle 22.30 quando, in lontananza, vengono avvistate le vampate di artiglierie: le navi italiane assistono alla fine della I Divisione. I bagliori delle ultime esplosioni vengono visti alle 23.55. Il resto della formazione italiana (compreso l’Alpino), inutilmente cercato dalla Forza B (che invece trova il Pola immobilizzato, scambiandolo per la Vittorio Veneto) e da una flottiglia di otto cacciatorpediniere britannici al comando del capitano di vascello Philip Mack fin dopo mezzanotte, assume alle 9.08 del 29 marzo rotta 343° (mettendo la prua su Taranto), ed arriva a Taranto poco dopo le 15.30.


Il capitano di fregata Giuseppe Marini, comandante dell’Alpino dallo scoppio della guerra al marzo 1941 (g.c. Walter Tross)


1° aprile 1941
Il CF Marini, destinato a MARISTAT, viene sostituito dal CF Agostino Calosi.
11-14 maggio 1941
Partito da Palermo (forse il 12 maggio), insieme agli incrociatori leggeri Giovanni delle Bande Nere, Luigi Cadorna, Duca degli Abruzzi e Garibaldi ed ai cacciatorpediniere Bersagliere, Fuciliere, Maestrale, Scirocco, Da Recco, Pessagno, Leone Pancaldo ed Antoniotto Usodimare, l’Alpino fornisce protezione a distanza ad un convoglio (trasporti Ernesto, Tembien, Giulia, Col di Lana, Preussen e Wachtels, scortati dai cacciatorpediniere Dardo, Aviere, Geniere, Grecale e Camicia Nera) in navigazione da Napoli a Tripoli, dove arriva il 14. La nave torna poi a Palermo
19 maggio 1941
Lascia Palermo per dare scorta indiretta, unitamente a Granatiere, Bersagliere, Duca degli Abruzzi e Garibaldi, ad un convoglio composto dai mercantili Preussen, Sparta, Capo Orso, Motia e Castelverde e dalle navi cisterna Superga e Panuco (il 26.Seetransport Konvoi) partito da Napoli alle 18.30 del 16 con la scorta dei cacciatorpediniere Turbine, Euro, Folgore, Fulmine e Strale.
20 maggio 1941
Alle 9.32 il sommergibile britannico Urge avvista la forza di copertura di cui fa parte l’Alpino (una quarantina di miglia a nordovest di Lampedusa), ed alle 9.47 individua anche il convoglio, in posizione 35°44’ N e 11°59’ E; passa all’attacco lanciando quattro siluri contro il Capo Orso ma non lo colpisce, e subisce poi il contrattacco della scorta, che lancia dieci bombe di profondità.
21 maggio 1941
All’una del pomeriggio l’Urge avvista nuovamente, in posizione 35°42’ N e 12°24’ E (al largo di Lampedusa), la formazione cui appartiene l’Alpino, ed alle 13.04 (o 13.10) lancia quattro siluri da 5500 metri: due delle armi passano vicino proprio all’Alpino, ma nessuna va a segno. Uno dei cacciatorpediniere contrattacca con tredici bombe di profondità.
Lo stesso giorno, alle 11.00, il convoglio arriva indenne a Tripoli, ed le unità della scorta indiretta rientrano a Palermo.
2-4 giugno 1941
Lascia Palermo insieme Duca degli Abruzzi, Garibaldi, Granatiere, Bersagliere e Fuciliere, per dare scorta indiretta al convoglio «Aquitania» (navi da carico Aquitania, Caffaro, Nirvo, Montello e Beatrice Costa, motocisterna Pozarica, scortati dai cacciatorpediniere Dardo, Aviere, Geniere e Camicia Nera e dalla torpediniera Giuseppe Missori) in navigazione da Napoli a Tripoli. Ad una ventina di miglia dalle isole Kerkenah, tuttavia, il convoglio subisce un attacco aereo che provoca la perdita di Montello (saltato in aria con tutto l’equipaggio) e Beatrice Costa (danneggiata in modo irrimediabile e finita dallo stesso Camicia Nera). Il 4 le unità della scorta indiretta tornano a Palermo.
14 luglio 1941
Alle 17 (o 16) l’Alpino parte da Tripoli insieme ai cacciatorpediniere Fuciliere e Lanzerotto Malocello ed alle torpediniere Pegaso, Orsa e Procione, di scorta al convoglio «Barbarigo», diretto a Napoli e formato dalle motonavi Barbarigo, Andrea Gritti, Sebastiano Venier, Rialto ed Ankara (quest’ultima tedesca).
15 luglio 1941
Alle 14.07 il sommergibile britannico P 33 avvista il convoglio «Barbarigo» in posizione 36°27’ N e 11°54’ E, ed alle 14.39 lancia quattro siluri contro la Barbarigo. La motonave viene colpita alle 14.45 ed affonda alle 15.10, una ventina di km a sud di Pantelleria. Subito il Fuciliere e l’Alpino passano al contrattacco: dapprima il Fuciliere lancia 28 bombe di profondità, seguito dall’Alpino che ne getta altre. I due cacciatorpediniere si riuniscono poi al convoglio, mentre  Orsa e Procione vengono distaccate per dare la caccia al sommergibile (cui partecipano anche due idrovolanti CANT Z. 501) e la Pegaso per recuperare i naufraghi della Barbarigo. Il bombardamento prosegue sino alle 16.05, con il lancio in tutto di 116 bombe di profondità; il P 33 non viene danneggiato gravemente, ma poco dopo la fine dell’attacco perde l’assetto e sprofonda fino a 95 metri di profondità, subendo deformazioni dello scafo che lo obbligano a rientrare alla base.
L’affondamento della Barbarigo rappresenta il primissimo successo colto dal servizio di decrittazione britannico “Ultra” ai danni dei convogli italiani: già l’11 luglio 1941, infatti, “Ultra” aveva comunicato che un convoglio di sei navi da 5000 tonnellate, scortato da cacciatorpediniere, avrebbe lasciato Tripoli alle 16 del 14 alla velocità di 14 nodi, passando ad ovest delle isole Kerkennah alle 5 del 15 ed ad ovest di Pantelleria alle 14 dello stesso giorno, verosimilmente avendo Napoli come destinazione. Vi era così stato tutto il tempo, per i comandi britannici, per disporre uno sbarramento di sommergibili nella zona di Pantelleria per intercettare il convoglio nel pomeriggio del 15, cosa effettivamente avvenuta. Questo episodio resterà isolato sino all’ottobre 1941, quando con l’attacco al convoglio «Giulia» (anche in quel caso l’Alpino sarà presente) inizierà la serie continua dei successi colti dalle forze alleate a mezzo dell’“Ultra”.
16 luglio 1941
Alle 14.30 il convoglio raggiunge Napoli.
21 luglio 1941
L’Alpino ed il Fuciliere vengono inviati a rinforzare la scorta del convoglio «Nicolò Odero» (piroscafi Nicolò Odero, Maddalena Odero, Caffaro e Preussen, quest’ultimo tedesco, scortati dai cacciatorpediniere Folgore, Fulmine, Euro e Saetta), in navigazione da Napoli a Tripoli. Al convoglio si aggregano poi la torpediniera Pallade (proveniente da Tripoli) e la nave cisterna Brarena, partita da Palermo il 21 con la scorta del Fuciliere.
22 luglio 1941
Attacchi di aerosiluranti britannici Fairey Swordfish dell’830th Squadron della Fleet Air Arm affondano il Preussen (che affondando trascina con sé 180 dei 440 uomini a bordo) ed immobilizzano la Brarena, che, dopo un inutile tentativo dapprima di rimorchiarla verso Lampedusa (da parte del Fuciliere, assistito dal Folgore) e poi di finirla a cannonate, viene abbandonata alla deriva in fiamme (affonderà definitivamente dopo alcuni giorni).
27 luglio 1941
Alle 7 del mattino l’Alpino, insieme ai cacciatorpediniere Folgore, Fuciliere e Saetta, lascia Tripoli per scortare a Napoli un convoglio di ritorno, l’«Ernesto», composto dai piroscafi Ernesto, Aquitania, Castelverde, Nita e Nirvo oltre che dalla cannoniera Palmaiola.
28 luglio 1941
Alle 18.15 il cacciatorpediniere Fulmine si unisce alla scorta del convoglio.
Alle 19.55 l’incrociatore leggero Garibaldi, in mare insieme al Montecuccoli, al Granatiere ed al Bersagliere per fornire protezione a distanza al convoglio «Ernesto», viene silurato dal sommergibile HMS Upholder in posizione 38°04’ N e 11°57’ E e seriamente danneggiato. L’Alpino ed il Fuciliere lasciano la scorta del convoglio «Ernesto» (che arriverà indenne a Napoli il 30 dopo aver a sua volta evitato un attacco dell’Upholder) e raggiungono l’incrociatore danneggiato alle 20.20.
29 luglio 1941
Il Garibaldi, scortato dall’Alpino e dalle altre navi, raggiunge Palermo alle 6.30.
23 settembre 1941
Alle quattro del mattino l’Alpino lascia Napoli unitamente ai cacciatorpediniere Oriani, Fulmine e Strale per scortare a Tripoli i piroscafi Perla, Castelverde ed Amsterdam.
24 settembre 1941
Al largo di Pantelleria, all’una del pomeriggio, il convoglio avvista scie di siluri, che non vanno a segno. Dal momento che nessun riscontro è stato trovato nei rapporti dei sommergibili nemici, è probabile che si sia trattato di un falso allarme.
25 settembre 1941
Alle 12.30 il convoglio raggiunge Tripoli.
8 ottobre 1941
Alle 22.20 parte da Napoli insieme a Granatiere, Bersagliere e Fuciliere (cui poi si aggrega l’anziana torpediniera Generale Antonio Cascino partita da Trapani), di scorta al convoglio «Giulia» (navi da carico Giulia, Bainsizza, Zena e Casaregis, nave cisterna Proserpina) diretto a Tripoli. Il Bainsizza deve rientrare a Trapani per avarie, al pari del piroscafo Nirvo, partito insieme alla Cascino e che non è neanche riuscito ad aggregarsi al convoglio. Il convoglio procede a 9 nodi scortato, di giorno, da aerei della Regia Aeronautica.
10 ottobre 1941
Alle 22.25, a seguito della decifrazione dei messaggi italiani da parte dell’organizzazione britannica “Ultra” (che con intercettazioni dell’8 e del 9 ottobre, cui seguiranno anche altre “postume” l’11 ed il 12, ha indicato orari e porti di partenza e di arrivo, composizione e velocità del convoglio; come detto, questo sarà il secondo attacco ad un convoglio italiano causato da “Ultra”, ed il primo di una lunga serie protrattasi con continuità sino al 1943), il convoglio viene attaccato da aerosiluranti britannici Fairey Swordfish dell’830th Squadron della Fleet Air Arm: lo Zena ed il Casaregis vengono colpiti. Lo Zena affonda poco dopo le tre di notte dell’11 nel punto 34°52’ N e 12°22’ E; si tenta di prendere a rimorchio il Casaregis, ma il tentativo è vanificato dall’incendio scoppiato a bordo, e la nave alla deriva dev’essere finita dalle unità di scorta a mezzogiorno, affondando nel punto 34°02’ N e 14°42’ E (o 34°10’ N e 12°38’ E).
Le altre navi raggiungono Tripoli alle 16.30 dell’11 ottobre.
8-9 novembre 1941
Alle 12.35 dell’8 Granatiere, Bersagliere, Fuciliere ed Alpino e la III Divisione (Trento e Trieste) lasciano Messina per assumere la scorta indiretta del convoglio «Beta» (poi divenuto più noto come convoglio «Duisburg», e composto dalle navi da carico Duisburg, San Marco, Sagitta, Maria e Rina Corrado, navi cisterna Minatitlan e Conte di Misurata, con un carico complessivo di 34.473 t di materiali, 389 autoveicoli e 243 militari), in navigazione alla volta di Tripoli con la scorta diretta dei cacciatorpediniere Maestrale, Grecale, Fulmine, Euro, Libeccio ed Alfredo Oriani.
Nella notte tra l’8 ed il 9 novembre, circa 135 miglia a levante di Siracusa, il convoglio viene attaccato (alle 00.57 del 9) dalla Forza K britannica (incrociatori leggerei Aurora e Penelope e cacciatorpediniere Lance e Lively): tutti i trasporti ed il Fulmine sono affondati, il Grecale pesantemente danneggiato. La III Divisione, con i relativi cacciatorpediniere, al momento dell’attacco sta procedendo alla velocità di dodici nodi a poppavia ed ad est (sulla dritta) del convoglio, ad una distanza di tre miglia (5 km), avvista la Forza K alle 00.59 ed i due incrociatori pesanti aprono il fuoco tra all’1.03, da 9800 metri; le unità italiane accostano subito a dritta per 240°, poi assumono rotta 180° all’1.09 ed all’1.26 invertono la rotta verso nord per intercettare la Forza K – che sta aggirando il convoglio in senso antiorario – a poppavia del convoglio (mantenendo per tutta la durata dell’azione un’insufficiente velocità che varia tra i 16 ed i 20 nodi), ma tra l’1.25 e l’1.29 cessano il fuoco (dopo aver sparato 207 colpi da 203 mm e 172 tra granate e proiettili illuminanti da 100 e 120 mm) ad una distanza che ormai è salita a 17.000 metri e, temendo un attacco di aerosiluranti, si allontanano dall’area assumendo all’1.35 rotta verso nordovest, rinunciando così ad intercettare la Forza K. L’Alpino non ha sostanzialmente ruolo nello scontro, e, terminata la distruzione del convoglio, può solo partecipare al salvataggio dei 764 naufraghi insieme a Bersagliere, Fuciliere, Maestrale, Oriani, Euro e Libeccio. In mattinata il sommergibile HMS Upholder silura ed affonda il Libeccio impegnato nel recupero dei naufraghi, e più tardi, alle 11.08, lancia tre siluri anche contro uno dei cacciatorpediniere di scorta della III Divisione in posizione 37°10’ N e 18°37’E, ma le armi non vanno a segno. La III Divisione rientra a Messina alle 22.30 del 9.
21 novembre 1941
Prende il mare e scorta a Messina, unitamente al Garibaldi, ai cacciatorpediniere Ugolino Vivaldi, Antonio Da Noli, Granatiere, Fuciliere, Carabiniere e Corazziere ed alla torpediniera Perseo, il Duca degli Abruzzi, colpito da aerosiluranti e pesantemente danneggiato mentre forniva scorta indiretta nell’ambito di una fallita operazione di traffico (due convogli) verso la Libia.
9 dicembre 1941
L’Alpino, il Granatiere, il Bersagliere ed il Fuciliere, in navigazione di trasferimento da Taranto a Napoli, vengono avvistati alle 5.39 (dopo che i loro rumori sono stati rilevati dall’idrofono alle 5.30), in posizione 37°42’ N e 15°49’ E, dal sommergibile britannico Unbeaten (cui stanno inconsapevolmente andando direttamente incontro). L’Unbeaten prepara i siluri ma, in considerazione della distanza troppo ridotta (che potrebbe far sì che i siluri passino sotto gli scafi senza esplodere), non attacca.

Il cacciatorpediniere in navigazione, fotografato da un’altra nave (coll. Guido Alfano via Giorgio Parodi e www.naviearmatori.net)


13-15 dicembre 1941
Alle 17.40 del 13 giorno l’Alpino lascia Taranto (per altra fonte Napoli) insieme al resto della XIII Squadriglia, alle torpediniere Centauro e Clio ed alle corazzate Littorio e Vittorio Veneto (alla formazione si aggregano poi anche i cacciatorpediniere Da Recco, Ugolino Vivaldi, Lanzerotto Malocello, Antonio Da Noli e Nicolò Zeno) per dare appoggio all’operazione «M 41», che vede l’invio in Libia di tre convogli con in totale sei trasporti, cinque cacciatorpediniere ed una torpediniera. L’Alpino, insieme a Granatiere, Bersagliere, Fuciliere, Centauro e Clio, scorta le due navi da battaglia. Alle 8.40 del 13 dicembre la formazione, che procede verso sud a 17 nodi attraverso lo stretto di Messina, viene avvistata dal sommergibile HMS Urge. Alle 8.58, in posizione 37°52’ N e 15°30’ E (secondo il libro di bordo del sommergibile; per fonti italiane nel punto 37°53’ N e 15°29’ E, comunque una decina di miglia ad ovest/sudovest di Capo dell’Armi) l’Urge lancia quattro siluri contro la Vittorio Veneto: la corazzata viene colpita e riporta gravi danni, con 40 morti a bordo. Nella successiva mezz’ora i cacciatorpediniere contrattaccano lanciando infruttuosamente una quarantina di cariche di profondità. La corazzata deve rientrare a Taranto, e gli attacchi subacquei provocano il fallimento dell’operazione, con l’affondamento anche delle moderne motonavi Fabio Filzi e Carlo Del Greco (da parte dell’HMS Upright) ed il rientro in porto delle restanti navi.
16-19 dicembre 1941
Il 16 dicembre lascia Taranto insieme ai cacciatorpediniere Granatiere, Bersagliere, Corazziere, Fuciliere, Carabiniere, Oriani, Gioberti ed Usodimare, a Trento e Gorizia ed alle corazzate Giulio Cesare, Andrea Doria e Littorio per fornire sostegno all’operazione «M 42», che prevede l’invio in Libia di quattro mercantili (Vettor Pisani, Monginevro, Napoli ed Ankara, che trasportano 14.770 t di materiali e 212 uomini) scortati da sette cacciatorpediniere (Saetta, Vivaldi, Malocello, Da Recco, Da Noli, Pessagno e Zeno) ed una torpediniera (la Pegaso), divisi in due convogli (Ankara, Saetta e Pegaso dirette a Bengasi come convoglio “N”, le altre unità dirette a Tripoli come convoglio “L”). L’operazione fruisce anche di scorta aerea assicurata dalla Regia Aeronautica e dalla Luftwaffe e di una forza navale di copertura ravvicinata (Duilio, Duca d’Aosta, Attendolo, Montecuccoli, Ascari, Aviere e Camicia Nera). Nel tardo pomeriggio del 17 dicembre il gruppo «Littorio» si scontra con la scorta di un convoglio britannico diretto a Malta in un breve ed inconclusivo scambio di colpi chiamato prima battaglia della Sirte: le navi italiane, che procedono in linea di fila verso sud per intercettare un convoglio britannico diretto a Malta, avvistano al traverso quelle britanniche alle 17.23 ed accostano ad un tempo verso ovest, aprendo il fuoco da grande distanza (le navi maggiori) mezz’ora più tardi. Le navi britanniche (in netta inferiorità) simulano un contrattacco con gli incrociatori leggeri Aurora, Penelope, Naiad ed Euryalus e 10 cacciatorpediniere, avvicinandosi ed aprendo il fuoco, e la X e XIII Squadriglia Cacciatorpediniere vengono inviate al contrattacco silurante, sparando anche sulle navi nemiche con tutti i pezzi. Calato poi il buio, le siluranti vengono richiamate. Già alle 17.59 le navi maggiori italiane cessano il fuoco, seguite, alle 18.10, dalle unità sottili. Lo scontro ha così termine in un nulla di fatto, perché l’ammiraglio Iachino, temendo – a torto, in seguito ad errate informazioni della ricognizione aerea – la presenza in mare di almeno una corazzata britannica, decide di non portare a fondo l’attacco.
Alle 13 (o 15) del 18 dicembre sia il gruppo di copertura ravvicinata che quello di scorta a distanza lasciano la scorta dei due convogli, che arriveranno a destinazione l’indomani (pur subendo il leggero danneggiamento della Napoli), e fanno ritorno a Taranto, dove giungono il 19, ma non prima che Granatiere e Corazziere, il mattino del 18, siano entrati in collisione, distruggendosi a vicenda la prua.
In seguito alla messa fuori combattimento del Granatiere, sarà l’Alpino a diventare unità caposquadriglia della XIII Squadriglia.
1942
Lavori di rimodernamento: l’obice illuminante da 120 mm e le dodici mitragliere contraeree da 13,2/76 mm (quattro in impianti singoli ed otto in impianti binati) vengono sbarcate e vengono installate quattro mitragliere contraeree Breda 1935 da 20/65 mm, due delle quali (in un impianto binato) sulla tuga centrale, al posto dell’obice illuminante, e le altre due (in impianti singoli a puntamento libero) a poppa. Per altra versione le mitragliere contraeree da 20/65 imbarcate sono otto, in impianti binati. Vengono imbarcati anche un ecogoniometro e due scaricabombe di profondità.


Gennaio 1942

Il CF Calosi viene rimpiazzato dal CV Ferrante Capponi.
3-5 gennaio 1942
Alle 18.50 del 3 gennaio l’Alpino, insieme ai cacciatorpediniere Carabiniere, Pigafetta, Da Noli, Ascari, Aviere, Geniere e Camicia Nera, agli incrociatori pesanti Trento e Gorizia ed alle corazzate Littorio, Giulio Cesare ed Andrea Doria, lascia Taranto facendo parte di un gruppo d’appoggio assegnato alla copertura dell’operazione di traffico «M 43» (che vede in mare in tutto sei mercantili, altrettanti cacciatorpediniere e cinque torpediniere, diretti in Libia suddivisi in tre convogli, oltre ad una poderosa forza di copertura che comprende la maggior parte delle forze navali da battaglia). Il gruppo d’appoggio di cui fa parte l’Alpino si posiziona verso est rispetto ai convogli, per porsi sulla rotta da cui proverrebbero eventuali attacchi da parte delle forze di superficie britanniche. Non si verifica, tuttavia, alcun problema – i due gruppi navali di copertura (l’altro è composto dalla corazzata Duilio, quattro incrociatori leggeri e cinque cacciatorpediniere) vengono saltuariamente avvistati da ricognitori britannici ma riescono a confondere loro le idee modificando la rotta, impedendo che il convoglio venga avvistato. Il gruppo «Littorio» viene localizzato da un ricognitore la mattina del 4 gennaio, poi, di nuovo, in serata, ed in seguito a questo secondo avvistamento decollano da Malta aerei britannici diretti ad attaccarlo, ma non riescono a trovare le navi italiane. Il convoglio arriva indenne a Tripoli alle 12.30 del 5 gennaio, ed il gruppo d’appoggio, cui appartiene l’Alpino, rientra a Taranto alle 17 del giorno stesso, non prima che, alle 15.30, il sommergibile britannico Unique, dopo aver avvistato la formazione italiana (Littorio, Cesare, Alpino, Carabiniere, Da Noli, Pigafetta, Ascari e Fuciliere) alle 14.53, nel punto 40°07’ N e 17°07’ E (nel golfo di Taranto), abbia infruttuosamente lanciato quattro siluri contro la Littorio.
22-25 gennaio 1942
Alle 11.00 del 22 prende il mare (da Taranto) insieme a Carabiniere, Bersagliere, Fuciliere (che formano la XIII Squadriglia di cui l’Alpino è caposquadriglia), Attendolo, Duca d’Aosta e Montecuccoli (gruppo «Aosta», dal nome della nave ammiraglia) per fornire copertura ravvicinata all’operazione «T. 18» (che prevede l’invio a Tripoli di un convoglio formato dalla motonave passeggeri Victoria salpata da Taranto e dalle moderne motonavi da carico Ravello, Monviso, Monginevro e Vettor Pisani partite da Messina, il tutto con la scorta diretta di Vivaldi, Malocello, Da Noli, Aviere, Geniere e Camicia Nera nonché delle torpediniere Castore ed Orsa). Lo stesso 22 gennaio, nel golfo di Taranto, il sommergibile britannico Torbay lancia sei siluri contro la formazione da 7300 metri di distanza, ma nessuno va a segno. Alle 18.00 dello stesso giorno, una quarantina di miglia ad est di Punta Stilo, il gruppo «Aosta» prende contatto con il convoglio formato da Victoria, Monviso, Monginevro e Pisani (la Ravello è rientrata per un’avaria al timone) con le relative scorte. Alle 15 del 23 gennaio, 190 miglia ad est-sud-est di Malta (le navi italiane hanno seguito rotte esterne al raggio d’azione degli aerosiluranti di Malta) la formazione è completa, con il gruppo «Aosta» a proravia del convoglio ed il gruppo «Duilio» (corazzata Duilio, cacciatorpediniere Oriani, Ascari, Scirocco e Pigafetta) a poppavia dello stesso. La formazione fa rotta verso sud sino al tramonto, poi compie un ampio giro e fa rotta su Tripoli, ma subisce due attacchi di aerosiluranti Fairey Albacore: il primo dalle 17.20 alle 17.30, il secondo dalle 18.30 alle 19.10. La Victoria viene immobilizzata dal primo attacco, e, mentre il convoglio prosegue verso Tripoli lasciandole Aviere, Ascari e Camicia Nera per l’assistenza, viene nuovamente colpita ed affondata dal secondo attacco. Alle 19.15 del 23 il gruppo «Duilio» lascia il convoglio, che prosegue con la scorta diretta ed il gruppo «Aosta». Tra le 21.30 e le 00.30 del 24 il convoglio subisce un terzo attacco aereo, che viene però sventato dalle navi del gruppo «Aosta», che poi lascia il convoglio alle dieci del mattino del 24, ad una sessantina di miglia da Tripoli.
Il resto del convoglio giunge a destinazione il 24.
14-16 febbraio 1942
L’Alpino, insieme a Carabiniere, Bersagliere e Fuciliere, alla VIII Squadriglia Cacciatorpediniere (Folgore, Fulmine e Saetta), alla VII Divisione (Montecuccoli e Duca d’Aosta) ed alla corazzata Duilio, lascia Taranto per partecipare all’operazione «M.F. 5» a contrasto dell’invio di un convoglio britannico (convoglio «M.W. 9») da Alessandria a Malta. L’Alpino ed il resto della XIII Squadriglia partono da Taranto alle 19.45 del 14 insieme alla VII Divisione, preceduti dalla Duilio, che viene però fatta rientrare in porto poco dopo per l’inutilità della sua uscita in mare (non essendovi corazzate britanniche a difesa del convoglio). VII Divisione e XIII Squadriglia, aumentata la velocità a 28 nodi, si congiungono con III Divisione ed X Squadriglia, partite da Messina, verso le 9.20 del 15 febbraio, procedendo poi a 20 nodi con rotta 180°. Alle 18.30, tuttavia, essendo il convoglio britannico troppo vicino a Malta per poter essere intercettato (ma nessuno dei tre mercantili che lo compongono riuscirà ad arrivarvi, grazie agli attacchi aerei), la formazione italiana riceve l’ordine di rientrare alla base. Alle 4.44 del 16 febbraio le navi italiane vengono illuminate da bengala ed alle 5.30 sono attaccate da aerosiluranti, senza risultato grazie alle pronte contromanovre elusive delle navi italiane, che emettono anche cortine fumogene. Alle 7.25 del 16 le due divisioni si separano, scambiandosi però le squadriglie di cacciatorpediniere, così che la XIII Squadriglia finisce insieme alla III Divisione, che fa rotta su Messina. Tale Divisione, poco prima tra le 7.47 e le otto del mattino, s’imbatte in un velivolo britannico smarrito che viene abbattuto dalla scorta aerea tedesca (l’equipaggio superstite è salvato dal Fuciliere). Alle 11.30 la velocità viene aumentata a 24 nodi, essendo entrati in una zona pattugliata da sommergibili britannici, e la formazione riceve la scorta della vecchia torpediniera Giuseppe Dezza, di due MAS e di sette aerei (cinque tedeschi e due italiani). Alle 13.45 il Carabiniere viene silurato dal sommergibile britannico P 36 e perde la prua: 20 uomini rimangono uccisi e 40 feriti. Questi ultimi vengono trasbordati sui MAS (i più gravi), sull’Alpino e sul Bersagliere, mentre il Carabiniere viene rimorchiato a Messina dalla Dezza e poi dal rimorchiatore Instancabile. Alpino e Bersagliere raggiungono Messina alle 19 del 16 febbraio, tre ore dopo il resto della formazione (il danneggiato Carabiniere vi arriverà l’indomani).
21-24 febbraio 1942
Alle 18.30 del 21 febbraio l’Alpino lascia Messina unitamente ai cacciatorpediniere Oriani e Da Noli, agli incrociatori pesanti Trento e Gorizia ed all’incrociatore leggero Bande Nere (gruppo «Gorizia»). Nell’ambito dell’operazione di traffico «K. 7» (invio in Libia di due convogli per totali sei mercantili, scortati da dieci cacciatorpediniere e due torpediniere, con l’appoggio oltre al gruppo «Gorizia» di un gruppo «Duilio» formato dall’omonima corazzata insieme a quattro cacciatorpediniere) il gruppo «Gorizia» raggiunge al largo di Capo Spartivento Calabro il convoglio n. 1 (motonavi Monginevro, Unione, Ravello, cacciatorpediniere Vivaldi, Zeno, Malocello, Premuda e Strale, torpediniera Pallade), uscito da Messina un’ora prima. Intorno alle 13 del 22 febbraio, 180 miglia ad est di Malta, si accoda al convoglio n. 1 anche il convoglio n. 2 (motonavi Lerici e Monviso, nave cisterna Giulio Giordani, cacciatorpediniere Usodimare, Pessagno, Pigafetta, Maestrale e Scirocco, torpediniera Circe), proveniente da Corfù, e la formazione viene completata alle 7.30 del 22 con l’arrivo del gruppo «Duilio» (Duilio e cacciatorpediniere Aviere, Geniere, Ascari e Camicia Nera) che segue il resto delle navi italiane a breve distanza. Mentre quest’ultimo inverte la rotta alle 19.40 del 22 per tornare a Taranto, il gruppo «Gorizia» scorta i due convogli sino all’imbocco delle rotte costiere per Tripoli, poi, alle 10.30 del 23 febbraio, inverte la rotta a sua volta, giungendo a Messina il 24, alle 11.40 (con la scorta aerea di bombardieri tedeschi Junkers Ju 88 il 24, così com’era stato il 21, mentre il 23 le pessime condizioni meteorologiche impediscono ai velivoli germanici di trovare le navi italiane). Il gruppo italiano ha compiuto un largo giro intorno a Malta, ed il maltempo ha contribuito ad impedire attacchi (nonostante diversi avvistamenti sia dei convogli che delle forze di protezione da parte dei ricognitori ed il lancio di bengala tra le 00.30 e le 5.30 del 23). I due convogli giungono indenni a Tripoli nel pomeriggio del 23.
22-24 marzo 1942
All’una di notte del 22 marzo Alpino, Bersagliere, Fuciliere ed il gemello Lanciere (temporaneamente aggregato alla XIII Squadriglia) partono da Messina insieme a Trento, Gorizia e Bande Nere (gruppo «Gorizia», la III Divisione), per intercettare un convoglio britannico («M.W. 10») diretto a Malta. Il gruppo «Gorizia» procede lungo la costa calabrese sino a Capo Spartivento, poi, alle 2.52, accosta assumendo rotta 150° verso il punto prestabilito «B» (a 160 miglia per 95° da Malta), a 25 nodi. Alle 10.40, su ordine dell’ammiraglio Iachino, la III Divisione accosta per 160° (più tardi per 165°) per stabilire contatto visivo con le forze britanniche, quindi la XIII Squadriglia si porta in posizione di scorta avanzata e poi la formazione assume una velocità di 30 nodi. A causa del mare sempre più agitato, alle 12.12 la velocità deve essere ridotta a 28 nodi per non causare eccessivi problemi ai cacciatorpediniere, poi, alle 13.32 (per gli stessi motivi), la velocità viene ulteriormente ridotta a 26 nodi e si accosta per 180°. Alle 13.40 la formazione assume rotta 210°. Alle 13.42 il gruppo «Gorizia» si dispone perpendicolarmente alla probabile direzione di avvistamento dei britannici, con il Gorizia al centro, Trento e Bande Nere alla sua sinistra su rilevamento 90° e la XIII Squadriglia alla sua dritta su rilevamento 270°, ad una distanza di 4000 metri. Alle 14.23 vengono avvistate le navi nemiche, su rilevamento 185° (a 23.000 m)-170°-160°, ed inizia l’avvicinamento, con un’accostata per 250°. Gli incrociatori britannici dirigono contro quelli italiani per difendere il convoglio, e la III Divisione, come precedentemente stabilito, fa rotta verso nord per attirarli verso il gruppo «Littorio» (corazzata Littorio, cacciatorpediniere Ascari, Aviere, Oriani e Grecale). Inizia lo scambio di colpi tra gli incrociatori (quelli italiani aprono il fuoco alle 14.35, quelli britannici alle 14.56), e le navi britanniche accostano prima ad est, poi a sud e poi di nuovo ad ovest, per non allontanarsi dal convoglio; il gruppo «Gorizia» le asseconda, continuando a sparare ed a tenere il contatto, e quando le unità nemiche accostano di nuovo verso nord cerca di nuovo di portarle verso il gruppo «Littorio», cui si unisce alle 15.23. Alle 15.20, frattanto, gli incrociatori britannici accostano di nuovo verso sud per riunirsi al convoglio.

Alle 16.31 la squadra italiana, ora riunita, avvista di nuovo quella britannica per rilevamento 210°, quindi accosta in successione per 90°, per 290° e per 270°, ed alle 16.43 si apre il fuoco da entrambe le parti. Le navi italiane danneggiano l’incrociatore britannico Cleopatra, che ripiega coperto da cortine nebbiogene, poi sospendono il fuoco alle 16.52 e lo riprendono alle 17.03, per poi cessarlo alle 17.11. Alle 17.18 la formazione italiana accosta per 240° ed alle 17.25 per 250°, riducendo la velocità a 20 nodi, per accerchiare la forza nemica da ovest, poi, alle 17.31, vira verso sud assumendo rotta 200° per ridurre le distanze. Si riprende il fuoco, ed il cacciatorpediniere britannico Havock è colpito; il tiro viene più volte sospeso e ripreso, anche in conseguenza della pessima visibilità causata dal maltempo. Alle 17.56 le navi italiane, per ridurre il violento rollio causato dalla tempesta ed al contempo evitare di modificare l’orientamento rispetto al nemico, accostano ad un tempo per 250°, ed alle 18.10 assumono rotta 280°, allontanandosi dalle navi britanniche. Viene cessato il fuoco, ma le navi britanniche si avvicinano ed attaccano, infruttuosamente, con i siluri, per poi ripiegare verso est. Alle 18.20 la squadra italiana assume rotta 220° ed alle 18.27 rotta 180°, per avvicinarsi al convoglio britannico ed obbligarlo ad allontanarsi da Malta; alle 18.31 le navi italiane aprono il fuoco da 15.000 metri, cui la squadra britannica risponde con un altro attacco silurante (ordinato alle 17.59, iniziato alle 18.27 e terminato alle 18.41), durante il quale viene gravemente danneggiato il cacciatorpediniere Kingston. La flotta italiana prosegue su rotta 180° a 22 nodi, accostando ad un tempo per 295° alle 18.45 (per evitare i siluri) e riducendo la velocità a 20 nodi; alle 18.51 le navi di Iachino accostano per 330° ed accelerano a 26 nodi, per evitare altri attacchi siluranti, anche perché la visibilità è sempre più ridotta causa la nebbia in aumento ed il mare sempre più mosso. Il fuoco viene cessato da entrambe le parti tra le 18.56 e le 18.58, e poco dopo si perde il contatto: ha così termine l’inconclusiva seconda battaglia della Sirte.

L’Alpino con mare grosso nel marzo 1942, verosimilmente durante la seconda battaglia della Sirte o nella successiva tempesta (foto tratta da Elio Andò, Erminio Bagnasco, “Marina Italiana. Le operazioni nel Mediterraneo. Giugno 1940 - Giugno 1942” Milano, Intergest, 1976, via it.wikipedia.org)


Alle 19.06 la formazione italiana accosta verso nord e poco dopo si dispone in un’unica linea di fila (navi maggiori), con i cacciatorpediniere in posizione di scorta laterale ravvicinata; alle 19.20 la velocità viene ridotta a 24 nodi ed alle 19.48 la XIII e la XI Squadriglia si posizionano a poppavia delle navi maggiori in doppia colonna, XIII Squadriglia a dritta e XI a sinistra. Il maltempo, degenerato ormai in una vera e propria tempesta, costringe però la squadra italiana ad accostare per 25° e ridurre la velocità a 20 nodi alle 20.00, ed alle 20.26 ad assumere rotta 10° (l’ordine di rientro in porto arriva alle 20.34). Alle 21.17 la velocità viene ridotta a 18 nodi ed alle 23.57 a 16, sempre per lenire il travaglio dei cacciatorpediniere. Molte delle navi rollano pericolosamente, e numerosi cacciatorpediniere iniziano a manifestare avarie: della XIII Squadriglia, il Lanciere rimane indietro rispetto alle altre unità sin dalle 20.30, dovendo assumere rotta 20° e, alle 22.45, fermarsi per riparare dei guasti alle macchine. Quando, alle 23.15, il Lanciere è costretto a mettere alla cappa con una sola macchina, l’Alpino riceve l’ordine di dargli assistenza, ma è impossibilitato a farlo dal buio pesto, ed anzi, alle 5.25 del 23 marzo, è l’Alpino stesso ad iniziare accusare un funzionamento irregolare del timone. Il Lanciere affonderà poco dopo le 10.17 del 23 marzo, lasciando solo 16 sopravvissuti (su un equipaggio di 242 uomini), ed analoga fine subirà anche un altro cacciatorpediniere, lo Scirocco. Alle otto del mattino del 23 l’Alpino, sebbene ancora il suo timone non funzioni al meglio, riceve dall’ammiraglio Angelo Parona (comandante della III Divisione) l’ordine di scortare a Messina il Fuciliere, che ha subito anch’esso delle avarie ed è scaduto di poppa rispetto alla Littorio. Alle 15.45 dello stesso 23 marzo Alpino e Fuciliere (quest’ultimo assistito da un rimorchiatore) giungono a Messina, prime navi italiane a rientrare alla base dopo il Gorizia che è giunto nello stesso porto già alle 14.20.
14-15 giugno 1942
Lascia Taranto insieme al resto della XIII Squadriglia (Mitragliere, Bersagliere e Pigafetta, alla VII Squadriglia (Freccia, Folgore, Legionario, Saetta), alla XI Squadriglia (Aviere, Geniere, Corazziere, Camicia Nera), alla III Divisione (Trento e Gorizia), alla VIII Divisione (Garibaldi e Duca d’Aosta) ed alla IX Divisione (Littorio e Vittorio Veneto) per contrastare l’operazione britannica «Vigorous» (invio di un convoglio di rifornimenti da Alessandria a Malta, con undici mercantili scortati da otto incrociatori e 26 cacciatorpediniere oltre a naviglio minore ed ausiliario) nel corso della battaglia aeronavale di Mezzo Giugno. La XIII Squadriglia, insieme alla VII, è assegnata alla scorta delle due corazzate. La formazione italiana (le cui unità sono tenute pronte ad uscire in mare entro tre ore già dalle 18 del 13 giugno) parte da Taranto nel primo pomeriggio del 14 (la III e la VIII Divisione oltrepassano le ostruzioni alle 13.02, la IX Divisione alle 13.49), poi (a 20 nodi) segue le rotte costiere orientali del golfo di Taranto sino al largo di Vela di Santa Maria di Leuca, dopo di che, alle 18.06, assume rotta 180° e dirige per il punto prestabilito «Alfa» (34°00’ N e 18°20’ E) per intercettare il convoglio britannico. Calata la notte, gli otto cacciatorpediniere della VII e XIII Squadriglia si dispongono attorno a Littorio e Vittorio Veneto: Alpino e Legionario procedono a proravia della formazione, il primo a sinistra (seguito nell’ordine da Bersagliere, Pigafetta e Mitragliere, disposti su una fila più esterna) ed il secondo a dritta, mentre gli altri sei procedono su due colonne (VII Squadriglia a dritta e XIII a sinistra) ai lati delle due corazzate. Essendo stata avvistata alle 17.45 da ricognitori, la squadra italiana prosegue verso sud fino alle 22, poi, alle 22.03, accosta per 140°, riassumendo rotta 180° solo a mezzanotte, allo scopo di disorientare le forze nemiche. Intorno alle 2.30 del 15 giugno, essendo stati rilevati aerei britannici ed essendo prossimo il loro attacco (diretto contro il gruppo «Littorio»), la squadra italiana inizia ad emettere cortine nebbiogene ed accosta ad un tempo di 40° a sinistra, ritenendo l’ammiraglio Iachino che l’attacco aereo sia in arrivo da tale lato (ed in tal caso sarebbe vantaggioso puntare la prua sugli aerei per ridurre le probabilità di essere colpiti, ed al contempo per allontanarsi dai bengala, che usualmente vengono sganciati dal lato opposto a quello dove si verifica l’attacco), ma poi, dato che si sentono rumori di aerei in arrivo anche da altre direzioni, viene ripresa la navigazione verso sud in linea di fila. Alle 2.40, appena è stata riassunta rotta 180°, iniziano ad accendersi bengala a sinistra, quindi la squadra italiana accosta di 40° a dritta per allontanarsi, e procede con tale rotta sino alle 3.31, poi accosta di 30° a dritta e dopo altri cinque minuti di 30° a sinistra (per confondere i piloti degli aerei), fino a che alle 3.56, non vedendosi più bengala, viene ripresa la rotta 180° e cessa l’emissione di cortine fumogene. I quattro aerosiluranti Vickers Wellington, infatti, si sono ritirati non essendo riusciti ad individuare le navi italiane nelle cortine nebbiogene, eccetto uno che ha lanciato un siluro contro una corazzata ma senza risultati.
Alle 4.15 la formazione italiana, essendo andata più ad ovest della rotta prevista, accosta per 160° dirigendo per il punto «Alfa» per non ritardare l’incontro con il convoglio britannico (che tuttavia, all’insaputa dei comandi italiani, ha già invertito la rotta alle 00.45 rinunciando a raggiungere Malta, in seguito sia a danni e perdite causati dagli attacchi aerei che all’impossibilità di sostenere uno scontro con la forza navale italiana, di molto superiore; il convoglio dirigerà di nuovo su Malta dalle 5.30 alle 8.40, per poi invertire definitivamente la rotta e tornare ad Alessandria).
Poco dopo le cinque del mattino del 15 giugno i quattro incrociatori, che con la XI Squadriglia procedono 15 miglia a poppavia del gruppo «Littorio», vengono attaccati da nove aerosiluranti britannici Bristol Beaufort, uno dei quali colpisce il Trento, che viene immobilizzato ed incendiato. Poi tre degli aerosiluranti attaccano anche il gruppo «Littorio»: le due corazzate aprono il fuoco con i cannoni da 90 mm ed i cacciatorpediniere sparano alcune salve con i pezzi principali da 120 mm quando gli aerei sono lontani, poi aprono il fuoco anche con le mitragliere non appena la distanza si è sufficientemente ridotta, continuando inoltre ad eseguire accostate per impedire il lancio simultaneo dei siluri. Il primo aereo lancia, infruttuosamente, alle 5.26 da 4500 metri, un altro lancia da 1500 ma l’arma viene evitata con le manovre, il terzo si allontana per poi ritornare all’attacco e, nonostante l’intenso tiro contraereo (tutte le armi sono dirette contro di lui), alle 5.51 riesce a sganciare da 2000 metri e poi si allontana indenne dopo essere passato tra le due corazzate. Il siluro, diretto contro la Vittorio Veneto, non va a segno. La formazione italiana prosegue sulla sua rotta, dopo aver distaccato Saetta e Pigafetta per l’assistenza al Trento danneggiato. (Più tardi, alle 9.13, il Trento verrà nuovamente silurato dal sommergibile britannico P 35 – che alle 5.46 aveva già infruttuosamente lanciato quattro siluri da 4500 metri contro la Vittorio Veneto, senza che le unità italiane se ne accorgessero – ed affonderà in soli sette minuti, con la perdita di 570 dei 1151 uomini dell’equipaggio).
Alle sette vi è un nuovo allarme in seguito all’avvistamento di nove aerei dapprima ritenuti nemici – tutte le armi vengono puntate contro di essi –, ma che poi si rivelano essere tedeschi, la scorta aerea sopraggiunta. Sempre alle 7, in seguito a numerose comunicazioni che rivelano che il convoglio è molto indietro rispetto al previsto od addirittura sta tornando ad Alessandria, la squadra di Iachino assume rotta 140° per poterlo intercettare (nell’ipotesi che ancora stia dirigendo su Malta). Poco dopo le otto vengono avvisati due aerei britannici 30° a di prua a dritta, e viene aperto il fuoco contro di essi, ma frattanto sopraggiunge da sinistra una formazione di otto bombardieri statunitensi Consolidated B-24 Liberator che, tenendosi a 4000 metri di quota, sgancia sulle corazzate, colpendo con una bomba la Littorio, provocando modesti danni. Subito dopo le navi italiane accostano ad un tempo di 80° a sinistra, per poter rivolgere tutte le armi contro gli aerei, poi, essendosi questi allontanati, riprendono la rotta 110°. Poco dopo le 8.40 vengono avvistati cinque aerosiluranti Bristol Beaufort provenienti da prua, contro cui aprono il fuoco sia i pezzi da 90 mm delle corazzate che quelli da 120 mm dei cacciatorpediniere (e successivamente anche le mitragliere), e le navi accostano rapidamente sulla dritta sin quasi ad invertire la rotta, confondendo gli attaccanti, che lanciano infruttuosamente da poppa, tre da una distanza di circa 4000 metri e due da una distanza di 2000 metri (le prime tre armi sono evitate con piccole accostate, le ultime due mettendo tutta la barra a sinistra). Due degli aerei vengono danneggiati dal tiro contraereo. Poi la squadra italiana ritorna in linea di fila, con la Littorio in testa ed i sei cacciatorpediniere in posizione di scorta ravvicinata; viene assunta rotta verso sud e poi, alle nove, si torna sulla rotta 110° (verso est-sud-est) per raggiungere il nemico. Alle 9.17, in seguito all’avvistamento di navi da parte di uno dei ricognitori imbarcati, la velocità viene portata a 24 nodi; alle 11.50, in seguito all’avvistamento di un fumo a 30° di prua dritta, la formazione italiana accelera a 28 nodi ed assume rotta per 150° per incontrare quelle che crede essere le navi britanniche, ma scopre trattarsi di un ricognitore italiano precipitato in mare. Alle 12.20 la velocità viene nuovamente ridotta a 24 nodi, ed alle 14.00, essendo ormai evidente l’impossibilità di incontrare le forze nemiche, ormai tornate alla base, anche le unità italiane accostano per 340° e riducono la velocità a 20 nodi per rientrare alle loro basi. Alle 17.09 un caccia tedesco getta in mare, a sinistra delle navi, un fumogeno, segnale concordato per indicare l’avvistamento di un sommergibile, pertanto la formazione italiana accosta ad un tempo a dritta, per poi tornare sulla rotta 340° alle 17.21. Alle 22, in seguito a nuove disposizioni (trovarsi a 60 miglia per 180° da Nido alle cinque del mattino del 16, per un’eventuale ripresa dell’azione) la squadra di Iachino assume rotta 250°, ma tra le 22.30 e le 23, in seguito al rilevamento di aerei, accosta dapprima per 210° e poi (poco prima delle 23) per 260°. Poco dopo, tuttavia, iniziano ad accendersi dei bengala e quindi le navi italiane iniziano ad emettere cortine di nebbia, che risultano però meno dense ed efficaci rispetto alla notte precedente. Alle 23.26 ed alle 23.55 si accendono altri bengala a dritta e verso poppavia, e la seconda serie di bengala, a 4000 metri, vanifica l’effetto delle cortine fumogene. Le navi accostano rapidamente di 20° a sinistra, per lasciarsi a poppa i bengala, ma poco dopo se ne accendono altri a soli 2500 metri. I cacciatorpediniere (cui poi si uniscono le corazzate) dirigono il tiro di tutte le mitragliere su un aerosilurante britannico, in avvicinamento da circa 20° di prora a dritta, che riesce ad avvicinarsi a circa 1000 metri prima di sganciare: alle 23.40 la Littorio viene colpita da un siluro a prua dritta. Dopo essersi fermata per evitare una collisione con la Vittorio Veneto impegnata in manovre evasive, la corazzata colpita può rimettere in moto a 20 nodi, e la formazione assume rotta 340°, ma altri bengala si accendono a soli 2000 metri, quindi la formazione italiana accosta immediatamente ad un tempo a dritta assumendo rotta 50° per lasciarsi i bengala a poppa, ma non vi sono altri attacchi. Poco dopo mezzanotte viene ripresa rotta 350° (verso nord), mentre le navi italiane vengono infruttuosamente cercate da altri aerei. Non si verificano più attacchi aerei, ed all’1.18 viene fatta cessare l’emissione di cortine e si ritorna in formazione, con rotta su Taranto. Alle 5.06 la squadra accosta per 315° apprestandosi ad imboccare la rotta di sicurezza, procedendo a zig zag e poi eseguendo diverse accostate in seguito ad avvistamenti, veri o presunti, di periscopi nemici; verso le 9 un altro caccia tedesco getta in mare un fumogeno (così segnalando la presenza di un sommergibile) a dritta della formazione, che accosta immediatamente a sinistra. La rotta di sicurezza viene imboccata alle 10.35, ed alle 16 il gruppo «Littorio» attraversa le ostruzioni, giungendo poco dopo nel porto di Taranto.

L’Alpino con colorazione mimetica durante la guerra (foto tratta dal sito http://www.warshipsww2.eu/shipsplus.php?language=E&id=61094).

1-2 luglio 1942
Parte da Taranto e viene inviato a Navarino unitamente alla VIII Divisione (Garibaldi, Duca d’Aosta e Duca degli Abruzzi) ed ai gemelli Bersagliere, Corazziere e Mitragliere. La formazione rimane stanziata nel porto greco per quattro mesi, pronta a prendere il mare nel caso convogli in navigazione nel Mediterraneo centro-orientale dovessero subire attacchi da parte di navi di superficie partite dalle basi britanniche in Medio Oriente, ma tale necessità non si manifesterà.
2 agosto 1942
L’Alpino ed il gemello Corazziere partono da Brindisi per scortare a Bengasi, via Navarino, la moderna motonave Monviso.
3 agosto 1942
Alle 15.25 la Monviso viene scossa da un’esplosione ed affonda 16 miglia a nordovest di Bengasi. Alcune fonti attribuiscono l’affondamento a siluramento da parte del sommergibile HMS Thorn, ma questi riportò un attacco a 200 miglia di distanza, il che fa ritenere che la perdita del Monviso fu dovuta più probabilmente ad urto contro mina.
11 agosto 1942
Bombardamento aereo su Navarino. Si valuta la possibilità di impiegare la VIII Divisione ed i relativi cacciatorpediniere nella battaglia di Mezzo Agosto (11-12 agosto 1942) nel caso dovessero intervenire forze navali britanniche da oriente, ma tale impiego non avrà luogo.


Autunno 1942

Il CV Capponi viene sostituito dal CV Candido Bigliardi, che sarà l’ultimo comandante dell’Alpino.
18-19 ottobre 1942
Prende il mare e, il mattino del 18, si unisce alla scorta di un convoglio partito il giorno precedente da Corfù e Brindisi, formato dalle motonavi Monginevro ed Ankara (quest’ultima tedesca) scortate dai cacciatorpediniere Aviere, Geniere e Camicia Nera e dalle torpediniere Orsa ed Aretusa. In serata il convoglio si divide: l’Alpino dirige su Tobruk scortando l’Ankara insieme ad Orsa ed Aretusa, mentre le altre navi fanno rotta su Bengasi. Dopo aver superato indenne due attacchi di aerosiluranti, il convoglio di cui fa parte l’Alpino arriva a Tobruk il 19.
20-27 ottobre 1942
Lascia Tobruk alle quattro del pomeriggio del 20 ottobre per scortare a Taranto, via Suda, il piroscafo Petrarca. Poco dopo la partenza il Petrarca viene danneggiato da un attacco di aerosiluranti; poi, all’una di notte, il sommergibile britannico United lancia quattro siluri contro il piroscafo 21 miglia a sudovest di Lampedusa, mancandolo. Il convoglio raggiunge Taranto a mezzogiorno del 27.
10 novembre 1942
Alle 6.10 ed alle 6.11 Alpino, Granatiere, Bersagliere, Fuciliere ed il gemello Camicia Nera, mentre scortano Garibaldi, Duca d’Aosta e Duca degli Abruzzi in navigazione da Navarino ad Augusta, vengono avvistati dai sommergibile britannici Una ed Utmost una quindicina di miglia ad est di Augusta. Alle 6.33, in posizione 37°11’ N e 15°30’ E, l’Una lancia quattro siluri contro la nave in coda alla formazione, ed alle 6.37, in posizione 37°16’ N e 15°31’ E, anche l’Utmost lancia quattro siluri contro uno degli incrociatori, ma nessuna delle armi va a segno.
5 gennaio 1943
L’Alpino viene inviato a Palermo in previsione della sua partecipazione ad operazioni di minamento.
27 febbraio 1943
All’1.45 l’Alpino, dopo aver imbarcato 50 mine tipo P 200, lascia Trapani insieme ai cacciatorpediniere Malocello, Pigafetta, Da Noli e Zeno (aventi a bordo 86 mine magnetiche tedesche tipo EMF ciascuno) per effettuare la posa dello sbarramento «S 101» a sud di Pantelleria, pensato per proteggere le rotte dei convogli diretti in Tunisia dagli attacchi di forze navali (di superficie e subacquee) nemiche. Alle 3.17 le cinque unità fanno rotta su Pantelleria portando la velocità a 22 nodi, venendo raggiunti, all’alba, da quattro MAS e cinque aerei della Luftwaffe assegnati alla loro scorta. Alle 6.49 i cacciatorpediniere iniziano la posa delle mine, su linee parallele. L’Alpino, avendo meno mine da posare (le sue P 200 sono regolate per una profondità di 40 metri e distanziate di 300 metri l’una dall’altra, su una lunghezza di 8,1 miglia), termina per primo alle 7.29, poi inizia a procedere a zig zag tenendosi vicino alle altre navi. Mezz’ora dopo anche gli altri quattro cacciatorpediniere posano le ultime mine (in tutto dodici mine esplodono accidentalmente dopo la posa, come talvolta accade), e mentre stanno per tornare in formazione uno degli aerei tedeschi segnala un sommergibile, cui danno la caccia i MAS prima di riassumere, alle 8.20, la scorta dei cacciatorpediniere, che dirigono a 22 nodi verso Pantelleria. Alle 9.34 il Pigafetta avvista la scia di un siluro, e tutte le navi accostano d’urgenza a sinistra. Mentre, dopo due minuti, i cacciatorpediniere riassumono la rotta originaria, Zeno e Da Noli entrano in collisione per un guasto al timone del primo, riportando gravi danni. Alpino, Malocello e Pigafetta girano intorno ai due cacciatorpediniere danneggiati finché non se ne accerta la situazione (cioè che il galleggiamento non è a rischio e che le due navi riescono ancora a sviluppare 12 nodi di velocità), raccogliendo alcuni uomini finiti in acqua, poi l’Alpino viene lasciato libero perché deve raggiungere Palermo in giornata, mentre Da Noli e Zeno rientrano a Trapani a 12 nodi, scortati da Malocello e Pigafetta.
 
La nave esegue delle salve con il cannone prodiero (foto tratta da www.marina.difesa.it)

La fine


Nei primi mesi del 1943, mentre la guerra dei convogli si avviava alla fine e la guerra per l’Italia appariva ormai persa, gli Alleati, conquistato il dominio dei cieli, martellavano ormai la flotta italiana non solo nelle sue uscite in mare, ma anche nei porti. La XIII Squadriglia Cacciatorpediniere, che era passata attraverso tre anni di guerra senza perdere una sola unità, venne semidistrutta sotto le bombe, in porto, senza possibilità di difendersi dai bombardieri che sganciavano i loro ordigni da migliaia di metri di quota, ben al di fuori della portata delle artiglierie contraeree delle navi: per primo, il 7 gennaio 1943, il Bersagliere venne affondato a Palermo, poi, il 22 marzo, il Granatiere venne messo fuori uso da un altro bombardamento, sempre a Palermo, lasciando così in efficienza i soli Alpino e Fuciliere.
Grande fu la felicità tra l’equipaggio dell’Alpino, quando si venne a sapere che la nave, dovendo essere sottoposta ad un turno di lavori, sarebbe stata tolta dalle sempre più insidiate rotte del canale di Siclia e dai porti del sud, martellati dall’aviazione alleata, per andare a La Spezia, dove sarebbero stati effettuati i lavori. La base ligure, apparentemente ben difesa e fuori dal raggio d’azione dei bombardieri alleati – troppo a sud per poter essere raggiunta dalle basi aeree del Regno Unito e troppo a nord per quelle di Malta e dell’Egitto: vi erano infatti stati solo pochi attacchi aerei in precedenza, da parte di pochi velivoli e con modesti danni – appariva un luogo sicuro, dove la nave e l’equipaggio avrebbero trovato salvezza almeno temporanea dalla falcidia sempre maggiore del residuo naviglio della Regia Marina, dopo i continui rischi corsi sulle rotte dei convogli. Il sottocapo mitragliere Sergio Bandone ricordò poi che proprio il 18 aprile 1943, il giorno prima del bombardamento che avrebbe affondato l’Alpino, un sottufficiale di quella nave gli aveva detto: “Siamo a cavallo”: ormai non c’era più niente da temere.
L’illusione dell’inviolabilità di La Spezia, tuttavia, era destinata a sciogliersi presto come neve al sole. In seguito all’avanzata in Nordafrica, gli Alleati potevano ora disporre di basi aeree in Cirenaica ed Algeria, e per ridurre i problemi legati all’autonomia avevano ideato la tattica dello “shuttle bombing”: decollo dei bombardieri dalle basi dell’Inghilterra, bombardamento di un obiettivo in Italia, atterraggio in una base nordafricana, rifornimento e ritorno.
La Spezia conobbe il primo grande bombardamento britannico, ad opera di ben 211 bombardieri del Bomber Command della Royal Air Force, nella notte tra il 13 ed il 14 aprile 1943. Quasi quattrocento tonnellate di bombe caddero sulla città, arrecando gravi danni tanto alle installazioni militari quanto all’abitato, ma senza colpire nessuna delle navi presenti in porto. La fine dell’Alpino, però, era rimandata di soli cinque giorni.
Il 16 aprile, l’Alpino fu tra i sei cacciatorpediniere che presero il mare per scortare le tre corazzate Littorio, Vittorio Veneto e Roma, impegnate in esercitazioni e nelle prove di tiro di quest’ultima unità, entrata in servizio da pochi mesi. L’esercitazione, svolta anchee con la protezione di aerei antisommergibile e da caccia, ebbe esito soddisfacente.
Nella notte tra il 18 ed il 19 aprile, altri 170 bombardieri del Bomber Command piombarono sui cieli di La Spezia, sganciando il loro carico di morte: 329 tonnellate di bombe dirompenti e 109 di bombe incendiarie. A differenza del precedente bombardamento del 14 aprile, che pure aveva causato gravi danni, quello del 19 risultò molto più preciso e concentrato. 14 Avro Lancaster e 5 Handely Page Halifax risalirono il golfo da sud verso nord, dopo aver aggirato Palmaria, sganciando bengala e bombe “target indicator” per segnalare gli obiettivi (tali aerei venivano chiamati “Pathfinder”), dopo di che 159 altri Lancaster sorvolarono la città da nord verso sud sganciando le bombe (in realtà, dei 186 bombardieri decollati furono in 170 a giungere effettivamente su La Spezia, mentre gli altri, come spesso accadeva, si persero lungo il volo di avvicinamento). A differenza di quanto viene talvolta riportato, obiettivo dell’incursione non erano specificamente le tre corazzate classe “Littorio” o comunque le navi da guerra presenti nel porto: i due bombardamenti di La Spezia del 14 e 19 aprile furono, come tutte le altre incursioni del Bomber Command su città del Nord Italia nel 1942-1943, degli “area bombings”, in cui l’obiettivo era devastare deliberatamente la città, senza cercare di colpire specifici obiettivi (molto difficili da colpire, specie di notte), bensì cercando di terrorizzare quanto più possibile la popolazione civile, in modo da indurla a sfollare lasciando così inattive, per mancanza di manodopera, le industrie belliche, anche se queste non fossero state colpite.
La città venne devastata, con più di duecento edifici distrutti, compresi il municipio, il mercato pubblico e la stazione, a fronte di un numero di vittime civili relativamente ridotto in rapporto ai danni, tredici (oltre a 136 feriti), soprattutto grazie alla maggior sicurezza dei rifugi antiaerei di La Spezia (ricavati in gallerie invece che negli scantinati di edifici che avrebbero potuto crollarvi sopra). Anche la base navale (27 edifici rasi al suolo), l’arsenale con i bacini di carenaggio, la raffineria e le fabbriche riportarono danni gravissimi.
Quella notte l’Alpino era all’ormeggio alla testata del molo Italia (sul lato sinistro del molo), vicino al faro, nel lato interno del porto, a proravia della nave posacavi Città di Milano. Nel tratto di banchina dove il cacciatorpediniere era ormeggiato si trovavano tre postazioni di mitragliere, a pochi metri di distanza dalla nave. I mitraglieri, che erano sfiniti a causa del continuo stato di preallarme causato da attacchi e falsi allarmi sulla Liguria avvenuti in precedenza, avevano l’ordine di sparare a vista senza sprecare munizioni, disposizione la cui esecuzione sarebbe stata però resa difficile tanto dall’effetto dei nebbiogeni che venivano attivati per ridurre la possibilità di avvistare le navi ormeggiate, quanto dalle schegge dei proiettili della contraerea, che, dopo essere esplose in aria, ricadevano a terra con grave pericolo di chi vi si trovava sotto.
L’allarme aereo suonò intorno a mezzanotte, quando l’equipaggio dell’Alpino era già andato a dormire. Tutti furono svegliati dal suono delle sirene, ed il comandante capitano di vascello Candido Bigliardi, per non far correre rischi inutili ai suoi uomini – la presenza a bordo dell’intero equipaggio non sarebbe infatti stata di nessuna utilità, dato che i bombardieri si tenevano in quota, fuori tiro per le armi contraeree di cui erano dotati i cacciatorpediniere –, fece immediatamente sbarcare il personale in franchigia, mandandolo nei rifugi antiaerei a terra. Al suono delle sirene seguì il rombo dei motori di 178 quadrimotori Lancaster e cinque Halifax.
Le bombe iniziarono a cadere all’1.36, e l’incursione, in due ondate, ebbe fine solo alle 2.40. I nebbiogeni per l’annebbiamento del porto funzionarono abbastanza bene, la contraerea invece lasciò molto a desiderare (un solo aereo britannico andò perduto).
Poco dopo l’una di notte, due bombe caddero in rapida successione a meno di una decina di metri dalle postazioni di mitragliatrici sistemate sul molo: la prima cadde in mezzo agli scogli che proteggevano il molo, sbriciolandoli; la seconda, subito dopo, colpì in pieno l’Alpino, scatenando un vasto incendio ed una serie di esplosioni. Anche parecchi spezzoni incendiari caddero a bordo, innescando altri incendi e circondando la nave di un mare di nafta in fiamme, fuoriuscita dai suoi stessi serbatoi colpiti. Qualcuno gridò “La nave sta per saltare”, ed il comandante in seconda ordinò di aprire le valvole Kingston, per allagare i depositi munizioni prima che le fiamme li raggiungessero. Constatato che ormai la nave era persa, il comandante Bigliardi dovette ordinare di abbandonarla portando in salvo i feriti.
Avvolto dalle fiamme e colpito da una bomba dirompente in uno dei depositi munizioni, l’Alpino, scosso da un’esplosione che fece staccare la poppa dal resto della nave (un testimone raccontò poi che il cacciatorpediniere “si aprì come una riccia”), affondò nelle acque del porto alle 2.35, lasciando emergere la parte superiore della plancia ed il fumaiolo.
44 uomini dell’Alpino trovarono la morte nel bombardamento.

I loro nomi:

Mario Agrillo
Domenico Arpino
Cesare Azzarini
Ugo Baretto
Alido Bruni
Ciro Buccheri
Angelo Busà
Mario Campanaro
Mario Castellani
Cosimo Fornaro
Bruno Galimberti
Salvatore Galleu
Battista Galli
Giorgio Gambini
Giuseppe Gelosi
Bartolomeo Granieri
Natale Iriti
Domenico Leonardi
Serafino Lovat
Achille Mancini
Ciro Maraniello
Pellegrino Marchese
Domenico Martella
Ivo Masini
Bramante Matteucci
Nicola Mutalipassi
Francesco Narciso
Vincenzo Nicastro
Menotti Palombarini
Nello Patrizi
Michele Penza
Giuseppe Perosa
Vincenzo Perricone
Luciano Pianini
Luigi Piechele
Mario Polini
Luigi Ragghianti
Romualdo Rocchini
Giuseppe Sigismondo
Santo Strepparola
Adelfio Teolis
Otello Tosi
Mario Veronesi
Ferdinando Vietina



La motivazione della Medaglia di bronzo al Valor Militare conferita al comandante Bigliardi:

"Comandante di di cacciatorpediniere sorpreso all'ormeggio da violento bombardamento aereo notturno sulla base navale e e ripetutamente colpito da spezzoni che provocavano incendi, attuava con prontezza i necessari provvedimenti di emergenza. Colpita nuovamente la nave da bombe di grosso calibro che causavano nuovo vasto incendio, accertata vana ogni misura per assicurare la galleggiabilità, provvedeva al salvataggio dei feriti e dei superstiti ed abbandonava la nave ormai prossima a sommergersi, esempio di serenità e fermezza
(Acque Metropolitane, 19 aprile 1943)”

Il relitto della nave venne recuperato nell’aprile 1948 e smantellato.


L’Alpino nell’aprile 1948, appena portato in bacino nell’Arsenale di La Spezia, ancora circondato dai cilindri di sollevamento impiegati per riportarlo a galla (Foto Aldo Fraccaroli, Coll. Maurizio Brescia, via Associazione Venus)


Il relitto dell’Alpino visto da poppa (foto tratta da http://www.warshipsww2.eu/shipsplus.php?language=E&id=61094)


La zona centrale del cacciatorpediniere, dilaniata dalle esplosioni. Dai rottami emergono una turbina a vapore ed il suo riduttore (g.c. STORIA militare)



Nel 1950 la sezione di La Spezia dell’Associazione Nazionale Alpini pose in opera, sul Molo Italia, un piccolo monumento in memoria dei caduti della nave. I loro nomi, insieme a quelli dei caduti dell’incrociatore pesante Trieste affondato da un bombardamento a La Maddalena, sono ricordati da una lapide nel Cimitero dei Boschetti, a La Spezia. In occasione dei raduni dell’ANA a La Spezia, nel 1966 e nel 1985, sono state tenute presso il monumento delle cerimonie in ricordo dei caduti dell’Alpino. In un’occasione tre soci dell’ANA, dopo che un camion aveva urtato il monumento danneggiandolo, hanno provveduto personalmente a restaurarlo. Oggi il monumento ai marinai dell’Alpino necessita di nuovi restauri, che sono in corso di pianificazione da parte dell’ANA di La Spezia.


La lapide ai caduti dell’Alpino e del Trieste nel cimitero dei Boschetti (g.c. Alfredo Ponticelli/ANA La Spezia)


Sotto, due immagini del monumento ai caduti dell’Alpino al Molo Italia di La Spezia (g.c. Roberto Fiorelli/ANA La Spezia)








9 commenti:

  1. Lettura emozionante per me: mio padre Raffaele Romeo era imbarcato su Nave Alpino dal varo sino all'affondamento. Si salvò essendo partito per una licenza poche ore prima del bombardamento. Grazie del ricordo, Aldo Romeo.

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  2. Mio nonno (il padre di mia madre) era il CF (poi Ammiraglio Sq.) Giuseppe Marini. L'unica cosa che so è che non è perito con l'Alpino, e anzi, ha potuto dirigere le operazioni di salvataggio dei naufraghi della Roma (ed io ho potuto conoscerlo fino all'età di 7 anni). Quello che non so è se la nave spezzata in due di cui mi disse qualcosa una volta mia nonna era l'Alpino o la Roma. Ho il vaghissimo ricordo che le parole si riferissero ad una nave su cui era stato, ma l'Alpino, a giudicare dalle foto, non si spezzò veramente in due (al contrario della Roma). Per la verità non sono neanche certo che il comandante dell'Alpino al momento del bombardamento fosse ancora lui. Se era lui, come credo, apprendo solo con questa lettura che era presente alla fine della sua nave, e mi dispiace che non avesse fatto sbarcare tutto l'equipaggio, ma sicuramente c'erano ragioni più grandi di lui per questa decisione.
    Comunque la ringrazio tantissimo per questa incredibilmente dettagliata (non importa se incompleta) cronistoria, e per le fotografie che ancora non avevo visto altrove. Se vuole, può usare le fotografie di mio nonno che trova qui: www.waltertross.com/GiuseppeMarini/ e qui: www.waltertross.com/AmmDiSqGiuseppeMarini/. In particolare la prima, che penso sia stata scattata proprio a bordo dell'Alpino.
    Ancora grazie
    Walter Tross
    P.S. Le sarei anche grato se mi sapesse dire dove posso reperire informazioni su mio nonno

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    1. Buongiorno, la ringrazio. Avevo a suo tempo cercato di sapere chi fosse il comandante dell'Alpino al momento del suo affondamento, ma senza risultato. Aggiungerò volentieri le foto di suo nonno alla pagina.
      Le informazioni sul servizio militare di suo nonno (es. periodi di imbarco sulle diverse unità) possono essere ottenute richiedendo il foglio matricolare; le metto qualche link su come ottenerlo: http://webcache.googleusercontent.com/search?output=search&sclient=psy-ab&q=cache%3Ahttp%3A%2F%2Fwww.difesa.it%2FSGD-DNA%2FStaff%2FDG%2FPERSOMIL%2FDocumentazione%2FPagine%2FFoglimatricolariecopiedelcongedo230810.aspx&oq=cache%3Ahttp%3A%2F%2Fwww.difesa.it%2FSGD-DNA%2FStaff%2FDG%2FPERSOMIL%2FDocumentazione%2FPagine%2FFoglimatricolariecopiedelcongedo230810.aspx&gs_l=hp.3..0l10.781.4721.1.5265.7.7.0.0.0.0.278.1263.0j2j4.6.0....0...1c.1j2.54.hp..1.6.1259.Uuoa8Ooitsc&psj=1, http://www.sestosg.net/sportelli/anagrafe/elettoraleleva/scheda/,116, http://www.militariassodipro.org/news.php?item.726.8 e http://miles.forumcommunity.net/?t=47321578.

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  3. La ringrazio molto per i link, appena ne avrò il tempo farò un tentativo - ho capito che potendo è meglio andare di persona.
    L'articolo di Wikipedia dice "...e, persa la poppa, si posò sui bassifondali alle 2.35, con la morte di gran parte dell’equipaggio". Dalle foto non mi sembra che perse la poppa. Inoltre, e questa cosa mi preme se è vero che c'era anche mio nonno: se è vero, come Lei scrive, che morirono 44 persone, queste non sono gran parte dell'equipaggio, che secondo Wikipedia era di 215 persone, e secondo http://www.marina.difesa.it/storiacultura/storia/almanacco/Pagine/ABCD/alpino02.aspx era di 187 persone. Se Lei mi dice la fonte, posso correggere l'articolo di Wikipedia, perlomeno sostituendo "gran parte dell'equipaggio" con "44 membri dell'equipaggio".

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    1. In effetti dalle foto sembrerebbe che la nave sia rimasta "intera". Il numero di 44 persone è quello dei nomi riportati dalla targa in memoria dei caduti dell'Alpino nel cimitero monumentale di La Spezia; che è il quindi numero dei caduti dell'Alpino. Probabilmente si tratta di gran parte di quanti, tra l'equipaggio, si trovavano a bordo al momento dell'affondamento, cioè molti meno dei 230-260 uomini che componevano l'equipaggio completo in tempo di guerra di un ct classe Soldati (considerando che tutti gli uomini non necessari erano stati mandati nei rifugi a terra; probabilmente sulla nave rimasero solo alcune decine di uomini, com'era prassi in caso di bombardamento aereo in porto).

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    3. Buonasera di nuovo, il signor Andrea Tirondola (GM Andrea del forum di Betasom) ha appena risposto ad una richiesta che ho inviato oggi in seguito al suo commento: già il 1° aprile 1941 il CF Giuseppe Marini fu assegnato a MARISTAT (Stato Maggiore della Marina) quale responsabile della 1a Sezione Piani e Direttive del Reparto Operazioni ed Addestramento; rimase in tale incarico fino al settembre 1942, quando gli fu dato il comando della XIII Squadriglia Cacciatorpediniere con imbarco sul Mitragliere, comando che come sa ancora deteneva all'armistizio, quando con la sua Squadriglia soccorse i naufraghi della Roma.
      Non era quindi lui a comandare l'Alpino quando questi venne affondato, bensì il CV Candido Bigliardi, che sopravvisse.

      Le invio via e-mail l'indirizzo e-mail di Andrea Tirondola: è interessato anche lui a contattarla, e credo che possa fornirle ulteriori informazioni circa suo nonno.

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