domenica 13 aprile 2014

DM 12 Guglielmo Marconi


Il Guglielmo Marconi fotografato a Golfo Aranci il 10 ottobre 1932 (foto Coll. Paolo Tomei, da “La flotta scomparsa. Storia degli armamenti velici viareggini. I bastimenti” di Flavio Serafini, Ed. Gribaudo, 2010, via Francesco De Domenico)
Il Guglielmo Marconi era un grosso motoveliero da 304 tonnellate di stazza lorda, uno dei più bei brigantini goletta viareggini. Costruito nel 1914, apparteneva all’armatore viareggino Salvatore Cardella, ed era iscritto con matricola 375 al Compartimento Marittimo di Viareggio.
Il 17 novembre 1940 il Marconi venne requisito a Savona dalla Regia Marina, e, con caratteristica DM 12, fu iscritto nel ruolo del naviglio ausiliario dello Stato come dragamine magnetico. Con questo ruolo il motoveliero prestò servizio per quasi tre anni lungo le coste dell’Africa Settentrionale.

L’abbandono di Tripoli e la perdita

Nel gennaio 1943 le sorti della guerra in Libia erano ormai decise: le armate italo-tedesche non potevano che ritirarsi verso la Tunisia, e con il mese di dicembre 1942 erano finite le speranze di poter far arrivare qualche altro convoglio a Tripoli. Ora tutti i rifornimenti venivano inviati direttamente in Tunisia, dove si andava costituendo l’ultimo caposaldo della resistenza dell’Asse in Africa; per quel che riguardava Tripoli, l’unica cosa che si poteva fare era cercare di salvare le navi ancora presenti nel porto libico, trasferendole in Tunisia od in Italia. Tra queste navi vi era il Marconi.
I comandi britannici, però, concentrarono i loro mezzi offensivi navali, aerei e subacquei sull’unica rotta rimasta per l’evacuazione di Tripoli: andando a colpo tanto sicuro da non dover nemmeno necessitare della decrittazione dei messaggi italiani.


Su ordine del Comando di Marina Libia, tutte le unità minori ancora efficienti presenti a Tripoli si prepararono a partire. Si trattava della 40a Flottiglia Dragamine e di altre piccole unità requisite ed assegnate al Gruppo Navi Uso Locale. La partenza era prevista per il 19 gennaio 1943: quel giorno avrebbero lasciato Tripoli, insieme al Marconi, anche i dragamine ausiliari R 26 Angelo Musco e R 224 Cinzia, i rimorchiatori-dragamine RD 31, RD 36, RD 37 e RD 39, il piropeschereccio/nave scorta ausiliaria F 113 Scorfano, la piccola cisterna Q 6 Irma, il motoveliero cisterna/vedetta foranea V 66 Astrea e la barca pompa S. Barbara.
Sotto reiterati attacchi aerei, le minuscole navi militari e militarizzate che formavano l’eterogenea flottiglia lasciarono Tripoli a gruppi di due o tre tra le 14 e le 19 del 19 gennaio 1943, per avere migliori probabilità di farla franca. Il Marconi, al comando del tenente di vascello di complemento Corrado Pinotti, partì con il primo gruppo, alle ore 14, insieme agli altri due più piccoli dragamine ausiliari, il Cinzia e l’Angelo Musco, ed alla S. Barbara. Tutte le unità diressero nordovest: avrebbero seguito la costa tunisina, per tenersi lontane da Malta, poi avrebbero fatto rotta per l’Italia. Nessuna delle unità, però, poteva sviluppare che pochi nodi di velocità.
Nel pomeriggio del 19 gennaio avevano lasciato Malta anche i cacciatorpediniere britannici Kelvin e Javelin, della Forza K, inviati al largo della Tripolitania per una delle scorribande ai danni del naviglio italiano che, nella seconda metà di gennaio, avrebbero mietuto numerose vittime tra le navi in fuga da Tripoli. I due cacciatorpediniere britannici incrociarono per forse due ore al largo di Tripoli, poi – circa mezzanotte ora italiana – il radar Type 271 dello Javelin (od il radiogoniometro) rilevò un delle unità della flottiglia, 15-20 miglia ad est di Zuara, e le due unità britanniche le si avvicinarono, e si accorsero che non c’era una sola nave, bensì quello che sembrava essere un piccolo convoglio composto da parecchie unità, illuminate dalla luce lunare.
Quanto seguì, più che un combattimento, si potrebbe definire – ed in effetti a questo lo paragonarono i marinai britannici che vi presero parte – una esercitazione di tiro da parte delle unità britanniche: da una parte 12 cannoni da 120 mm e 20 tubi lanciasiluri da 533 mm (oltre a 8 mitragliere pesanti da 40 mm e 16 leggere da 12,7 mm), dall’altra pochi obsoleti cannoncini di piccolo calibro e qualche mitragliera.
L’RD 36, capo flottiglia, si lanciò contro i due cacciatorpediniere britannici nel tentativo di salvare il convoglio od almeno di ritardarne l’annientamento, ma fu rapidamente affondato con tutto l’equipaggio. Le altre unità tentarono, come era stato loro ordinato dall’RD 36, di dirigere sottocosta per porre in salvo almeno gli equipaggi: contro il Kelvin e lo Javelin, infatti, nessuna di quelle navicelle aveva né armamento minimamente sufficiente per una reazione efficace, né velocità bastante a fuggire. Una per una, furono braccate, illuminate con proiettili illuminanti ed affondate a cannonate. Quando il convoglio si fu sparpagliato, i due cacciatorpediniere si trovarono in mezzo alle navicelle in fuga, bene illuminate dalla luna: non potevano mancarle, come disse un ufficiale britannico, aggiungendo ironicamente che ad un certo punto sulle unità britanniche ci si incominciò a chiedere se sarebbero finite prima le munizioni od i bersagli.
La fine del Guglielmo Marconi s’indovina dai resoconti che alcuni giornali britannici pubblicarono qualche mese dopo in merito all’azione: il Marconi fu probabilmente una delle ultime unità ad andare a fondo. Dopo aver già affondato tutte le altre nove navi, infatti, il Kelvin e lo Javelin attaccarono congiuntamente due golette: con ogni probabilità, il Marconi e l’Astrea, gli unici due motovelieri della flottiglia. Una delle due golette, colpita dallo Javelin, compì tre giri completi prima di prendere fuoco: è probabile che fosse proprio il Marconi, che risulta essere stato incendiato dal cannoneggiamento, prima di affondare. L’agonia del Marconi si concluse infine ad una dozzina di miglia per 106° da Zuara, dove il motoveliero-dragamine affondò.

Se non altro, il Marconi ebbe la “fortuna” di essere l’unica, tra le undici piccole unità affondate quella notte, la cui perdita non dovette essere accompagnata da morte e lutti. Il comandante Pinotti e tutto il suo equipaggio, infatti, riuscirono a mettersi in salvo, raggiungendo la vicina costa o venendo soccorsi dai mezzi inviati sul posto dopo qualche tempo (il Kelvin e lo Javelin non si fermarono a recuperare dei naufraghi, perché avevano quasi esaurito le munizioni e dovevano fare ritorno a Malta). Non ebbero la stessa fortuna 180 uomini delle altre unità, che furono inghiottiti dalle acque del Mediterraneo.

Il Marconi nel 1914 (foto tratta da http://www.dryacht.com/files/brochure_ita.pdf)



Articoli di giornale britannici del 1943 che descrivono l’azione di Kelvin e Javelin ai danni della flottiglia italiana (g.c. Harry Amey)



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