sabato 19 luglio 2014

Vittorio Alfieri

La nave a Taranto nel 1939 (Coll. E. Bagnasco via M. Brescia ed Associazione Venus)

Cacciatorpediniere della classe Oriani (“classe Poeti”, dislocamento standard 1750 tonnellate, 2130 in carico normale, 2320 a pieno carico). Durante il secondo conflitto mondiale effettuò 35 missioni di guerra (8 con le forze da battaglia, 5 addestrative, 4 di scorta convogli, 3 di bombardamento contro costa e 15 di altro tipo), percorrendo in tutto 16.710 miglia e passando solo 26 giorni ai lavori.

Breve e parziale cronologia.

4 aprile 1936
Impostazione nei cantieri Odero Terni Orlando di Livorno.
20 dicembre 1936
Varo nei cantieri Odero Terni Orlando di Livorno.

L’Alfieri, a destra, ed il Carducci, a sinistra, in allestimento nei cantieri Orlando di Livorno nel luglio 1937 (Arch. Storico Cantiere Azimut-Benetti, via Associazione Venus). Le due unità, come insieme avevano iniziato la loro vita, insieme l’avrebbero finita.

1° dicembre 1937
Entrata in servizio.
Negli anni precedenti l’entrata in guerra effettua intensa attività addestrativa.
1938
Scorta la nave reale Savoia durante il viaggio di Vittorio Emanuele III in Libia.

Il cacciatorpediniere a Venezia il 17 settembre 1938 (foto Aldo Fraccaroli, coll. Maurizio Brescia, via Associazione Venus)

1939
Prende parte alla crociera della I Squadra Navale (della quale fa parte insieme alle unità gemelle Oriani, Gioberti e Carducci, colle quali forma la IX Squadriglia Cacciatorpediniere) in Portogallo e Spagna ed a Tangeri.
6-7 aprile 1939
Partecipa alle operazioni di occupazione dell’Albania (Operazione "Oltre Mare Tirana", OMT), assegnata al II Gruppo Navale, quello principale, incaricato dello sbarco a Durazzo: oltre all’Alfieri, lo compongono i gemelli Oriani, Gioberti e Carducci, gli incrociatori pesanti Zara, Pola, Fiume e Gorizia, le torpediniere Lupo, Lince, Libra e Lira, la nave appoggio idrovolanti Giuseppe Miraglia – carica di carri armati –, la nave officina Quarnaro, le cisterne militari Tirso ed Adige ed i mercantili requisiti Adriatico, Argentario, Barletta, Palatino, Toscana e Valsavoia.
Il II Gruppo (ammiraglio di divisione Ettore Sportiello; truppe da sbarco al comando del generale Alfredo Guzzoni) deve sbarcare il grosso delle forze, incaricate di conquistare Tirana.
Le navi da guerra giungono a Durazzo già nel pomeriggio del 6 aprile (e la torpediniera Lupo, prima di ricongiungersi alle altre unità, raggiunge il molo per recuperare il personale militare e diplomatico italiano), mentre quelle mercantili ed ausiliarie (ossia le navi con le truppe ed i materiali da sbarcare) solo alle 4.50 del 7, con mezz’ora di ritardo a causa della nebbia incontrata. Alle 5.25 ha inizio lo sbarco, che procede pur con qualche inconveniente (ordini di precedenza non rispettati per il ritardo di alcuni trasporti, impossibilità per alcuni di essi di entrare in porto a causa dell’eccessivo pescaggio).
Le prime truppe a prendere terra sono i distaccamenti da spiaggia e le compagnie da sbarco delle navi da guerra: a dispetto della calma apparente (la città è illuminata), non appena i militari italiani scendono sui moli divengono il bersaglio di violento tiro di fucili e mitragliatrici appostate tra i vicini edifici portuali.
La difesa albanese è comandata dal maggiore Abaz Kupi della gendarmeria e dal suo parigrado Alibali dell’esercito albanese; a contrastare lo sbarco vi sono un battaglione di guardia di frontiera, un battaglione dell’esercito albanese, un plotone di fanteria di Marina, una compagnia del Genio, una batteria da montagna (con due cannoni da 75/13 mm) e numerosi volontari, armati di fucili oltre a tre mitragliatrici Schwarzlose ed appoggiati dalla batteria costiera "Prandaj" (dotata di quattro cannoni Skoda da 75/27 mm, al comando del maggiore Gaqe Jorgo). Quest’ultima apre il fuoco sulle navi italiane, colpendo, secondo alcune fonti, la catapulta dell’idrovolante del Fiume; anche la Lupo viene colpita dal tiro proveniente da terra, senza riportare danni di rilievo ma subendo perdite tra l’equipaggio.
La forza attaccante, al comando del generale Giovanni Messe, consiste in due battaglioni del 3° Reggimento Granatieri di Sardegna, un battaglione del 47° Reggimento Fanteria, cinque battaglioni di Bersaglieri (due del 2° Reggimento Bersaglieri, uno del 3°, uno del 7° ed uno dell’11°), due battaglioni di carri leggeri L3/35, una batteria d’artiglieria da 65/17 mm ed una batteria contraerei da 20/65 mm.
Gli scontri a Durazzo sono piuttosto accesi e si protraggono per alcune ore, con perdite da entrambe le parti ed anche combattimenti corpo a corpo; l’intervento delle artiglierie delle navi, ordinato dal capitano di vascello Carlo Daviso di Charvensod, risolve la situazione in favore delle truppe italiane, che conquistano la città entro le nove del mattino (grazie anche allo sbarco dei carri armati ed alle incursioni dei bombardieri IMAM Ro. 37). L’Alfieri bombarda le posizioni costiere albanesi a Durazzo, in appoggio allo sbarco.
Quella vista a Durazzo è stata la più intensa resistenza opposta dalle truppe albanesi allo sbarco italiano. Contrastanti i dati sulle perdite: secondo le fonti italiane dell’epoca, vi sarebbero stati 25 morti e 97 feriti da parte italiana, e 160 morti e diverse centinaia di feriti da parte albanese; da parte albanese si parla di circa 400 italiani uccisi. Forse entrambe le stime sono alterate; quella italiana al ribasso, quella albanese al rialzo.
1939-1940
Subisce lavori di modifica con cui le quattro mitragliere contraeree binate da 13,2/76 mm vengono sostituite da otto più efficienti Breda singole da 20/65 mm mod. 1939-1940.
10 giugno 1940
All’entrata dell’Italia nella seconda guerra mondiale, il Vittorio Alfieri (capitano di vascello Lorenzo Daretti) è caposquadriglia della IX Squadriglia Cacciatorpediniere, che forma insieme ai gemelli Alfredo Oriani, Vincenzo Gioberti e Giosuè Carducci. Ne sarà caposquadriglia pressoché ininterrottamente sino alla sua perdita, con la quale la IX Squadriglia cesserà di esistere. La IX Squadriglia è assegnata alla I Divisione incrociatori (I Squadra Navale).

L’Alfieri in testa alla sua squadriglia (secondo nella fila è il Gioberti) in entrata a Taranto nel 1940 (g.c. STORIA militare)

12 giugno 1940
L’Alfieri (caposquadriglia), con il resto della IX Squadriglia, la XVI Squadriglia (Nicoloso Da Recco, Emanuele Pessagno ed Antoniotto Usodimare) e la I (incrociatori pesanti Zara, Fiume e Gorizia) e VIII Divisione Navale (incrociatori leggeri Luigi di Savoia Duca degli Abruzzi e Giuseppe Garibaldi), salpa da Taranto alle 00.20 in appoggio alla formazione navale (incrociatore pesante Pola, III Divisione Navale, XI e XII Squadriglia Cacciatorpediniere) uscita da Messina per intercettare due incrociatori britannici (il Caledon ed il Calypso) avvistati da dei ricognitori a sud di Creta, diretti verso ovest (gran parte della Mediterranean Fleet, al pari di una squadra navale francese, è infatti uscita in mare a caccia, infruttuosa, di naviglio italiano). Alle 9, dato che nuovi voli di ricognizione non sono più riusciti a trovare le navi nemiche, tutte le unità italiane ricevono ordine di tornare in porto. Durante la navigazione di ritorno nel Mar Ionio si verificano ben cinque infruttuosi attacchi subacquei contro gli incrociatori della I e della VIII Divisione: i cacciatorpediniere della scorta contrattaccano e ritengono di aver danneggiato od affondato i sommergibili attaccanti, ma si sbagliano.
22-24 giugno 1940
Alfieri (caposquadriglia) e IX Squadriglia prendono il mare insieme alle Squadriglie Cacciatorpediniere X e XII, alle Divisioni incrociatori I, II e III ed all’incrociatore pesante Pola (tutta la II Squadra Navale, più la I Divisione) per fornire copertura alla VII Divisione ed alla XIII Squadriglia Cacciatorpediniere, inviate a compiere un’incursione contro il traffico mercantile francese nel Mediterraneo occidentale. Le forze della II Squadra, partite da Messina (Pola e III Divisione), Augusta (I Divisione, lì giunta da Taranto la notte tra il 21 ed il 22) e Palermo (II Divisione) il 22 giugno, si riuniscono al tramonto dello stesso giorno a nord di Palermo. L’operazione non porta comunque ad incontrare alcuna nave nemica.
2 luglio 1940
L’Alfieri, le unità gemelle, la I Divisione (Zara, Fiume e Gorizia), gli incrociatori leggeri Giovanni delle Bande Nere e Bartolomeo Colleoni e la X Squadriglia Cacciatorpediniere (Maestrale, Grecale, Libeccio e Scirocco) forniscono scorta indiretta ai trasporti truppe Esperia e Victoria, di ritorno vuoti da Tripoli a Napoli con la scorta delle torpediniere Procione, Orsa, Orione e Pegaso.
7-11 luglio 1940
La IX Squadriglia, al comando del capitano di vascello Lorenzo Daretti, imbarcato sull’Alfieri, prende il mare insieme al resto della II Squadra Navale (incrociatore pesante Pola, I, III e VII Divisione incrociatori con nove unità in tutto e XI, XII e XIII Squadriglia Cacciatorpediniere) per scortare a distanza un convoglio diretto in Libia (motonavi da carico Marco Foscarini, Francesco Barbaro e Vettor Pisani, motonavi passeggeri Esperia e Calitea, con la scorta diretta dei due incrociatori leggeri della II Divisione, dei quattro cacciatorpediniere della X Squadriglia, delle quattro torpediniere della IV Squadriglia e delle vecchie torpediniere Rosolino Pilo e Giuseppe Missori). La I Squadra Navale (V Divisione con le corazzate Giulio Cesare e Conte di Cavour, IV e VIII Divisione con sei incrociatori leggeri, VII, VIII, XV e XVI Squadriglia Cacciatorpediniere con 13 unità) esce anch’essa in mare a sostegno dell’operazione. Le unità della I e della II Squadra salpano tra le 12.30 e le 18 del 7 luglio da Augusta (Pola, I e II Divisione), Messina (III Divisione), Palermo (VII Divisione) e Taranto (IV, V e VIII Divisione).
La II Squadra si pone 35 miglia ad est del convoglio, tranne la VII Divisione con la XIII Squadriglia, che viene invece posizionata 45 miglia ad ovest.
L’operazione va a buon fine, ma alle 15.20 dell’8 luglio, a seguito dell’avvistamento di una formazione britannica – anche la Mediterranean Fleet, infatti, è in mare a protezione di convogli – la I e la II Squadra Navale dirigono per intercettare le navi nemiche (che si teme dirette a bombardare Bengasi), con l’intento di impegnarle in combattimento almeno un’ora prima del tramonto.
Alle 19.20, però, in seguito ad ordini di Supermarina (il comando della Regia Marina, che, a differenza dell’ammiraglio Campioni – comandante superiore in mare – ha avuto modo di apprendere, tramite la crittografia, la reale consistenza e finalità dei movimenti britannici) la flotta italiana accosta per 330° per rientrare alle basi, con l’ordine di non impegnare il nemico. Durante l’accostata le navi vengono attaccate da alcuni velivoli con una dozzina di bombe, rispondendo con intenso tiro contraereo. La navigazione notturna di rientro si svolge senza grossi inconvenienti, salvo due fallimentari attacchi siluranti contro la III Divisione; la II Squadra (eccetto la VII Divisione, che è ancora separata da essa) accosta verso nord all’1.23.
Già dalle 22 dell’8, però, sono arrivati nuovi ordini: Supermarina teme che la Mediterranean Fleet intenda lanciare un attacco aeronavale contro le coste italiane, perciò ordina alle forze in mare di riunirsi nel punto 37°40’ N e 17°20’ E, 65 miglia a sudest di Punta Stilo, entro le 14 del 9 luglio. Alle 6.40 del 9 luglio la III Divisione si ricongiunge con Pola e I Divisione, alle 8 viene avvistato un idroricognitore Short Sunderland che pedina la flotta italiana (la caccia italiana, chiamata ad intervenire, non verrà però inviata ad attaccarlo).
Nella tarda mattinata del 9, dato che tre cacciatorpediniere (due dei quali della VII Squadriglia, che è stata così dimezzata) sono dovuti rientrare per avarie e che alcune squadriglie inviate a rifornirsi (VIII e XV) non sono ancora tornate, la IX Squadriglia, facente parte della II Squadra, viene distaccata ed assegnata alla VIII Divisione.
La IX Squadriglia Cacciatorpediniere, insieme alla XIV Squadriglia (giunta da Taranto nel primo pomeriggio del 9) ed alla IV e VIII Divisione incrociatori, va così a formare la colonna sinistra dello schieramento italiano, posta ad est della V Divisione costituita dalle corazzate Giulio Cesare e Conte di Cavour.
Alle 14.05 ha inizio l’avvicinamento alla flotta britannica: alle 15.15 gli incrociatori aprirono il fuoco, seguiti alle 15.23 anche dalle corazzate. La VIII Divisione, appena avvistato il nemico, accosta per 70° ed incrementa rapidamente la velocità a 30 nodi, per poi aprire il fuoco alle 15.20 (da 20.000 metri, con rotta 10°, contro la 7th Cruiser Division britannica). Già dalle 15.16 (15.26 per una fonte britannica), però, l’Alfieri ed il resto della IX Squadriglia sono divenuti il bersaglio del tiro dell’incrociatore leggero britannico Orion: alle 15.08 gli incrociatori britannici della 7th Division, subito dopo aver avvistato la squadriglia dell’Alfieri, mettono la prua verso di essa, riducono le distanze sino a 18.000 metri e poi accostano a dritta per poter puntare il maggior numero possibile di cannoni contro la VIII Divisione e la IX Squadriglia. Gli incrociatori britannici aprono poi il fuoco con i loro pezzi da 152, mentre l’Alfieri e gli altri cacciatorpediniere (che comunicano l’avvistamento alle 15.16) non possono rispondere al fuoco con i loro cannoni da 120, non essendo la distanza abbastanza ridotta per la loro gittata. L’Alfieri, che già alle 15.08 ha comunicato «Avvisto il nemico per Rb. 80», accosta verso nord (70°) allo scopo di poter meglio riconoscere la formazione che ha avvistato, ed alle 15.19 avvista fumo e sagome di altre navi maggiori non identificabili; a quell’ora comunica pertanto «Il gruppo nemico avvistato è composto di quattro incrociatori e tre cacciatorpediniere. Dietro incrociatori avvisto altre tre unità di tipo imprecisato».
Essendo vincolata dai suoi compiti informativi, e comunque appoggiata dalla VIII Divisione, la IX Squadriglia non contromanovra per allontanarsi fino a quando, calata la distanza a 16.000 metri, non viene ricevuto l’ordine del comandante della VIII Divisione di raggiungere il posto assegnato nel dispositivo di combattimento. La IX Squadriglia accosta perciò in fuori e si posiziona come da ordini.
Incrociatori e corazzate cessano poi il fuoco rispettivamente alle 15.31 ed alle 15.35, per poi riprenderlo dalle 15.48 alle 16.04 (corazzate) e dalle 15.56 alle 16.15 (incrociatori). In questo frangente, dalle 15.23, la IV e la VIII Divisione vengono inquadrate da dieci salve da 381 mm sparate dalle corazzate britanniche Warspite e Malaya, che cadono molto vicine, costringendo alle 15.33 le due divisioni a portarsi fuori tiro accostando a sinistra (la VIII passa, con questa manovra, tra la I e la II Squadra, per poi assumere rotta verso nord). Durante questa fase, in cui gli opposti schieramenti si scambiano cannonate da grande distanza senza costrutto, la IX Squadriglia non ha parte rilevante. Alle 15.59, però, la Cesare, la nave ammiraglia, viene danneggiata da un proiettile da 381 mm, dovendo ridurre la velocità. A seguito di questo evento l’ammiraglio Inigo Campioni, comandante superiore in mare delle forze italiane, decide di rompere il contatto per rientrare alle basi, ed alle 16.05 dirama l’ordine generale per le squadriglie di cacciatorpediniere di attaccare con il siluro le navi della Mediterranean Fleet, in modo da facilitare lo sganciamento delle navi maggiori.
Già alle 15.45, prima ancora di ricevere l’ordine, la IX Squadriglia si trova un miglio a nord-nord-est dell’incrociatore pesante Bolzano (la nave in testa alla formazione navale), con rotta nord, intenta a manovrare con rotta dapprima 40° e poi 60° per ridurre le distanze con il nemico a sufficienza per lanciare. Alle 16 la IX Squadriglia viene presa sotto il tiro degli incrociatori britannici, aprendo a sua volta il fuoco alle 16.01 ma cessandolo già alle 16.05; alle 16.07 l’Alfieri viene colpito di striscio da un proiettile da 152 mm sparato dall’Orion (nave ammiraglia dell’ammiraglio John Cronyn Tovey, comandante del 7th Cruiser Squadron), che lo colpisce all’estrema prua per poi scoppiare in mare senza causare danni di rilievo. La nave viene anche raggiunta da diverse schegge; due membri dell’equipaggio rimangono feriti.
L’Alfieri è così l’unica unità della IX Squadriglia, ed una delle tre sole navi in tutta la flotta italiana (le altre sono la Cesare ed il Bolzano), ad essere colpita durante la battaglia, non subendo comunque danni apprezzabili. Proprio alle 16.05 viene ricevuto l’ordine di attacco, ed un minuto dopo le unità della IX Squadriglia lanciano cinque siluri da una distanza di 13.500 metri (sono i primi cacciatorpediniere dello schieramento italiano a lanciare i siluri), con beta 32°, verso gli incrociatori britannici di testa, per poi ripiegare verso ovest-nord-ovest coprendo la propria ritirata con cortine nebbiogene. Alle 16.16 le navi britanniche cessano di sparare contro la IX Squadriglia, che si ricongiunge poi con la VIII Divisione.
Nessuno dei siluri lanciati va a segno; sono probabilmente proprio dei siluri della IX Squadriglia le scie che, alle 16.10, vengono viste passare nella formazione della 14th Destroyer Flotilla britannica, in procinto di contrattaccare. Tra le 16.19 e le 16.30 tre squadriglie di cacciatorpediniere britannici (2th, 10th e 14th Flotilla) aprono il fuoco contro quelli italiani da 11.250-12.500 metri, appoggiati tra le 16.39 e le 16.41 dal tiro dei pezzi secondari da 152 mm delle corazzate Warspite e Malaya. Alle 16.49 la “mischia” tra cacciatorpediniere, svoltasi a grande distanza, ha termine senza che nessuna unità sia stata colpita.
Terminata la battaglia, la flotta italiana si avvia alle proprie basi. L’aliquota più consistente delle unità italiane, compreso l’Alfieri, dirige su Augusta: nel pomeriggio del 9 luglio la corazzata Conte di Cavour, gli incrociatori pesanti Pola, Zara, Fiume e Gorizia, gli incrociatori leggeri Alberico Da Barbiano, Alberto Di Giussano, Luigi di Savoia Duca degli Abruzzi e Giuseppe Garibaldi ed i 36 cacciatorpediniere delle Squadriglie VII, VIII, IX, XI, XIV, XV e XVI fanno il loro ingresso nella base siciliana. Poco dopo mezzanotte, però, a seguito dell’intercettazione e decifrazione di messaggi radio britannici che fanno presagire un imminente attacco di aerosiluranti contro il naviglio ormeggiato ad Augusta, Supermarina ordina a tutte le navi di lasciare la base: dopo essersi frettolosamente rifornite, le unità ripartono per le basi di assegnazione (Napoli e Taranto). La IX Squadriglia, insieme ala Cavour con i quattro incrociatori pesanti ed alle Squadriglie Cacciatorpediniere VII e VIII partono per prime, alle 00.55 del 10 luglio, alla volta di Napoli.

L’Alfieri visto al traverso (g.c. Giacomo Toccafondi via miles.forumcommunity.net)

30 luglio-1° agosto 1940
L’Alfieri fornisce protezione a distanza, insieme alle unità gemelle, agli incrociatori pesanti Pola, Zara, Fiume, Trento e Gorizia, agli incrociatori leggeri Alberico Da Barbiano, Alberto Di Giussano, Luigi di Savoia Duca degli Abruzzi, Eugenio di Savoia, Raimondo Montecuccoli e Muzio Attendolo ed alla XII, XIII e XV Squadriglia Cacciatorpediniere (undici unità in tutto), a due convogli diretti in Libia (partiti da Napoli e diretti l’uno a Tripoli e l’altro a Bengasi) e comprensivi in tutto di dieci trasporti (Maria Eugenia, Gloria Stella, Mauly, Bainsizza, Col di Lana, Francesco Barbaro, Città di Bari, Marco Polo, Città di Napoli e Città di Palermo), quattro cacciatorpediniere (Maestrale, Grecale, Libeccio e Scirocco) e dodici torpediniere (Orsa, Procione, Orione, Pegaso, Circe, Climene, Clio, Centauro, Airone, Alcione, Aretusa ed Ariel). L’operazione è denominata «Trasporto Veloce Lento». Entrambi i convogli raggiungono senza danni le loro destinazioni tra il 31 luglio ed il 1° agosto.
1° settembre 1940
A seguito della riorganizzazione delle due Squadre Navali, la IX Squadriglia (Alfieri, Oriani, Gioberti, Carducci) rimane dislocata a Taranto, assegnata alla I Divisione Navale.
1-2 settembre 1940
La IX Squadriglia parte da Taranto alle sei del mattino del 31 agosto insieme alla IX Divisione (corazzate Littorio e Vittorio Veneto), alla V Divisione (corazzate Caio Duilio, Conte di Cavour e Giulio Cesare, quest’ultima aggregatasi solo il 1° settembre a causa di avarie), alla I Divisione (incrociatori pesanti Zara, Pola, Fiume e Gorizia), all’VIII Divisione (incrociatori leggeri Luigi di Savoia Duca degli Abruzzi e Giuseppe Garibaldi) ed ad altri 23 cacciatorpediniere per contrastare l’operazione britannica «Hats». Complessivamente all’alba del 31 prendono il mare da Taranto, Brindisi e Messina 4 corazzate, 13 incrociatori della I, III, VII e VIII Divisione e 39 cacciatorpediniere. Alle 22.30 la formazione italiana riceve l’ordine di impegnare le forze nemiche a nord della congiungente Malta-Zante, dunque deve cambiare la propria rotta per raggiungerle (o non potrebbe prendere contatto con esse), dirigendo più verso sudovest (verso Malta) e superando la congiungente Malta-Zante. Il mattino del 1° settembre, tuttavia, il vento, già in aumento dalla sera precedente, dà origine ad una violenta burrasca, che costringe la flotta italiana a tornare alle basi, perché i cacciatorpediniere non sono in grado di tenere il mare compatibilmente con le necessità operative. Poco dopo la mezzanotte del 1° settembre le unità italiane entrano nelle rispettive basi; tutti i cacciatorpediniere sono stati danneggiati (specie alle sovrastrutture) dal mare mosso, alcuni hanno perso degli uomini in mare.
7-9 settembre 1940
La flotta italiana (5 corazzate, 6 incrociatori e 19 cacciatorpediniere) lascia Taranto alle 16 del 7 diretta a sud della Sardegna, per intercettare la Forza H britannica che si presume diretta verso Malta. La ricognizione aerea, tuttavia, non avvista nessuna nave nemica (la Forza H, infatti, aveva lasciato Gibilterra per un’operazione da svolgersi non nel Mediterraneo ma nell’Atlantico), dunque alle 16 dell’8 settembre la formazione italiana, arrivata a sud della Sardegna, inverte la rotta e raggiunge le basi del Tirreno meridionale, da dove il 10 tornerà nelle basi di dislocazione normale (Taranto e Messina).
29 settembre-2 ottobre 1940
La sera del 29 settembre escono in mare da Taranto il Pola, le divisioni I, V, VII, VIII e IX e 19 cacciatorpediniere (il Pola con la I Divisione e 4 cacciatorpediniere alle 18.05 e le altre unità alle 19.30) e da Messina la III Divisione con 4 cacciatorpediniere per contrastare un’operazione britannica in corso. La formazione uscita da Taranto assume rotta 160° e velocità 18 nodi, riunendosi con le navi provenienti da Messina alle 7.30 del 30 settembre. In mancanza di elementi sufficienti ad apprezzare la composizione ed i movimenti della Mediterranean Fleet ed in considerazione dello svilupparsi di una burrasca da scirocco (che avrebbe reso impossibile una navigazione ad alta velocità verso sud da parte dei cacciatorpediniere) Supermarina decide di rinunciare a contrastare l’operazione ed ordina alle unità in mare di invertire la rotta alle 6.25 del 30 ed incrociare dapprima tra i paralleli 37° e 38°, poi (dalle 10.30) 38° e 39° ed alle 14 fare rotta verso sudovest sino a raggiungere il 37° parallelo, poi, alle 17.20, di rientrare alle basi. Navigando nella burrasca, la flotta italiana raggiunge le basi tra l’una e le quattro del mattino del 1° ottobre, vi si rifornisce in fretta e rimane in attesa di un’eventuale nuova uscita per riprendere il contrasto, ma in base alle nuove informazioni ottenute ciò risulterà impossibile, pertanto, alle 14.00 del 2 ottobre, le navi riceveranno l’ordine di spegnere le caldaie.
6 ottobre 1940
Salpa da Taranto in mattinata insieme al resto della IX Squadriglia, al Pola (nave di bandiera della II Squadra Navale) ed alla I Divisione (Zara, Fiume e Gorizia), in appoggio all’operazione «C.V.», consistente nell’invio da Taranto a Lero delle due veloci e moderne motonavi Calitea e Sebastiano Venier, cariche di rifornimenti destinati alle isole del Dodecaneso e scortate dalla XII Squadriglia Cacciatorpediniere. L’operazione (il convoglio è partito la sera del 5, ed il 6 mattino, oltre al gruppo cui appartiene l’Alfieri, sono salpate da Messina anche la III Divisione con Trento, Trieste e Bolzano e la XI Squadriglia Cacciatorpediniere) viene però interrotta il mattino stesso del 6 ottobre, dopo che la ricognizione aerea dell’Egeo ha segnalato due corazzate, due incrociatori e sette cacciatorpediniere britannici sulla rotta Alessandria-Caso, ossia dove dovrebbero passare le navi dirette nel Dodecaneso. Tutte le unità italiane vengono fatte rientrare alle basi; «C.V.» non si farà più.

In navigazione (da www.ischiaonline.it)

11-12 novembre 1940
Alfieri, Oriani, Gioberti e Carducci sono presenti a Taranto (ormeggiati a nordovest del centro del Mar Grande, ad est del recinto retale che racchiude le navi della I Divisione – Zara, Fiume, Gorizia –) durante l’attacco aerosilurante britannico che affonda la corazzata Conte di Cavour e pone fuori uso le corazzate Littorio e Duilio (“notte di Taranto”). Le unità della IX Squadriglia non subiscono danni.
Tra le 14.30 e le 16.45 del 12 novembre la IX Squadriglia, insieme alla XI Squadriglia, al Pola ed alla I Divisione, lascia Taranto, valutata ormai insicura, per raggiungere Napoli.
16-18 novembre 1940
Alle 10.30 del 16 prendono il mare le corazzate Vittorio Veneto e Cesare, la I Divisione (da Napoli) e la III Divisione (da Messina) e le Squadriglie Cacciatorpediniere IX, XII, XIII e XIV per intercettare una formazione britannica diretta verso est. Raggiunto alle 16.30 un punto prestabilito 45 miglia a nord-nord-est di Ustica, la formazione italiana dirige poi verso ovest ed alle 17.30 arriva 35 miglia a sudovest di Sant’Antioco. Dopo aver navigato per un po’ in direzione dell’Algeria, la squadra italiana riceve l’ordine rientrare.
26-28 novembre 1940
Tra le 11.50 e le 12.30 del 26 l’Alfieri (capitano di vascello Lorenzo Daretti) lascia Napoli unitamente alle altre unità della IX Squadriglia (Oriani, Gioberti e Carducci), di cui è caposquadriglia, alla I Divisione (Fiume e Gorizia) ed al Pola (prendono il mare al contempo anche le corazzate Vittorio Veneto e Giulio Cesare e le Squadriglie Cacciatorpediniere VII e XIII con rispettivamente tre e quattro unità). La formazione italiana (vi sono anche la III Divisione e la XII Squadriglia Cacciatorpediniere partite da Messina) si riunisce 70 miglia a sud di Capri alle 18.00 del 26 novembre, assumendo poi rotta 260° e velocità 16 nodi, per intercettare un convoglio britannico diretto a Malta. Tra le 8.30 e le 9.10 la I Squadra, rimanendo indietro rispetto agli incrociatori (che formano la II Squadra), a poppavia dei quali sta procedendo, accelera a 17 e poi a 18 nodi per ridurre la distanza. Alle 9.50 le corazzate avvistano un ricognitore britannico Bristol Blenheim, contro cui aprono il fuoco alle 10.05 (il velivolo si allontana). Alle 11 la formazione inverte la rotta ed aumenta la velocità da 16 a 18 nodi, ed alle 11.28 assume rotta 135°, per intercettare la formazione britannica che (dalle segnalazioni dei ricognitori) risulta avere posizione differente da quella prevista. Alle 12.07, in seguito alla constatazione che la formazione britannica appare superiore a quella italiana (i cui ordini sono di impegnarsi solo se in condizioni di sicura superiorità) l’ammiraglio Inigo Campioni, al comando della flotta italiana, ordina di assumere rotta 90° per rientrare alle basi senza ingaggiare il combattimento, e di aumentare la velocità. Alle 12.15, tuttavia, vengono avvistate le sopraggiungenti navi britanniche, pertanto viene ordinato di incrementare ancora la velocità (che è di 25 nodi per la I Squadra e di 28 per la II Squadra, che deve riunirsi alla I essendo più indietro). Alle 12.16 è proprio l’Alfieri, che con la IX Squadriglia si trova circa 3 km a sud degli incrociatori della II Squadra, a segnalare alla Vittorio Veneto (dove il messaggio viene ricevuto alle 12.27) di aver avvistato una corazzata e tre incrociatori britannici su rilevamento 180° (verso sud). Alle 12.20 gli incrociatori della II Squadra aprono il fuoco da 21.500-22.000 metri (il tiro degli incrociatori sarà intenso dalle 12.20 alle 12.42, intermittente dalle 12.42 alle 12.49 a causa delle continue accostate eseguite per disturbare degli aerosiluranti britannici frattanto sopraggiunti, che poi attaccheranno le corazzate, di nuovo intenso dalle 12.49 alle 12.53 e poi più sporadico dalle 12.53 alle 13.05, a causa delle distanze crescenti). Alle 13.00 la Vittorio Veneto apre il fuoco da poco meno di 29.000 metri, ma le unità britanniche subito accostano a dritta e la distanza aumenta a 31.000 metri, costringendo la corazzata a cessare il fuoco già alle 13.10. Alle 13.05, su richiesta del Fiume (nave di bandiera dell’ammiraglio Pellegrino Matteucci, comandante la I Divisione), le unità della IX Squadriglia stendono una cortina nebbiogena, disturbando il tiro degli incrociatori britannici contro quelli italiani. Alle 13.15, essendo la distanza (della II Squadra dalle forze britanniche) salita a 26.000 metri, il tiro viene cessato anche dagli incrociatori, viene rotto il contatto. Ha così fine l’inconclusiva battaglia di Capo Teulada. Alle 15.20 le unità della II Squadra vengono attaccate da nove aerosiluranti decollati dalla portaerei Ark Royal: l’attacco si protrae per dieci minuti, ma nessun siluro (lanciati tutti contro Pola, Fiume e Gorizia) va a segno. Alle 21 del 27 novembre le navi italiane assumono rotta nord a 15 nodi e procedono sino alle 00.30, poi dirigono verso est fino alle 7.30 del 28, dopo di che seguono le rotte costiere, arrivando a Napoli tra le 13.25 e le 14.40 del 28.
La IX Squadriglia lascia Napoli alle 20.35 del 28 stesso per scortare a Messina la III Divisione, che ha “perso” la propria Squadriglia Cacciatorpediniere – la XII – a seguito del danneggiamento in battaglia del caposquadriglia Lanciere, poi dirottato su Cagliari insieme al gemello Ascari.
15 dicembre 1940
Intorno alle 17 la IX Squadriglia, le Squadriglie Cacciatorpediniere VII e XIII, le corazzate Giulio Cesare e Vittorio Veneto e gli incrociatori pesanti Zara e Gorizia lasciano Napoli diretti a La Maddalena, dove le navi sono state temporaneamente trasferite per sottrarle ad altri attacchi aerei britannici dopo che, nelle settimane precedenti, vari bombardamenti hanno causato vari danni. Le unità rimangono a La Maddalena, porto non molto più al sicuro di Napoli dagli attacchi aerei, solo per i pochi giorni necessari all’approntamento a Napoli di adeguate contromisure contro i bombardamenti (tra cui impianti per l’annebbiamento del porto).
20 dicembre 1940
Le navi rientrano a Napoli.
28 dicembre 1940
L’Alfieri, insieme a Gioberti e Carducci, effettua un’azione di bombardamento delle posizioni costiere greche nel settore di Himara (Albania) a supporto delle operazioni truppe di terra italiane (la XI Armata), impegnate a fronteggiare una violenta offensiva greca avente l’obiettivo di conquistare Valona. Azioni di bombardamento costiero come questa vengono eseguite principalmente per motivi di ordine psicologico, servendo soprattutto ad incrinare il morale dell’avversario: le intercettazioni di messaggi greci e gli interrogatori dei prigionieri mostrano un crescente nervosismo, da parte greca, nei confronti dei bombardamenti navali, ed è proprio questo, insieme alla gravità del momento – si è all’acme della battaglia per Valona, dal cui esito possono dipendere le sorti dell’intera campagna –, a spingere i comandi italiani ad intensificare azioni di questo tipo.
30 dicembre 1940
Alfieri, Gioberti e Carducci bombardano di nuovo il settore di Himara con le loro artiglierie, stavolta con l’appoggio a distanza dell’VIII Divisione Navale (incrociatori leggeri Luigi di Savoia Duca degli Abruzzi e Giuseppe Garibaldi, ai quali è stato temporaneamente aggregato anche l’Armando Diaz).
6 gennaio 1941
Alfieri (caposquadriglia), Gioberti e Carducci (la IX Squadriglia, meno l’Oriani), cui è stato aggregato il cacciatorpediniere Fulmine, partono da Valona insieme alla XIV Squadriglia Torpediniere (Pallade, Partenope, Andromeda, Altair) e bombardano all’alba le posizioni greche nel settore costiero di Porto Palermo (Albania), per poi tornare a Valona prima di mezzogiorno.
Per altra versione il bombardamento sarebbe avvenuto il 7 gennaio, e vi avrebbe preso parte anche un altro cacciatorpediniere, il Folgore, mentre non avrebbero partecipato la Pallade e l’Altair. Le navi si sarebbero così ripartite i compiti: Alfieri, Gioberti e Carducci avrebbero bombardato le prime linee greche, mentre Folgore e Fulmine avrebbero cannoneggiato Himara, ed Andromeda e Partenope avrebbero cannoneggiato la strada costiera situata più sud, interrompendo il traffico nemico lungo di essa.
Pochi giorni dopo, il 10 gennaio, l’offensiva greca si esaurisce senza che Valona sia stata conquistata.

L’Alfieri in navigazione (g.c. Giorgio Parodi via www.naviearmatori.net

Capo Matapan

Alle 23 del 26 marzo 1941 l’Alfieri, al comando del capitano di vascello Salvatore Toscano (caposquadriglia della IX Squadriglia), salpò da Taranto insieme al resto della IX Squadriglia al completo (Oriani, Gioberti e Carducci) ed alla I Divisione (Zara, Pola, Fiume) per raggiungere un punto di riunione fissato circa 55 miglia a sudest di Capo Spartivento Calabro. Nelle stesse ore presero il mare anche la corazzata Vittorio Veneto, scortata dalla X Squadriglia Cacciatorpediniere (Maestrale, Grecale, Libeccio e Scirocco, poi rilevati da Granatiere, Bersagliere, Fuciliere ed Alpino della XIII Squadriglia), da Napoli, la III Divisione (Trento, Trieste, Bolzano) con la XII Squadriglia (Ascari, Corazziere, Carabiniere) da Messina e la Divisione (incrociatori leggeri Duca degli Abruzzi e Giuseppe Garibaldi) con la XVI Squadriglia (Nicoloso Da Recco, Emanuele Pessagno) da Brindisi.
Tutte queste unità si sarebbero riunite nel punto prestabilito per poi partecipare all’operazione «Gaudo», un’incursione contro il naviglio britannico nel Mediterraneo orientale, a nord di Creta.
Il capitano di vascello Toscano, che fino al 10 marzo 1941 aveva ricoperto l’incarico di capo di Stato Maggiore del Comando Militare Marittimo di Messina, aveva assunto solo da pochi giorni il comando dell’Alfieri e della IX Squadriglia Cacciatorpediniere, rimpiazzando il parigrado Lorenzo Daretti. Anche il direttore di macchina dell’Alfieri, nonché capo servizio Genio Navale della IX Squadriglia, il capitano del Genio Navale Giorgio Modugno, era nuovo a bordo: aveva preso imbarco sull’Alfieri solo cinque giorni prima della partenza, dovendo sostituire con urgenza il capo servizio Genio Navale della IX Squadriglia Cacciatorpediniere per l’operazione del 26-29 marzo in Mediterraneo orientale. Modugno, brillante ufficiale in Marina dal 1932 (volle la sorte che il suo primo imbarco fosse stato sullo Zara allora nuovo), che divideva il tempo libero a bordo tra lo studio di problemi legati alle navi ed ai loro macchinari (aveva anche ideato un apparato installato su numerose navi della Regia Marina) e la realizzazione di schizzi a pastello, veniva da una famiglia di radicate tradizioni marinare: sia suo padre (tenente generale del Genio Navale) che suo fratello erano infatti ufficiali della Regia Marina. Modugno era stato scelto per l’incarico di capo servizio Genio Navale della IX Squadriglia – per il quale normalmente sarebbe stato necessario un periodo di familiarizzazione con l’apparato motore delle unità poste sotto il suo controllo, per il quale non vi era ora tempo sufficiente prima della partenza – proprio in considerazione della sua esperienza e conoscenza degli apparati propulsivi, dei quali era specialista.
Aveva invece lasciato da poco l’Alfieri, dopo averci trascorso un anno e mezzo a bordo, il corrispondente di guerra Guido Minchilli. Proprio nel 1945 Minchilli, nel suo libro “Il comandante aspetta l’alba”, avrebbe narrato della sua esperienza sull’Alfieri, della vita a bordo del cacciatorpediniere, e, tramite le testimonianze dei pochi superstiti da lui raccolte, della drammatica fine della nave e di tanti suoi uomini che erano diventati suoi amici.
La navigazione proseguì senza incidenti sino alle 12.25 del 27 marzo, quando il Trieste comunicò che la III Divisione era stata avvistata da un ricognitore britannico Short Sunderland; in seguito a questo, la squadra italiana, poco dopo le 14, accostò per 150° (prima la rotta era 134°) per trarre in inganno il velivolo, e seguì questa rotta sino alle 16, per poi riaccostare per 130°, e poi – alle 19.30 – per 98° portando la velocità a 23 nodi, in modo da arrivare nel punto prestabilito a sud di Gaudo all’alba del 28. Alle 22 del 27 Supermarina annullò l’attacco a nord di Creta, dato che dalla ricognizione era risultato che non vi erano convogli da attaccare.
Alle 6.35 del mattino del 28 un idroricognitore catapultato dalla Vittorio Veneto avvistò la Forza B britannica (composta dagli incrociatori leggeri Orion, Ajax, Perth e Gloucester e dai cacciatorpediniere Vendetta, Hasty, Hereward ed Ilex), in navigazione con rotta stimata 135° e velocità 18 nodi una quarantina di miglia ad est-sud-est dall’ammiraglia italiana. Alle 6.57, mentre la III Divisione riceveva l’ordine di assumere rotta 135° e velocità 30 nodi (per raggiungere gli incrociatori britannici, poi dirigere verso la Vittorio Veneto ed attirarli così verso la corazzata), il resto della formazione italiana aumentò la velocità a 28 nodi (in quel momento il gruppo «Zara» – che avrebbe dovuto congiungersi con la Vittorio Veneto all’alba –, di cui la IX Squadriglia faceva parte, si trovava in leggero ritardo; alle 6.30 era circa 16 miglia a nordovest delle altre unità, ed alle 6.57 ricevette ordine dalla nave ammiraglia di accelerare).
Alle 7.55 la III Divisione avvistò la Forza B, ma dato che anche la Forza B intendeva cercare di attirare le navi italiane verso il grosso della Mediterranean Fleet (tra cui le corazzate Barham, Valiant e Warspite e la portaerei Formidable, della cui presenza in mare gli italiani sono del tutto all’oscuro), e pertanto si ritirò, la manovra pianificata dall’ammiraglio di squadra Angelo Iachino (comandante la squadra italiana) non si concretizzò, e furono invece le navi italiane ad inseguire quelle britanniche. Ebbe così inizio lo scontro di Gaudo. Terminato l’infruttuoso inseguimento e scambio di cannonate, le navi italiane alle 8.55 accostarono per 270° ed assunsero rotta 300° e velocità di 28 nodi, seguite a distanza dalla Forza B, che tenne informato il resto della Mediterranean Fleet dei movimenti delle unità italiane. Essendosene reso conto, alle 10.02 l’ammiraglio Iachino ordinò alla III Divisione di proseguire sulla sua rotta, mentre la Vittorio Veneto e le altre navi invertirono la rotta (assumendo rotta 90°) per sorprendere alle spalle la Forza B (portandosi ad est delle navi britanniche e poi accostando verso sud), porla tra due fuochi (la III Divisione ed il resto della formazione italiana) ed impedirne la ritirata. Le unità della Forza B erano però più a nord di quanto ritenuto (e segnalato) e pertanto l’incontro avvenne alle 10.50: alle 10.56 la Vittorio Veneto aprì il fuoco da 23.000 metri, e la Forza B subito accostò verso sud e si ritirò inseguita dalle navi italiane, ma le distanze andarono aumentando ed il tiro della Vittorio Veneto risultò inefficace. Alle 10.57 vennero avvistati sei aerei che si rivelarono poi essere aerosiluranti britannici (decollati dalla Formidable), che alle 11.18 attaccarono: la corazzata italiana accostò sulla dritta, e la XIII Squadriglia si portò in posizione adatta ad impedire l’attacco, aprendo intenso fuoco contraereo; alle 11.25 gli aerosiluranti lanciarono, ma furono costretti a farlo da una distanza eccessiva, ed i siluri non andarono a segno. Nel frattempo, alle 11.07, la I Divisione avvistò un sommergibile a 3000 metri per 280°, segnalandolo alla nave ammiraglia.
Successivi messaggi e segnalazioni, che confermavano l’assenza di traffico convogliato britannico da attaccare, fecero decidere all’ammiraglio Iachino di proseguire nella navigazione di ritorno verso le basi italiane.
Alle 13.23 la I Divisione si trovava a 56 miglia per 266° da Gaudo. Alle 15.17 il gruppo «Zara» venne attaccato da bombardieri britannici, poi ancora alle 15.26, alle 16.30 ed infine alle 16.44. Nello stesso lasso di tempo anche la Vittorio Veneto e la III Divisione subirono ripetuti attacchi aerei: uno solo causò danni, ma bastò a pregiudicare le sorti della battaglia.
Alle 15.19, infatti, tre aerosiluranti britannici attaccarono la Vittorio Veneto, mentre dei caccia attaccavano le unità della XIII Squadriglia mitragliandone la coperta; anche dei bombardieri in quota parteciparono all’attacco. L’intenso tiro contraereo dei cacciatorpediniere della XIII Squadriglia colpì uno degli aerosiluranti (pilotato dal capitano di corvetta John Dalyell-Stead), che però, prima di precipitare in mare con la morte dei tre uomini di equipaggio (così divenendo l’unica perdita britannica nella battaglia), riuscì a ridurre le distanze con la Vittorio Veneto a meno di 1000 metri ed a lanciare un siluro, che colpì la nave da battaglia a poppa, in posizione 35°00’ N e 22°01’ E. Alle 15.30 la Vittorio Veneto, che aveva imbarcato 4000 tonnellate d’acqua, si immobilizzò, ma dopo sei minuti rimise in moto, sebbene a fatica: solo alle 17.13 riuscì a sviluppare una velocità di 19 nodi.
La flotta italiana diresse su Taranto, ed alle 16.38 l’ammiraglio Iachino, in previsione di altri attacchi aerei in arrivo al tramonto, ordinò che le altre unità si disponessero intorno alla danneggiata Vittorio Veneto per proteggerla da altri attacchi. Proprio a quell’ora la I Divisione ricevette l’ordine di riunirsi al resto della formazione e portarsi presso la Vittorio Veneto; alle 18.18 la I Divisione ricevette dalla nave ammiraglia l’ultimo messaggio contenente le istruzioni sulla formazione da assumere, ed alle 18.40 il gruppo «Zara» raggiunse il posto assegnato, completando così lo schieramento. La formazione era su cinque colonne di unità disposte in linea di fila: da destra a sinistra, la IX Squadriglia Cacciatorpediniere (Alfieri in testa, seguito nell’ordine da Gioberti, Carducci ed Oriani), la I Divisione (Zara, Pola, Fiume), la Vittorio Veneto preceduta da Granatiere e Fuciliere e seguita da Bersagliere ed Alpino, la III Divisione (Trieste, Trento, Bolzano) e la XII Squadriglia Cacciatorpediniere (Corazziere, Carabiniere, Ascari).
Già alle 18.10, da bordo della Vittorio Veneto, fu comunicato a tutte le altre navi che a breve, dopo il tramonto, la squadra italiana sarebbe stata attaccata da aerosiluranti: il reparto di crittografi imbarcati sulla corazzata aveva infatti intercettato un messaggio britannico che ordinava attacchi di aerosilurati da Maleme per il tramonto.
La previsione si avverò appena tredici minuti più tardi: alle 18.23 (nel frattempo la velocità della Vittorio Veneto era scesa a 15 nodi) vennero avvistati nove aerosiluranti britannici, che si tennero a distanza ad est delle navi italiane, fuori tiro e bassi sul mare (tranne uno che, restando in quota dalla parte del sole, comunicò agli altri la posizione e gli elementi del moto delle unità italiane). Alle 18.51 tramontò il sole: per cinque di quelle navi non sarebbe mai pù sorto. Alle 18.58 Iachino ordinò a tutte le navi di tenersi pronte ad accendere i proiettori e stendere cortine nebbiogene, alle 19.15 la formazione italiana accostò per conversione ed assunse rotta 270° (in modo che le navi fossero meno illuminate possibile dal sole che tramonta) e nove minuti più tardi i cacciatorpediniere in coda iniziarono a stendere cortine nebbiogene. Alle 19.28 gli aerosiluranti si avvicinarono – le navi più esterne accesero perciò i proiettori su ordine di Iachino – ed alle 19.30, su ordine dell’ammiraglio Iachino, vi fu una nuova accostata per conversione (rotta assunta 300°). Sei minuti dopo tutti i cacciatorpediniere emisero cortine fumogene ed aprirono il fuoco, mentre gli aerei passavano all’attacco: molti, non riuscendo ad oltrepassare la barriera costituita dal tiro dei cacciatorpediniere, dai fasci dei proiettori e dalle cortine nebbiogene, sganciarono in maniera imprecisa, ma intorno alle 19.50 il Pola venne colpito ed immobilizzato da un siluro. Cessato l’attacco, e calato il buio, alle 19.50 si spensero i proiettori e fu cessato il fuoco contraereo, ed alle 20.11 cessò anche l’emissione di cortine fumogene. Alle 20.05 l’ammiraglio Iachino, inconsapevole di quanto accaduto al Pola (alle 20.07 l’ammiraglio aveva chiesto alle Divisioni se vi fosse niente di nuovo), ordinò alla I Divisione di posizionarsi 5000 metri a prua. Proprio in quel momento, però (anche se il messaggio giunse nelle mani dell’ammiraglio Iachino solo alle 20.16), lo Zara comunicò alla Vittorio Veneto la ferale notizia: il Pola era stato silurato, ed ora era fermo. Era l’inizio della fine.

Alle 20.16 l’ammiraglio di divisione Carlo Cattaneo, comandante la I Divisione (con bandiera sullo Zara), comunicò che salvo contrordini avrebbe distaccato due cacciatorpediniere (della IX Squadriglia) per scortare il danneggiato Pola. Era probabilmente la decisione più sensata: inviare al soccorso del Pola l’intera I Divisione sarebbe stato di scarsa utilità e sproporzionato ai rischi, dato che era in mare, a sole 55 miglia di distanza (Iachino pensava 75, a causa di errori nelle rilevazioni radiogoniometriche usate per localizzare le navi nemiche), una formazione britannica di dimensioni sconosciute, chiaramente all’inseguimento delle navi italiane. Era il gruppo che comprendeva Barham, Valiant, Warspite e Formidable, ma Iachino pensava che l’entità della formazione britannica fosse molto minore, e che nessuna corazzata ne facesse parte.
Un paio di cacciatorpediniere sarebbero probabilmente bastati, l’uno per prendere il Pola a rimorchio e l’altro per scortarlo, e, nel caso fossero stati raggiunti dalle navi britanniche, per evacuarlo ed affondarlo con i siluri; al più si sarebbe potuta inviare al suo soccorso tutta la IX Squadriglia. Iachino, però, era di diversa opinione (affermò in seguito che due cacciatorpediniere avrebbero potuto solo affondare il Pola, non sarebbero nemmeno bastati a salvarne l’equipaggio e non avrebbero avuto l’autorità necessaria a decidere se affondare o meno l’incrociatore), ed alle 20.18 ordinò che tutta la I Divisione (Zara, Fiume e IX Squadriglia) si recasse a soccorrere la nave danneggiata, reiterando l’ordine alle 20.38 («ZARA FIUME et 9a squadriglia vada soccorrere POLA»), dal momento che Cattaneo, essendosi reso conto – dalle segnalazioni dei ricognitori tedeschi e dalle intercettazioni delle comunicazioni radio britanniche – che una squadra britannica stava seguendo quella italiana, tardava ad eseguire l’ordine. Alle 20.24 Cattaneo, che sulle prime era stato riluttante a tornare indietro con tutte le sue navi, chiese se poteva invertire la rotta per assistere il Pola, ed alle 21 Iachino rispose affermativamente. Già prima di questa conferma finale, probabilmente in seguito alla ricezione dell’ordine delle 20.38, la I Divisione accostò ad un tempo di 180° sulla dritta ed invertì la rotta alle 21.06, dirigendosi verso il Pola.
Da bordo delle altre navi le videro allontanarsi in linea di fila: lo Zara, nave ammiraglia, in testa, seguito dal Fiume, poi l’Alfieri come caposquadriglia della IX Squadriglia, quindi il Gioberti, dietro il Carducci, e l’Oriani in coda. Non le avrebbero mai più riviste.
La I Divisione assunse quindi rotta 135°, ed alle 21.07 Cattaneo ordinò di portare la velocità a 16 nodi, che aumentò a 22 nodi alle 21.25 per poi ridurla nuovamente a 16 alle 22.03. Questa velocità, non particolarmente elevata, era dovuta al fatto che i cacciatorpediniere della IX Squadriglia erano ormai a corto di carburante (fatto che fu segnalato allo Zara, che a sua volta comunicò a Iachino alle 21.50, nel suo ultimo messaggio: “L’autonomia rimasta alla Squadriglia Alfieri è molto limitata e non permette un ingaggio d’emergenza, che pensiamo essere quasi certo”), rimasto in quantità appena sufficiente a tornare alla base: durante la navigazione il comandante Toscano si interessò dell’autonomia residua degli altri cacciatorpediniere, e fu particolarmente preoccupato dalla poca nafta che era rimasta al Carducci, che alle 21 aveva solo 125 tonnellate di carburante nei serbatoi (il 28 % del totale, e bastante per meno di 200 miglia alla velocità da tenere in battaglia), mentre gli altri tre ne avevano 145 ciascuno. Per quest’ultimo, Toscano discusse con i sottoposti anche la possibilità di farlo rifornire da un incrociatore.
La ridotta riserva di combustibile rimasta ai cacciatorpediniere fu anche uno dei motivi per i quali Cattaneo, essendosi trovato con la IX Squadriglia a poppavia dei suoi incrociatori a seguito dell’inversione di rotta, non ordinò loro di portarsi a proravia di questi ultimi, dato che per portarsi nuovamente in testa allo schieramento i cacciatorpediniere di Toscano avrebbero dovuto incrementare considerevolmente la velocità, consumando così più carburante.
La formazione assunta da Cattaneo, con la IX Squadriglia a poppavia degli incrociatori, invece che a proravia degli stessi, avrebbe in seguito destato molte perplessità e polemiche, dal momento che, se i cacciatorpediniere fossero stati posizionati in posizione di scorta avanzata notturna (4 km a proravia degli incrociatori, con un intervallo di 2 km tra ogni cacciatorpediniere), gli eventi successivi avrebbero potuto prendere una piega differente. Da molte parti, ancor oggi, si sostiene che ponendo la IX Squadriglia a poppavia degli incrociatori Cattaneo contravvenne alle regole vigenti sulla navigazione notturna in tempo di guerra, che prevedevano invece che i cacciatorpediniere venissero posizionati a proravia delle navi maggiori, formando uno schermo difensivo. In realtà, tuttavia, le norme di Squadra (come evidenziato dallo storico Francesco Mattesini, autore di una monumentale opera su Capo Matapan), prevedevano un’eccezione alla summenzionata regola: quella di condizioni pessime di visibilità notturna. In tal caso, le norme stabilivano che i cacciatorpediniere dovessero navigare – in singola o doppia linea di fila – a poppavia delle navi maggiori, anziché a proravia, perché in caso di incontro improvviso con unità nemiche avrebbero dovuto essere le navi maggiori ad aprire il fuoco per prime (un controsenso, in effetti, se si pensa che gli equipaggi di tali navi, a differenza di quelli dei cacciatorpediniere, non erano addestrati al combattimento notturno, e gli incrociatori di notte viaggiavano con i cannoni per chiglia, del tutto impreparati ad un’azione di fuoco): l’articolo 68 della direttiva SM-11-S del gennaio 1936 disponeva che “All’approssimarsi della notte le Unità del naviglio sottile che il C.C. [Comandante in Capo] intende far navigare in unione con le unità maggiori, vengono inviate di poppa alla formazione di queste, in unica e doppia linea di fila”. Tanto che Supermarina, nelle relazioni sul disastro, non diede alcuna importanza al fatto che la IX Squadriglia si fosse trovata dietro e non davanti agli incrociatori (il primo a sollevare tale questione fu invece, nel dopoguerra, l’ammiraglio Iachino, che cercava di alleggerire la propria responsabilità dell’accaduto imputandolo anche ad errori commessi da Cattaneo). E “pessime condizioni di visibilità notturna” definiva esattamente la fatidica notte del 28 marzo, una notte senza luna, estremamente buia, con alcune nuvole che riducevano molto la visibilità, specie verso est. Dunque Cattaneo non contravvenne alle regole, ma vi si attenne alla lettera, anche in considerazione del fatto che la carente visibilità avrebbe potuto causare errori di riconoscimento con i cacciatorpediniere, qualora fossero stati posti a proravia, e specialmente sarebbe stata d’intralcio al tiro degli incrociatori in caso d’incontro con le unità britanniche. Peraltro, Cattaneo stesso (come Iachino) si aspettava di incontrare le unità britanniche – che anche lui pensava essere solo incrociatori e cacciatorpediniere, non corazzate – molto più tardi, quando il Pola fosse già stato preso a rimorchio, ed i cacciatorpediniere sarebbero stati disposti tutt’attorno agli incrociatori per proteggerli su tutti i lati.
Alle 21.24 Iachino autorizzò Cattaneo ad abbandonare il Pola qualora attaccato da forze nemiche di entità superiore, e dieci minuti più tardi iniziò lo scambio di informazioni tra Zara e Pola per preparare le operazioni di rimorchio, una volta le navi di Cattaneo fossero giunte sul posto.
All’insaputa di Cattaneo e di Iachino, però, già dalle 20.15 il radar dell’incrociatore britannico Orion, inviato con il resto della Forza B alla ricerca della formazione italiana, aveva individuato il relitto galleggiante del Pola. Dopo aver effettuato vari rilevamenti radar senza essere riuscito ad identificare il contatto (il Pola non era infatti stato visivamente avvistato), l’ammiraglio Pridham-Wippell, comandante della Forza B, avendo comunicato al suo comandante in capo (l’ammiraglio Andrew Browne Cunningham, comandante della Mediterranean Fleet ed imbarcato sulla Warspite) la posizione della nave sconosciuta perché decidesse sul da farsi, decise di proseguire senza curarsene ulteriormente.

Il tenente di vascello Italo Bimbi, direttore del tiro dell’Alfieri, avrebbe in seguito scritto nella sua relazione che nessuno, a bordo, riteneva che si sarebbe incontrato il nemico: la navigazione procedeva normalmente e la situazione appariva tranquilla, tanto che Bimbi si ritirò nell’alloggio dei contabili, sotto la plancia, per riposare un poco. Di diverso avviso erano i sottotenenti di vascello Vito Sansonetti, ufficiale al tiro, ed Oberto Manfredi, segretario di Squadriglia, che dopo l’inversione di rotta avevano discusso, mentre si trovavano sull’ala di plancia di sinistra, la possibilità di un incontro con forze nemiche. Sansonetti – che era il figlio del comandante della III Divisione, ammiraglio di divisione Luigi Sansonetti, anch’egli in mare quella notte per l’operazione nel Mediterraneo orientale: le sue navi erano rimaste con la Vittorio Veneto – non era in servizio in quel momento, ma si era egualmente trattenuto in plancia; lui e Manfredi si aspettavano entrambi che da un momento all’altro le unità della IX Squadriglia Cacciatorpediniere sarebbero state mandate in scorta avanzata.
Alle 21.55 (od alle 21.15, o poco dopo le 22) un altro degli incrociatori di Pridham-Wippell, l’Ajax, rilevò un nuovo contatto radar: stavolta erano tre navi, che si trovavano cinque miglia a sud della Forza B (che era in quel momento nel punto 35°19’ N e 21°15’ E), su rilevamento compreso tra 190° e 252°. Erano probabilmente il Gioberti, il Carducci e l’Oriani, che assieme al resto della I Divisione stavano procedendo su rotta opposta a quella della Forza B, rispetto alla quale erano effettivamente poco più di cinque miglia a sud: Pridham-Wippell, però, pensò trattarsi di tre degli otto cacciatorpediniere della 14th Destroyer Flotilla del capitano di vascello Philip Mack, inviati anch’essi alla ricerca delle navi italiane: lo stesso pensò il comandante Mack, che aveva ricevuto la comunicazione radio dell’avvistamento, e rispose all’Ajax che le navi da loro avvistate dovevano essere le sue. La Forza B, pertanto, alle 22.02 accostò verso nord per allontanarsi, onde evitare incidenti con le navi di Mack. Le navi di Cattaneo superarono quindi indenni ed ignare sia la Forza B (passando a sud di essa) sia le navi di Mack (ad una decina di miglia di distanza), procedendo su rotta opposta.
Verso le 22.10 il secondo capo S.D.T. Edvino Reppi, di guardia in plancia dell’Alfieri, avvistò a poppavia del traverso le sagome di due cacciatorpediniere, che seguivano una rotta di avvicinamento alla I Divisione: Reppi ne informò subito Sansonetti, il quale guardò a sua volta e poi rispose: “Ma sono i nostri caccia!”. In seguito, Reppi si sarebbe dichiarato convinto che le navi da lui viste fossero nemiche, in quanto, disse, quella di prora ad un certo punto accese un proiettore per qualche secondo, illuminando uno degli incrociatori della I Divisione ed iniziando subito il tiro illuminante. Sansonetti, da parte sua, aveva già osservato i cacciatorpediniere della IX Squadriglia in linea di rilevamento e non a distanza, cosa di cui aveva avvisato il comandante Toscano; nel dopoguerra, la Commissione d’Inchiesta Speciale istituita sulla perdita dell’Alfieri, esaminando le deposizioni degli ufficiali di quella e di altre navi ed i rapporti di Oriani e Gioberti, avrebbe giudicato che i cacciatorpediniere avvistati da Reppi non fossero nemici, bensì unità della IX Squadriglia finite fuori formazione a causa delle accostate e mutamenti di velocità compiuti dalla I Divisione durante la navigazione verso il Pola.
Il comandante Toscano ordinò al sottotenente di vascello Sansonetti di verificare che le navi della formazione fossero disposte in corretta linea di fila, e vide invece con sorpresa che apparivano sparpagliate su una formazione a rastrello piuttosto ampia. Solo diversi anni dopo Sansonetti avrebbe appreso che, con ogni probabilità, le navi che aveva visto erano quelle britanniche. (Per altra versione, verso le 22.20 Toscano chiese a Sansonetti se vedesse gli altri cacciatorpediniere, e quest’ultimo controllò e notò che essi erano in linea di rilevamento piuttosto disordinata, cosa che lui imputò ad una probabile riduzione di velocità non segnalata. Non è chiaro se l’episodio in parola sia lo stesso o se si parli di due momenti differenti).
Verso le 22.30 Sansonetti entrò nel casotto di rotta per controllare a quale ora sarebbe dovuto avvenire l’incontro tra la I Divisione ed il Pola. Il sottotenente di vascello Manfredi aveva appena fatto il punto: glielo mostrò, aggiungendo che proprio in quell’ora avrebbero potuto incontrare il nemico.

Ricevuta la segnalazione di Pridham-Wippell sul relitto del Pola (che ancora non si sapeva essere tale), Cunningham assunse con le sue navi (Barham, Valiant, Warspite, Formidable ed i cacciatorpediniere Stuart, Havock, Griffin e Greyhound) rotta 280° per scoprire la sua identità, e distruggerlo. Dopo un’ora la Valiant, unica corazzata munita di radar, che subito dopo il mutamento di rotta aveva iniziato a scandagliare la zona con il suo radar per cercare la nave immobilizzata, localizzò il Pola 6 miglia a prua sinistra, e tutte le navi di Cunningham accostarono di 40° a sinistra. L’ammiraglio britannico pensò di trovarsi di fronte alla Vittorio Veneto: di conseguenza, ordinò ai suoi cacciatorpediniere di scorta (Stuart ed Havock erano a dritta delle corazzate, Greyhound e Griffin a sinistra) di spostarsi tutti a dritta per liberare il campo di tiro verso sinistra, mentre 24 cannoni da 381 mm – l’armamento principale delle tre corazzate – venivano puntati verso il punto in cui il radar della Valiant aveva localizzato la nave ignota, pronti ad aprire il fuoco non appena fosse stata avvistata con i binocoli.
Alle 22.23, prima di completare la manovra di spostamento per liberare il campo di tiro delle corazzate, lo Stuart segnalò urgentissimamente a Cunningham “Unità sconosciuta per 250° a 4 miglia di distanza”, seguito alle 22.25 da un’altra nave che comunicò “J – 300 – 6”, cioè “rilevo unità di superficie nemica per rombo 300° a distanza 6”: erano le navi del gruppo «Zara», che venivano a soccorrere il Pola.
Prima ancora che il messaggio dello Stuart fosse ricevuto sulla Warspite, comunque, fu il commodoro J. H. Edelsten, capo di Stato Maggiore di Cunningham, ad avvistare le navi italiane. Mentre tutte le vedette, i puntatori e gli ufficiali britannici cercavano nel buio a sinistra, dove il radar della Valiant aveva localizzato il relitto del Pola, Edelsten stava tranquillamente controllando l’orizzonte sulla destra, con un binocolo, dalla plancia ammiraglio della Warspite. Alle 22.25 Edelsten disse con calma a Cunningham di aver avvistato due grandi incrociatori, preceduti da uno di dimensioni minori, che stavano attraversando la rotta della formazione britannica a proravia della stessa, ad una distanza di un paio di miglia, sulla dritta. Il comandante della Mediterranean Fleet si accertò egli stesso dell’esattezza dell’avvistamento, ed il capitano di fregata Power, esperto nel riconoscimento delle navi italiane, confermò che fossero due incrociatori classe Zara e (erroneamente) uno da 5000-6000 tonnellate, probabilmente tipo Colleoni. Erano le navi di Cattaneo, in navigazione in linea di fila su rotta 130°.
Le navi britanniche erano tutte munite di colorazione mimetica, che ne diminuiva di molto la probabilità di avvistamento, mentre quelle italiane, a parte il Fiume, avevano ancora la loro colorazione grigio chiaro, senza mimetizzazione, che le rendeva molto più visibili di notte.
Proprio in quei minuti, alle 22.29, le navi di Cattaneo avevano avvistato un razzo Very rosso levarsi nel cielo a poca distanza, a 40° di prora sinistra: l’aveva lanciato il Pola, per farsi vedere, temendo che le sagome scure che aveva visto transitare nei suoi pressi poco prima fossero le navi di Cattaneo, e che non l’avessero visto (in realtà erano le corazzate di Cunningham). Di conseguenza la I Divisione, ridotta la velocità a 16 nodi, iniziò ad accostare a sinistra, verso il punto da cui era partito il razzo.
Anche da bordo dell’Alfieri, che seguiva il Fiume con rotta 130° e velocità di 16 nodi, venne avvistato il Very rosso del Pola: anzi, dalla plancia del cacciatorpediniere (dove si trovavano il comandante Toscano, l’assistente di squadriglia, capitano di corvetta Pietro Busolli, il comandante in seconda Zancardi, l’ufficiale di rotta, sottotenente di vascello Francesco Mascini, ed altri ufficiali) vennero visti non uno, ma ben due Very rossi accendersi a breve intervallo di tempo: il primo alle 22.30 circa, a circa 50° dalla prora a sinistra, e poco dopo un secondo al traverso.
Cunningham ordinò che la formazione accostasse ad un tempo di 40° sulla dritta, ricostituendo la linea di fila sul rombo 280°; poi le torri dei cannoni delle tre corazzate vennero puntate nella direzione da cui provenivano le navi della I Divisione. La Formidable ricevette l’ordine di uscire dalla formazione ed allontanarsi verso destra, essendo al momento inutile ed anzi a rischio di essere coinvolta in un combattimento notturno nel quale non avrebbe avuto modo di difendersi adeguatamente se attaccata. Ancora pochi minuti di attesa, prima che iniziasse il tiro.
Sulle navi italiane nessuno sospettava di niente…
Alle 22.30 la Warspite aprì il fuoco per prima, da 3500 metri di distanza. Subito la seguirono la Valiant e la Barham: ventiquattro cannoni da 381 mm riversarono un diluvio di proiettili sui due incrociatori della I Divisione, mentre i proiettori del cacciatorpediniere Greyhound e delle corazzate illuminavano lo Zara, il Fiume e l’Alfieri.
Lo Zara ed il Fiume, colti completamente alla sprovvista, non ebbero nemmeno il tempo di abbozzare una reazione: entrambi gli incrociatori furono ridotti, in capo a tre minuti, a due relitti galleggianti, devastati dall’uragano di fuoco che si era abbattuto su di loro.
Alle 22.35 (o 22.33) la Barham aprì il fuoco per ultima, ed il suo comandante, capitano di vascello Cooke, ordinò di aprire il fuoco contro un cacciatorpediniere che era appena apparso nel fascio del proiettore del Greyhound, a prora sinistra della corazzata: era l’Alfieri, che divenne il bersaglio delle prime due salve da 381 della corazzata.
Poco dopo i proiettori delle navi britanniche avvistarono tre dei quattro cacciatorpediniere della IX Squadriglia: agli inglesi sembrò che questi, sbucati da dietro gli incrociatori, si fossero diretti verso la formazione britannica e poi, probabilmente dopo aver lanciato i siluri, avessero accostato a dritta per poi allontanarsi coprendosi la ritirata con cortine fumogene. Niente di tutto questo era in realtà avvenuto: le quattro unità della IX Squadriglia, benché – a differenza degli incrociatori – avessero le proprie artiglierie ed i propri tubi lanciasiluri armati e pronti al fuoco (come di norma per la navigazione notturna delle siluranti in tempo di guerra), furono talmente colte di sorpresa e frastornate da quanto stava accadendo – all’iniziale sorpresa seguirono violente e rapide raffiche di proiettili da 152 mm – che non spararono un colpo né tentarono il contrattacco silurante, bensì accostarono subito tutte a dritta ed accelerarono tentando di fuggire coprendosi con cortine nebbiogene, senza capire cosa stesse accadendo, investite dal tiro delle navi britanniche ed abbagliate dai fasci luminosi dei proiettori puntati su di esse.
Il supposto attacco silurante dei cacciatorpediniere italiani portò però le corazzate (o forse solo la Warspite) ad aprire il fuoco con i cannoni di medio calibro (152 mm) verso le navi del comandante Toscano, mentre i cacciatorpediniere britannici – Stuart, Havock, Griffin e Greyhound – si lanciavano al contrattacco aprendo il fuoco con i propri cannoni. Nella confusione generale, anzi, l’Havock scordò di accendere i fanali di riconoscimento in uso nelle azioni notturne e venne perciò scambiato per italiano e fatto segno di due salve da 152 della Warspite, uscendone tuttavia indenne.

L’Alfieri, che, essendo il caposquadriglia, procedeva in testa alla linea di fila dei cacciatorpediniere, subito a poppavia del Fiume (ed a proravia del Gioberti), fu il primo ad essere avvistato e bersagliato dal tiro da 152 delle corazzate. Era passato poco dall’avvistamento dei due presunti Very rossi a sinistra, quando da bordo del cacciatorpediniere si assistette all’improvvisa apertura del fuoco contro Zara e Fiume, con tiro illuminante e battente da parte delle corazzate britanniche. Il sottotenente di vascello Sansonetti, uscendo dalla sala nautica dopo aver parlato con Manfredi, aveva appena aperto la porta della plancia quando vide attraverso il vetro un enorme incendio svilupparsi sulla poppa del Fiume (soprattutto a dritta), poche centinaia di metri a proravia dell’Alfieri, e poi sentì improvvisamente delle esplosioni e corse fuori, mentre schegge infuocate di ogni dimensione si levavano nel cielo. Non trascorsero che pochi istanti, che l’Alfieri divenne a sua volta un bersaglio, contro cui fu fatto fuoco non solo con i pezzi secondari da 152 delle corazzate (il cui effetto fu poco inefficace, in quanto la Warspite, per un problema al sistema d’illuminazione automatico EBI, aprì il fuoco in ritardo, solo alle 22.31, da una distanza di 2290 metri – ritenuta eccessiva –, tirando la prima salva a vuoto e colpendo uno dei cacciatorpediniere con la seconda, mentre la terza e la quarta mancarono l’Havock), ma anche con quelli da 381 della Barham: la prima salva da 381 della Barham, sparata da soli 2800 metri di distanza, mise un colpo a segno sotto la plancia della nave di Toscano, ed il direttore del tiro della Barham, osservando i risultati della prima salva sull’Alfieri, disse “È stato il migliore tiro notturno che abbia mai fatto”. Il comandante della Barham si trovò d’accordo. Poi la corazzata spostò il suo tiro sullo Zara.
Sulla plancia dell’Alfieri, non appena ebbe inizio il tiro battente ed illuminante da parte nemica, il comandante Toscano gridò “Che succede?” e subito dopo ordinò “Tutta la barra a dritta! Avanti massima!”. Questo venne riferito in seguito dal sottotenente di vascello Francesco Mascini, l’ufficiale di rotta, il quale spiegò che Toscano intendeva sottrarsi al tiro nemico che aveva sorpreso tutti, riunire la squadriglia (l’intera squadriglia avrebbe dovuto portarsi fuori dall’immediato tiro avversario) e poi contrattaccare con i siluri nel modo più opportuno. Tale semplice piano venne rapidamente formulato da Toscano insieme all’assistente di squadriglia, capitano di corvetta Pier Gaetano Busolli, alla presenza di Mascini e Manfredi, subito dopo che Toscano aveva ordinato di mettere le macchine avanti tutta e portare tutto il timone a dritta (questi ordini furono sentiti anche da Sansonetti). Per lo stesso motivo, il comandante Toscano ordinò subito di emettere una cortina nebbiogena con cui occultarsi; ma, prima di poter emettere la cortina, l’Alfieri venne raggiunto a poppa ed al centro da diverse salve che lo danneggiarono gravemente, immobilizzandolo con la barra bloccata a 15° a dritta (risulterebbe, secondo la Commissione d’Inchiesta Speciale istituita nel 1946, che la nave avesse fatto in tempo ad eseguire l’accostata a dritta prima di essere colpita, che Toscano ordinò di emettere nebbia solo dopo che l’Alfieri era stato colpito, e che quest’ultimo ordine non poté essere eseguito a causa dei danni subiti). Per effetto dell’abbrivio, l’Alfieri andò verso il nemico prima di arrestarsi del tutto. Tutto ciò risulta dalla successiva deposizione di Mascini (confermata anche da quella di Sansonetti), mentre il tenente di vascello Italo Bimbi, direttore del tiro, diede una versione del tutto differente degli ordini e propositi di Toscano: secondo la sua deposizione, Toscano diresse verso il punto da cui partivano le salve nemiche (accostando cioè a sinistra, invece che a dritta) allo scopo di avvicinarsi alle navi britanniche, che non si riusciva a vedere, per poter lanciare e sparare contro di esse.
In ogni caso, ciò non cambia quello che seguì. Alle 22.32, pochi secondi dopo l’inizio dell’azione, mentre veniva dato l’ordine di seguire gli indici elettrici per iniziare il tiro con i cannoni da 120 mm, un proietto da 381 mm sparato dalla Barham colpì l’Alfieri, passò da parte a parte il deposito di nafta n. 20 ed esplose a centro nave e nel locale macchina poppiero, mettendo fuori uso le trasmissioni dei timoni, che rimasero bloccati a dritta, e spezzando le tubolature della sala macchine, dalle quali fuoriuscì copiosamente vapore, che sfogò all’esterno attraverso il boccaporto. Saltò anche la corrente, lasciando la nave al buio ed impedendo di comunicare dalla plancia con i locali inferiori. Sul ponte di comando, la ruota del timone era in folle: la nave, ingovernabile, iniziò a girare in cerchio verso dritta, con velocità decrescente, pertanto il comandante Toscano ordinò al comandante in seconda, il tenente di vascello Pietro Zancardi, di andare a poppa per azionare il governo a mano. Al contempo, il comandante diede ordine al direttore di macchina, capitano del Genio Navale Giorgio Modugno, di rimettere in moto la nave con la sola motrice prodiera: Modugno suggerì di fermare la macchina di dritta, in modo da intercettare il vapore a centro nave, e tentare di proseguire usando solo la macchina prodiera ed una caldaia funzionante. Era l’unica manovra possibile in quelle condizioni. Toscano ordinò perciò di fermare la macchina di dritta, mentre con le manovre effettuate dalla stazione poppiera il timone – rimesso in funzione grazie agli sforzi del capitano Modugno – veniva portato a 15° a dritta: ciò non sortì però il risultato sperato, dato che il cacciatorpediniere aveva velocemente ridotto l’abbrivio, girando in cerchio. Inutili i tentativi di rimettere le macchine in funzione. Alla luce dei bengala, il sottotenente di vascello Sansonetti vide due cacciatorpediniere della IX Squadriglia che accostavano sulla dritta, imitando la manovra dell’Alfieri; un incendio scoppiò sulla prua del Carducci.
Il capitano Modugno (che pure era stato ferito al mento sin dal primo colpo caduto a bordo), coadiuvato dal tenente del Genio Navale Salvatore Ferraro, diresse i vani tentativi di far fronte ai tremendi danni subiti dalla nave, e poi, essendo molti dei suoi uomini rimasti uccisi o feriti, partecipò personalmente all’esecuzione dei provvedimenti necessari a tenere in efficienza il cacciatorpediniere fino alla fine, passando noncurante tra le fiamme dei numerosi incendi, gli scoppi delle munizioni ed il vapore che dilagava dentro e fuori lo scafo. “Coraggio ragazzi, tra poco saremo di nuovo pronti a muovere”: così si rivolse ai suoi uomini per incoraggiarli.
Mentre in coperta ed intorno a lui infuriava il combattimento, il capo radiotelegrafista Giovanni Costamagna rimase al suo posto nella stazione radio: non fu mai più rivisto.
Con le macchine fuori uso a pochi istanti dall’inizio dell’attacco l’Alfieri, spinto solo dall’abbrivio, continuò per un poco a spostarsi verso dritta rispetto alla formazione. Da bordo si vedevano confusamente le sagome di navi britanniche grandi e piccole, ed il comandante Toscano ordinò di sparare con tutte le armi che ancora funzionassero.
Pochi secondi dopo le fallite manovre per governare la nave sopraggiunse, provenendo da prora dritta, lo Stuart, che aprì il fuoco contro l’Alfieri defilando di controbordo a 300-400 metri di distanza. Un proiettile colpì il fumaiolo e distrusse la motolancia, spazzando la coperta sottostante con una pioggia di schegge, che uccisero, ferirono, mutilarono. Dappertutto c’erano morti e feriti, le cui grida cessarono per sempre dopo poco tempo. Il comandante Toscano esclamò “Andiamo a fondo ma combattiamo fino all’ultimo!”; ordinò l’accensione del segnale di mischia, nonché di rispondere al fuoco. Il complesso binato poppiero da 120 mm, però, era completamente avvolto dalla nube di vapore bollente che usciva dal boccaporto, risultando così inutilizzabile, al pari dell’impianto lanciasiluri poppiero (anch’esso a causa del vapore). Il complesso prodiero da 120, rimasto indenne, sparò invece tre salve a punteria contro lo Stuart, che stava defilando di controbordo sulla dritta a poca distanza (meno di 2000 metri secondo il direttore del tiro, tenente di vascello Italo Bimbi, e addirittura meno di 500 secondo il comandante in seconda Zancardi); anche le mitragliere da 20 mm del lato di dritta dell’Alfieri aprirono un intenso tiro contro l’unità nemica. Dei serventi dell’impianto da 120, solo in sei si sarebbero alla fine salvati, tra cui il tenente di vascello Bimbi, che si era precipitato all’impianto prodiero per rispondere al fuoco. Il cannoniere Rocco Rizzi sarebbe stato decorato con la Medaglia di bronzo al Valor Militare per il suo ruolo in quest’azione.
Il tiro di cui l’Alfieri veniva fatto continuamente segno venne poi a cessare per circa cinque minuti, dopo di che il sottotenente di vascello Sansonetti – dopo aver sentito il comandante Toscano dire “Andiamo a fondo ma combattiamo fino all’ultimo” – scorse all’improvviso sulla sinistra un cacciatorpediniere nemico – era lo Stuart – che si avvicinava rapidamente sparando con il complesso prodiero, per poi accostare solo all’ultimo momento e passare sulla dritta, come se si fosse accorto solo allora della presenza dell’Alfieri (ed era proprio così: lo Stuart vide improvvisamente la nave italiana apparire e passargli vicinissima sulla dritta, tra di essa e l’Havock ed ad una distanza di meno di cento metri, e dovette virare bruscamente per evitare la collisione, poi sparò tre salve contro l’Alfieri, che sparò anch’esso; i proiettili dello Stuart colpirono a prua, a poppa e nelle sovrastrutture). Sansonetti, che era presso l’impianto lanciasiluri centrale, non ebbe il tempo di brandeggiare i tubi per lanciargli contro i siluri prima che scomparisse nell’oscurità, ma dopo pochi attimi lo Stuart riapparve, questa volta sulla dritta, sparando con tutti i cannoni: l’Alfieri fu colpito nel fumaiolo, a prua ed anche vicino a dove si trovava Sansonetti, che – subito dopo aver ordinato di brandeggiare i tubi sulla sinistra – sentì delle grida di dolore, fu coperto di cenere calda di provenienza sconosciuta e venne quasi scaraventato giù dall’impianto lanciasiluri a causa dello spostamento d’aria. L’Alfieri era notevolmente sbandato sulla dritta. Dato che lo Stuart stava passando sulla dritta, a meno di duecento metri di distanza, Sansonetti, di propria iniziativa, ordinò il brandeggio a mano dei tubi lanciasiluri verso dritta, da effettuarsi il più rapidamente possibile, ma il silurista Raffaele Aruta, incaricato del brandeggio a mano, crollò esausto, dicendo di essere ferito, perciò fu Sansonetti stesso ad aiutarlo a brandeggiare, poi ordinò “fuori”. Fu il sottocapo silurista Arturo Martinotti, circondato dai corpi dei suoi compagni, mentre i colpi nemici esplodevano tutt’intorno, le fiamme divampavano vicino a lui ed il complesso veniva investito dal vapore, ad effettuare con calma il lancio dei siluri.
Partirono due siluri, ma il lancio era stato effettuato in tali condizioni, e la distanza era così scarsa, che non era pensabile di riuscire ad ottenere un successo: Sansonetti aveva lanciato meramente perché convinto che alla sua nave fosse rimasto poco da vivere. (Il marinaio palombaro Olvino Colavi dichiarò in seguito che il lancio era stato effettuato all’ordine e con elementi conosciuti dalla plancia, che erano stati comunicati al complesso lanciasiluri, ma ciò contrasta con quanto affermato da Sansonetti, il quale riferì di aver lanciato ad occhio e con angolazione dei siluri non conosciuta).
Poco dopo Sansonetti, con il quale erano rimasti solo due o tre uomini abili, lanciò il terzo ed ultimo siluro contro un cacciatorpediniere piuttosto lontano (non è chiaro se si trattasse sempre dello Stuart), mancandolo. Lo Stuart, dopo aver colpito ancora l’Alfieri con varie salve, che appiccarono ulteriori incendi e fecero sbandare fortemente a dritta la nave italiana (almeno uno dei proiettili colpì sotto la linea di galleggiamento, determinando il forte sbandamento), defilò rapidamente di controbordo e scomparve.
Subito il direttore di tiro Bimbi fece rapidamente brandeggiare l’impianto binato da 120 mm di prua sul lato opposto al precedente, verso sinistra, e quel complesso sparò la sua quarta ed ultima salva contro l’Havock, che fu visto per pochi secondi avvicinarsi da prua sinistra e poi accostare e sparare a bruciapelo sull’Alfieri, da meno di una cinquantina di metri. Anche le mitragliere tirarono intensamente contro l’Havock, che passò tanto vicino che gli uomini della nave italiana ne videro il comandante in plancia, intento a fumare una sigaretta mentre impartiva ordini.
L’Alfieri divenne così l’unica nave del gruppo «Zara» ad avere tentato una reazione, nonostante la sorpresa iniziale ed i gravissimi danni subiti. Il suo comportamento destò attenzione ed ammirazione tra gli stessi inglesi, come avrebbe riscontrato nel 1944 l’ex ufficiale di rotta, Mascini, durante una missione in Inghilterra nel corso della cobelligeranza: vari ufficiali britannici, parlando con lui, misero in risalto la condotta dell’Alfieri, e chiesero molti particolari sul defunto comandante Toscano. (Nella medesima circostanza, Mascini ebbe modo anche di apprendere da un ufficiale britannico il quale, la notte di Matapan, si era trovato sulla plancia della Warspite, che ad avvistare le navi italiane era stato “personalmente Cunningham, senza l’ausilio del radar” – in realtà non Cunningham ma il commodoro Edelsten, ma la sostanza restava la stessa –, notizia che gli fu confermata da altre fonti, sia ufficiali che private, durante il suo soggiorno in Inghilterra. Cunningham gli fece chiedere più volte, in quel periodo, quali fossero stati i danni subiti dalle unità italiane, quali navi italiane avessero sparato e con quali calibri, e perché da parte italiana si fosse tardato ad inviare soccorsi dopo che lui aveva personalmente segnalato la posizione dei naufraghi – in realtà, a onor del vero, la Gradisca era stata inviata sul posto immediatamente, ma pur essendo la più veloce tra le navi ospedale italiane la sua velocità rimaneva non molto elevata, ragion per cui erano passate trenta ore prima che arrivasse sul posto). A conclusione dei suoi lavori, la Commissione d’Inchiesta Speciale istituita nel dopoguerra sulla perdita dell’Alfieri avrebbe giudicato che, nell’ultimo combattimento del cacciatorpediniere, “Tutti gli avvenimenti si sono svolti secondo le più alte tradizioni della Marina”.
L’Alfieri continuava però ad essere colpito dal tiro britannico, e dovette così cessare ogni reazione con le proprie armi, tranne che per l’unica mitragliera rimasta intatta, che continuò a fare fuoco di quando in quando. La sua reazione si era protratta dalle 22.40 alle 22.45. A bordo divampavano violenti incendi, i danni erano gravissimi, scoppiavano a tratti le riservette di munizioni.

Non ebbero molto miglior sorte le altre unità della IX Squadriglia. Il Carducci, nel tentativo di coprire la ritirata delle altre navi con una cortina fumogena, fu a sua volta centrato ed immobilizzato, venendo così costretto all’autoaffondamento, mentre l’Oriani, gravemente danneggiato, ed il Gioberti, miracolosamente illeso, furono le uniche navi, tra quelle della formazione dell’ammiraglio Cattaneo, che riuscirono a scampare alla distruzione quella notte.
Le tre corazzate di Cunnigham, frattanto, spensero i proiettori alle 22.32 ed accostarono ad un tempo di 90° sulla dritta per evitare gli ipotetici (ma inesistenti) siluri lanciati dalla IX Squadriglia (in questa fase la Warspite tirò alla cieca una salva da 381 contro i cacciatorpediniere italiani, cui era più vicina), dopo di che si allontanarono rapidamente dal luogo dello scontro (o più realisticamente del massacro). L’azione delle navi da battaglia era durata appena tre minuti: tanto era bastato a ridurre due dei migliori incrociatori della Regia Marina a due rottami crivellati di colpi.
Su ordine di Cunningham, Stuart, Havock, Griffin e Greyhound erano rimasti sul posto per dare il colpo di grazia alle navi semidistrutte, mentre le tre corazzate e la Formidable si riunivano e riformavano la linea di fila, assumendo rotta 10°, per poi allontanarsi verso nordest (le unità britanniche sarebbero tornate sul posto il mattino successivo, per recuperare i naufraghi delle navi italiane, precedute nella notte dagli otto cacciatorpediniere del comandante Mack, che avrebbero partecipato all’affondamento dei relitti rimasti ancora a galla). I quattro cacciatorpediniere britannici incrociarono a lungo nelle acque del disastro, attaccando saltuariamente i relitti galleggianti delle navi italiane.
Sull’Alfieri, intanto, il comandante Toscano, nonostante le condizioni della sua nave fossero già sufficiente fonte di preoccupazioni, aveva pensato anche alle unità dipendenti: alle 22.42 l’Alfieri cercò infatti di contattare, uno per volta, gli altri tre cacciatorpediniere della IX Squadriglia sull’onda 145,63, ma nessuno rispose. Poi diede ordine di mettersi in contatto con le unità superiori, Zara e Vittorio Veneto: alle 22.55 e poi ancora alle 22.59 l’Alfieri tentò di contattare per radio il Comando della I Divisione, sull’onda 141,18, ma di nuovo senza successo. Poi, proprio mentre il tenente di vascello Mascini stava per entrare nella stazione radio, questa venne colpita in pieno da una cannonata nemica.
Ormai la situazione dell’Alfieri era disperata: le fiamme divampavano da prua a poppa, lo sbandamento verso dritta continuava ad aumentare, e poco dopo la fine dello scontro con Stuart ed Havock il comandante Toscano, che aveva ancora il pieno controllo dell’equipaggio, dovette ammettere che non c’era speranza di salvare la nave. Quando gli fu riferito che ormai la nave era ferma da venti minuti, Toscano ordinò ai sottotenenti di vascello Mascini e Manfredi di gettare in mare i documenti dell’archivio segreto. Poi, con la sua nave agonizzante, il comandante della IX Squadriglia Cacciatorpediniere scese dalla plancia e dal castello di dritta, per farsi sentire meglio, e gridò a pieni polmoni: “Viva l’Alfieri! Viva il re! Viva l’Italia! Abbandono della nave!” (questo secondo il ricordo del tenente di vascello Mascini; altra versione riporta le parole di Toscano come “Saluto al re, viva l’Italia, tutti a mare”, la sostanza non cambia). L’equipaggio superstite ripeté il grido di Toscano, poi si apprestò ad abbandonare la nave. I sottotenenti di vascello Mascini e Manfredi si recarono nella cabina di poppa del comandante, presero le apposite cassette metalliche in cui rinchiudere i documenti segreti da gettare in mare, e le calarono in acqua. 
Mentre i suoi uomini iniziavano ordinatamente a scendere sulle zattere (quasi tutte le imbarcazioni erano andate distrutte, e le zattere stesse erano piene di buchi causati dal combattimento), il comandante Toscano disse che voleva restare a bordo. Risalì lentamente la scaletta della plancia; i suoi ufficiali gli chiesero insistentemente di salvarsi e salire sulla loro zattera, ma Toscano, che inizialmente aveva fatto loro credere che sarebbe venuto con loro, cambiò idea e si limitò a chiedere loro un’ultima sigaretta, poi ordinò cortesemente di essere lasciato solo. Voleva, disse, rimanere a bordo per assicurarsi che la nave affondasse. Mascini, l’ufficiale di rotta, descrisse poi quei momenti: «Tutti gli ufficiali sono intorno al comandante sereno ma decisissimo ed irremovibile nella scelta del suo destino. Ogni argomento cede di fronte alla sua volontà. Il comandante ora è in plancia, mi chiede una sigaretta, l’ultima, poi mi ordina deciso di buttarmi a mare e di lasciarlo solo con la sua nave piena di feriti e di morti…».
L’ultimo a vedere il comandante Toscano in vita fu il suo secondo, tenente di vascello Zancardi. Questi stava salendo sul castello quando il comandante diede l’ordine di abbandonare la nave, e lo sentì dire all’assistente di squadriglia, capitano di corvetta Busolli, “No, andate, io resto!”. Zancardi si diresse subito a centro nave ed a poppa per dare esecuzione all’ordine di abbandonare la nave; poi, quando non vide più nessuno, andò in plancia per parlare con Toscano, il quale gli raccomandò di accertarsi personalmente che l’Alfieri sarebbe affondato, mai caduto in mano nemica. Così Zancardi descrisse quell’ultimo incontro: «Lo trovai [Toscano] vicino all’obice e gli dissi di venire con noi. Egli mi rispose molto calmo, mentre stava fumando: “Andate, ragazzi! Io resto. Piuttosto vorrei essere sicuro dell’affondamento della nave”. Gli risposi che si poteva tentare di accendere le micce delle bombe [le cariche di autodistruzione sistemate nel deposito munizioni poppiero, nda]; quindi il comandante salì in plancia e non lo rividi più». Preso commiato dal suo comandante, Zancardi corse a poppa ad accendere la miccia, dopo di che abbandonò la nave. Toscano rimase in plancia, fumando, aspettando la fine. Il tenente medico Andrea Araneo, nonostante l’ordine di abbandonare la nave, preferì restare con i feriti per continuare ad assisterli, fino alla fine.

Una volta che l’equipaggio ebbe abbandonato l’Alfieri (per altra versione, mentre ancora gli uomini stavano salendo sulle zattere), l’Havock si avvicinò al cacciatorpediniere in affondamento e lo finì con raffiche di tiro a breve distanza –  giungendo a fermarsi nei suoi pressi per tirare con maggior precisione: i naufraghi dell’Alfieri lo videro e ne fraintesero la sigla come H32, in realtà appartenente all’HMS Havant, affondato a Dunkerque nel 1940 – e con il lancio di quattro siluri da ridottissima distanza, uno dei quali andò a segno alle 23.15. Il tiro dell’Havock aggravò i vasti incendi che già divampavano sulla nave italiana (la cui plancia già bruciava furiosamente) e ne scatenò degli altri: il fuoco si estese con rapidità e fece scoppiare a più riprese, con violenza, le riservette delle mitragliere. 
(Per altra fonte, fu lo Stuart a finire l’Alfieri con un siluro, mentre l’Havock affondò il Carducci: alle 22.59 lo Stuart, mentre si dirigeva verso Zara e Fiume per finirli, avvistò un incrociatore immobilizzato ed in fiamme a due miglia di distanza – lo Zara –, con un’altra unità, che ritenne essere un altro grosso incrociatore, all’apparenza illeso, che gli girava intorno. Lo Stuart si portò ad una distanza favorevole per un attacco e lanciò tutti ed otto i siluri che aveva contro le due navi italiane, osservando poi una sorda esplosione sotto l’incrociatore indenne, che reputò di aver colpito. Quest’ultimo, probabilmente, non era un incrociatore ma l’Alfieri, che stava girando in cerchio a causa dei danni riportati al timone: lo Stuart gli si avvicinò a 25 nodi e constatò alle 23.05 che era tutt’altro che illeso, bensì danneggiato e fermo a 1,5 miglia di distanza, con un forte sbandamento. Lo Stuart sparò due salve da 120 mm contro di esso, colpendolo in plancia ed in altri punti e provocando una forte esplosione ed un incendio, dopo di che sopraggiunse il Carducci, che fu impegnato da Stuart ed Havock alle 23.08 ed affondato alle 23.30. L’Havock riportò che l’Alfieri si era capovolto nell’affondare, mentre secondo Sansonetti ed altri superstiti la nave affondò in assetto di navigazione).
Intorno  a mezzanotte, infine, l’Alfieri esplose ed affondò, portando con sé il comandante Toscano, che aveva voluto affondare con la sua nave, i tanti feriti che non si era potuti portare in salvo, ed il tenente medico Araneo che era rimasto con loro. Alla memoria del comandante Toscano sarebbe stata conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare; anche il tenente medico Araneo fu decorato alla memoria.
Sull’ora esatta dell’affondamento esistono delle divergenze: per altra versione l’Alfieri s’inabissò alle 23.30, mentre un’altra ancora – probabilmente erronea – indica l’affondamento come avvenuto tra le 22.55 e le 23. Il direttore del tiro Bimbi dichiarò poi che l’Alfieri scomparve alla vista dei naufraghi circa mezz’ora dopo che questi avevano abbandonato la nave; l’ufficiale di rotta Mascini precisò che il comandante Toscano aveva ordinato di abbandonare la nave intorno alle 23.30, e che l’Alfieri s’inabissò verso le 23.45. Il comandante in seconda Zancardi asserì di essersi tuffato in mare alle 23.15 (ora in cui si era fermato il suo orologio) e stimò che l’Alfieri fosse affondato alle 23.30 circa. La Commissione d’Inchiesta Speciale istituita nel 1947 giudicò che si potesse desumere «con tutta certezza» che l’affondamento fosse avvenuto alle 23.30 circa, orario che è riportato dal volume U.S.M.M. "Navi militari perdute".
La C.I.S. tentò anche di determinare la posizione dell’Alfieri, al momento dell’affondamento, rispetto alle altre navi. Inizialmente la C.I.S. istituita sulla perdita dello Zara, che esaminò brevemente anche le vicende dei cacciatorpediniere della IX Squadriglia, determinò che l’Alfieri fosse affondato ad est di Zara e Fiume, per via della sua maggiore velocità; esaminando però le testimonianze con più attenzione, la C.I.S. sulla perdita dell’Alfieri sovvertì tale giudizio. Dato che – in base alla testimonianza di Sansonetti – il cacciatorpediniere stava procedendo a 12 nodi, e che venne immobilizzato pochi secondi dopo aver iniziato l’aumento di velocità e l’accostata sulla dritta, venne giudicato improbabile che, essendo la sua massa molto minore di quella degli incrociatori, l’abbrivio da solo potesse avergli consentito di superarli.
Il Vittorio Alfieri s’inabissò nel punto 35°21' N e 20°57' E.

In mezzo al mare, nella notte buia e fredda, restavano ora decine di naufraghi, stipati su zattere instabili prese d’assalto dagli uomini che erano in acqua, che continuavano ad aggrapparvisi ed a cercare di salire, ottenendo solo di rovesciarle di continuo. Con il capovolgimento delle zattere sparivano le dotazioni di acqua e provviste… e gli uomini. Non c’era posto per tutti sulle zattere: quelli che restavano in acqua sapevano di essere condannati, ed a decine scomparvero già prima che l’alba fosse sorta, molti altri anche il mattino del 29. Un naufrago su una zattera gridò “Si deve fare così” e si gettò in mare: venne ripreso in tempo, ma più tardi cercò nuovamente di liberarsi. Sarebbe scomparso durante la seconda notte alla deriva.
Il capitano del Genio Navale Modugno, ferito, dopo aver abbandonato la nave tra gli ultimi raggiunse a nuoto uno zatterino stracarico di naufraghi (erano in trentacinque) e vi si arrampicò sopra, ma poi, constatando che erano in troppi a bordo, nonostante lo sfinimento e le ferite, ridiscese in mare per dare la precedenza ai feriti, ed organizzò ed esortò il soccorso ai feriti più gravi ed ai superstiti più indeboliti. Gli uomini sulla zattera lo esortarono a salire a bordo, ma lui rispose di lasciarlo morire e di pensare a salvare sé stessi: lui, come ufficiale, doveva restare in mare per lasciare il suo posto sulla zattera ad un marinaio. Incoraggiò i suoi uomini e tentò di fare in modo che nessuno dovesse restare continuamente in mare, facendo scendere quanti erano sulla zattera da lungo tempo per permettere di salire a quelli che sino ad allora erano dovuti restare in mare. Continuò sino all’esaurimento delle forze, tenuto nelle braccia di un marinaio che si sforzava di impedire che andasse alla deriva: poi – si approssimava l’alba –, come ricordò il sottotenente di vascello Sansonetti, che era sulla zattera, “Fu allora che Modugno, che era nelle braccia di un marinaio che si sforzava di mantenerlo sulla zattera, mi tese la mano guardandomi fisso ed io capii che se ne andava. Mantenni la sua mano stretta nella mia per molto tempo, finché un marinaio mi disse: Perché lo teniamo ancora? Ché già da mezz'ora il nostro giovane Direttore di Macchina era dolcemente finito”. Giorgio Modugno fu tra le ultime vittime di quella notte, quando già il numero dei naufraghi era stato terribilmente sfoltito dal freddo e dalle ferite: se non fosse rimasto in mare per tutto il tempo, probabilmente sarebbe sopravvissuto, secondo i marinai della sua zattera (che, dopo l’alba, avvistarono altre zattere vuote che galleggiavano nei pressi e vi si trasferirono in parte, in modo da essere meglio distribuiti). La Medaglia d’Oro al Valor Militare riconobbe il suo sacrificio: fu la prima medaglia d’oro conferita ad un ufficiale del Genio Navale durante la seconda guerra mondiale. A lui fu anche intitolata la piazza principale dell’Arsenale di Cattaro, denominazione destinata a durare poco a causa delle sorti del conflitto.
Non fu, quello di Modugno, l’unico caso di altruistico sacrificio di naufraghi dell’Alfieri: il cannoniere Arturo Penitenti, pur avendo raggiunto un’imbarcazione di salvataggio, cedette spontaneamente il posto ai feriti ed ai più deboli, per poi scomparire in mare. Anche il tenente commissario Adriano Vecchiotti si prodigò per salvare i suoi uomini, prima di scomparire in mare.

Quando sorse finalmente il sole, i superstiti poterono riscaldarsi un poco, e si accese la speranza di essere salvati. Il mattino del 29 marzo, i naufraghi dell’Alfieri videro finalmente delle navi intente a perlustrare la zona degli affondamenti, e poi un cacciatorpediniere britannico che si avvicinava per prenderli a bordo: ma nello scoramento generale, poterono solo stare a guardare mentre un aereo della Luftwaffe appariva nel cielo e la nave salvatrice si allontanava abbandonandoli in mare, a 160 miglia dalla terra più vicina.
Le unità della Mediterranean Fleet erano infatti tornate sul luogo della distruzione della I Divisione alle otto del mattino del 29, ed alcuni cacciatorpediniere avevano iniziato a recuperare i naufraghi delle navi affondate: quest’opera (furono recuperati in tutto 1062 uomini, su 3644 imbarcati sulle cinque – anche il Pola era stato infine silurato dai cacciatorpediniere – navi affondate) era però stata interrotta alle undici, quando, avendo avvistato dei ricognitori tedeschi, Cunningham decise di lasciare la zona temendo che un attacco aereo fosse in arrivo.
Più tardi, alle 17.30 del 29 marzo, un idrovolante britannico in ricognizione segnalò delle imbarcazioni cariche di superstiti 90 miglia a sudovest di Capo Matapan, per cui fu inviato sul posto un cacciatorpediniere greco, l’Hydra, che, nonostante le avverse condizioni meteorologiche, recuperò altri 111 superstiti italiani (dando la precedenza ai feriti), tra cui solo 23 uomini dell’Alfieri (gli altri erano dello Zara e del Fiume): tra questi erano il sottotenente di vascello Sansonetti ed il tenente del Genio Navale Ferraro. Dei 35 uomini che erano stati sulla zattera di Sansonetti, solo in otto erano ancora vivi, nonostante non fossero passate che ventiquattr’ore dall’affondamento. I naufraghi raccolti dall’Hydra furono sbarcati all’arsenale di Atene ed avviati alla prigionia nei pressi della capitale greca (prigionia che sarebbe però stata di breve durata, in quanto la Grecia si arrese all’Asse due mesi dopo, ed i prigionieri furono liberati e tornarono in Italia). Per gli altri aveva inizio un calvario che sarebbe durato quattro giorni.
Il cacciatorpediniere passò vicino ad una delle zattere dell’Alfieri, i cui occupanti gridarono per farsi notare, ma non furono sentiti: anzi per poco la nave avversaria non travolse la zattera, che sobbalzò nella scia sollevata dal suo passaggio. Questo scatenò il caos: alcuni tra i più deboli, di quelli che erano in mare ed aggrappati al bordo della zattera, persero la presa e scomparvero, gli altri, spaventatisi, vollero salire sulla zattera, quelli che già erano a bordo si rifiutarono di cedere il posto (nonostante fossero stati stabiliti dei turni per stare in acqua e per stare a bordo), ed ebbe inizio una lotta spietata per trovare un posto sulla zattera. Invano gli ufficiali tentarono di calmare gli animi e riportare la situazione sotto controllo: anche uomini che si erano già dimostrati altruisti e pronti a sacrificarsi, avendo esortato due ufficiali feriti a prendere i loro posti di turno sulla zattera, reagirono ora con violenza. Tutti presero ad arrampicarsi gli uni sugli altri, ammucchiandosi, consumando le proprie forze e facendo alla fine capovolgere la zattera. Nemmeno questo fece cessare la lotta, che riprese a tratti tra grida, a tratti senza che nessuno aprisse bocca, tra rantoli e voci roche di chi non ce la faceva più e si lasciava andare. E così il gruppo di superstiti andò riducendosi: qualcuno restava bloccato sotto la zattera capovolta ed annegava, altri venivano respinti lontano e non riuscivano più ad avvicinarsi, e non erano più visti.
Disse poi un superstite dell’Alfieri: «Eravamo soli. Nessuno aveva voglia di parlare e tutti sapevano perché. La nostra vita si presentava tutta intera, come un bel sogno, alla nostra mente. (…) come se quella solitudine e quell’abbandono desolato sul mare ci avessero liberato di tante distrazioni che nascondevano i ricordi e le gioie di giorni lontani e felici. Poi i cervelli cominciarono a dissecarsi e si ebbero i primi segni di un delirio insensato». Dopo tre o quattro giorni, anche gli ufficiali, che avevano sino ad allora cercato di mantenere l’ordine, impazzirono, volendo gettarsi in acqua, per nuotare fino alla costa.
Il sottotenente di vascello Manfredi, alto, forte e buon nuotatore, si tenne lontano dalla sua zattera, per non aggrapparvisi, ma alla fine fu costretto dallo sfinimento a risalire a bordo. Dei 35 uomini che erano in origine sulla zattera, erano rimasti in venti. Passò un altro giorno, mentre la sete che – oltre alla fame – torturava i naufraghi si aggravava di ora in ora. Manfredi s’immerse nei suoi pensieri, fu preso da irrequietezza, abbracciò un amico, poi disse di aver visto un’altra zattera che galleggiava lontana, e si gettò in acqua per lasciare spazio agli altri. Ebbe qualche esitazione, poi esaurì le forze e scomparve. Molti uomini cedettero alla follia provocata da sole e dalla sete e si gettarono in acqua, ed altrettanti morirono sulle zattere per esaurimento: tra questi ultimi anche il capitano di corvetta Pier Gaetano Busolli, l’assistente di squadriglia del comandante Toscano.
Alle 21 del 31 marzo la nave ospedale Gradisca, inviata a soccorrere i sopravvissuti delle navi italiane, sentì delle grida, e poco dopo avvistò, nel punto 35°41’ N e 21°11’ E, una zattera dalla quale furono recuperati quattro superstiti dell’Alfieri, due ufficiali e due marinai. Quando i sopravvissuti, trasbordati sul motoscafo della Gradisca ed avvolti in coperte di lana, giunsero sottobordo alla nave ospedale, gridarono più volte “Viva l’Italia!”. Una volta a bordo, stremati ed assetati (due erano in condizioni piuttosto serie), chiesero continuamente acqua alle crocerossine, per placare la terribile sete. I naufraghi – erano i primi dei soli 161 superstiti complessivi di Alfieri, Carducci, Zara e Fiume che la Gradisca avrebbe trovato – suggerirono ai loro soccorritori di proseguire le ricerche in zona, e la Gradisca rimise in moto a velocità dimezzata, cercando altri superstiti.
Per gli uomini che erano stati sulla zattera del tenente di vascello Manfredi, invece, sarebbe passato ancora un giorno alla deriva. Poi, finalmente, il mattino del 1° aprile, vennero avvistati dalla nave ospedale. All’arrivo della Gradisca, solo otto dei 35 originari occupanti della zattera furono trovati ancora in vita.
Queste due zattere ed i loro occupanti erano quanto restava dell’equipaggio dell’Alfieri, esclusi i 23 uomini che erano stati recuperati dall’Hydra: dodici superstiti.
Tra questi erano anche il direttore del tiro Bimbi ed il comandante in seconda Zancardi, che fu decorato con la Medaglia d’argento al Valor Militare per il suo contegno ed il suo impegno per tenere in vita i naufraghi durante i quattro terribili giorni trascorsi sulla zattera.

Alla fine, i sopravvissuti, compresi quelli presi prigionieri, furono 35 su un equipaggio di 245 uomini. 210 uomini dell’Alfieri avevano trovato la morte, non è dato sapere quanti in combattimento e quanti in mare nelle ore e nei giorni successivi. Tra gli scomparsi vi erano anche i siluristi Raffaele Aruta ed Arturo Martinotti, che avevano partecipato con Sansonetti al lancio dei siluri, ed il cannoniere Rocco Rizzi, che aveva partecipato con Bimbi all’azione di fuoco dell’impianto prodiero da 120.
Anche il sottocapo meccanico Nicola Sernicola, da Cava de’ Tirreni, fu tra gli scomparsi. Ai suoi genitori Matteo e Teresa Auriemma restava ora solo il fratello Vincenzo, di due anni più giovane: ma questi, anch’egli in Marina, avrebbe trovato la morte il 9 settembre 1943 nell’affondamento della corazzata Roma.

Oltre al comandante Toscano, al direttore di macchina Modugno ed al tenente medico Araneo, furono decorati alla memoria (con la Medaglia di bronzo al Valor Militare) anche Rocco Rizzi, Giovanni Costamagna, Arturo Martinotti ed Arturo Penitenti.


Perirono con l’Alfieri:

Ludovico Abate, sottocapo segnalatore (disperso)
Antonio Addis, capo cannoniere (disperso)
Giulio Alberti, marinaio (disperso)
Aldo Antonucci, cannoniere (disperso)
Andrea Arone (o Araneo), tenente medico (disperso) (decorato)
Giuseppe Artico, cannoniere (deceduto)
Raffaele Aruta, silurista (disperso)
Mario Ascione, fuochista (disperso)
Angelo Balderi, motorista navale (disperso)
Elio Balò, cannoniere (disperso)
Renzo Bartaini, meccaico (disperso)
Bianco Bartolucci, fuochista, da Numama (disperso)
Giordano Battelini, cannoniere (disperso)
Erminio Battistini, fuochista (deceduto)
Carlo Bellante, fuochista (disperso)
Flaviano Bernardi, cannoniere (disperso)
Quinto Bertozzini, fuocista (disperso)
Vincenzo Bilotti, marinaio (disperso)
Nunzio Bonaiuto, sottocapo cannoniere (disperso)
Andrea Bonavita, silurista (disperso)
Aldo Borezzi, cannoniere (disperso)
Angelo Borsato, fuochista (disperso)
Attilio Bracciale, sottocapo cannoniere (disperso)
Niccolò Bradizza, marinaio (disperso)
Zoel Brandinelli, capo meccanico (disperso)
Pasquale Brando, fuochista (disperso)
Giovanni Bricca, radiotelegrafista (disperso)
Nello Bronzi, marinaio (disperso)
Luigi Bruna, fuochista (disperso)
Ettore Bruni, fuochista (disperso)
Pietro Gaetano Busolli, capitano di corvetta (disperso)
Agostino Cacace, fuochista (disperso)
Lino Cadia, segnalatore (disperso)
Salvatore Caldacci, fuochista (disperso)
Rodolfo Campana, elettricista (disperso)
Renato Campi, cannoniere (disperso)
Giuseppe Carbone, sottocapo meccanico (disperso)
Carlo Carillo, fuochista (disperso)
Giacomo Caristi, cannoniere (disperso)
Marcello Carlesso, sergente meccanico (disperso)
Gustavo Carlomagno, sergente radiotelegrafista (disperso)
Cornelio Carpeneti, specialista direzione tiro (disperso)
Oreste Caruso, marinaio (disperso)
Augusto Castardi, fuochista (disperso)
Alighiero Ciacci, cannoniere (disperso)
Cataldo Cigliola, cannoniere (disperso)
Pasquale Cioffi, marinaio (disperso)
Gaetano Cippolletta, marinaio (deceduto)
Raffaele Colella, cannoniere (disperso)
Vittorio Conte, cannoniere (disperso)
Angelo Corbaccio, torpediniere (disperso)
Giuseppe Cordoni, fuochista (disperso)
Calogero Corsini, fuochista, 22 anni, da Porto Empedocle (disperso)
Giovanni Costamagna, capo radiotelegrafista (disperso) (decorato)
Giuseppino Crespi, torpediniere (disperso)
Giovanni Daniele, fuochista (disperso)
Pietro D’Augenti, marinaio (disperso)
Giuseppe Davi, fuochista (disperso)
Marino De Giorgi, marinaio (disperso)
Salvatore De Sio, fuochista (disperso)
Alfiero De Stefani, sergente meccanico (disperso)
Mario De Zorzi, meccanico (disperso)
Pietro Dell’Isola, cannoniere (disperso)
Calogero Destro, marinaio (disperso)
Pietro Di Capua, specialista direzione del tiro (disperso)
Vincenzo Di Franco, marinaio (disperso)
Leonardo Di Pierro, marinaio (disperso)
Antonio Di Pinto, marinaio (disperso)
Michele Di Sante, marinaio (disperso)
Enzo Doddi, sottocapo cannoniere (disperso)
Arturo D’Onofrio, capo meccanico (disperso)
Pietro Dotto, sottocapo specialista direzione del tiro (disperso)
Giuseppe D’Urso, fuochista (disperso)
Antonio Elia, cannoniere (disperso)
Roberto Erramonti, elettricista (disperso)
Luigi Evangelista, capo elettricista (disperso)
Pacifico Fala, fuochista (disperso)
Darlo Falcone, fuochista (disperso)
Aldo Fani, cannoniere (disperso)
Ettore Fasolin, sottocapo cannoniere (disperso)
Carlo Femminili, furiere (disperso)
Furano Ferrarese, marinaio (disperso)
Rodolfo Ferraro, sottocapo specialista direzione del tiro (disperso)
Agostino Ferrazzi, sergente silurista (disperso)
Ferruccio Ferreri, sergente radiotelegrafista (disperso)
Luigi Fumagalli, sergente radiotelegrafista (disperso)
Ermanno Fuser, elettricista (disperso)
Alessandro Gambini, fuochista (disperso)
Aldo Gams, marinaio (disperso)
Gaetano Gangarossa, fuochista, 21 anni, da Porto Empedocle (disperso)
Osvaldo Garbati, fuochista (disperso)
Fortunato Genangeli, sergente meccanico (disperso)
Alfonso Ghezzi, capo meccanico, 31 anni, da Prata Camportaccio (disperso)
Claudio Giannini, sergente cannoniere (deceduto)
Italo Giannini, sottocapo cannoniere (disperso)
Giuseppe Giordano, sottocapo elettricista (disperso)
Alfeo Giorgetti, fuochista (disperso)
Bruno Giubilei, nocchiere (disperso)
Pietro Giugliano, fuochista (disperso)
Enrico Giuntini, cannoniere (disperso)
Angelo Grassi, sottocapo cannoniere (disperso)
Ciro Grossi, secondo capo furiere (disperso)
Giovanni Ierala, sottocapo infermiere (disperso)
Antonio Improta, specialista direzione del tiro (disperso)
Accursio Indelicato, marinaio (disperso)
Francesco Isgrò, marinaio (disperso)
Salvatore La Rosa, fuochista (disperso)
Vincenzo Lamia, nocchiere (disperso)
Castone Lanza, secondo capo meccanico (disperso)
Michele Lavafila, cannoniere (disperso)
Vittorio Levi, fuochista (disperso)
Salvatore Licata, marinaio, 23 anni, da Licata (disperso)
Antonio Limpido, fuochista (disperso)
Pietro Livigni, silurista (disperso)
Felice Lorenzut, marinaio (disperso)
Giulio Lotterò, fuochista (disperso)
Antonio Maddaluno, sottocapo cannoniere (disperso)
Luigi Maio, cannoniere (disperso)
Mauro Malone, cannoniere (disperso)
Oberto Manfredi, sottotenente di vascello (disperso)
Giuseppe Mangione, sottocapo specialista direzione del tiro (disperso)
Raffaele Mantone, sottocapo segnalatore (disperso)
Marcello Marangoni, sottocapo elettricista (disperso)
Mario Marini, sergente silurista (disperso)
Emanuele Marini, marinaio (disperso)
Arturo Martinotti, sottocapo silurista (disperso) (decorato)
Bruno Marzolla, fuochista (disperso)
Giuseppe Masiello, sottocapo radiotelegrafista (disperso)
Carlo Masotti, capo meccanico (disperso)
Giuseppe Mattei, secondo capo meccanico (disperso)
Giuseppe Mazzilli, capo meccanico (disperso)
Giovanni Millo, elettricista (disperso)
Luigi Minetto, specialista direzione del tiro (disperso)
Luigi Miniussi, fuochista (disperso)
Pietro Misuraca, sottocapo silurista (disperso)
Mario Mittino, elettricista (disperso)
Giorgio Modugno, capitano del Genio Navale (direttore di macchina) (deceduto) (MOVM)
Giuseppe Monaldini, fuochista (disperso)
Giovanni Mondera, nocchiere (disperso)
Michele Montalto, marinaio (disperso)
Umberto Morelli, segnalatore (disperso)
Giovanni Moretta, secondo capo cannoniere (disperso)
Vittorio Mucci, cannoniere (disperso)
Francesco Musicò, cannoniere (disperso)
Italo Naitana, nocchiere (disperso)
Sicialfredo Navilli, cannoniere (disperso)
Giovanni Negrich, marinaio (disperso)
Renzo Nesti, sottocapo cannoniere (disperso)
Vittorio Nicoli, cannoniere (disperso)
Onofrio Nocerino, marinaio (disperso)
Aldo Novelli, cannoniere (disperso)
Ivan Occhiali, cannoniere (deceduto)
Alessandro Ottolino, marinaio (disperso)
Tommaso Ottonello, marinaio (disperso)
Giuseppe Panarinfo, maestrino ufficiali (deceduto)
Egidio Panigo, capo cannoniere (disperso)
Nicola Paparella, cannoniere (disperso)
Bartolomeo Parodi, capo (disperso)
Giuseppe Parrella, secondo capo radiotelegrafista (deceduto)
Arturo Penitenti, cannoniere (disperso) (decorato)
Salvatore Peraino, specialista direzione del tiro (disperso)
Giacinto Perfetti, fuochista (disperso)
Pietro Piacquadio, sottocapo cannoniere (disperso)
Duilio Picchianti, marinaio (disperso)
Gastone Picciolut, fuochista (disperso)
Andrea Polatri, fuochista (disperso)
Francesco Ponticiello, capo segnalatore (disperso)
Paolo Proietto, marinaio (disperso)
Antonio Protopapa, fuochista (disperso)
Giovanni Raffaelli, elettricista (disperso)
Gaetano Reitano, marinaio (disperso)
Alessandro Rezzi, meccanico (disperso)
Rosario Ritunno, marinaio (disperso)
Rocco Rizzi, specialista direzione del tiro (disperso) (MBVM)
Domenico Robusto, marinaio (disperso)
Giovanni Romano, cuoco ufficiali (disperso)
Siro Rossi, capo meccanico (deceduto)
Beniamino Ruggero, secondo capo radiotelegrafista (deceduto)
Romeo Salvi, elettricista (disperso)
Francesco Sanfilippo, fuochista (disperso)
Luigi Sarnataro, fuochista (disperso)
Giovanni Savini, marinaio (disperso)
Giuseppe Scaglia, silurista (disperso)
Mario Scavo, radiotelegrafista (disperso)
Gilberto Schillani, fuochista (disperso)
Alfredo Schiocchetti, capo meccanico (disperso)
Vincenzo Scialone, fuochista (disperso)
Antonio Sciutto, sergente cannoniere (disperso)
Vincenzo Scoglio, marinaio (disperso)
Vittor Ugo Scortichini, sottocapo radiotelegrafista, 21 anni, da Fabriano (disperso)
Vincenzo Scuderi, cannoniere (disperso)
Nicola Sernicola, sottocapo meccanico, 29 anni, da Cava de’ Tirreni (disperso)
Augusto Simonelli, nocchiere di seconda classe (disperso) (decorato)
Giuseppe Soave, secondo capo (disperso)
Gino Squizzato, elettricista (disperso)
Paolo Stabile, cannoniere (disperso)
Giuseppe Tassoni, sottocapo cannoniere (disperso)
Antonio Testi, secondo capo cannoniere (disperso)
Giuseppe Tiralongo, sottocapo radiotelegrafista (disperso)
Marino Torregiani, cannoniere (disperso)
Salvatore Toscano, capitano di vascello (comandante; caposquadriglia della IX Squadriglia Cacciatorpediniere) (deceduto) (MOVM)
Mario Trifoglio, cannoniere (disperso)
Giovanni Urbani, marinaio (disperso)
Giuseppe Valerio, fuochista (disperso)
Walter Valleri, nocchiere (disperso)
Adriano Vecchiotti, tenente commissario (disperso)
Antonio Villa, segnalatore (disperso)
Baldassarre Vinci, marinaio (disperso)
Giovanni Vitelli, sottotenente del Genio Navale Direzione Macchine (disperso)
Giuseppe Wararan, secondo capo specialista direzione del tiro (disperso)
Luigi Zanone, cannoniere (disperso)

(1) NOTA: L’elenco (preso da www.regiamarina.net) potrebbe contenere degli errori, per i quali ci si scusa e si ringrazia chi vorrà segnalarli.

L’Alfieri, a sinistra, in allestimento a Livorno all’inizio del 1937, con a destra una nave gemella, forse il Carducci (g.c. STORIA militare)

Il racconto di un superstite dell’Alfieri (Da Enzo Biagi, “La 2° Guerra Mondiale: una
storia di uomini”, Fratelli Fabbri Editori, 1980-1986):

“...eravamo in acqua da poche ore, quando un caccia britannico ci passò vicino. Gridammo, ma non ci udì : per poco non ci investì facendoci sobbalzare sul vortice di una schiuma effervescente. Allora cominciò il disordine su quella povera zattera. Qualcuno più debole non aveva potuto reggersi aggrappato al bordo ed era scomparso. Gli altri che si trovavano di turno nell’acqua si spaventarono e pretesero di salire sulla zattera. Quelli che già vi si trovavano, non volevano cedere e rifiutavano di riprendere il turno.
Ad un tratto, cominciò una lotta furibonda per la conquista di un posto sul galleggiante. Non fu possibile, nonostante lo sforzo degli ufficiali , dominare quella furia collettiva.
Anche quelli che avevano già dato prova di altruismo, sollecitando due ufficiali feriti a prendere il loro posto di turno nella zattera, e sarebbero stati capaci di un sacrificio volontario, di una generosa temerarietà spontanea, reagivano ferocemente. Gli uomini si arrampicavano gli uni sugli altri, a grappolo, esaurendo le forze in una lotta forsennata ed inutile, finché la zattera si capovolse respingendo tutti i contendenti.
Poi la lotta ricominciava, a momenti con alte grida, a momenti nell’ansioso mutismo, lasciando udire soltanto affannosi rantoli e qualche rauca voce che si spegneva nell’acqua. Così, a poco a poco, il gruppo si riduceva, alcuni annegavano sotto la zattera capovolta, altri respinti lontano, incapaci di ritornare, sparivano nel buio. Il terzo o quarto giorno anche gli ufficiali divennero folli, volevano gettarsi in mare, arrivare a nuoto fino alla costa …”

L’odissea dei naufraghi dell’Alfieri nelle parole di un anonimo sopravvissuto, che venne recuperato dall’Hydra (tratto da “Le Missioni avventurose d'una squadra di Navi Bianche” di Mario Peruzzi, USMM, Roma 1952): 

“Il combattimento notturno era durato pochi minuti; eravamo in vicinanza di un nostro incrociatore immobilizzato ed in fiamme. Ci fu dato l'ordine di abbandonare la nostra nave. Mentre tentavamo di ammainare una motolancia, essa venne colpita e sfondata; mentre un altro gruppo tentava di mettere in mare un battello, anche questo fu colpito e scomparve in una girandola di schegge ardenti. In quel momento il comandante aveva ordinato il saluto al Re ed i pochi rimasti in coperta avevano risposto con l'ultimo grido, salutando la nave nella luce dell'incendio. Ci gettammo in mare e potemmo raggiungere una zattera vicina, ma attorno a quella zattera si fece subito una ressa impaziente. Almeno cinquanta persone pretendevano un posto nella zattera che poteva contenerne una dozzina. Due ufficiali si allontanarono ed anche noi preferimmo allontanarci dal gruppo di contendenti. Ci ritrovammo su di un'altra zattera con una diecina di persone. Il mare era mosso e cosparso di nafta che ogni tanto ci riempiva la bocca. Il nemico si ostinava contro le navi che ancora galleggiavano incendiate. Ogni tanto prendeva fuoco qualche riservetta e deflagrava come l’eruzione di un vulcano. Più distanti si distinguevano altre fiammate e fasci di luce di proiettori.
Intanto anche attorno alla nostra zattera si aggrappavano altri e pretendevano di salirvi sebbene fosse già piena. Uno degli ufficiali che erano con noi decise di stabilire un turno di riposo sulla zattera ed uno in mare, aggrappati ai paternostri. Entrambi scesero in acqua per primi e vi si trattennero anche più di quanto loro spettava, cedendo il loro turno ai feriti ed ai più deboli. Ci accorgemmo che uno di loro era all'estremo delle forze, ma continuava a rimanere in acqua malgrado l'invito ripetuto perché venisse a riposarsi; l’altro lo sorreggeva tenendolo quasi abbracciato. Vi fu una gara commovente per aiutarlo e farlo riposare.
Ad un tratto un caccia britannico ci passò vicino. Gridammo, facemmo brillare un lampadino, ma
non ci riconobbe; per poco non c’investì facendoci sobbalzare sul vortice di una schiuma effervescente. Allora cominciò il disordine su quella povera zattera. Qualcuno più debole non aveva potuto reggersi aggrappato al bordo ed era scomparso; gli altri che si trovavano di turno nell’acqua si spaventarono e pretesero di venire nella zattera; quelli che erano installati non volevano cedere e rifiutavano di riprendere il turno. Ad un tratto un panico insensato si comunicò ai contendenti; cominciò una lotta furibonda per la conquista di un posto sul galleggiante. Non fu possibile dominare quella furia collettiva. Anche quelli che avevano già dato prova di altruismo, sollecitando i due ufficiali a prendere il loro posto di turno nella zattera, e sarebbero stati capaci di un sacrificio volontario, di una generosa temerità spontanea, reagivano contro la prepotenza degli altri. Gli uomini si arrampicavano gli uni sugli altri, a grappolo, esaurendo le forze in una lotta forsennata ed inutile, finché la zattera si capovolgeva respingendo tutti i contendenti. Poi la lotta ricominciava; a momenti con alte grida, a momenti nell’ansioso mutismo, lasciando udire soltanto aannosi sospiri o qualche rauca voce che si spegneva nell'acqua gorgogliante, battuta dalle membra convulse. Così a poco a poco il gruppo si riduceva; alcuni annegavano sotto la zattera capovolta, altri respinti lontano, incapaci di ritornare, sparivano nel buio. Quella triste lotta cessò quando i competitori furono ridotti a meno della metà. Allora anche i due ufficiali che durante la mischia si erano allontanati, poterono tornare sulla zattera. Uno di loro era sfinito dalla fatica e dall'assideramento. Fu disteso sul fondo della zattera nelle braccia di un marinaio che cercava di tenerlo sollevato dall’acqua; il suo compagno lo reggeva per una mano stando di fuori. Ad un tratto ci sembrò d'essere piombati in una tetra oscurità. Si era spento il grande rogo che illuminava il mare d’una luce rossastra intorno a noi. La nostra nave era affondata. Poco dopo una voce disse: – Perché lo teniamo ancora?
Infatti da quasi mezz’ora due mani si tenevano strette sul bordo della zattera, ma una era quella di un morto. Stanchi, quasi assiderati, seduti in silenzio nell’acqua dentro la zattera, aspettammo la luce del giorno… Soltanto quando si levò il sole cominciammo a parlare. L’incubo di quella notte di terrore ci opprimeva. Cercammo di metterci in modo da trovare un assetto di maggiore stabilità per impedire che la nostra zattera si capovolgesse. Il mare era alquanto mosso dopo l'alba ed il vento accennava e rinfrescare. Nella nostre zattera eravamo rimasti in undici, ma due In pessime condizioni, quasi pazzi. A qualche centinaio di metri da noi vedemmo un piccolo gruppo di zattere; su alcune vi era posto e pensammo di riunirci a loro per alleggerire la nostra. Cominciammo a vogare con le mani per raggiungerle; quelle zattere erano fornite di remi…
– Hanno dei remi – disse uno dei nostri – Oh, se ci venissero incontro!
Dopo molti richiami riuscimmo a farci gettare un paio di remi: ma la corrente li allontanava e non riuscivamo a raggiungerli. Un marinaio si gettò a nuoto per prenderli, ma dopo averli raggiunti non ebbe più la forza di tornare sulla zattera. Ci mettemmo a gridare invocando che qualche zattera si movesse in suo aiuto e finalmente una lo avvicinò e lo prese a bordo insieme coi remi.
Continuammo a vogare con le mani e finalmente raggiungemmo il gruppo di zattere. Alla distanza di due o tre miglia si vedevano altre zattere alla deriva.
Verso le 9 un grande Sunderland venne a volteggiare sui gruppi di zattere ed ammarò per un momento. Ci dissero poi che un operatore aveva preso un film della scena e, dopo aver annunziato prossimi soccorsi, aveva decollato. Qualche ora più tardi sentimmo distintamente delle grida venire dalle zattere più lontane e quasi subito vedemmo una formazione navale britannica che si avvicinava. Era un gruppo d'incrociatori con alcuni cacciatorpediniere in scorta avanzata, più lontano si vedevano dei fumi: navi di linea. Due caccia si avvicinarono alle zattere iniziando il ricupero dei naufraghi. Uno di essi venne vicino a noi; un ufficiale da bordo ci gridò: – Halloo! – mentre un marinaio lanciava un sacchetto con la sagola. Stavamo quasi per prenderla quando improvvisamente il caccia fece fuoco. Un aereo tedesco era calato in picchiata, molto basso. In quel momento anche le cime di alcune zattere che erano state già evacuate, andarono ad impigliarsi in un’elica del cacciatorpediniere che cominciò a manovrare per liberarsi. Anche gli altri caccia cominciarono, a sparare contro l’aereo  tedesco che aveva ripreso quota. Un incrociatore alzò un segnale e tutti i caccia impegnati nel salvataggio sospesero le operazioni dirigendo per Sud-Est. Dopo qualche minuto erano scomparsi all'orizzonte e noi rimanemmo nuovamente soli, in vista
di alcune zattere vuote. Le raggiungemmo e ci distribuimmo alcune razioni di viveri che vi erano rimasti; c'erano anche due bariletti d’acqua da bere. Allora cessò lo stato di agitazione e di sconforto che si era accentuato per la disdetta che aveva fatto interrompere il salvataggio proprio quando stava per toccare a noi. Il mare leggermente mosso ci teneva sommersi no alla vita: di tanto in tanto qualche ondata ci copriva no al petto. Verso il tramonto il vento ed il mare rinforzarono facendo urtare le zattere in modo inquietante; ci separammo, cercando di rimanere a portata di voce. Molti aerei nazionali passarono ad alta quota, ma non ci videro.
Verso le 21 alte voci partirono da una zattera; a circa 400 metri da noi apparve la sagoma di una nave da guerra. Tutti ci mettemmo a gridare, ma sembrava che nessuno si accorgesse di noi; quella nave pareva sorda e cieca. Un fischio da nostromo passò dall’uno all’altro. Finalmente fummo avvistati. Era il Ct. Hydra, che ci prese a bordo insieme con altri naufraghi, 110 in tutto. Il mattino del 30 venivamo sbarcati a Salamina e sottoposti ad interrogatorio: prigionieri di guerra. Ma la nostra prigionia durò pochi giorni; trasportati a Corinto anche noi trovammo asilo sulla Gradisca.”

Il salvataggio della prima zattera dell’Alfieri nel diario della crocerossina trevisana Maria Corazza, imbarcata sulla Gradisca (da “Matapan” di Franco G. Mascilongo, edito da BCC Gradara):

“Sono ormai le 21,00. Si evita di parlare, guardarci, per non leggere lo sgomento e l’affanno l’uno negli occhi dell’altro. Improvvisamente un grido... le teste si alzano, si tendono, sul
ponte si incrociano voci concitate. Nella sala il silenzio è pieno di tensione, si trattiene quasi il respiro, quando un Marinaio entra agitato, si accosta al medico di guardia, ma prima che
possa pronunciare una parola, un grido si ripete spasmodico, convulso:
– Aiuto!
– Aiuto!
Rabbrividiamo dalla testa ai piedi,... – C’è una zattera, – dice il Marinaio: – ...a provavia, con quattro o cinque persone,... vive... fanno segni... gridano.
Il Direttore, colonnello Medico Ulderico Germani, si alza rapido, lo seguono gli altri Ufficiali medici.
Anche noi siamo per muoverci, ma la capo Gruppo impassibile, fa segno di risederci e poiché qualcuna osa pregarla, frasi fredde come acqua gelida la persuadono a tacere.
Rimaniamo così sole nella sala, l’animo teso alle parole, alle frasi che giungono dall’esterno.
La nave si è fermata, il motoscafo è già partito. Anche noi adesso possiamo uscire, in silenzio, frementi, commosse ci accostiamo alla murata.
Il piccolo fascio luminoso del riflettore di bordo investe in pieno la zattera: sembra candida.
sopra, alcune creature nere fanno gesti convulsi, gridano.
Il motoscafo la raggiunge, ecco: trasbordano, le contiamo: cinque! Dio sia ringraziato, cinque vivi, finalmente!
La zattera è abbandonata, il motoscafo ritorna scoppiettante...
Si ferma presso la nave. Cento e cento occhi pieni di lacrime osservano.
Avvolti nelle coperte di lana, i naufraghi si sforzano ad alzarsi: venti mani si tendono per aiutarli, ma essi, guardando in alto, improvvisamente levano il braccio nel saluto romano e gridano. Viva l’Italia! Viva l’Italia! Viva l’Italia! Non ci accorgiamo di piangere e di tremare convulsamente.
Eccoli a bordo, vengono ricoverati in Prima chirurgia ove medici e infermieri si prodigano a curarli. Anche le sorelle del reparto vanno. Noi attendiamo notizie sul ponte, mentre per
l’ennesima volta avidamente ascoltiamo il racconto del salvataggio diretto dal secondo Ufficiale, Tenente Veronese.
Due naufraghi sono piuttosto gravi: tutti sono sfiniti e tormentatati specialmente dalla sete.
Acqua! Acqua! Chiedono insistentemente, un sorso d’acqua, prego!
Ne berrebbero a litri. Non possono essere certamente accontentati.
Si cerca di persuaderli a pazientare e acqua, latte, cognac, caffè, aranciate vengono loro somministrati di frequente, ma a piccoli sorsi, mentre con energiche frizioni si procura di riattivare la circolazione delle membra sfinite. Da settantadue ore erano in mare.”

Distintivo dell’Alfieri (g.c. Giorgio Micoli)

La motivazione della Medaglia d’Oro al Valor Militare conferita alla memoria del capitano di vascello Salvatore Toscano, nato ad Imola (Bologna) il 5 luglio 1897:

“Comandante di una squadriglia di cacciatorpediniere, consacrava tutte le sue energie fisiche e spirituali al servizio della nobile causa del dovere e dell'ardimento. In un aspro combattimento notturno contro soverchianti forze, sebbene la sua unità fosse stata inizialmente colpita in modo irreparabile dall'offesa nemica, ordinava e dirigeva con le poche armi rimaste efficienti un'audace e violenta reazione contro le navi attaccanti. Con indomito coraggio deciso a far pagare cara al nemico la perdita dell'unità, continuava nell'impari lotta fino all'esaurimento dei mezzi offensivi.
Nell'impossibilità di ulteriore resistenza, mentre la nave dilaniata dalle esplosioni e in preda alle fiamme cominciava ad affondare, ordinato agli ufficiali ed all'equipaggio di porsi in salvo, rifiutava stoicamente l'invito dei suoi uomini che lo supplicavano di salvarsi e, rimasto in piedi sulla plancia, in una suprema sfida al nemico, condivideva fieramente il destino della sua nave che si inabissava.
Mediterraneo Orientale, 28 marzo 1941.”

La motivazione della Medaglia d’Oro al Valor Militare conferita alla memoria del capitano del Genio Navale Giorgio Modugno, nato a Genova il 30 aprile 1911:

“Imbarcato in qualità di capo servizio del Genio Navale su Squadriglia cacciatorpediniere durante uno scontro navale contro forze soverchianti che infliggevano duri colpi alla sua unità, con ammirevole serenità dirigeva tutte le operazioni per fronteggiare i danni provocati dal tiro nemico, eseguendo prontamente e personalmente, in sostituzione dei propri dipendenti uccisi e feriti, importanti manovre atte a mantenere fino all'ultimo l'integrità combattiva della nave, malgrado gli incendi, gli scoppi delle riservette delle munizioni ed il dilagare del vapore.
Dopo l'affondamento del cacciatorpediniere, raggiungeva a nuoto una zattera ricolma di naufraghi e, pur essendo ferito e stremato dalle forze, rinunciava a prendervi posto, e si prodigava con la parola e con l'esempio per disciplinare l'assistenza ai feriti più gravi ed ai più deboli.
In questo nobile intento impegnava con eroico spirito di sacrificio e incomparabile fermezza d'animo tutte le sue residue forze, finché, esausto per le ferite riportate e per il lungo sforzo, scompariva tra i flutti, coronando degnamente la sua carriera di Ufficiale colto, valente, appassionato, tutto dedicato al bene del servizio ed al ferreo compimento del dovere.
Mediterraneo Orientale, 28 marzo 1941.”


Cartolina commemorativa del conferimento della Medaglia d’oro al Valor Militare al capitano Modugno (g.c. Giorgio Micoli)

La motivazione della Medaglia d’argento al Valor Militare conferita al tenente di vascello Pietro Zancardi, nato ad Olcenego il 27 giugno 1912 (e deceduto nel 2007 con il grado di ammiraglio):

"Ufficiale in 2^ di cacciatorpediniere, attaccato nottetempo da preponderanti forze nemiche, coadiuvava con serenità  e fermezza il comandante nella reazione all'offesa avversaria.
All'atto dell'abbandono della nave, prestava la sua opera per il salvataggio dell'equipaggio, e sulla zattera, per quattro giorni e quattro notti, dava ogni assistenza ai compagni che incoraggiava durante la lunga attesa del soccorso.
Mediterraneo Orientale, 28 marzo 1941".

La motivazione della Medaglia d’argento al Valor Militare conferita al sottotenente di vascello Vito Sansonetti, nato a Roma l’11 marzo 1916:

"Ufficiale E.T. di cacciatorpediniere attaccato nella notte da soverchianti forze nemiche, coadiuvava con serenità ed elevato spirito aggressivo il comandante nell’azione dei lanciasiluri, serviti ormai da pochi superstiti ed investiti dalle fiamme e dal vapore, dirigeva personalmente il lancio dei siluri contro le unità avversarie.
Esaurita qualsiasi possibilità di reazione, si prodigava per la salvezza dell'equipaggio profondendo anche in mare la sua opera di aiuto ai dipendenti dei quali assumeva la direzione con fermezza e serenità.
Mediterraneo Orientale, 28 marzo 1941".

La motivazione della Medaglia d’argento al Valor Militare conferita al tenente del Genio Navale Direzione Macchine Salvatore Ferraro, nato a Gaeta il 24 agosto 1903:

“Imbarcato su cacciatorpediniere fatto segno ad un attacco notturno da parte di preponderanti forze nemiche, coadiuvava con serenità e fermezza il comandante nell’attuazione delle misure intese a mantenere l’efficienza della nave, mentre a bordo alcuni locali venivano invasi dal vapore e gli incendi si sviluppavano rapidi; continuava la sua opera fino a che il comandante non gli ordinava di abbandonare la nave.
Mediterraneo Orientale – 28 marzo 1941.”

La motivazione della Medaglia d’Argento al Valor Militare conferita al tenente di vascello Italo Bimbi, nato a Livorno il 9 febbraio 1913:

“Direttore del tiro di cacciatorpediniere, attaccato nella notte da preponderanti forze nemiche, coordinava efficacemente il comandante dirigendo con precisione, presso l’unico complesso ancora efficiente, il tiro contro le unità avversarie. Al momento dell’abbandono della nave e dopo, cooperava per la salvezza dell’equipaggio, rincuorando tutti e prestando il suo soccorso ai naufraghi
(Mediterraneo Orientale, 28 marzo 1941).”

La motivazione della Medaglia d’Argento al Valor Militare conferita alla memoria del capitano di corvetta Pier Gaetano Busolli, nato a Voghera (Pavia) il 10 gennaio 1909:

“Assistente di squadriglia su ct. fatto segno ad attacco di preponderanti forze nemiche, coadiuvava con ardimento il comandante nella reazione dell’offesa avversaria. Esaurita ogni ulteriore possibilità di resistenza, prodigava la sua opera per la salvezza dell’equipaggio, scomparendo in mare nell’adempimento del dovere.
(Mediterraneo Orientale, 28 marzo 1941).”

La motivazione della Medaglia d’Argento al Valor Militare conferita alla memoria del tenente di vascello Oberto Manfredi, nato a Pieve di Teco (Imperia) il 25 maggio 1915:

“Ufficiale alle comunicazioni su cacciatorpediniere attaccato nella notte da preponderanti forze nemiche, prestava animosamente la sua collaborazione per ottenere dai mezzi ancora a disposizione il massimo rendimento. Esaurita ogni possibilità di resistenza, prodigava la sua opera per la salvezza dell’equipaggio, scomparendo in mare nell’adempimento del dovere.

(Mediterraneo Orientale, 28 marzo 1941).”

La motivazione della Medaglia di Bronzo al Valor Militare conferita alla memoria del sottocapo silurista Arturo Martinotti, nato a Morano sul Po (Alessandria) il 16 luglio 1917:

“Imbarcato su cacciatorpediniere, attaccato da preponderanti forze nemiche, caduta la maggior parte dei serventi del lanciasiluri, mentre divampava l’incendio nelle sue vicinanze e il complesso era investito dal vapore, eseguiva con serena calma, sotto l’intenso fuoco avversario, il lancio dei siluri, dando prova di coraggio ed elevato sentimento del dovere. Scompariva in mare con l’unità.
(Mediterraneo Orientale, 28 marzo 1941).”

La motivazione della Medaglia di Bronzo al Valor Militare conferita al sottotenente di vascello Francesco Mascini:

“Ufficiale di rotta di cacciatorpediniere, attaccato nella notte da preponderanti forze nemiche, coadiuvava con serenità e fermezza il comandante al fine di ottenere il massimo rendimento dei mezzi a disposizione. Esaurita ogni possibilità di resistenza, prodigava la sua opera per la salvezza dell’equipaggio, elargendo anche in mare assistenza e conforto.
(Mediterraneo Orientale, 28 marzo 1941).”

La motivazione della Medaglia di Bronzo al Valor Militare conferita alla memoria del marinaio cannoniere Arturo Penitenti, nato a Sermide (Mantova) il 22 maggio 1920:

“Imbarcato su cacciatorpediniere, attaccato nella notte da preponderanti forze avversarie, dava il suo contributo nella vigorosa azione di fuoco contro le unità nemiche. In seguito all’ordine di abbandonare la nave e dopo aver raggiunto un’imbarcazione di salvataggio, cedeva spontaneamente il posto ai feriti e ai più deboli, confidando nella propria abilità al nuoto. Scompariva, quindi, in mare offrendo un mirabile esempio di generosità e attaccamento al dovere.
(Mediterraneo Orientale, 28 marzo 1941).”

La motivazione della Medaglia di Bronzo al Valor Militare conferita alla memoria del marinaio S.D.T. Rocco Rizzi, nato a Stornara (Foggia) l’8 febbraio 1920:

"Imbarcato su cacciatorpediniere impegnato in un combattimento navale notturno, contribuiva con serenità ed ardimento all’efficace reazione di fuoco contro le unita nemiche, incurante del violento tiro avversario condotto da distanza ravvicinata. Malgrado fosse intervenuto l’ordine di abbandonare la nave, rimaneva ancora a bordo a prestare la sua opera; lasciava la sua nave dopo averne ricevuto di nuovo l’ordine e scompariva in mare nell’adempimento del proprio dovere.
(Mediterraneo Occidentale, 28 marzo 1941)."

La motivazione della Medaglia di Bronzo al Valor Militare conferita alla memoria del tenente commissario Adriano Vecchiotti, nato a Roma il 2 settembre 1915:

“Imbarcato su cacciatorpediniere, fatto segno ad un attacco notturno da parte di preponderanti forze nemiche, coadiuvava con serenità e fermezza il comandante nell’attuazione delle misure intese ad assicurare una efficace reazione all’offesa avversaria. All’ordine di abbandonare la nave prodigava
con abnegazione la sua opera per la salvezza dell’equipaggio, allontanandosi da bordo solo dopo un nuovo e specifico ordine.
(Mediterraneo Orientale, 28 marzo 1941).”

La motivazione della Medaglia di Bronzo al Valor Militare conferita alla memoria del tenente medico Andrea Araneo, nato a Melfi (Potenza) il 15 agosto 1913:

“Imbarcato su cacciatorpediniere attaccato nella notte da preponderanti forze nemiche, prestava con entusiasmo la sua opera professionale, malgrado la violenta e ininterrotta azione di fuoco dell’avversario. Ricevuto l’ordine di abbandono della nave, si prodigava con elevato senso
di abnegazione per la salvezza dell’equipaggio, scomparendo in mare nell’adempimento del dovere.
(Mediterraneo Orientale, 28 marzo 1941).”

La motivazione della Medaglia di Bronzo al Valor Militare conferita alla memoria del capo radiotelegrafista di prima classe Giovanni Costamagna, nato a Borgo San Dalmazzo (Cuneo) il 4 luglio 1905:

“Imbarcato quale Capo posto Rt. su cacciatorpediniere, attaccato nella notte da preponderanti forze nemiche, coadiuvava efficacemente il comando assicurando con serenità e fermezza il servizio cui era preposto, malgrado la violenta ed interrotta azione di fuoco.
Ferito mortalmente, donava la sua esistenza alla Patria.
(Mediterraneo Orientale, 28 marzo 1941).”

L’Alfieri da tre quarti di prua (g.c. Giuseppe Garufi via www.xmasgrupsom.com)


MOVM Giorgio Modugno, su Betasom
Key to Victory – The Triumph of British Sea Power  in World War II

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