domenica 26 ottobre 2014

Zara (D 14)




La Zara a Brindisi nel 1937 (g.c. Giorgio Micoli via www.naviearmatori.net; foto Giemme di Brindisi, autore A. Campassi di Torino)

Incrociatore ausiliario, già motonave passeggeri da 1976,08 tsl, 1074 tsn e 1231 tpl, lunga 81,5 metri e larga 12,2, pescaggio 4,7 m, velocità 14,5 nodi. Appartenente alla società Adriatica, matricola 53 al Compartimento Marittimo di Bari, nominativo internazionale ICOP.
In guerra svolse 330 missioni, tra cui 250 di scorta, 5 di trasporto ed una di posa di mine.

Breve e parziale cronologia.

7 febbraio 1931
Impostata nei Cantieri Riuniti dell’Adriatico di Monfalcone (numero di costruzione 246).
4 luglio 1931
Varata nei Cantieri Riuniti dell’Adriatico di Monfalcone.
14 settembre 1931
Completata per la Puglia Società Anonima di Navigazione a Vapore, con sede a Bari. Può trasportare 22 passeggeri in prima classe, 24 in seconda e 22 in terza (per altra fonte 82 in tutto); fa parte di una serie di sette motonavi gemelle (tipo «Brioni») costruite dai CRDA per la società Puglia (le altre sono Adriatico, Barletta, Brindisi, Brioni, Lero e Monte Gargano).
Alle prove raggiunge la velocità di 15,8 nodi.
Viene destinata alle linee Adriatico-Dalmazia e Adriatico-Dalmazia-Albania-Epiro.
1932
Trasferita alla Società di Navigazione San Marco (con sede a Venezia), compagnia nella quale il 21 marzo 1932 è confluita con altre compagnie adriatiche la società Puglia, che il 4 aprile cambia nome in Compagnia Adriatica di Navigazione (la Zara risulta formalmente trasferita a quest’ultima compagnia il 25 maggio 1932).
1935
Requisita/noleggiata per trasportare truppe e rifornimenti nel corso della guerra d’Etiopia.
Successivamente, tornata al servizio civile, assegnata alla linea n. 52 (Pireo-isole dell’Egeo-Rodi).
1° gennaio 1937
La compagnia armatrice muta nome in Società Anonima di Navigazione Adriatica. Impiegata sulla linea n. 53 (da Rodi ad Alessandria d’Egitto e ritorno) e sulla n. 43 (Venezia-Trieste-Fiume-Zara-Spalato-Lagosta-Gravosa-Durazzo-Valona-Brindisi-Santi Quaranta-Corfù-Pireo-Izmir-Patmos-Lero-Calino-Coo-Rodi).
1938
Percorre 15 volte la linea numero 43.
1939
Naviga nel solo Adriatico collegandone i diversi porti, con capolinea a Brindisi, alternando il servizio a qualche periodo di sosta.
29 agosto 1939
Requisita alle 15 dal Ministero delle Comunicazioni ed iscritta nel ruolo del naviglio ausiliario dello Stato come posamine ausiliario.
2 novembre 1939
Derequisita.

La Zara in uscita da Brindisi: sullo sfondo, il Monumento al Marinaio d’Italia (g.c. Giorgio Micoli)

3 novembre 1939
Restituita all’Adriatica, torna in servizio civile tra Italia, Dalmazia ed Albania.
6 dicembre 1939
Assegnata alla linea 43 modificata (Venezia-Brindisi-Pireo), che percorre sino al 9 giugno 1940.
21 aprile 1940
Durante la neutralità italiana la Zara viene fermata per ispezione da navi britanniche, benché si trovi nelle acque neutrali greche.
15 luglio 1940
Requisita a Durazzo dalla Regia Marina ed iscritta nel ruolo del naviglio ausiliario dello Stato, con sigla D 14. Trasformata in incrociatore ausiliario, armata con due pezzi da 100/47 mm e quattro mitragliere da 13,2 mm. L’equipaggio viene militarizzato; l’unità viene assegnata a compiti di scorta ai convogli.
2 maggio 1941
Assegnato alla scorta dei convogli che, salpando da Taranto e dai porti adriatici italiani, trasportano truppe e materiali in Albania e Grecia.
11 maggio 1941
Alle 3 lo Zara e la torpediniera Giacomo Medici salpano da Brindisi diretti a Valona, di scorta al piroscafo Francesco Crispi carico di truppe e rifornimenti. Il convoglio arriva in porto alle 9.
13 maggio 1941
Zara e Medici lasciano Valona alle 14.45, scortando ancora il Crispi che ora trasporta 700 prigionieri. Le navi arrivano a Brindisi alle 20.30.
16 maggio 1941
Lo Zara e la torpediniera Generale Marcello Prestinari partono da Bari di scorta ai piroscafi Italia, AventinoMilano ed alla motonave Puccini, con truppe e rifornimenti.
17 maggio 1941
Il convoglio arriva a Durazzo a mezzogiorno.
18 maggio 1941
Zara e Medici partono da Valona alle 3.30 dirette a Bari, dove giungono alle 18 scortando i piroscafi ItaliaAventinoPuccini e Milano, con 3900 militari ed un carico di autoveicoli e materiali.
7 giugno 1941
Zara e Medici salpano da Valona scortando la motonave Città di Tripoli ed ai piroscafi Crispi e Galilea. Lo Zara scorta il convoglio fino a Brindisi, poi le altre navi proseguono fino a Bari.
17 giugno 1941
Zara e Prestinari scortano da Brindisi a Valona il piroscafo Argentina e la motonave Viminale, con 963 militari, altro personale della Regia Marina e materiali.
19 giugno 1941
Zara e Medici scortano da Valona a Brindisi Argentina e Viminale, con un carico di materiali delle forze armate.
26 giugno 1941
Zara e Prestinari scortano da Brindisi a Durazzo Italia, Quirinale e Rosandra e la motonave Rossini, che trasportano personale militare con varie destinazioni e 1400 operai militarizzati che rimpatriano.
27 giugno 1941
Zara e Prestinari scortano da Durazzo a Bari RossiniItaliaRosandra e Quirinale con personale e materiale delle forze armate.
30 giugno 1941
Zara e Medici scortano da Bari a Durazzo RossiniAventinoItalia e Quirinale, con truppe e materiali delle forze armate.
1° luglio 1941
Zara e Medici scortano da Durazzo a Bari RossiniAventinoItalia e Quirinale, aventi a bordo 4290 uomini ed un carico di materiali.
10 luglio 1941
Scorta, insieme alla torpediniera Giacomo Medici, i piroscafi Rosandra, Aventino e Milano e la motonave Città di Marsala che trasportano 3580 militari e 1400 operai militarizzati che rimpatriano da Durazzo a Bari.
13 luglio 1941
Lo Zara e la torpediniera Francesco Stocco scortano da Valona a Brindisi RossiniItalia e Quirinale, con truppe e quadrupedi che rimpatriano.
14 luglio 1941
Zara e Stocco scortano da Valona a Brindisi Città di Marsala e Galilea, pure carichi di militari rimpatrianti.
16 luglio 1941
Scorta da Brindisi a Durazzo, insieme alla torpediniera Stocco, i piroscafi RosandraItalia e Quirinale e la motonave Puccini con truppe a bordo.
19 luglio 1941
Zara, Medici e Stocco scortano da Durazzo a Cattaro ItaliaAventinoMilano e Città di Marsala, con truppe e materiali.
16 settembre 1941
Zara e Stocco scortano da Brindisi a Valona la motonave Città di Alessandria, carica di rifornimenti.
18 settembre 1941
Zara e Stocco scortano da Brindisi a Valona il piroscafo Galilea, che trasporta truppe e materiali.
7 ottobre 1941
Scorta da Durazzo a Bari, insieme all’incrociatore ausilario Attilio Deffenu, la motonave Città di Trapani ed i piroscafi Monstella e Quirinale.
19 ottobre 1941
Zara e Medici scortano da Bari a Durazzo RosandraItaliaMilano ed Aventino con personale della Regia Marina e della Regia Aeronautica.
21 ottobre 1941
Zara e Medici scortano RosandraItaliaMilano ed Aventino di ritorno da Durazzo a Bari con 4400 militari che rimpatriano insieme ad autoveicoli, rimorchi ed altri materiali.
23 ottobre 1941
Zara e Medici scortano RosandraItalia ed Aventino che trasportano truppe e rifornimenti da Bari a Durazzo.
25 ottobre 1941
Zara e Medici scortano RosandraItaliaMilano ed Aventino da Durazzo a Bari con 3400 militari rimpatrianti.
29 ottobre 1941
Zara e Medici scortano da Bari a Durazzo RosandraItaliaAventino ed il piroscafo Galilea, carichi di truppe e rifornimenti.

La Zara dopo la trasformazione in incrociatore ausiliario (foto tratta da “Navi mercantili perdute” di Rolando Notarangelo e Gian Paolo Pagano, USMM, Roma 1997)

1° novembre 1941
Zara e Medici scortano RosandraItaliaMilano ed il grosso piroscafo Piemonte con 5400 militari rimpatrianti da Durazzo a Bari.
28 novembre 1941
Zara e Stocco scortano da Bari a Patrasso PiemonteViminale e Galilea, con personale militare diretto in varie destinazioni.
12 dicembre 1941
Zara e Stocco scortano da Patrasso a Bari GalileaPiemonte e Viminale, con 4000 militari rimpatrianti.
2 gennaio 1942
Zara e Stocco scortano i piroscafi Rosandra, Italia e Quirinale, con militari che rimpatriano, da Durazzo a Bari.
4 gennaio 1942
Zara e Stocco scortano da Bari a Durazzo RosandraItalia e Quirinale carichi di truppe e materiali.
16 marzo 1942
Lo Zara, insieme all’incrociatore ausiliario Arborea ed al vecchio cacciatorpediniere Augusto Riboty, scorta da Durazzo a Bari la la motonave Donizetti ed i piroscafi RosandraCittà di Catania e Quirinale, che trasportano truppe rimpatrianti.
29-31 marzo 1942
All’alba del 29 marzo lo Zara, al comando del capitano di fregata Luigi Martini (che sta per prendere il mare per scortare un convoglio in procinto di partire), riceve dal Comando Militare Marittimo della Morea (Marimorea) l’ordine urgentissimo di partire da Patrasso e recarsi soccorrere i naufraghi del trasporto truppe Galilea, silurato la notte precedente, mentre procedeva in convoglio da Patrasso a Bari, dal sommergibile britannico Proteus, ed affondato nel punto 04°93’ N e 20°05’ E. Tutto l’equipaggio viene svegliato alle 5.20, alle 5.45 la nave molla gli ormeggi ed alle 5.53 prende il mare, dirigendo a tutta forza su Capo Papas, che viene superato senza l’ausilio della pilotina (a regola questo vi dovrebbe essere, ma la pilotina non c’è); alle 7.20 lo Zara dirige verso ovest, percorrendo le rotte dragate ed arrivando al largo di Capo Dukato alle 10.26. Alle 12.20 l’incrociatore ausiliario avvista due aerei (uno della Croce Rossa) che esplorano il luogo del disastro, ed un piccolo veliero che, proveniente da Paxo, sta dirigendo verso il largo; alle 12.35 viene avvistata anche la torpediniera Antonio Mosto, che, appositamente distaccata dalla scorta del convoglio, ha tratto in salvo 187 uomini del Galilea. Alle 12.55 lo Zara avvista in rapida successione anche i motopescherecci Antonia Madre ed Avanguardista, parimenti impegnati nella missione di ricerca e soccorso (hanno tratto in salvo 33 uomini), ed infine, alle 13.37, nel punto 39°04’ N e 20°05’ E, parecchi rottami e poi alcuni corpi senza vita, sorretti dai giubbotti salvagente. La Mosto si avvicina a portata di voce e riferisce di aver recuperato tutti i sopravvissuti, chiedendo poi se ci siano ordini per lei; lo Zara risponde negativamente, e la Mosto replica che rientrerà a Prevesa per sbarcare i naufraghi. Il comandante Martini domanda quanti siano gli uomini tratti in salvo, e la Mosto replica che sono 220, inclusi 33 recuperati dai pescherecci, che ha già perlustrato tutta l’area, e che non c’è più nessuno da salvare. Mosto, Antonia Madre ed Avanguardista si allontanano e l’aereo della Croce Rossa scompare alla vista, mentre lo Zara controlla con attenzione il tratto di mare a nord del luogo del disastro, avvistando ed avvicinando in successione le scialuppe numero 4 e numero 6 del Galilea, che vengono trovate vuote, poi tre zatterini Carley sparsi, parecchi altri zatterini e la scialuppa n. 5 del Galilea, anch’essa vuota. Sono sempre di più, invece, i cadaveri tenuti a galla dai salvagente.
Alle 14.03, nel punto 39°10’ N e 19°58’ E, il secondo capo cannoniere Giuseppe Toscano avvista uno zatterino sul quale si trova un alpino, steso bocconi e nudo dalla cintola in giù, ma con ancora indosso la giubba ed il cappello: pur essendo immobile e sembrando un cadavere, lo Zara gli si avvicina con cautela, finché il “cadavere” chiede aiuto. A questo punto la nave cala immediatamente un’imbarcazione che, nonostante il mare da Scirocco, ed alle 14.09 prende a bordo l’alpino, che si chiama Ugo Pittin, friulano, di ventun anni (ma questo lo si saprà solo alle 7.30 del 31 marzo, quando si sarà ripreso abbastanza da poter essere interrogato): si tratta dell’ultimo superstite del Galilea a venire tratto in salvo, e sarà anche, purtroppo, l’unico salvato dallo Zara.
Viene visto anche il relitto di un aereo della Croce Rossa di Brindisi che ha cappottato nel tentativo di ammarare durante i soccorsi, e del quale affiorano la carlinga con la coda ed i timoni di profondità rotti; la lancia dello Zara, dopo aver salvato Pittin, procede nel mare di corpi galleggianti (che può evitare solo con apposite manovre) e rottami in direzione del relitto, che alle 14.27 si rivela essere l’aereo 45255. La porta è spalancata, ma non si vedono né superstiti né cadaveri. Il comandante Martini valuta la possibilità di prendere l’aereo a rimorchio, ma, date le condizioni del mare e la necessità di proseguire le ricerche, decide altrimenti e prosegue verso nord, continuando ad ispezionare il mare. Alle 14.34 l’incrociatore ausiliario raggiunge la lancia numero 9 del Galilea, vuota, e subito dopo la numero 10, capovolta. Poco più lontano si vede un’ulteriore lancia semisommersa, che riaffiora secondo il moto ondoso, e non risulta possibile capire se contenga salme. La nave continua la perlustrazione, procedendo tra rottami, zatterini e cadaveri, sino a giungere in posizione 39°15’ N e 20°00’ E, dove non si vedono più, neanche con attenta osservazione con cannocchiale, rottami, salme, zattere od imbarcazioni. Lo Zara inverte pertanto la rotta e torna nella zona già percorsa, rimettendosi a perlustrarne le acque. Alle 15.12 l’incrociatore ausiliario raggiunge la lancia numero 3, del Galilea, allagata e con tre cadaveri a bordo; questi vengono esaminati dal medico di bordo, che conclude che sono morti per annegamento. Poco più in là, nel punto 39°08’ N e 20°02’ E, viene avvistata la lancia di servizio del Galilea, vuota, tra tutte quella che galleggia meglio, il che induce il comandante Martini a ritenere che si tratti del limite della deriva raggiunto dai rottami dell’affondamento. La perlustrazione prosegue, e la nave raggiunge una zona costellata da grandi e dense chiazze di nafta, che in alcuni punti affiorano come bolle, e di cadaveri in numero molto maggiore di quelli visti finora, anch’essi con indosso i salvagente. Alle 15.24 lo Zara esce dalla chiazza; non sono in vista altri corpi. Martini ordina allora all’equipaggio il saluto ai caduti.
La nave procede poi verso sud nella sua esplorazione, ed alle 15.58, nel punto 39°04’ N e 20°05’ E, attraversa una zona particolarmente “densa” di salme, manovrando per avvicinarvisi senza danneggiarle. A differenza dei corpi trovati finora, che avevano quasi tutti testa e gambe sott’acqua, questi sono in maggioranza ritti ed hanno il viso affiorante; alcuni hanno un’espressione che fa pensare allo strangolamento, ma altri sembrano stare riposando, e si spera che qualcuno possa essere ancora vivo, perciò, alle 16, nonostante il mare ed il vento in considerevole peggioramento, lo Zara cala nuovamente la lancia, con equipaggio volontario (capo carpentiere militarizzato di seconda classe Vincenzo Gaudosio e marinai militarizzati Giovanni Cassano, Gaetano Capriati, Francesco Capriati e Sergio Annese), che inizia a controllare i corpi in un raggio di 800 metri. Sforzo vano: sono tutti morti. Alcuni altri corpi, che quasi rasentano il bordo, danno una maggiore impressione di non essere deceduti, e, mentre il medico di bordo sta venendo consultato per sapere se si tratti appunto solo di un’impressione errata, il sergente torpediniere Mario Ritossa, senza chiedere niente a nessuno, si getta impulsivamente in mare vestito per raggiungere un corpo che più degli altri sembra ancora vivo, e che si trova quasi sotto la poppa. Il corpo viene recuperato, ma si rivela essere solo un cadavere; al pari di Ugo Pittin, non ha targhette identificative (risulta così non identificabile), ed indossa solo una giacca e una maglietta. Nelle tasche della giacca vengono rinvenute una stilografica, una nota di spese per l’acquisto di giornali e bolli per ufficiali e sottufficiali, ed un preservativo.
Alle 16.27 lo Zara s’imbatte in un MAS, che passa di controbordo, e poco dopo in tre pescherecci; alle 18.30, quando il comandante Martini ha deciso di tornare a Patrasso (avendo recuperato solo Pittin ed il cadavere non identificato, ma senza più serie possibilità di poter trovare qualcuno ancora in vita), l’unità riceve l’ordine di proseguire le ricerche (ormai è l’unica nave rimasta a cercare eventuali, ormai improbabili, sopravvissuti). Martini fa notare a Marimorea che ormai dista poche miglia da Patrasso, e che oltre all’equipaggio ci sono a bordo 37 uomini che avrebbe dovuto trasportare in Italia e che, nella fretta della partenza, non è stato possibile sbarcare. Alle 21.55, tuttavia, giunge l’ordine di continuare le ricerche. Il tempo rimarrà pessimo anche il 30 marzo.
Alle 10.30 del 30 marzo lo Zara avvista di nuovo il relitto dell’aereo della Croce Rossa, un po’ più sommerso rispetto al giorno precedente, e poco dopo un largo graticcio grigio cenerino, sul cui bordo è steso bocconi, penzolante nell’acqua, cianotico, tumefatto e nudo dalla cintola in giù, il cadavere di un soldato. La visibilità rimane molto scarsa tutto il giorno, ma alle 17 sparisce completamente, ed alle 19.06 viene finalmente ricevuto un cifrato che ordina di tornare a Patrasso (infatti la ricognizione aerea non è più riuscita a trovare nulla nel raggio di 50 miglia da Capo Kefali). Alle 20 lo Zara fa rotta su Patrasso, alle 24 passa al traverso dell’estremità meridionale dell’isola di Antipaxo, ed alle 4 del 31 marzo – mentre il mare, sempre grosso, sembra lentamente migliorare – doppia Capo Dukato. Alle 7.23 l’incrociatore ausiliario incrocia il rimorchiatore militare Teseo, che passa di controbordo, e, guidato da una pilotina, raggiunge il punto prestabilito «Z», da dove alle 7.45 riprende la navigazione a tutta forza, arrivando a Patrasso alle 9. Superate le ostruzioni alle 9.09, lo Zara si ormeggia con due ancore al lato settentrionale del Molo San Nicolò alle 9.24.
Nel suo rapporto il comandante Martini, oltre ad auspicare un accordo per la protezione internazionale su simili missioni di soccorso, elogia la condotta dell’equipaggio ed anche dei 37 uomini di passaggio nelle operazioni di soccorso, in particolare dell’equipaggio volontario della lancia calata per verificare se tra i corpi vi fosse qualcuno ancora in vita ed il secondo capo cannoniere Giuseppe Toscano, autore dell’avvistamento che ha permesso il salvataggio di Ugo Pittin e che per primo si è accorto che fosse ancora vivo (il sergente Marco Ritossa non riceve eguale elogio perché, pur avendo dimostrato coraggio ed altruismo con il suo gesto, ha al contempo mostrato mancanza di calma nel non attendere un ordine da parte di un superiore).
I morti del Galilea saranno 995, i sopravvissuti solo 319.
2 agosto 1942
Zara, Medici ed il cacciatorpediniere Sebenico scortano da Bari a Durazzo la motonave Donizetti ed il piroscafo Quirinale.
7 agosto 1942
Zara e Stocco scortano da Bari a Patrasso la motonave Donizetti, con a bordo truppe e rifornimenti.
13 settembre 1942
Zara, Stocco, Mosto ed il cacciatorpediniere Premuda scortano da Bari a Durazzo i piroscafi RosandraChisone e Quirinale con truppe e rifornimenti.
10 ottobre 1942
Stocco e Zara scortano da Bari a Valona i piroscafi Cesco ed Aventino, che trasportano truppe e materiali.
La nave negli anni Trenta (g.c. Giorgio Micoli via www.naviearmatori.net)

L’affondamento

Lo Zara salpò da Brindisi per l’ultima volta all’una del pomeriggio del 29 ottobre 1942, al comando del tenente di vascello Domenico Mazza, carica di benzina in fusti per l’Afrika Korps. La nave, insieme alla gemella Brioni (carica di munizioni), era diretta a Tobruk per una missione di rifornimento.
Zara e Brioni attraversarono il Canale di Corinto ed arrivarono al Pireo alle quattro del mattino del 1° novembre, ma sostarono nel porto ellenico solo un’ora e mezza, prendendo nuovamente il mare alle 5.30 dirette in Cirenaica.
Alle 16.30 dello stesso giorno (dopo aver effettuato, forse, anche uno scalo a Suda), a nord di Creta, le due navi vennero raggiunte dalla vecchia torpediniera San Martino, loro assegnata quale scorta, seguita poco dopo anche da una consistente scorta aerea costituita da due bombardieri Junkers Ju 88, due caccia Messerschmitt Bf 110 tedeschi e due caccia Macchi C. 202 (del 13° Gruppo del II Stormo della Regia Aeronautica) italiani. Era capo convoglio il capitano di corvetta Enrico Dedero, del Brioni.
Mentre Zara e Brioni navigavano ignare tra Creta e la Cirenaica, i decrittatori britannici di “ULTRA” informarono i comandi britannici di quanto avevano decifrato da messaggi italiani intercettati: cioè che i due incrociatori ausiliari, partiti dal Pireo alle 14 del 1° novembre, erano diretti a Tobruk alla velocità di 13 nodi, con arrivo previsto per le 16 del 3 novembre.
Alle 18.30 il convoglio venne avvistato da alcuni bombardieri alleati che avevano bombardato l’aeroporto di La Canea a Creta, ed alle 23 furono le navi italiane ad avvedersi di essere seguite da un ricognitore nemico, che le seguì sino alle due di notte del 2 novembre, illuminandole con razzi e bengala prima di andarsene.
Nel corso della notte diversi bengalieri tentarono infruttuosamente di localizzare il convoglio, che proseguì senza incidenti, ed all’alba le navi incrociarono alcuni aerei da caccia dell’Asse, mentre parecchi aerei da trasporto, pure dell’Asse, procedevano sulla stessa rotta delle navi.
Verso le nove (le otto per altra fonte) del mattino del 2 novembre, però, venne avvistata una formazione di aerei che volavano molto bassi, ad est del convoglio, provenienti dall’Egitto: erano sette aerosiluranti Bristol Beaufort del 39th Squadron della Royal Air Force, guidati dal tenente colonnello Larry Gaine, scortati da caccia Bristol Beaufighter del 272nd Squadron RAF, inviati ad attaccare il convoglio. Erano decollati dall’aeroporto LG 227 di Gianacilis , in Egitto, situato 22 miglia a sud/sudest di Alessandria, a seguito di una richiesta inviata dal tenente colonnello Slaughter del 203rd Squadron RAF, che, da un ricognitore Martin Baltimore, aveva chiesto un attacco di aerosiluranti contro il convoglio composto da Zara, Brioni e San Martino, localizzato con rotta 170° e velocità 7 nodi nel punto 33°13’ N e 23°55’ E.
Quando avvistarono le navi, i Beaufort si divisero in due gruppi: uno, di tre aerei, attaccò il Brioni dal lato di dritta, l’altro, di quattro, si lanciò contro lo Zara. Intanto, i Beaufighter ingaggiarono la scorta aerea per impedirle di interferire con l’attacco degli aerosiluranti.
Uno dopo l’altro, in breve tempo, aprirono il fuoco il Brioni, che evitò tre siluri con la manovra ed abbatté un aereo (il Beaufort DD937, del sottotenente Oscar M. Hedley), poi la San Martino e per ultimo lo stesso Zara. Anche la scorta aerea (cui si erano aggiunti dei caccia Messerschmitt Bf 109 del JG. 53 della Luftwaffe ed altri caccia Macchi C. 200) reagì, dando vita ad una battaglia aerea che si concluse, come sempre, con opposte rivendicazioni: da parte italo-tedesca, tre Beaufort abbattuti e tre danneggiati (il tenente Giorgio Savoia rivendicò un Beaufighter abbattuto ed uno danneggiato, il capitano Guglielmo Arrabito dell’82a Squadriglia, equipaggiata con Macchi C. 200, rivendicò un Beaufighter danneggiato, il sergente magiore Filippo Baldin della stessa squadriglia asserì di aver abbattuto un Beaufighter e danneggiato un altro, il tenente Hermann Munzert dello JG. 53, su un Bf 109, rivendicò l’abbattimento di un Beaufighter); da parte britannica, uno Ju 88 abbattuto ed uno danneggiato. La RAF riferì poi di aver subito la perdita, nell’azione, di due Beaufort (quello del sottotenente Hedley, abbattuto alle 9.26, subito prima che lo Zara fosse colpito, con totale perdita dell’equipaggio di 5 uomini; e quello del maggiore Kenneth Robinson Grants, il DD873, colpito dalla contraerea delle navi alle 9.24 ed ammarato sette miglia a proravia del convoglio, nel punto 33°11’ N e 23°12’ E; un membro dell’equipaggio rimase ucciso, gli altri, compreso Grants, abbandonarono l’aereo su un battellino e furono fatti prigionieri) e di un Beaufighter (per avaria al motore).
Nonostante tutto, gli aerosiluranti si avvicinarono a sufficienza da poter lanciare (il tenente colonnello Gaine pilotò il suo aereo direttamente contro il bersaglio, senza neanche tentare manovre evasive per evitare il fuoco contraereo), ed alle 9.20 (8.15 per altra versione) lo Zara fu colpito a centro nave da un siluro, che uccise tre uomini che erano in servizio di guardia (per altra fonte morirono un ufficiale, due sottufficiali ed un marinaio) e danneggiò gravemente la nave, lasciandola immobilizzata nel punto 33°10’ N e 23°50’ E. Vicino alla nave immobilizzata galleggiavano i rottami in fiamme dell’aereo abbattuto dal Brioni.
Al termine dell’attacco, però, lo Zara, dal quale si levava una colonna di fumo alta più di 900 metri, galleggiava ancora, e, mentre la Brioni proseguiva da sola verso Tobruk (dove giunse indenne poche ore dopo solo per essere affondata poco più tardi da un bombardamento, prima ancora, per singolare coincidenza, che la Zara affondasse definitivamente), la San Martino si fermò a dare assistenza e, alle 10.40, prese a rimorchio la motonave danneggiata. Alle 15.40 sopraggiunse da Tobruk la torpediniera Circe, inviata per scortare le due navi, ma le condizioni dello Zara andarono via via aggravandosi.
Verso le 18 (le 20 per altra fonte), un centinaio di miglia a nord di Tobruk, l’incrociatore ausiliario iniziò a sbandare in maniera sempre più marcata ed ad affondare sempre più in fretta: alle 18 si rese necessario tagliare i cavi di rimorchio, mentre l’equipaggio abbandonava la nave. Intorno alle 22.30 lo Zara affondò nel punto 32°37’ N e 23°50’ E, ad una cinquantina di miglia da Tobruk.
L’equipaggio della nave, ad eccezione dei tre uomini deceduti nel siluramento, venne recuperato al completo da Circe e San Martino, che sbarcarono i naufraghi a Tobruk il 3 novembre 1942. Gli uomini dello Zara vennero poi rimpatriati con aerei decollati da Derna. La società Adriatica, con l’avviso della derequisizione e perdita della propria nave (delle sette gemelle costruite dai CRDA, ormai restavano solo Brindisi e Barletta, anch’esse destinate ad andare perdute), ricevette anche l’invito di sbrigare le pratiche di abbandono “con cortese urgenza”, visto che la Zara non era assicurata contro i danni bellici.


Morirono nel siluramento:

Ugo Benfante, terzo ufficiale di macchina

Giuseppe Granata, motorista

Leonardo Ricco, capo fuochista


Un’altra immagine della Zara in tempo di pace (da www.modellismopiu.it)


Nessun commento:

Posta un commento