lunedì 17 novembre 2014

Monsone

La Monsone (Coll. Aldo Cavallini, via www.naviearmatori.net)

Torpediniera di scorta della classe Ciclone (dislocamento standard 1113 tonnellate, a pieno carico 1683 t). Ebbe una breve ma intensa vita sulle rotte dei convogli tra l’Italia ed il Nordafrica.

Breve e parziale cronologia.

18 giugno 1941
Impostazione nei cantieri Navalmeccanica di Castellammare di Stabia.
7 giugno 1942
Varo nei cantieri Navalmeccanica di Castellammare di Stabia.
28 novembre 1942
Entrata in servizio.
31 gennaio 1943-2 febbraio 1943
Parte da Napoli alle 4.30 del 31 gennaio insieme al cacciatorpediniere Saetta ed alle torpediniere Sirio, Clio ed Uragano, per scortare a Biserta, via Palermo, le moderne motonavi da carico Manzoni, Mario Roselli ed Alfredo Oriani. Il 31 gennaio il convoglio viene infruttuosamente attaccato (con lancio di siluri), a nordovest della Sicilia, dal sommergibile britannico Turbulent.
Alle 17.45 del 1° febbraio le navi giungono a Palermo, dove sostano sino alle 00.30 del 2, poi ripartono alla volta di Biserta. Il convoglio giunge nel porto tunisino alle 15 del 2 febbraio.
3-4 febbraio 1943
Monsone, Uragano, Sirio (caposcorta CV Corrado Tagliamonte), Clio e Saetta ripartono da Biserta alle 5.30 del 3 febbraio per scortare a Napoli (via Trapani) la grande motonave cisterna Thorsheimer, di ritorno scarica. Il cielo è sereno, con mare agitato per vento da Maestrale, e mediocre visibilità (poi peggiorato con mare forza 4-5 e poi 5 da nordovest, vento di Maestrale forza 6 e foschia); le unità del convoglio seguono inizialmente in linea di fila la Sirio a bassa velocità, poi accelerano sino a raggiungere la velocità prefissata per la traversata, quindi, alle 6.50 (al traverso dell’Isola dei Cani, circa dieci miglia a nordest di Biserta) si portano in formazione su file parallele distanziate di 300 metri, e fanno rotta verso nord. La Monsone procede in testa al convoglio, conducendo la navigazione, seguita di 1500 metri dalla Thorsheimer, protetta a dritta da Uragano e Saetta ed a sinistra da Sirio e Clio.
Alle 8.17 Monsone ed Uragano – uniche unità della scorta ad essere dotate di ecogoniometro, essendo anche le più moderne – riferiscono che il mare agitato disturba parecchio la ricerca con l’ecogoniometro a frequenza acustica «Safar» di cui sono dotate (il quale, sistemato nel casotto di rotta, non fornisce più indicazioni quando la nave rolla, oltre ad essere rumoroso, poco illuminato ed affetto da echi accessori).
Tra le 8.40 e le 9.26, le navi rollano e scarrocciano violentemente, ed il rollio ostacola l’impiego dello scandaglio, oltre ad impedire, insieme alla foschia, di calcolare la posizione con precisione per capire se si stia seguendo la rotta (le unità del convoglio non lo sanno, ma sono già scadute di un miglio più ad est della rotta prevista). Alle 9 la Thorsheimer segnala che aveva dovuto abbassare la velocità a dieci nodi.
Alle 9.38 il convoglio ha appena accostato a dritta per dirigere su Marettimo, quando l’Uragano, nel punto 37°35’ N e 10°37’ E, urta una mina (appartenente ad uno sbarramento di 160 ordigni posato il 9 gennaio 1943 dal posamine britannico Abdiel a sud di Marettimo ed al largo del banco di Skerki, circa 40 miglia a nordest di Biserta) e rimane immobilizzata, con la poppa semidistrutta.
Le altre navi, avendo visto l’imponente colonna di fumo ed acqua sollevatasi a poppa della torpediniera al momento dell’esplosione, cercano di contattare l’Uragano con la radio ad onde ultracorte, ma inizialmente non vi è alcuna risposta, poi la nave segnala “colpito da mina”.
Alle 9.40 il caposcorta, compreso che l’Uragano ha urtato una mina, ordina alla Clio ed al Saetta, che procedono in linea di fila con un intervallo di 500 metri tra di loro, di avvicinarsi all’Uragano per darle assistenza; il Saetta fa presente di essere la nave con il maggiore pescaggio, dunque più vulnerabile alle mine, ma non riceve risposta. Mentre avviene questo scambio di messaggi, anche la Monsone comunica alla Sirio, tramite l’apparato ad onde ultracorte, “ritengo di essere un po’ a sinistra”, ma il caposcorta Tagliamonte, ritenendo invece – da quanto accaduto all’Uragano – che il convoglio si trovi a dritta, e vedendo la Monsone venire a dritta, le ordina di tornare sulla propria rotta, a meno che non rilevi degli echi di mine all’ecogoniometro.
Intanto il Saetta, ridotta la velocità a mezza forza, inizia l’accostata con tutta la barra a sinistra come ordinato, ma alle 9.48, giunto a 200 metri dalla nave danneggiata, urta a sua volta una mina, spezzandosi in due e colando a picco in una cinquantina di secondi, portando con sé gran parte dell’equipaggio.
Alle 9.50 la Clio riferisce che il Saetta ha urtato una mina, ed alle 9.51 la Sirio ordina alla Clio, che non si può avvicinare di più per non fare la stessa fine, di fermarsi e raccogliere i naufraghi con il proprio battello, mentre il resto del convoglio procede sulla rotta; il maltempo frustra però anche il tentativo della Clio, ed alle 10 il caposcorta, constatata l’impossibilità dell’intervento da parte di questa unità (mare e vento la farebbero scarrocciare, ed impedirebbero l’utilizzo del battello), deve ordinare anche ad essa di rinunciare al soccorso e di seguire la Sirio nella scia.
Alle 10 Supermarina, che, avendo ricevuto notizia alle 9.55 di quello che è successo al Saetta, nonché dell’impossibilita di soccorrere i naufraghi a causa del vento e del mare forza 5, ordina al resto del convoglio di tornare in formazione e proseguire verso Napoli.
Il convoglio riorganizza la propria formazione, passando in linea di fila e poi in file parallele, con la Monsone in testa, la Thorsheimer nella sua scia, la Clio a dritta della cisterna e la Sirio alla sua sinistra. Alle 12.05 il caposcorta segnala di nuovo a Supermarina la situazione disperata dell’Uragano, chiedendo a Biserta di mandare mezzi di soccorso.
Alle 12.20 vengono avvistati undici tra bombardieri ed aerosiluranti angloamericani scortati da quattro caccia, che alle 12.25 passano all’attacco: la scorta aerea tedesca, però, intercetta gli attaccanti, che vengono anche presi sotto il tiro delle armi contraeree delle navi dl convoglio. Uno dei velivoli nemici viene abbattuto e precipita in mare; nessuna nave viene colpita.
Alle 13.33 il convoglio riceve l’ultimo messaggio dell’Uragano, che ribadisce la propria critica posizione. Poi più nulla: la torpediniera è affondata.
Alle navi del convoglio non rimane che proseguire la navigazione, zigzagando in linea di fila. Le navi passano al traverso dell'Isola Formica e di Capo San Vito, poi, giunte al traverso dell'Isola delle Femmine, fanno rotta per Napoli. Alle 23 la Clio è colta da un’avaria di macchina, che la costringe a riparare a Palermo. Monsone, Sirio e Thorsheimer proseguono, venendo ripetutamente sorvolate da aerei. Viene più volte ordinato il posto di combattimento, e la navigazione viene rallentata anche da varie avarie che colpiscono le pompe della Sirio.
Alle 6.20 del 4 febbraio vengono avvistate a dritta due motosiluranti italiane, ed alle 12.50 quel che resta del convoglio entra nel porto di Napoli, ormeggiandosi infine alle 13.15 di punta al Molo San Vincenzo.
Il bilancio finale sarà pesante: sono scomparsi in mare 114 uomini dell’Uragano e 170 del Saetta, con soli 15 e 39 sopravvissuti.
15-16 febbraio 1943
La Monsone (CC Emanuele Filiberto Perrucca-Orfei) salpa alle 11.20 del 15 da Palermo unitamente alla torpediniera Sirio (caposcorta), all’anziano cacciatorpediniere Augusto Riboty ed alle nuovissime corvette Gabbiano ed Antilope, per scortare a Biserta un convoglio formato dai piroscafi Alcamo, Frosinone e Chieti e dalla piccola motocisterna Labor. Dopo otto ore di navigazione la scorta perde il Riboty, costretto al rientro da delle avarie.
Alle 23.28 l’ecogoniometro della Monsone rileva il rumore generato da due motori a scoppio distanti circa 3000 metri, su rilevamento polare 300°: sono le motosiluranti britanniche MTB 77 e MTB 82 e la motocannoniera MGB 61 (quest’ultima, essendo sprovvista di siluri, aggirerà il convoglio ed attirerà su di sé l’attenzione della scorta, in modo da agevolare l’attacco delle motosiluranti), che stanno per attaccare il convoglio. Subito dopo la torpediniera avvista anche visivamente le tre unità nemiche, ma non può comunicarlo al resto del convoglio perché la radio ad onde ultracorte si è guastata; comunque, quasi contemporaneamente anche la Gabbiano le avvista, vedendo che hanno messo in moto e stano dirigendo verso il convoglio.
Tutte le unità della scorta, ed anche i mercantili, aprono il fuoco, cui le piccole unità britanniche, che procedono velocissime, rispondono con il tiro delle proprie mitragliere, i cui proiettili hanno codette luminose azzurre e rosse poco luminose. Le due motosiluranti, pur venendo colpite più volte (da bordo delle navi italiane si vede un’esplosione a prua di una di esse), serrano le distanze, penetrano nel perimetro del convoglio e compiono diversi giri. La MTB 77 lancia un siluro da 400 metri contro l’Alcamo, mancandolo, poi accosta per lanciare contro il Chieti ma viene colpita, ed il siluro non parte; la motosilurante mitraglia il Chieti mentre gli passa davanti prima di allontanarsi inseguita dal tiro delle unità italiane, che la colpiscono più volte. La MTB 82 lancia a sua volta un siluro contro l’Alcamo, poi deve ritirarsi a causa dell’intenso fuoco italiano, seguendo la MTB 77 e venendo colpita da un proiettile a poppa.
L’Antilope vede passare a poppavia, lontani, uno o forse due siluri. Le due motosiluranti (la motocannoniera si è dileguata) si ritirano verso sudest lanciando in mare due piccoli segnali luminosi, vanamente inseguite dalla Sirio, cui si unisce in seguito anche la Monsone.
Alle 00.40 le due motosiluranti tornano alla carica, venendo avvistate dalla Sirio su rilevamento polare 205°, ma la reazione della scorta (preciso fuoco di mitragliere) le respinge nuovamente senza che si abbiano a lamentare danni al convoglio. All’1.30 una singola motosilurante attacca per la terza volta, ma di nuovo deve invertire la rotta ed andarsene dopo essere stata bersagliata dal preciso tiro delle mitragliere. In mattinata si unisce alla scorta la torpediniera Clio, inviata a sostituire il Riboty.
Le navi italiane dovranno superare anche alcuni attacchi aerei, prima di poter finalmente giungere a Biserta, senza danni, alle 23.45 del 16.
24-25 febbraio 1943
Il 24 la Monsone, insieme alle gemelle Fortunale ed Animoso, lascia Biserta per scortare a Napoli i piroscafi Alcamo, Chieti e Stella che tornano scarichi in Italia. Nella notte tra il 24 ed il 25 (bene illuminata dalla luce lunare), a nord di Trapani e 45 miglia a nordovest di Ustica, il convoglio viene assalito da tre aerosiluranti Bristol Beaufort del 39th Squadron della RAF. Uno dei Beaufort (maggiore Richard S. O. Marshall, capo formazione) lancia infruttuosamente contro un’unità della scorta ed un altro (sergente Richard J. S. Dawson) viene abbattuto con la morte di tutto l’equipaggio, ma il Beaufort pilotato dal tenente John Cartwright, all’1.30, colpisce con il proprio siluro l’Alcamo. Il piroscafo rimane immobilizzato, e deve essere preso a rimorchio dalla Monsone.
Qualche ora dopo, però, avviene un nuovo attacco aereo sempre ad opera del 39th Squadron, ed alle 3.15 l’Alcamo viene colpito da un secondo siluro e da diverse bombe: il piroscafo affonda infine nel punto 39°14’ N e 12°30’ E. Gli attaccanti perdono un aerosilurante Bristol Beaufort, precipitato in mare: è la Monsone a recuperare da un battellino in lento sgonfiamento i tre superstiti del suo equipaggio (i sergenti A. J. Coles, R. Bradford e A. L. Brice, mentre il pilota, sottotenente James Cecil William Hewetson, è rimasto ucciso nell’ammaraggio, così come il sergente William B. Richards) che sbarcherà poi a Napoli.

L’affondamento

Il 1° marzo 1943 la Monsone, al comando del capitano di corvetta Emanuele Filiberto Perrucca Orfei, si trovava ormeggiata nel porto di Napoli, quando la città partenopea subì un bombardamento da parte di nove aerei della 9th USAAF (ne erano decollati 19, ma gli altri si erano dispersi, ed uno era andato perduto), aventi come obiettivo il porto e le navi. Le bombe centrarono sia gli obiettivi che la città stessa, dove provocarono trenta morti tra la popolazione civile.
La Monsone, ormeggiata alla banchina torpediniere, venne colpita da alcune bombe e, dopo una breve agonia, affondò dov’era ormeggiata intorno alle sei di sera. L’unità fu l’unica vittima del bombardamento, che però danneggiò anche la motonave Alfredo Oriani ed il piroscafo Rhea, gravemente, e la motonave Ines Corrado ed altre due torpediniere, lievemente.
Maro Miccinesi, all’epoca imbarcato come aspirante guardiamarina sulla torpediniera Animoso, gemella della Monsone, descrisse – romanzandolo in alcuni particolari ed omettendo il nome della nave – l’affondamento della nave, che si trovava ormeggiata accanto all’Animoso, in un capitolo (“Una tomba d’acqua”) del suo libro “La rotta insanguinata”. La Monsone era stata colpita a prua, probabilmente da una bomba che ne aveva attraversato tutti i ponti per poi esplodere sotto la chiglia, appena a proravia della sala macchine: le sovrastrutture prodiere erano state distrutte, lasciando il posto ad una voragine che scendeva fin nello scafo, il cannone prodiero era stato sradicato e piegato al punto che la volata toccava il ponte di coperta, le mitragliere della tuga erano sparite, strappate dalle loro sedi, ed un incendio si era sviluppato dove si trovavano in precedenza le sovrastrutture della plancia, demolite dalla bomba. La torpediniera, devastata in ogni sua parte, aveva iniziato ad affondare di prua. Ma non era questo il peggio.
Tre uomini del servizio di sicurezza – la ridotta parte dell’equipaggio che aveva l’incarico di restare a bordo a tenere la nave sotto controllo durante i bombardamenti in porto (un maggior numero di uomini non sarebbe servito a nulla, essendo impossibile difendersi con le armi di bordo da bombardieri che volavano a diverse migliaia di metri d’altezza) – erano rimasti feriti ed intrappolati nel castello di prua, perché la porta stagna attraverso la quale sarebbero potuti uscire si era incatastata e non poteva più essere aperta. Non appena l’incursione era finita, mentre i feriti venivano caricati sulle barelle e sulle ambulanze, sia il superstite equipaggio della Monsone che gli uomini dell’Animoso, guidati dal loro comandante (capitano di corvetta Camillo Cuzzi), avevano iniziato a tendere numerose cime e cavi tra le due navi, assicurandole ovunque possibile – verricelli, basamenti delle mitragliere – sull’Animoso, nel tentativo di mantenere la Monsone a galla abbastanza a lungo da poter liberare gli uomini intrappolati. Analogamente, altri cavi e cime venivano alati, tesi ed assicurati ad una seconda nave, ormeggiata sul lato opposto della Monsone rispetto all’Animoso, ed anche alla banchina.
Miccinesi ricevette l’ordine di salire sulla Monsone e portarsi a prua, e così fece – attraverso una passerella di fortuna gettata a poppa, mentre quella originaria era stata lanciata via dalle esplosioni –, superando faticosamente la barriera costituita dai rottami contorti delle sovrastrutture prodiere. Qui un grosso cavo da rimorchio in acciaio, passato dall’Animoso, venne assicurato ad un verricello. La Monsone continuava però ad appruarsi: a prua si era già abbassata di più mezzo metro; quando il cavo si fu teso, la velocità dell’appruamento sembrò rallentare, ma poi il cavo si spezzò e la prua sprofondò di altri 20 centimetri.
Miccinesi venne allora mandato in arsenale a cercare delle fiamme ossidriche: si intendeva aprire dei varchi sia in corrispondenza della porta stagna bloccata che del ponte di coperta. Tornato con quattro fiamme ossidriche, spinte di corsa dagli uomini sui carrelli fino alla banchina torpediniere, trovò che, forse per il cedimento di una paratia, la Monsone si era abbassata sull’acqua di oltre un metro, non più solo a prua, ma anche a poppa, dove sino ad allora era rimasta in assetto normale. Tutti gli ormeggi ed i cavi tesi con la banchina e le altre due navi si erano spezzati, ed un marinaio aveva avuto una gamba fratturata. Intanto tutti gli uomini che erano stati a terra in libera uscita o nei rifugi erano tornati alle navi, e tutti si davano da fare. Altri cavi stavano venendo preparati; gli operai dell’officina dell’arsenale accesero le fiamme ossidriche, due delle quali furono portate in coperta, mentre altre due furono calate nella voragine aperta a prua dalle bombe, in fondo alla quale si trovava la porta stagna bloccata che comunicava con il castello di prua. Ma la Monsone stava affondando rapidamente; i tre uomini intrappolati potevano mettere le teste fuori dagli oblò, che però non erano abbastanza larghi perché vi potessero passare con tutto il corpo, mentre gli altri marinai cercavano di farli calmare. I tre uomini cercarono in ogni modo di uscire attraverso gli oblò – ad un certo punto, due di essi spinsero il terzo cercando di farlo uscire con le gambe in avanti – ma non servì a nulla. Intanto erano arrivate altre due fiamme ossidriche, che si aggiunsero a quelle già all’opera; altri due uomini avevano iniziato a prendere a mazzate la porta stagna, che tuttavia l’esplosione aveva deformato tanto da rendere impossibile la sua apertura. Arrivò anche un pontone gru, che si unì agli sforzi per tenere la Monsone a galla, ma la nave continuava ad affondare. L’acqua era arrivata a meno di mezzo metro dagli oblò da cui i tre uomini si affacciavano; quando raggiunse le fiamme ossidriche che stavano lavorando alla porta stagna, queste dovettero essere issate in coperta, e tutti gli sforzi si concentrarono nel tentativo di aprire un varco dal ponte. Alla fine, quando non mancavano che cinque centimetri perché gli oblò fossero raggiunti dall’acqua, i cavi tesi a poppa si spezzarono sotto l’immane peso della nave allagata; le ultime paratie cedettero con un boato “sordo e lamentoso”. Gli uomini radunati in coperta e sulle banchine, che avevano continuato a gridare incitazioni a fare presto ed incoraggiamenti agli uomini bloccati, tacquero. Un ufficiale a prua dell’Animoso si tolse il berretto, tutti si misero sull’attenti; gli operai al lavoro sulla Monsone dovettero gettarsi in acqua e raggiungere a nuoto il pontone. La torpediniera continuò ad affondare con esasperante lentezza, poi, con un ultimo scossone, si adagiò sul fondale, lasciando emergere solo il fumaiolo. “Una bolla d’aria provoca un risucchio, l’acqua vortica, torna tranquilla. Il silenzio è totale, gli uomini fissano lo specchio d’acqua su cui, ancora una volta – orrenda, crudele – ha celebrato il suo guerresco trionfo la morte”.

Otto furono in tutto le vittime tra l’equipaggio della Monsone, mentre altri 18 uomini rimasero feriti. Il bilancio sarebbe stato molto più pesante se a bordo, invece del solo servizio di sicurezza, si fosse trovato tutto l’equipaggio.


Le vittime:

Giuseppe Apuzzo, sottocapo S. D. T., deceduto

Ionio Cateni, marinaio segnalatore, deceduto

Carmelo De Felice, marinaio, deceduto

Paolo Garoglio, capo furiere di terza classe, deceduto

Santo Latella, marinaio, deceduto in territorio metropolitano il 3.3.1943

Antonio Spadafora, marinaio fuochista, deceduto

Bartolomeo Tarzariol, sergente cannoniere, deceduto

Ferruccio Venturini, fuochista, deceduto in territorio metropolitano il 4.3.1943


Il relitto della torpediniera venne recuperato nel 1946 solo per essere demolito.
La bandiera di combattimento della Monsone è oggi conservata nel suo cofanetto al Sacrario delle Bandiere del Vittoriano.

La Monsone pronta al varo il 7 giugno 1942 (g.c. Giorgio Parodi)



Nessun commento:

Posta un commento