martedì 19 gennaio 2016

Adriatico

L’Adriatico in tempo di pace (foto USMM).

Incrociatore ausiliario, già motonave mista di 1976 tsl, 1069 tsn e 1240 tpl, lunga 78,5 metri (per altre fonti 76 o 81,5), larga 12,20 e pescante 5 o 7,45, con velocità massima di 14 nodi (ma all’epoca della sua perdita, superava di poco i 12 nodi). Appartenente alla Società Anonima di Navigazione Adriatica (con sede a Venezia), iscritto con matricola 51 al Compartimento Marittimo di Bari, nominativo di chiamata IBFB.
Come le gemelle, era stato costruito come nave mercantile, ma fin dalla progettazione era stata prevista la possibilità di armarlo, all’occorrenza, per impiegarlo in guerra.

Breve e parziale cronologia.

27 novembre 1930
Impostata nei Cantieri Riuniti dell’Adriatico di Monfalcone (numero di costruzione 244).
4 aprile 1931
Varata nei Cantieri Riuniti dell’Adriatico di Monfalcone.
18 giugno 1931
Completata per la Puglia Società Anonima di Navigazione a Vapore, con sede a Bari. Può trasportare 22 passeggeri in prima classe, 24 in seconda e 22 in terza (per altra fonte 72 in tutto); fa parte di una serie di sette motonavi gemelle (tipo «Brioni») costruite dai CRDA per la società Puglia (le altre sono BarlettaBrindisiBrioniZara, Lero e Monte Gargano).
Alle prove raggiunge la velocità di 15,8 nodi.
1932
Trasferita alla Società di Navigazione San Marco (con sede a Venezia), compagnia nella quale il 21 marzo 1932 è confluita con altre compagnie adriatiche la società Puglia, che il 4 aprile cambia nome in Compagnia Adriatica di Navigazione .
1935
Noleggiata per trasportare truppe e rifornimenti in Africa Orientale nel corso della guerra d’Etiopia.
15 settembre 1936
Requisita dalla Regia Marina, riceve il nominativo fittizio di Lago e viene impiegata in quattro missioni (nella prima, partendo da La Spezia e giungendo a Lisbona e Huelva; nelle altre tre, partendo da La Spezia e Cagliari e raggiungendo Siviglia e Melilla) durante la guerra civile spagnola.
1° gennaio 1937
La compagnia armatrice muta nome in Società Anonima di Navigazione Adriatica.
13 febbraio 1937
Ultimate le missioni in Spagna, torna al servizio civile, venendo impiegata sulla linea Venezia-Trieste-Pola-Lussino-Zara-Sebenico-Spalato-Ragusa-Cattaro-Antivari-San Giovanni di Medua-Durazzo-Valona-Brindisi-Bari-Macedonia-Barletta-Bari.
1° marzo 1937
Nuovamente requisita dalla Regia Marina, viene armata.
1° aprile 1937
Iscritta nel ruolo del naviglio ausiliario dello Stato come incrociatore ausiliario.
19 aprile 1937
Torna ad operare nell’ambito della guerra civile spagnola: nuovamente sotto il falso nome di Lago, si alterna con la gemella Barletta (avente anch’essa un nome fittizio, Rio) in missioni di pattugliamento delle coste mediterranee spagnole e nel Mediterraneo occidentale. Successivamente, issata temporaneamente bandiera spagnola, viene dislocata a Favignana per partecipare al blocco del Canale di Sicilia, fino al 7 settembre 1937. Durante il periodo a Favignana Adriatico e Barletta, con i loro finti nomi spagnoli e bandiere anch’esse spagnole, compiono crociere di ricerca e contrasto al traffico mercantile repubblicano, specie nel Canale di Tunisi e nello Stretto di Messina, punti obbligati di passaggio per le navi provenienti dai porti sovietici in Mar Nero. Per rifornire di nafta i due incrociatori ausiliari, nonché alcune “navi corsare” nazionaliste cui è stato concesso l’uso della base, viene inviata a Favignana la petroliera spagnola Mina Piquera (anche questa sotto falso nome: Ariane).
16 luglio 1937
L’Adriatico, scortato dal cacciatorpediniere Carlo Mirabello, trasporta a Ceuta un contingente di militari italiani inviati in aiuto alle truppe franchiste.
10 novembre 1937
Tornata sotto bandiera italiana, ma ancora requisita, l’Adriatico viene assegnata alla Forza Navale di Tobruk, per il controllo del Mediterraneo centro-orientale.
18 giugno 1938
Dopo essere stata disarmata (nel suo servizio come incrociatore ausiliario non ha colto alcun risultato), inizia la prima di tredici missioni di trasporto da Gaeta a Cadice, con rifornimenti per le forze nazionaliste spagnole.
Marzo 1939
Torna a prestare servizio per la società Adriatica.
6-7 aprile 1939
L’Adriatico partecipa alle operazioni di occupazione dell’Albania, assegnata al II Gruppo Navale, quello principale, incaricato dello sbarco a Durazzo: oltre all’Adriatico, impiegata come trasporto, lo compongono altri cinque mercantili (la gemella Barletta, i piroscafi Aquitania, Palatino, Toscana e Valsavoia), gli incrociatori pesanti Zara, Pola, Fiume e Gorizia, i cacciatorpediniere Vittorio AlfieriAlfredo OrianiVincenzo Gioberti e Giosuè Carducci, le torpediniere Lupo, Lince, Libra e Lira, la nave appoggio idrovolanti Giuseppe Miraglia – carica di carri armati –, la nave officina Quarnaro e le cisterne militari Tirso ed Adige. Il II Gruppo (ammiraglio di divisione Sportiello; truppe da sbarco al comando del generale Guzzoni) deve sbarcare il grosso delle forze, incaricate di conquistare Tirana. Le navi da guerra giungono a Durazzo già nel pomeriggio del 6 aprile, mentre quelle mercantili ed ausiliarie (ossia le navi con le truppe ed i materiali da sbarcare) solo alle 4.50 del 7, con mezz’ora di ritardo a causa della nebbia incontrata. Alle 5.25 ha inizio lo sbarco, che procede pur con qualche inconveniente (ordini di precedenza non rispettati per il ritardo di alcuni trasporti, impossibilità per alcuni di essi di entrare in porto a causa dell’eccessivo pescaggio).
6 aprile 1939
Compie un viaggio straordinario da Trieste a Bari via Venezia, Fiume e Valona.
24 aprile 1939
Terminata l’ultima missione di trasporto truppe d’occupazione da Brindisi a Durazzo, fa ritorno a Napoli.
2 maggio 1939
Torna in servizio civile, sulla linea Adriatico-Soria-Alessandria.
6 giugno 1939
Trasferita sulla linea Bari-Brindisi-Valona-Brindisi-Bari-Brindisi-Porto Edda-Brindisi-Bari, alternata alla linea per la Dalmazia e l’Albania.
29 agosto 1939
Nuovamente requisita, a Venezia, dalla Regia Marina.
5 novembre 1939
Derequisita ed avviata a lavori a Venezia.
14 novembre 1939
Ultimazione dei lavori.
15 novembre 1939
Lascia Venezia diretta a Bari. Verrà impiegata dall’Adriatica sulla linea n. 54 (Adriatico-Pireo-Istanbul).
8-11 aprile 1940
Sottoposta a nuovi lavori, sempre a Venezia.
1° maggio 1940
Durante la neutralità italiana, l’Adriatico viene fermata ed ispezionata da navi britanniche nelle acque territoriali della Turchia.
11 maggio 1940
Requisita dalla Regia Marina a Venezia.
1° giugno 1940
Iscritta nel ruolo del naviglio ausiliario dello Stato come posamine, e dotata di ferroguide per il trasporto e la posa di 90 mine.
10 giugno 1940
All’entrata in guerra dell’Italia, l’Adriatico fa parte del Gruppo Navi Ausiliarie Dipartimentali del Comando Militare Marittimo Sicilia, insieme al gemello Brioni, al posamine Buccari, alla cisterna per nafta Prometeo, alle cisterne per acqua Brenta, Bormida e Verde ed alla nave servizio fari Scilla.
6 giugno-10 luglio 1940
L’Adriatico partecipa alla posa di numerosi campi minati nelle acque della Sicilia: due sbarramenti antisommergibili di 45 mine ciascuno (tipo Elia) al largo di Palermo (insieme alle torpediniere Andromeda ed Aldebaran); due sbarramenti antinave, anch’essi di 45 mine tipo Elia, al largo di Castellammare del Golfo (sempre insieme ad Andromeda ed Aldebaran); due sbarramenti antinave ed uno antisommergibile, tutti di 45 mine tipo Elia o tipo Bollo, a nord di Trapani, uno antinave di 50 mine e due antisommergibile (uno di 45 mine e l’altro di 50) tra Marettimo e Levanzo, e due sbarramenti antisom di 50 mine ciascuno tra Marettimo e Favignana, tutti con mine tipo Elia o tipo Bollo (insieme, di volta in volta, alle torpediniere Andromeda, Alcione, Aldebaran, Aretusa, Airone ed Ariel); tre sbarramenti antinave di 50 mine ciascuno (tipo Bollo) al largo di Porto Empedocle.
1940
Trasformato in incrociatore ausiliario, armato con due cannoni da 120/45 mm e due mitragliere binate da 13,2 mm (ciò secondo il volume dell’USMM sulla difesa del traffico con l’Africa Settentrionale; per altra fonte, invece, l’armamento originario fu di due pezzi da 102/45 mm e quattro mitragliere singole da 13,2 mm, divenuto nel 1941 due pezzi da 100/45 mm, due mitragliere singole da 13,2 mm e due mitragliere singole da 20/65 mm; sarebbero stati presenti anche due scaricabombe per bombe di profondità).
Adibito a compiti di scorta convogli, principalmente lungo le coste italiane e nel Mare Adriatico.
28 luglio 1941
Alle 18.35 il sommergibile britannico Utmost (capitano di corvetta Richard Douglas Cayley) avvista, a 9 miglia per 330° (con rotta stimata 160° e velocità 8 nodi), l’Adriatico ed il piroscafo  Federico, che questi sta scortando da Napoli a Messina, al largo della costa occidentale della Calabria.
Avvicinatosi a soli 640 metri, l’Utmost lancia due siluri contro il Federico, che viene colpito ed affonda immediatamente nel punto 39°28’ N e 15°52’ E. L’Adriatico, dopo aver vanamente contrattaccato con venti bombe di profondità (nessuna delle quali esplode vicina al sommergibile), procede al recupero dei naufraghi; tutti gli uomini del Federico vengono tratti in salvo, tranne uno.
10 agosto 1941
Scorta da Patrasso a Brindisi il piroscafo Zena e la motonave Città di Alessandria, con personale militare che rimpatria.
7 ottobre 1941
Dislocato ad Augusta per scortare i posamine ausiliari (ex traghetti ferroviari) Reggio ed Aspromonte, incaricati di posare tre campi minati antisommergibili a nord dello stretto di Messina. Assieme all’Adriatico, scorterà i due posamine la torpediniera Cigno (capitano di corvetta Nicola Riccardi), avente la direzione dell’operazione.
Le quattro navi salpano da Augusta per la posa dei primi due sbarramenti il 7 ottobre.
8 ottobre 1941
Posa dei primi due sbarramenti. Subito le navi tornano ad Augusta, dove Reggio ed Aspromonte imbarcano le mine del terzo sbarramento.
10 ottobre 1941
Posa del terzo sbarramento, sempre con Adriatico e Cigno come scorta.
14 ottobre 1941
Alle 12.10, mentre l’Adriatico sta scortando la nave cisterna Cassala in navigazione da Napoli a Messina, il fumo prodotto dalle due navi viene avvistato (su rilevamento 350°), in posizione 40°27’ N e 14°21’E (a sud della baia di Napoli), dal sommergibile britannico Unique (tenente di vascello Anthony Foster Collett). Alle 12.36 il sommergibile avvista le due navi, a otto miglia per 335°, mentre stanno cambiando rotta per attraversare la Bocca Piccola. Portatosi in posizione d’attacco, l’Unique lancia quattro siluri da 3200 metri, alle 13.14; le navi italiane, però, avvistano le armi e manovrano di conseguenza: l’Adriatico evita un siluro, la Cassala due, e nessuno di essi va così a segno. La vecchia torpediniera Giuseppe Missori e le unità del III Gruppo Antisom vengono inviate a dare la caccia all’Unique, senza risultato (intanto è sceso in profondità e si è allontanato verso sudest).
23 novembre 1941
L’Adriatico salpa da Reggio Calabria alle 17.30 (17 per altra fonte), diretto a Bengasi; dovrà seguire una rotta che lo tenga ad almeno 190 miglia di distanza da Malta. Prima di partire da Reggio Calabria, il suo armamento è stato rafforzato da due mitragliere da 20 mm del Regio Esercito.
24 novembre 1941
Mentre l’Adriatico è in navigazione, il sommergibile Luigi Settembrini rileva agli idrofoni, a 105 miglia per 125° da Malta, la Forza K britannica – incrociatori leggeri Aurora e Penelope e cacciatorpediniere Lance e Lively – uscita in mare da Malta per intercettare convogli italiani. Supermarina, avvisata dal Settembrini, ordina il dirottamento di tutti i convogli in zona; l’Adriatico, ricevuto l’ordine (che è per esso di rifugiarsi ad Argostoli), dirige per Argostoli.
25 novembre 1941
Arriva ad Argostoli alle dieci del mattino.
A cadere vittima della Forza K sarà il convoglio «Maritza», in navigazione dal Pireo a Bengasi (e che non ha ricevuto l’ordine di dirottamento perché aventi le radio sintonizzate sulla frequenza sbagliata), con l’affondamento dei piroscafi tedeschi Maritza e Procida nonostante la difesa opposta dalle torpediniere di scorta Lupo e Cassiopea.

L’affondamento

Dopo la distruzione del convoglio «Maritza» da parte della Forza K, Supermarina sospese temporaneamente ogni partenza per la Libia, per verificare quali errori avessero permesso tale accadimento. L’offensiva britannica in Nordafrica (operazione «Crusader») era però in pieno svolgimento, ed urgeva l’invio di rifornimenti alle forze italo-tedesche che dovevano affrontarla; per questo motivo, dopo pochi giorni si decise di far proseguire per la Libia tutte le navi che erano state dirottate in porti greci ed italiani il 24 novembre. Tra queste anche l’Adriatico, che era al suo primo viaggio verso la Libia.
L’incrociatore ausiliario, al comando del capitano di corvetta Emanuele Campagnoli, lasciò Argostoli alle 23 del 29 novembre 1941, diretto a Bengasi. A bordo vi erano 98 uomini, tra equipaggio (che comprendeva 33 marittimi della società Adriatica e 40 militari della Regia Marina) e pochi militari del Regio Esercito di passaggio, ed un carico di 366 tonnellate di carburante in fusti per il Regio Esercito, la Regia Aeronautica e l’AGIP.
A protezione dei numerosi convogli in mare tra Italia e Libia (tra il 28 ed il 30 novembre presero il mare quattro convogli, nonché quattro cacciatorpediniere ed un sommergibile in missione di trasporto) fu disposta l’uscita in mare di un consistente gruppo di supporto, che comprendeva la corazzata Duilio, le Divisioni Navali VII (incrociatori leggeri Emanuele Filiberto Duca d’Aosta, Muzio Attendolo e Raimondo Montecuccoli) e VIII (incrociatore leggero Giuseppe Garibaldi) e le Squadriglie Cacciatorpediniere XI e XIII.
Al contempo, il fitto traffico navale italiano nel Mediterraneo centrale non sfuggì né agli avvistamenti da parte di ricognitori e sommergibili britannici (uno di questi ultimi, il Thunderbolt del capitano di corvetta Cecil Bernard Crouch, avvistò proprio l’Adriatico diretto verso sud – in posizione 36°06’ N e 19°19’ E, pur sovrastimandone la stazza in 6000 tsl – il mattino del 30 novembre, ma non riuscì ad avvicinarsi abbastanza da poter attaccare), né alle decrittazioni di “ULTRA”.
Nel mattino del 30 novembre salparono pertanto da Malta la Forza K (capitano di vascello William Gladstone Agnew), formata dagli incrociatori leggeri Aurora (nave di bandiera del comandante Agnew) e Penelope (capitano di vascello Angus Dacres Nicholl) e dal cacciatorpediniere Lively (capitano di corvetta William Frederick Eyre Hussey), e la Forza B (contrammiraglio Rawlings), formata dagli incrociatori leggeri Ajax e Neptune e dai cacciatorpediniere Kingston e Kimberley.
La partenza della Forza B e della Forza K fu notata e segnalata prima dal sommergibile Tricheco e poi da ricognitori della Regia Aeronautica, ma nel pomeriggio del 30 il Garibaldi venne immobilizzato da una grave avaria alle caldaie, e dopo qualche ora – dato che l’incrociatore avariato necessitava della protezione della Duilio, il che avrebbe lasciato in mare la sola VII Divisione, numericamente inferiore alle Forze B e K se queste si fossero riunite – tutto il gruppo di protezione ricevette ordine di rientrare a Taranto.
Ai convogli in mare non rimase che affidarsi alla buona sorte: risorsa scarsissima, da parte italiana, in quell’autunno del 1941.

Il primo giorno di viaggio trascorse, per l’Adriatico, senza particolari problemi; il tempo avverso costringeva a mantenere una velocità leggermente inferiore ai 12 nodi.
Quando il comandante Campagnoli ricevette i segnali di scoperta della Forza B e della Forza K, calcolò che sarebbe passato di prora rispetto ad esse, al di fuori del loro raggio visivo.
A guidare la ricerca della Forza K, però, era un ricognitore Vickers Wellington munito di radar. Questi, nella notte tra il 30 novembre ed il 1° dicembre, rilevò due possibili obiettivi: uno era il convoglio formato dalla moderna motonave Sebastiano Venier e dal cacciatorpediniere Giovanni Da Verrazzano; l’altro era l’Adriatico.
Inizialmente la formazione del capitano di vascello Agnew cercò il convoglio formato da Venier e Da Verrazzano, di maggiore importanza; non riuscendo però a trovarlo (era stato dirottato proprio per evitare un incontro con la Forza K), dopo qualche ora il comandante britannico si mise invece sulle tracce dell’Adriatico, pedinato continuamente dal Wellington.
L’aereo britannico aveva comunicato per la prima volta l’avvistamento alle 00.52 del 1° dicembre: riferì ad Agnew di essere in vista di una nave mercantile, a 30 miglia per 120° dalla posizione occupata in quel momento dall’Aurora. Più o meno a quell’ora – l’una di notte – l’Adriatico (che alle 22.30 del 30 novembre aveva intercettato un marconigramma del Da Verrazzano, con cui questi riferiva della presenza di un ricognitore sul proprio cielo) avvistò a sua volta l’aereo britannico, lontano, verso est. Poco dopo il velivolo si dileguò nell’oscurità, e la nave italiana non lo vide più.
Un’ora dopo, il Wellington aggiornò sulla situazione, comunicando la nuova posizione dell’Adriatico rispetto alla nave di bandiera di Agnew.
Seguendo le indicazioni del Wellington, l’Aurora avvistò l’Adriatico alle 2.25 del 1° dicembre. La notte era chiara, illuminata dalla luna; la nave italiana si trovava di prora a quelle britanniche, ad una distanza di dodici miglia.
Come spesso fecero in altri casi del genere, i britannici non attaccarono subito, ma manovrarono invece per ridurre le distanze e portarsi contro luna, in modo da attaccare nella posizione più favorevole per colpire con rapidità e sicurezza; Agnew intendeva ridurre le distanze a 5500 metri.
Quando la Forza K (più precisamente, il solo Aurora) aprì infine il fuoco, alle 3.04, da 5030 metri di distanza, la prima salva da 152 mm cadde corta; Agnew fece segnalare l’ordine di abbandonare la nave, ma l’incrociatore ausiliario non se ne avvide, e proseguì sulla sua rotta. Allora l’Aurora sparò una seconda salva: questa volta raggiunse il bersaglio, centrando il cannone poppiero da 120 mm dell’Adriatico e rendendolo inservibile. Il comandante Campagnoli fece lanciare subito il segnale di scoperta; poco dopo avvistò, circa 4 km a poppavia del traverso a sinistra, una nave mimetizzata. L’Adriatico si trovava tra la Forza K e la luna – che ne evidenziava così la sagoma, rendendolo un bersaglio perfetto – ed ad una cinquantina di miglia per 350° da Bengasi.
Dopo le prime due salve, l’Aurora cessò il fuoco ed intimò di nuovo – con segnalazione ottica – all’equipaggio dell’Adriatico di abbandonare la nave, per evitare un inutile spargimento di sangue; il comandante Campagnoli, però, non vide i segnali effettuati dalla nave britannica, ed ordinò invece di aprire il fuoco. Essendo la sua una nave militare, per quanto scarsamente armata, riteneva suo dovere rispondere al fuoco, anche se assalito da una forza nemica preponderante.
Erano le 3.15. Dato che il cannone di poppa era stato messo subito fuori uso, sparò solo quello di prua; dopo che questo ebbe sparato due colpi, però, l’Adriatico venne raggiunto da un’altra salva nemica da 152 mm, che incendiò la stiva poppiera e la sala macchine.
Qua e là in coperta si scatenarono degli incendi; alte fiamme salivano anche dalla sala macchine, attraverso gli osteriggi, e poco dopo le macchine stesse si fermarono. A poppa, le munizioni delle riservette detonavano in continui scoppi.
La Forza K cessò di nuovo il fuoco, e questa volta fu Campagnoli ad ordinare spontaneamente di abbandonare la nave: immobilizzato ed in fiamme, con un cannone fuori uso, l’Adriatico non era più in condizione di combattere.
Mentre l’equipaggio calava le imbarcazioni come ordinato, rimasero a bordo il comandante Campagnoli, il comandante in seconda, tenente di vascello Massardo, il direttore di macchina, capitano del Genio Navale Millin, ed il capo cannoniere Benvenuti.
L’archivio segreto, già chiuso parte in una cassa di ferro e parte in un sacco appesantito, venne gettato in acqua; le cartelle e le carte in plancia furono buttate nelle fiamme che divampavano furiose a bordo. Campagnoli ordinò al capo cannoniere Benvenuti di buttare in mare un salvagente anulare, che era rimasto a prua.
Ormai l’Adriatico era in fiamme da poppa fino al locale di prima classe, che il fumo aveva riempito; le riservette di munizioni in coperta continuavano ad esplodere.
Il comandante Campangoli fu l’ultimo ad abbandonare la nave, scendendo su una delle scialuppe; poco dopo, alle quattro del mattino del 1° dicembre, l’Adriatico esplose ed affondò nel punto 32°52’ N e 20°35’ E, 56 miglia a nord di Bengasi.

La maggior parte dell’equipaggio si era imbarcata sulle lance, ma altri uomini si erano gettati in mare con indosso solo i salvagente, e galleggiavano aggrappati a rottami, od a bordo di alcuni zatterini.
Sopraggiunse il Lively (che Agnew aveva distaccato per finire l’Adriatico alle 3.40, mentre Aurora e Penelope si erano allontanati per non trovarsi nel raggio operativo degli aerei dell’Asse con il sorgere del sole), che passò tra i naufraghi offrendosi di recuperare tutti: gli occupanti delle lance, però, rifiutarono recisamente il salvataggio, per non essere fatti prigionieri. Ventuno uomini (due ufficiali e 19 tra sottufficiali e marinai), che si trovavano in acqua senza alcun sostegno, accettarono invece di essere salvati, e furono così recuperati dal Lively, che si allontanò poi dalla zona dello scontro insieme al resto della Forza K (prima di rientrare a Malta, le navi britanniche intercettarono ed affondarono anche la nave cisterna Iridio Mantovani ed il cacciatorpediniere Alvise Da Mosto, che la scortava).
A soccorrere i superstiti furono mandate la nave ospedale Aquileia ed il cacciatorpediniere Giovanni Da Verrazzano, salpato da Bengasi il mattino del 1° dicembre; per tutta la mattina il luogo dell’affondamento dell’Adriatico fu sorvolato da idrovolanti CANT Z. 501 e CANT Z. 506, con il duplice compito di assistere nella ricerca dei naufraghi e di fornire scorta antisommergibile al Da Verrazzano.
Giunto sul posto, il cacciatorpediniere recuperò altri 66 sopravvissuti. In tutto undici uomini, tra membri dell’equipaggio e militari di passaggio dell’Esercito, risultarono morti (tre) o dispersi (otto). Per altra fonte, invece, il numero totale di imbarcati era di 96 uomini, dei quali 9 morirono e 87 sopravvissero (21 recuperati dal Lively e 66 dal Da Verrazzano).

I caduti tra l’equipaggio dell’Adriatico:

Salvatore Cavallaro, marinaio, disperso
Giuseppe Cicognani, marinaio fuochista, disperso
Domenico Covacich, sottocapo furiere, disperso
Attilio Di Costanzo, marinaio cannoniere, disperso
Goriano Fulceri, sergente radiotelegrafista, deceduto
Luigi Germani, sottocapo cannoniere, disperso
Giorgio Maraspin, capo elettricista di prima classe, deceduto
Giovanni Sannino, secondo capo meccanico, deceduto
Fabrizio Santucci, marinaio radiotelegrafista, disperso
 

La nave in una cartolina ufficiale della società Adriatica (g.c. Nedo B. Gonzales via www.naviearmatori.net


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