domenica 19 giugno 2016

Monginevro

Il varo della Monginevro (g.c. Nedo B. Gonzales via www.naviearmatori.net

Motonave da carico da 5324 tsl e 8600 tpl, lunga 133,6 metri, larga 17,8 e pescante 7,4, velocità 15,5-16,5 nodi. Appartenente alla Società Anonima di Navigazione Alta Italia, con sede a Genova, ed iscritta con matricola 2312 al Compartimento Marittimo di Genova.
Aveva due gemelle, Monviso e Monreale, e faceva parte del primo gruppo di nuove, moderne, grandi (8000-9000 tpl) e veloci (14-16 nodi a pieno carico) motonavi da carico completate tra agosto e dicembre del 1941, e subito impiegate per la formazione di convogli veloci di navi da carico, impossibili fino al loro arrivo.

Per Monginevro, Monviso e Monreale era stata pianificata in origine una sorte differente da quella che poi fu. Il 6 settembre 1940, a seguito di studi avviati subito dopo l’entrata in guerra, l’Ufficio Studi dello Stato Maggiore della Regia Marina le aveva selezionate per la conversione in «navi corsare» («navi ausiliarie atte per la guerra di corsa», precisamente), sull’esempio degli analoghi incrociatori ausiliari tedeschi impiegati con un certo successo negli oceani (tali unità, frutto della conversione di navi mercantili di dimensioni medio-grandi, incrociavano in “caccia libera” facendosi passare per navi mercantili Alleate o neutrali – l’armamento era nascosto –, avvicinavano in tal modo mercantili Alleati, e li catturavano). Le tre motonavi furono scelte perché rispondevano alle caratteristiche di medio tonnellaggio ed elevata autonomia (12.000 miglia a 15 nodi con una scorta di 770 tonnellate di nafta, che apposite modifiche – nuovi serbatoi ricavati sui paglioli delle stive e nei gavoni di prua e di poppa, permettendo così di stivarvi ben 1730 tonnellate di nafta – avrebbero potuto portare fino a 40.000 miglia, cioè cinque mesi di navigazione senza rifornimento) richieste, oltre che ai requisiti strutturali necessari per l’installazione di artiglierie (ponte ampio e sgombro, struttura robusta); in quel momento la Monginevro si trovava in avanzato stato di costruzione, completa al 99 %. Si avviò uno studio di fattibilità per la trasformazione.

Il progetto prevedeva che le navi fossero armate con 6 cannoni L/40 da 152/40 mm con gittata 16.000 metri (uno a prua, uno a poppa e due su ogni lato), due mitragliere binate da 37 mm antiaeree ed antinave (da sistemare sul ponte lance a poppavia del fumaiolo), due mitragliere contraeree da 20 mm (da collocare sul ponte lance o sul cielo del ponte di comando, a fianco della bussola normale) e due tubi lanciasiluri da 450 mm, uno per lato, da installare 5,50 metri sotto la linea di galleggiamento (nella stiva, a pagliolo); sarebbe stato installato anche un impianto nebbiogeno. L’equipaggio “corsaro” sarebbe stato composto da 96 uomini: 12 ufficiali, 10 sottufficiali, 14 tra marinai e meccanici, 42 marinai addetti ai cannoni e 18 tra ufficiali, sottufficiali e marinai che avrebbero formato l’equipaggio di preda da imbarcare sui mercantili catturati.
Le navi avrebbero potuto imbarcare 200 granate da 152 mm, 3000 colpi per ciascuna canna da 37 mm, 6000 colpi per ciascuna canna da 20 mm, ed anche 100-150 mine tipo Elia (queste ultime avrebbero trovato posto nelle stive poppiere, e per la posa sarebbero state prelevate con picchi di carico e poi trasferite in coperta su apposite ferroguide, anch’esse da installare a poppa). In vari punti della nave (carena ed opera viva) sarebbero state predisposte cariche esplosive, in numero di 600, per autoaffondare la nave in caso di grave danneggiamento o rischio di cattura.
Per garantire l’autonomia alimentare dell’equipaggio per navigazioni della durata di diversi mesi, sarebbero stati realizzati capienti depositi di provviste e farina, una cella frigorifera, due forni per il pane e (nella stiva prodiera) una stalla con una mezza dozzina di mucche da latte ed una gabbia con una cinquantina di galline. Erano previste anche un’infermeria, una farmacia, un’officina ed un deposito di pezzi di ricambio.
In un primo momento si era pensato anche di dotare la nave di un idrovolante da ricognizione ad ali ripiegabili, idea poi accantonata perché avrebbe comportato la realizzazione di un deposito di carburante ed altre “infrastrutture” troppo dispendiose ed ingombranti. Infine erano previste radio supplementari, l’installazione di un proiettore per scoperta e di uno per segnali, e quella di un ecometro.

Questo progetto, tuttavia,  non vide mai la luce: venne abbandonato per problemi di natura tecnica, finanziaria e politica (ma forse anche per il semplice motivo che “navi corsare” come quelle tedesche potevano avere successo negli oceani, mentre sarebbe stato pressoché impossibile un loro impiego nel Mediterraneo) e le tre motonavi furono semplicemente adibite al trasporto di rifornimenti in Nordafrica, compito per il quale vi era un disperato bisogno di navi moderne come la Monginevro.

Breve e parziale cronologia.

1940
Impostata nei Cantieri del Tirreno di Riva Trigoso (numero di cantiere 135).
22 settembre 1940
Varata nei Cantieri di Riva Trigoso.
1941
Completata per la Società Anonima di Navigazione Alta Italia, con sede a Genova.
30 settembre 1941
Requisita dalla Regia Marina, senza essere iscritta nel ruolo del naviglio ausiliario dello Stato.
21 novembre 1941
La Monginevro (comandante militare, tenente di vascello Mario Pulcini) e la motonave cisterna Iridio Mantovani, che formano il secondo scaglione del convoglio «C», salpano da Napoli per Tripoli alle 5.30, scortate dal cacciatorpediniere Nicoloso Da Recco (caposcorta) e dalla torpediniera Enrico Cosenz. Il convoglio fa parte di un’operazione di traffico volta ad inviare urgenti rifornimenti in Libia, dov’è iniziata da pochi giorni un’offensiva britannica (operazione «Crusader») e dopo che la distruzione del convoglio «Duisburg», avvenuta il 9 novembre ad opera della Forza K britannica, ha provocato la perdita di un ingente quantitativo di rifornimenti diretti in Africa Settentrionale.
Dopo qualche giorno di parziale stasi dovuto al disastro del 9 novembre, infatti, il capo di Stato Maggiore generale, maresciallo Ugo Cavallero, ha dato ordine il 13 novembre di far partire immediatamente per la Libia le motonavi già cariche e pronte alla partenza, con poderosa scorta di almeno due divisioni di incrociatori, con operazione da svolgersi al più presto, al fine di “sfruttare il vantaggio della sorpresa”.
Supermarina, d’accordo con Superareo, ha quindi subito provveduto a dare le disposizioni per l’invio a Tripoli delle sei motonavi già pronte a Napoli (Monginevro, Ankara, Sebastiano Venier, Vettor Pisani, Napoli ed Iridio Mantovani), lungo la rotta di levante, passando per lo Stretto di Messina e tenendosi poi al di fuori del raggio d’azione degli aerosiluranti d Malta (190 miglia).
L’operazione vede in mare altri due gruppi di due moderne motonavi ciascuno: il primo scaglione del convoglio «C», partito da Napoli alle 20 del 20 (motonavi Napoli e Vettor Pisani, cacciatorpediniere Turbine, torpediniera Perseo) ed il convoglio «Alfa», salpato da Napoli alle 19 del 20 (motonavi Ankara e Sebastiano Venier e cacciatorpediniere Maestrale, Alfredo Oriani e Vincenzo Gioberti). La III e VIII Divisione Navale dovranno dare loro protezione; dallo stretto di Messina in poi, dovranno navigare ad immediato contatto col convoglio «C», quasi incorporate in esso.
Al contempo, una motonave veloce (la Fabio Filzi) sarà inviata sempre a Tripoli ma sulla rotta di ponente (per il Canale di Sicilia), con la scorta di un paio di cacciatorpediniere (oltre che di aerei: sia sui due convogli che sulla Filzi la scorta aerea dovrà essere continua, nelle ore diurne, dal 20 al 23 novembre), per non dare nell’occhio. Contestualmente saranno inviati a Bengasi l’incrociatore leggero Luigi Cadorna in missione di trasporto di carburante (da Brindisi) e le motonavi Città di Palermo e Città di Tunisi cariche di truppe (da Taranto), e verranno fatte rientrare in Italia le navi rimaste bloccate a Tripoli dall’inizio di novembre. L’idea è che un tale numero di navi in movimento contemporaneamente, divise in più convogli sparsi su una vasta area, confonda e disorienti la ricognizione maltese; che i convogli finiscano col coprirsi a vicenda; che la presenza in mare della III e VIII Divisione scoraggi interventi da parte della Forza K britannica (autrice della distruzione del convoglio «Duisburg»), notevolmente inferiore per numero e potenza (incrociatori leggeri Aurora e Penelope e cacciatorpediniere Lance e Lively). L’Aeronautica, oltre alla scorta antiaerea ed antisommergibile dei convogli, effettuerà anche azioni di ricognizione e di bombardamento degli aeroporti di Malta. Alcuni sommergibili vengono disposti in agguato nelle acque circostanti l’isola.
Dopo vari rinvii dovuti al maltempo (che impedisce l’utilizzo degli aeroporti della Sicilia), l’operazione prende il via, ma fin da subito molte cose non vanno per il verso giusto. Il convoglio «Alfa» viene avvistato da un ricognitore britannico poco dopo la partenza; quando viene intercettato un messaggio radio britannico dal quale risulta che una forza navale britannica non è molto lontana, il convoglio viene dirottato ad Argostoli, ponendo così fine alla sua partecipazione nell’operazione.
I due scaglioni del convoglio «C», invece, si uniscono invece poco prima di imboccare lo stretto di Messina (poco dopo le 16 del 21), costituendo una formazione unica, sotto la direzione del Da Recco, procedendo a 14 nodi.
A protezione dell’operazione esce in mare da Napoli, alle 8.10 del 21, la VIII Divisione (incrociatori leggeri Luigi di Savoia Duca degli Abruzzi, nave di bandiera del comandante superiore in mare, ammiraglio di divisione Giuseppe Lombardi, e Giuseppe Garibaldi; cacciatorpediniere Aviere, Geniere, Corazziere, Carabiniere e Camicia Nera) quale scorta indiretta, seguita alle 19.30 dello stesso giorno dalla III Divisione (incrociatori pesanti Trento, Trieste e Gorizia, quest’ultimo nave ammiraglia) per scorta strategica.
Poco dopo le 16, la VIII Divisione raggiunge il convoglio «C» e ne assume la scorta diretta; quasi contemporaneamente, però (mentre ancora la formazione è a nord della Sicilia), convoglio e scorta vengono avvistati da un aereo e da un sommergibile avversari, che segnalano a Malta la presenza di navi mercantili e navi da guerra italiane dirette verso lo stretto di Messina. Supermarina intercetta e decifra entrambi i segnali di scoperta; stante però la potente scorta di cui il convoglio gode, sia Supermarina che l’ammiraglio Lombardi decidono di proseguire, senza neanche modificare la rotta.
Alle 18 Da Recco e Cosenz lasciano la scorta, venendo sostituiti dai cacciatorpediniere Ugolino Vivaldi, Emanuele Pessagno ed Antonio Da Noli. Alle 19.50 il convoglio e la VIII Divisione imboccano lo stretto di Messina, e poco dopo vengono raggiunti anche dalla III Divisione dell’ammiraglio Angelo Parona. La VIII Divisione si posiziona in testa al convoglio, la III in coda; tutta la formazione assume direttrice di marcia lungo la costa siciliana, a 14 nodi, come ordinato. Alle 20.45 l’ammiraglio Lombardi viene informato da Supermarina che forze di superficie britanniche sono in mare, e provvede ad ordinare a tutte le unità “posto di combattimento generale”, avvisandole dell’eventualità di un incontro notturno con navi nemiche. Contemporaneamente il convoglio inizia ad essere sorvolato da ricognitori britannici, che volano sul suo cielo con qualche luce volutamente lasciata accesa, in modo da attirare il fuoco contraereo delle navi, che segnalano così, involontariamente, la direttrice di marcia del convoglio. L’ammiraglio Lombardi ordina tassativamente di non aprire il fuoco contro i ricognitori, essendo peraltro inutile, proprio per evitare di segnalare la propria posizione; ma durante la notte diverse navi, soprattutto tra quelle mercantili, si lasciano sfuggire sporadiche raffiche di mitragliera contro tali velivoli.
I ricognitori non perdono mai di vista il convoglio, aggiornando continuamente Malta sui suoi spostamenti: innumerevoli messaggi vengono intercettati e decifrati sia da Supermarina che dal comando della VIII Divisione.
Alle 21.45 la formazione assume rotta 96°, in modo da uscire prima possibile dal raggio d’azione degli aerosiluranti, e poco dopo si dispone in ordine di marcia notturna, con l’VIII Divisione a dritta e la III a sinistra. Tale cambiamento di rotta e formazione viene ordinato dall’ammiraglio Lombardi per cercare di disorientare i ricognitori; ma poco dopo ricompaiono i bengala ed i fanalini dei ricognitori, a mostrare che il convoglio non è stato perso di vista. Non passa molto, anzi, prima che inizi una serie di violenti attacchi aerei; ed anche sommergibili britannici si avvicinano al convoglio per attaccarlo.
Alle 23.12 il Trieste viene silurato dal sommergibile britannico Utmost (capitano di corvetta Richard Douglas Cayley), riportando danni gravissimi: rimane immobilizzato, e potrà rimettere in moto solo alle 00.38, scortato da Corazziere e Carabiniere, per trascinarsi verso Messina. Ma non è finita.
22 novembre 1941
Poco dopo le 00.30 diverse unità sentono rumore di aerei, e dopo pochi secondi molti bengala iniziano ad accendersi, uno dopo l’altro, nel cielo a nord del convoglio, su rotta ad esso parallela: l’ammiraglio Lombardi ordina subito a tutte le unità di accostare a un tempo di 90° verso sud, per dare la poppa ai bengala. Si prepara infatti un attacco di aerosiluranti: Duca degli Abruzzi, Garibaldi e le quattro motonavi appaiono ben visibili nella luce dei bengala. L’ordine viene eseguito, ma alle alle 00.38 anche il Duca degli Abruzzi viene colpito da un siluro d’aereo, e si ferma con gravi danni.
La menomazione della forza di scorta, insieme ai continui e violenti attacchi aerei ed alla notizia della presenza in mare di forze di superficie britanniche, inducono l’ammiraglio Lombardi ad ordinare che il convoglio, accompagnato da Trento e Gorizia e dalla XI Squadriglia Cacciatorpediniere (oltre alla scorta diretta), rientri a Taranto; Supermarina conferma l’ordine. Garibaldi e XIII Squadriglia rimangono ad assistere il Duca degli Abruzzi, che riuscirà faticosamente a rientrare a Messina.
Sotto i violenti e continui attacchi aerei, le motonavi si disorientano e si disperdono: soltanto la Napoli rimane in prossimità della III Divisione; Pisani e Mantovani seguono rotte varie e rientrano alla spicciolata a Taranto, mentre la Monginevro, disorientata dai bengala lanciati dagli aerei e dalle fitte cortine nebbiogene emesse dai cacciatorpediniere per proteggere i mercantili, perde il contatto sia con gli altri mercantili che con la scorta e cambia rotta più volte, proseguendo la navigazione dapprima su direttrice di marcia 90° e poi 170°.
Solo verso le dieci del mattino, a giorno fatto, la Monginevro riceve al radiosegnalatore un marconigramma del comando divisione che le ordina di assumere rotta nord per tornare a Taranto, cosa che fa per giunta in ritardo. I cacciatorpediniere Emanuele Pessagno e Camicia Nera vengono inviati alla sua ricerca per assumerne la scorta, ma durante la notte successiva la motonave assume di nuovo una rotta di allontanamento, così che i cacciatorpediniere non riescono a trovarla.
23 novembre 1941
La Monginevro è l’ultimo mercantile a raggiungere Taranto, arrivandovi alle 11.45 (o 11.30), scortata dal Pessagno (gli altri mercantili sono tutti rientrati durante la giornata precedente).
13 dicembre 1941
La Monginevro (comandante militare, tenente di vascello Lucciardi; viene inoltre imbarcato personale radiotelegrafista militare, come sulle altre motonavi) e due altre moderne motonavi, Napoli e Vettor Pisani, salpano da Taranto alle 19 nell’ambito dell’operazione di traffico «M. 41». Dopo le gravi perdite subite dai convogli diretti in Libia nelle settimane precedenti, infatti, le forze italo-tedesche in Nordafrica si trovano in situazione di grave carenza di rifornimenti proprio mentre è in corso l’operazione «Crusader», ed urge rifornirle.
Monginevro, Napoli e Vettor Pisani costituiscono il convoglio «L», diretto a Bengasi con la scorta dei cacciatorpediniere Freccia ed Emanuele Pessagno (con a bordo il contrammiraglio Amedeo Nomis di Pollone) e della torpediniera Pegaso.
L’armamento contraereo della Monginevro, dato che il suo carico comprende anche un consistente quantitativo di materiale destinato all’Afrika Korps (192 veicoli e 1492 tonnellate di materiali), viene rinforzato per l’occasione con una mitragliera tedesca quadrinata da 20 mm C/38 (armata da personale dell’Esercito tedesco).
Con la «M. 41», Supermarina intende inviare a Tripoli e Bengasi tutti i mercantili già carichi presenti nei porti dell’Italia meridionale, mobilitando per la loro protezione, diretta e indiretta, pressoché tutta la flotta in condizioni di efficienza.
Sono previsti tre convogli: l’«A», da Messina a Tripoli, formato dalle moderne motonavi Fabio Filzi e Carlo Del Greco scortate dai cacciatorpediniere Nicoloso Da Recco ed Antoniotto Usodimare (poi dirottato su Taranto per unirsi da subito all’«L» ma distrutto durante tale percorso dal sommergibile britannico Upright); l’«L», da Taranto per Tripoli, formato da Monginevro, Napoli, Vettor Pisani, Freccia, Pessagno e Pegaso; e l’«N», da Navarino ed Argostoli per Bengasi, costituito dai piroscafi Iseo e Capo Orso scortati dai cacciatorpediniere Turbine e Strale, cui si devono aggiungere la motonave tedesca Ankara, il cacciatorpediniere Saetta e la torpediniera Procione provenienti da Argostoli.
Ogni convoglio deve fruire della protezione di una forza navale di sostegno, che di giorno si terrà in vista dei trasporti e di notte a in formazione con essi, incorporato. Il gruppo assegnato al convoglio «L» dalla corazzata Duilio (nave ammiraglia dell’ammiraglio di squadra Carlo Bergamini) e da un’eterogenea VIII Divisione composta per l’occasione dagli incrociatori leggeri Giuseppe Garibaldi (nave di bandiera dell’ammiraglio Giuseppe Lombardi, comandante della VIII Divisione) e Raimondo Montecuccoli e dall’incrociatore pesante Gorizia (con a bordo l’ammiraglio di divisione Angelo Parona), mentre il gruppo assegnato agli altri convogli è composto dalla corazzata Andrea Doria e dalla VII Divisione (ammiraglio di divisione Raffaele De Courten) con gli incrociatori leggeri Muzio Attendolo ed Emanuele Filiberto Duca d’Aosta.
Infine, a tutela dell’intera operazione contro un’eventuale uscita in mare delle corazzate della Mediterranean Fleet, prende il mare la IX Divisione Navale (ammiraglio di squadra Angelo Iachino, comandante superiore in mare) con le moderne corazzate Littorio e Vittorio Veneto, scortate dalla XIII Squadriglia Cacciatorpediniere (Granatiere, Bersagliere, Fuciliere, Alpino). Queste navi si dovranno posizionare nel Mediterraneo centrale.
A completamento dello schieramento, un gruppo di sommergibili viene dislocato nel Mediterraneo centro-orientale con compiti esplorativi ed offensivi; è inoltre previsto un imponente intervento della Regia Aeronautica (comprensivo, tra l’altro, di ricognizioni su Alessandria e nel Mediterraneo orientale e centro-orientale).
Per via della carenza di navi scorta e del tempo necessario a reperirne, l’operazione, inizialmente prevista per il 12 dicembre, viene posticipata di un giorno.
Le decrittazioni di “ULTRA” sono stavolta tardive ed erronee: riportano la partenza del convoglio come prevista per il 14 dicembre, anziché il 13.
Nel tardo pomeriggio del 13, quando i convogli sono già in mare, la ricognizione aerea comunica a Supermarina che una consistente forza britannica, comprensiva di corazzate ed incrociatori (in realtà sono solo quattro incrociatori leggeri: i ricognitori hanno grossolanamente sovrastimato la composizione e potenza della forza avvistata), si trova tra Tobruk e Marsa Matruh, diretta verso ovest. La somma delle forze italiane in mare è complessivamente superiore, ma si trova divisa in gruppi tra loro distanziati e vincolati a convogli lenti e poco manovrieri; per questo, alle ore 20 Supermarina decide di sospendere l’operazione, ed i convogli ricevono ordine di rientrare. Ciò non basterà ad evitare danni: durante la notte, il sommergibile britannico Urge silurerà la Vittorio Veneto, danneggiandola gravemente. I piroscafi Iseo e Capo Orso entrano in collisione in fase di rientro, danneggiandosi gravemente.
14 dicembre 1941
La Monginevro e le altre navi raggiungono Taranto.
16 dicembre 1941
Dopo il fallimento della «M. 41», viene rapidamente organizzata al suo posto l’operazione «M. 42», che prevede l’invio di quattro mercantili (Monginevro, Napoli, Vettor Pisani, Ankara: le motonavi uscite indenni dalla «M. 41», non essendovene altre pronte) riunite in un unico convoglio per gran parte della navigazione, ed inoltre l’impiego delle Divisioni di incrociatori adibite alla scorta secondo la loro struttura organica, a differenza che nella «M. 41». In tutto le quattro motonavi trasportano 14.770 tonnellate di materiali e 212 uomini; la Monginevro, specificamente, ha a bordo 1598 tonnellate di materiali vari e 251 tonnellate di munizioni per le forze italiane, e 1446 tonnellate di materiali vari e 192 automezzi per le forze tedesche.
La scorta diretta è costituita dai cacciatorpediniere Vivaldi (caposcorta, contrammiraglio Nomis di Pollone), Da Noli, Da Recco, Malocello, Pessagno, Zeno e Saetta, e dalla torpediniera Pegaso. L’ordine d’operazione prevede che le navi procedano in formazione unica, a 13 nodi di velocità, sino al largo di Misurata, per poi scindersi in due convogli: «N», formato da Ankara, Saetta (caposcorta) e Pegaso, per Bengasi; «L», composto da tutte le altre unità (Monginevro compresa), per Tripoli.
I due convogli partono da Taranto il 16 dicembre, ad un’ora di distanza l’uno dall’altro: alle 15 l’«N», alle 16 l’«L».
Da Taranto esce un gruppo di sostegno composto dalla corazzata Duilio (nave di bandiera dell’ammiraglio Carlo Bergamini, comandante del gruppo), dalla VII Divisione (incrociatori leggeri Emanuele Filiberto Duca d’Aosta, nave di bandiera dell’ammiraglio De Courten, Raimondo Montecuccoli e Muzio Attendolo) e dai cacciatorpediniere Ascari, Aviere e Camicia Nera; i suoi ordini sono di tenersi ad immediato contatto del convoglio fino alle 8 del 18, per poi spostarsi verso est così da poter intervenire in caso di invio contro il convoglio di forza di superficie da Malta.
Vi è anche un gruppo di appoggio composto dalle corazzate Giulio Cesare, Andrea Doria e Littorio (nave di bandiera dell’ammiraglio Angelo Iachino, comandante superiore in mare), dagli incrociatori pesanti Trento e Gorizia (nave di bandiera dell’ammiraglio di divisione Angelo Parona, comandante della III Divisione) e dai cacciatorpediniere Granatiere, Bersagliere, Corazziere, Fuciliere, Carabiniere, Alpino, Oriani, Gioberti ed Usodimare, nonché ricognizione e scorta aerea assicurata dalla Regia Aeronautica e dalla Luftwaffe, l’invio dei sommergibili Topazio, Santarosa, Squalo, Ascianghi, Dagabur e Galatea in agguato nel Mediterraneo centro-orientale, e la posa di ulteriori campi minati al largo della Tripolitania.
Già prima della partenza, i comandi italiani e l’ammiraglio Iachino sono stati informati dell’avvistamento alle 14.50, da parte di un ricognitore tedesco, di una formazione britannica che comprende una corazzata. In realtà, di corazzate britanniche in mare non ce ne sono: il ricognitore ha scambiato per corazzata la nave cisterna militare Breconshire, partita da Alessandria per Malta con 5000 tonnellate di carburante destinato all’isola, con la scorta degli incrociatori leggeri Naiad, Euryalus e Carlisle e dei cacciatorpediniere Jervis, Havock, Hasty, Nizam, Kimberley, Kingston, Kipling e Decoy, il tutto sotto il comando dell’ammiraglio Philip L. Vian. Comunque, Supermarina decide di procedere egualmente con l’operazione, sia per via della disperata necessità di far arrivare rifornimenti in Libia al più presto, sia perché la formazione italiana è comunque molto più potente di quella avversaria. Convoglio e gruppo di sostegno procedono dunque lungo la rotta prestabilita.
Poco prima di mezzanotte, il sommergibile britannico Unbeaten avvista parte delle unità italiane e ne informa il comando britannico (messaggio che viene peraltro intercettato e decrittato dalla Littorio); quest’ultimo ne è in realtà già al corrente grazie alle decrittazioni di “ULTRA”, che tra il 16 ed il 17 dicembre forniscono a più riprese molte informazioni su mercantili, scorte dirette ed indirette, porti ed orari di partenza e di arrivo. Il 16 dicembre “ULTRA” informa che è probabile un nuovo tentativo di rifornimento della Libia con inizio proprio quel giorno, dopo quello fallito di tre giorni prima, ed indica la Monginevro tra le navi probabilmente disponibili (insieme ad Ankara, Napoli e Pisani, che con la Monginevro dovrebbero dirigersi verso Bengasi, nonché Filzi e Del Greco, dirette a Tripoli: evidentemente da parte britannica ancora non si sapeva di averle affondate). Il 17 dicembre “ULTRA” aggiunge informazioni più precise: Monginevro, Pisani e Napoli, scortati da sei cacciatorpediniere tra cui il Vivaldi, dovevano lasciare Taranto a mezzogiorno del 16 insieme all’Ankara, scortata invece da due siluranti tra cui il cacciatorpediniere Saetta; arrivo previsto a Bengasi alle 8 del 18 per l’Ankara, a Tripoli alle 17 dello stesso giorno per le altre motonavi; presenza in mare a scopo di protezione della Duilio, della VII Divisione (“probabilmente l’Aosta e l’Attendolo”) e forse anche di altre forze navali, Littorio compresa. Il 18 aggiungerà che le motonavi sono partite da Taranto alle 13 del 16 e che sono scortate da 2 corazzate, 2 incrociatori e 12 cacciatorpediniere, più una forza di supporto di 3 corazzate, 2 incrociatori e 10 cacciatorpediniere a nordest.
I comandi britannici, tuttavia, non si trovano in condizione di poter organizzare un attacco contro il convoglio italiano.
17 dicembre 1941
Alle 16.25 Monginevro, Ankara, Pisani e Napoli vengono avvistate da un ricognitore britannico.
Nel tardo pomeriggio del 17 dicembre il gruppo «Littorio» si scontra con la scorta della Breconshire, in un breve ed inconclusivo scambio di colpi chiamato prima battaglia della Sirte. Iniziato alle 17.23, lo scontro si conclude già alle 18.10, senza danni da ambo le parti; Iachino, ancora all’oscuro dell’invio a Malta della Breconshire e convinto che navi da battaglia britanniche siano in mare, attacca gli incrociatori di Vian per tenerli lontani dal suo convoglio (ritiene infatti che gli incrociatori britannici siano lì per attaccare i mercantili italiani, mentre in realtà non vi è alcun tentativo del genere da parte britannica) e rompe il contatto al crepuscolo, per evitare un combattimento notturno, per il quale la flotta italiana non è preparata.
Alle 17.56, per evitare un pericoloso incontro del convoglio con unità di superficie britanniche (si crede ancora che in mare ci siano una o più corazzate britanniche), il convoglio ed il gruppo di sostegno accostano ad un tempo ed assumono rotta nord (in modo da allontanarsi dalla zona dove si trova la formazione britannica), sulla quale rimangono fino alle 20 circa; poi, in base a nuovi ordini impartiti da Iachino (e per non allontanarsi troppo dalla zona di destinazione), manovrano per conversione di 20° per volta (in modo da mantenere per quanto possibile la formazione, in una zona ad elevato rischio di attacchi aerei) ed effettuano un’ampia accostata sino a rimettere la prua su Misurata. Convoglio e gruppo di sostegno sono “incorporate” in un’unica complessa formazione (i mercantili su due colonne, con Monginevro in posizione avanzata a dritta, Pisani in posizione avanzata a sinistra, seguite rispettivamente da Napoli ed Ankara, il Vivaldi in testa, Da Noli e Malocello rispettivamente 30° di prora a dritta e sinistra di Pisani e Monginevro, Zeno e Da Recco 70° di prora a dritta e sinistra di Pisani e Monginevro, Saetta a sinistra della Pisani e Pessagno a dritta della Napoli; seguite dal gruppo di sostegno su due colonne, con Duca d’Aosta seguito da Attendolo e Camicia Nera a sinistra, Duilio seguita da Montecuccoli ed Aviere a dritta, più Pigafetta a sinistra di Aosta ed Attendolo e Carabiniere a dritta di Duilio e Montecuccoli), il che fa sì che occorra più del previsto perché la formazione venga riordinata sulla rotta 210°: ciò accade alle 22 del 17.
Durante la notte il convoglio, che avanza a 13 nodi, viene avvistato da ricognitori nemici, ma non subisce attacchi.
18 dicembre 1941
Poco prima dell’alba del 18, i cacciatorpediniere Granatiere e Corazziere entrano in collisione, distruggendosi a vicenda la prua; gli incrociatori della VII Divisione prestano loro soccorso. Alle 13 la Duilio si riunisce al gruppo «Littorio», lasciando la VII Divisione a protezione immediata dei mercantili. Frattanto, alle 12.30 (in posizione 33°18’ N e 15°33’ E), le navi mercantili si separano come previsto: il convoglio «N» dirige per Bengasi, mentre il convoglio «L» prosegue per Tripoli con la scorta e diretta e, fino al tramonto, anche quella della VII Divisione. Calato il buio, anche la VII Divisione lascia il convoglio per rientrare a Taranto.
Il contrammiraglio Nomis di Pollone ordina al convoglio «L»  di dividersi in tre gruppi, ognuno formato da una motonave e due cacciatorpediniere (Monginevro con Da Recco e Malocello; Pisani con Vivaldi e Pessagno; Napoli con Da Noli e Zeno), in modo da rendere la formazione più maneggevole; i gruppi devono distanziarsi di 4 miglia l’uno dall’altro.
L’ordine è in corso d’esecuzione, ed i gruppi si sono già distanziati di 2-3 miglia, quando a distanza si accendono i bengala che preannunciano un attacco aereo. Nomis di Pollone ordina di emettere cortine fumogene, proseguendo la navigazione seguendo all’ecometro la batometrica di 30 metri, cui corrisponde la rotta di sicurezza. Il gruppo Monginevro-Da Recco-Malocello viene attaccato da un singolo velivolo, probabilmente un aerosilurante, che viene abbattuto dal Da Recco.
Il gruppo della Pisani non subisce alcun attacco, mentre ha meno fortuna quello della Napoli: la motonave viene colpita all’estrema poppa, subendo pochi danni ma la messa fuori uso del timone.
Intanto anche Tripoli viene bombardata, con incursione che si protrarrà fino alle tre di notte del 19.
La Napoli viene soccOrsa dai cacciatorpediniere e poi dal rimorchiatore Ciclope, inviatole incontro da Tripoli. Nella confusione, lo Zeno entra in collisione con la Napoli stessa e riporta dei danni, ma raggiunge ugualmente Tripoli.
Nella notte tra il 18 ed il 19 dicembre la Forza K britannica, uscita da Malta per cercare il convoglio, finisce sui campi minati posati al largo di Tripoli: affondano l’incrociatore leggero Neptune ed il cacciatorpediniere Kandahar, viene gravemente danneggiato l’incrociatore leggero Aurora e meno gravemente anche il gemello Penelope. La temuta Forza K ha cessato di esistere.
19 dicembre 1941
Dato che Tripoli è sotto bombardamento, Monginevro, Pisani e relativi cacciatorpediniere ricevono ordine di mettersi alla fonda presso Tagiura (che è già entro il sistema protettivo di sbarramenti), a dieci miglia dal porto, per attendere che terminino il bombardamento e poi il dragaggio magnetico dell’avamporto di Tripoli. Infine, le motonavi entrano a Tripoli alle 10.30. La danneggiata Napoli (il cui carico è però intatto), rimorchiata dal Ciclope, giungerà in porto alle 16. L’operazione «M. 42» si conclude finalmente in un successo, con l’arrivo a destinazione di tutti i rifornimenti inviati.
Tra i materiali scaricati a Tripoli dalla Monginevro vi sono 23 carri armati tedeschi, che, insieme ai 22 sbarcati a Bengasi dall’Ankara, daranno all’Afrika Korps la forza sufficiente per battere le forze britanniche in una battaglia tra carri e rallentare in tal modo il loro inseguimento, così permettendo una ordinata ritirata ad El Agheila senza ulteriori perdite.
26 dicembre 1941
La Monginevro lascia Tripoli per Napoli alle 18, scortata dalla torpediniera Polluce.
28 dicembre 1941
Monginevro e Polluce arrivano a Napoli alle 10.
3 gennaio 1942
La Monginevro (che ha caricato 42 tonnellate di munizioni italiane, 16 di munizioni tedesche, 1213 tonnellate di materiali per le forze italiane, 107 per quelle tedesche, 15 carri armati italiani, 11 tedeschi, 75 automezzi italiani, tre tedeschi, 1310 tonnellate di carburante per le forze italiane, 418 per quelle tedesche, e 247 tra ufficiali, sottufficiali e soldati italiani), insieme alle motonavi Nino Bixio e Lerici, lascia Messina per Tripoli alle 10.15, nell’ambito dell’operazione di rifornimento «M. 43». Le tre motonavi formano il convoglio n. 1 di tale operazione, scortato dai cacciatorpediniere Ugolino Vivaldi (contrammiraglio Amedeo Nomis di Pollone), Nicoloso Da Recco, Antoniotto Usodimare, Bersagliere e Fuciliere.
La «M. 43» prevede in tutto l’invio in Libia di cinque grandi motonavi da carico ed una petroliera, tutte veloci (almeno 14 nodi) e di recente costruzione, con una scorta poderosa: oltre alle siluranti di scorta di ciascun convoglio, vi sono una forza di «scorta diretta incorporata nel convoglio» (ammiraglio di squadra Carlo Bergamini, con il compito di respingere eventuali attacchi di formazioni leggere di superficie come la Forza K) composta dalla corazzata Duilio con gli incrociatori leggeri Emanuele Filiberto Duca d’Aosta, Raimondo Montecuccoli, Muzio Attendolo e Giuseppe Garibaldi ed i cacciatorpediniere Maestrale, Scirocco, Alfredo Oriani e Vincenzo Gioberti, ed un gruppo d’appoggio a distanza (ammiraglio di squadra Angelo Iachino, con l’incarico di proteggere il convoglio da un eventuale attacco in forze della Mediterranean Fleet) formato dalle corazzate Littorio, Giulio Cesare ed Andrea Doria, dagli incrociatori pesanti Trento e Gorizia e dai cacciatorpediniere Aviere, Geniere, Carabiniere, Alpino, Camicia Nera, Ascari, Antonio Pigafetta ed Antonio Da Noli. Alla scorta aerea concorrono la Regia Aeronautica (Armata Aerea e Ricognizione Marittima) e la Luftwaffe (II Corpo Aereo Tedesco e X Corpo Aereo Tedesco, di base l’uno in Sicilia e l’altro in Grecia) per effettuare ricognizione sul porto della Valletta (Malta) e nelle acque di Alessandria, bombardamenti preventivi sugli aeroporti maltesi e scorta di caccia, antiaerosilurante ed antisommergibile sui cieli del convoglio nonché a protezione delle navi impegnate nello scarico una volta giunte a Tripoli. Completa il dispositivo di difesa la dislocazione di undici sommergibili sulle probabili rotte che una ipotetica forza navale nemica dovrebbe percorrere per attaccare il convoglio.
4 gennaio 1942
Tra le 4 e le 11, come previsto, il convoglio n. 1 si unisce ai convogli 2 (motonave Monviso, motocisterna Giulio Giordani, torpediniere Orsa, Aretusa, Castore ed Antares) e 3 (motonave Gino Allegri, cacciatorpediniere Freccia, torpediniera Procione), partiti rispettivamente da Taranto e Brindisi; si forma così un unico grande convoglio, il cui caposcorta è il contrammiraglio Nomis di Pollone. Mentre il convoglio «Allegri» si unisce al Gruppo «Duilio», la III Divisione Navale (Trento e Gorizia) del gruppo d’appoggio viene avvistata da un ricognitore britannico; da Malta decolla una formazione aerea per attaccare, ma deve rientrare senza essere riuscita a trovare il convoglio. Al tramonto il gruppo «Duilio» s’incorpora nella formazione del convoglio, che durante la notte mette la prua su Tripoli.
5 gennaio 1942
Il gruppo «Duilio» lascia il convoglio, che giunge indenne a Tripoli alle 12.30 senza aver subito alcun attacco. La Monginevro impiegherà sei giorni a sbarcare il carico.
13 gennaio 1942
A Tripoli, prima di ripartire per l’Italia, la Monginevro imbarca 406 internati civili, tra ebrei e civili di nazioni nemiche, per i quali si è deciso il trasferimento in campi di internamento in Italia: 68 inglesi e 9 greci provenienti dal campo di internamento di Garian, altri 139 cittadini greci (tra cui 7 ebrei) e 190 ebrei inglesi. Sono scortati da carabinieri; dato che la nave non ha sistemazioni per passeggeri, vengono sistemati nella stiva, il cui fondo è stato ricoperto di paglia.
Alle 16.30 la Monginevro salpa da Tripoli per tornare in Italia (seguita un’ora dopo dalla Monviso, che si unisce ad essa in mare), scortata dalle torpediniere Castore (caposcorta) e Procione (fino a Marettimo, e poi di nuovo da Trapani). I cacciatorpediniere britannici Lance, Lively, Zulu e Jaguar sono inviati da Malta a cercare il convoglio, avvistato al largo di Pantelleria, ma non lo trovano; dopo aver superato senza danni un attacco da parte degli aerosiluranti dell’830th Squadron della Fleet Air Arm, il convoglio fa scalo a Trapani, dove la Castore viene sostituita dal Maestrale (che assume anche il ruolo di caposcorta), e prosegue poi per Napoli.
17 gennaio 1942
Il convoglio giunge a Napoli; la Monginevro vi entra alle dieci, preceduta di due ore dalla Monviso. Gli ebrei ed i cittadini stranieri vengono sbarcati ed avviati a diversi campi d’internamento, situati a Civitella del Tronto, Civitella della Chiana, Badia al Pino, Bagno a Rispoli e Pollenza.
22 gennaio 1942
La Monginevro (con un carico di 3990 tonnellate, ossia 14 carri armati italiani – peso complessivo 196 tonnellate – ed altrettanti tedeschi di eguale peso totale, 24 automezzi e rimorchi italiani – peso 104 tonnellate – e 62 tedeschi – peso 120 tonnellate –, 2234 tonnellate di carburante e materiali vari per le forze italiane e 1140 tonnellate di materiali per le forze tedesche, oltre a tre ufficiali e 131 sottufficiali e soldati del Regio Esercito e 42 militari dell’Afrika Korps) ed un’altra moderna motonave, la Ravello, salpano da Napoli nell’ambito dell’operazione di traffico «T. 18», consistente nell’invio in Libia di 15.000 tonnellate di rifornimenti, 97 carri armati, 271 autoveicoli e 1467 uomini (una intera divisione corazzata tedesca).
Nello stretto di Messina Monginevro e Ravello si uniscono al convoglio n. 1 della «T. 18», composto dalle motonavi Monviso (capoconvoglio) e Vettor Pisani (salpate da Messina) scortate dal gruppo «Vivaldi» (formato dai cacciatorpediniere Ugolino Vivaldi, Antonio Da Noli e Lanzerotto Malocello della XIV Squadriglia, dai cacciatorpediniere Aviere, Geniere e Camicia Nera della XIV Squadriglia e dalle torpediniere Castore ed Orsa), al comando del contrammiraglio Amedeo Nomis di Pollone). Da Taranto escono in mare anche la quinta nave del convoglio, il grande trasporto truppe Victoria, ed i due gruppi di scorta indiretta: l’«Aosta» (ammiraglio di divisione Raffaele De Courten, partito alle 11) con gli incrociatori leggeri della VII Divisione (Emanuele Filiberto Duca d’Aosta, Raimondo Montecuccoli, Muzio Attendolo) e la XIII Squadriglia Cacciatorpediniere (Bersagliere, Carabiniere, Fuciliere, Alpino) ed il «Duilio» (ammiraglio di squadra Carlo Bergamini, partito alle 17 insieme alla Victoria) con la corazzata Duilio e la XV Squadriglia Cacciatorpediniere (Antonio Pigafetta, Alfredo Oriani, Ascari, Scirocco).
A protezione dell’operazione, nove sommergibili sono dislocati ad est di Malta e tra Creta e l’Egitto; la Regia Aeronautica e la Luftwaffe danno il loro contributo con aerei da caccia (sempre presenti, nelle ore diurne, sul cielo del convoglio), da ricognizione ed antisommergibile.
Poco dopo la partenza la Ravello, colta da avaria al timone, è costretta a tornare in porto; il resto del convoglio prosegue e si unisce al gruppo «Aosta» nel pomeriggio del 22.
La Royal Navy, avvertita dai decrittatori di “ULTRA” che «un importante convoglio diretto a Tripoli dall’Italia e coperto dalla flotta sarà in mare oggi [22 gennaio], così come il 23 e il 24 gennaio» (il giorno seguente “ULTRA” fornirà ai comandi britannici informazioni più dettagliate, sebbene meno del solito, indicando che un «importante convoglio» è partito dall’Italia per Tripoli con probabile arrivo il giorno 24, e che, sebbene la sua esatta composizione non sia nota, esso probabilmente comprende la Victoria con mille soldati e la motonave Vettor Pisani partita da Messina il 22 mattina, il tutto coperto «da un certo numero delle principali unità della Marina italiana»), dispone numerosi sommergibili in agguato nel Golfo di Taranto, e tali battelli segnalano l’improvviso movimento di tante navi italiane.
23 gennaio 1942
Alle 15, con un certo ritardo ma approssimativamente nel punto prestabilito, il convoglio si unisce anche al gruppo «Duilio»; le motonavi si dispongono su due colonne e la Victoria, divenuta nave capo convoglio, si pone in testa alla colonna sinistra, mentre il gruppo «Vivaldi» si posiziona attorno ai mercantili ed i due gruppi «Duilio» e «Aosta» si dispongono sui fianchi del convoglio.
Le navi seguono rotte che passano a 190 miglia da Malta, distanza che dovrebbe essere maggiore del raggio operativo degli aerosiluranti di base a Malta ed in Cirenaica, 180 miglia; la sera del 23 dovranno poi accostare verso Tripoli, mantenendo rotta tangente al cerchio di 190 miglia di raggio con centro Malta. In realtà, 190 miglia sono divenute una distanza insufficiente, perché l’autonomia degli aerosiluranti britannici è aumentata rispetto al passato e perché ora gli aerei possono decollare da nuove basi cirenaiche, più avanzate di quanto ritenuto dai comandi italiani, conquistate dai britannici con l’operazione «Crusader».
Già dal giorno precedente, però, i comandi britannici sono a conoscenza dei movimenti italiani: sommergibili in agguato nel golfo di Taranti hanno infatti segnalato il passaggio del gruppo «Aosta», e nella serata e notte successive ricognitori hanno individuato e pedinato il gruppo «Duilio».
Dopo la riunione, il convoglio, che procede a 14 nodi sotto la protezione di nove Junkers Ju 88 della Luftwaffe, continua ad essere tallonato dai ricognitori: alle 15.50 uno di essi viene avvistato 20.000 metri ad est della formazione. Ai ricognitori seguono gli attacchi aerei: il primo si verifica alle 16.16, quando la Victoria viene mancata da alcune bombe di piccolo calibro; poco dopo altre bombe di maggior calibro sono sganciate contro il gruppo «Aosta» ma ancora senza risultato, grazie anche alla rabbiosa reazione contraerea delle navi.
Su richiesta dell’ammiraglio Bergamini, la scorta aerea viene rinforzata con altri tre Ju 88 del II Corpo Aereo Tedesco.
Alle 17.25 il convoglio viene nuovamente attaccato da tre aerosiluranti, provenienti dalla direzione del sole: le torpediniere (che si trovano su quel lato) aprono contro di essi un intenso tiro, così che i velivoli, giunti a circa un chilometro dalla scorta (e tre dalla Victoria), scaricano in mare le loro armi, cabrano ed invertono la rotta (uno di essi sarà poi abbattuto dagli Ju 88 della scorta aerea). Dapprima le navi italiane pensano che i velivoli fossero bombardieri: solo quando il Vivaldi avvista le scie dei siluri ci si accorge della realtà. Alle 17.31 la Victoria viene colpita a poppa da un siluro e rimane immobilizzata. Aviere, Ascari e Camicia Nera si fermano per dare assistenza alla nave danneggiata, mentre il resto del convoglio prosegue sulla sua rotta. Due nuovi attacchi di aerosiluranti, alle 18.40 ed alle 18.45, daranno il colpo di grazia alla Victoria, che affonderà alle 19 con la perdita di 391 dei 1455 uomini a bordo.
Il resto del convoglio continua scortato dai gruppi «Vivaldi» ed «Aosta»; a notte fatta il gruppo «Duilio» si sposta invece a nord del 36° parallelo ed ad est del 19° meridiano per proteggere il convoglio da eventuali attacchi di navi di superficie provenienti dal Mediterraneo Orientale. A partire dalle 21.44 si scatena un crescendo di nuovi attacchi aerei sul convoglio: le navi vengono illuminate con bengala e fuochi galleggianti al cloruro di calcio, bombardate, fatte oggetto del lancio di siluri, ma la reazione del fuoco contraereo, le manovre evasive e l’emissione di cortine nebbiogene permettono di evitare tutti i siluri e sventare ogni attacco senza danni.
24 gennaio 1942
Alle 7.30 il convoglio viene raggiunto dalle torpediniere Calliope e Perseo, venute ad esso incontro da Tripoli; cinque minuti dopo il gruppo «Aosta» lascia la scorta come previsto, e dopo altri cinque minuti sopraggiunge la scorta aerea con caccia e ricognitori della Regia Aeronautica.
Alle 9 uno dei caccia di scorta spara delle raffiche di mitragliera contro il mare, segnalando la presenza di un sommergibile 4-5 km a dritta del convoglio: il contrammiraglio Nomis di Pollone ordina un’accostata d’urgenza sulla sinistra (che permette alla Monviso di evitare di stretta misura un siluro). Castore, Geniere e Malocello, unitamente a dei ricognitori, contrattaccano con bombe di profondità; al termine della caccia si vedrà sulla superficie una chiazza di nafta, ma nessun sommergibile è stato affondato.
Alle 14.15 il convoglio entra a Tripoli; poco dopo il porto libico subisce un violento bombardamento aereo, ma nessuna unità del convoglio viene danneggiata.
21 febbraio 1942
Alle 17.30 del 21 la Monginevro salpa da Messina insieme alle motonavi Unione e Ravello, con la scorta dei cacciatorpediniere Ugolino Vivaldi (contrammiraglio Nomis di Pollone), Lanzerotto Malocello, Nicolò Zeno, Premuda e Strale e della torpediniera Pallade: si tratta del convoglio n. 1 nell’ambito dell'operazione «K. 7», consistente nell’invio in Libia di due convogli per totali sei mercantili (carichi complessivamente di 11.559 tonnellate di materiali vari, 15.447 tonnellate di carburanti e lubrificanti, 2511 tonnellate di munizioni ed artiglierie, 113 carri armati, 575 veicoli e 405 uomini), scortati da dieci cacciatorpediniere e due torpediniere. I convogli fruiscono inoltre della scorta indiretta del gruppo «Gorizia» (ammiraglio di divisione Angelo Parona; incrociatori pesanti Trento e Gorizia, incrociatore leggero Bande Nere, cacciatorpediniere Alpino, Oriani e Da Noli) e del gruppo «Duilio», formato dall’omonima corazzata (ammiraglio di squadra Carlo Bergamini) insieme a quattro cacciatorpediniere (Aviere, Geniere, Ascari e Camicia Nera).
Il carico della Monginevro consiste in 2694 tonnellate di materiali vari, 635 tonnellate di munizioni, 657 tonnellate di carburanti e lubrificanti, 23 carri armati e 95 autoveicoli.
Alle 23.15 il convoglio n. 1 viene raggiunto dal gruppo «Gorizia», col quale prosegue su rotte che passano 190 miglia ad est di Malta.
22 febbraio 1942
All’alba il convoglio n. 1 viene anche raggiunto dal gruppo «Duilio» (quest’ultimo segue il resto delle navi italiane a breve distanza).
Più tardi, intorno alle 12.45, 180 miglia ad est di Malta, al convoglio n. 1 si accoda – con una manovra piuttosto lenta – il convoglio n. 2 (motonavi Monviso e Lerici, nave cisterna Giulio Giordani, cacciatorpediniere MaestraleScirocco, Antonio PigafettaEmanuele Pessagno ed Antoniotto Usodimare, torpediniera Circe), salpato da Corfù. La formazione assume rotta 184° e velocità 14 nodi; sin dalla prima mattina (e fino alle 19.45) volano sul suo cielo aerei tedeschi Junkers Ju 88 e Messerschmitt Bf 110 decollati dalla Sicilia per la sua scorta.
Dalle prime ore del mattino compaiono anche ricognitori britannici, che segnalano il convoglio agli aerei di base a Malta; tra le 14 e le 16 si verifica un attacco aereo, che i velivoli della Luftwaffe respingono, abbattendo tre degli aerei attaccanti ed impedendo agli altri di portare a fondo l’attacco (tranne un Boeing B 17 che lancia delle bombe di piccolo calibro contro la Duilio, senza colpirla). Quando l’ammiraglio Bergamini chiede altri aerei mediante il collegamento radio diretto, la richiesta viene prontamente soddisfatta.
La sera del 22, in base agli ordini ricevuti, il gruppo «Duilio» lascia i convogli, che proseguono con la scorta diretta ed il gruppo «Gorizia».
Nella notte seguente il convoglio, che è rimasto diviso in due gruppi (cioè i convogli 1 e 2, che procedono uno dietro l’altro ma separati), viene più volte sorvolato da dei bengalieri nemici (tra le 00.30 e le 5.30 del 23 dei bengala si accendono sul cielo dei convogli), ma non subisce danni, grazie alle manovre ed all’emissione di cortine fumogene.
23 febbraio 1942
Poco dopo le otto del mattino sopraggiungono due torpediniere inviate da Marilibia in rinforzo alla scorta, cui l’ammiraglio Parona ordina di unirsi al gruppo «Vivaldi». La foschia impedisce ai due convogli, distanti solo 8-9 miglia, di vedersi, ed alla scorta aerea della Luftwaffe di trovare le navi; le trovano invece, ma solo quelle del gruppo «Gorizia», i caccia italiani FIAT CR. 42 inviati anch’essi per la scorta.
Alle 10.14 del mattino, una novantina di miglia ad est di Tripoli ed al largo di Capo Misurata, la Circe localizza con l’ecogoniometro il sommergibile britannico P 38, che sta tentando di attaccare il convoglio (poco dopo ne viene avvistato anche il periscopio, che però subito scompare poiché il sommergibile, capendo di essere stato individuato, s’immerge a profondità maggiore), e, dopo aver ordinato al convoglio di virare a dritta, alle 10.32 lo bombarda con bombe di profondità, arrecandogli gravi danni. Subito dopo il P 38 affiora in superficie, per poi riaffondare subito: a questo punto si uniscono alla caccia anche l’Usodimare ed il Pessagno, che gettano altre cariche di profondità, e, insieme ad aerei della scorta, mitragliano il sommergibile. L’attacco è tanto violento e confuso che un marinaio, su una delle navi italiane, rimane ucciso dal tiro delle Mitragliere, e la Circe deve richiamare le altre unità al loro posto per poter proseguire nella sua azione. Dopo questi ulteriori attacchi, la Circe effettua un nuovo attacco con bombe di profondità, ed alle 10.40 il sommergibile affiora di nuovo con la poppa, fortemente appruato, le eliche che girano all’impazzata ed i timoni orientati a salire, per poi affondare di prua con l’intero equipaggio in posizione 32°48’ N e 14°58’ E. Un’ampia chiazza di carburante, rottami e resti umani marcano la tomba dell’unità britannica.
Nel frattempo, alle 10.30, lo Scirocco (come stabilito in precedenza) lascia la scorta del convoglio numero 2 e si aggrega al gruppo «Gorizia», che, essendo ormai il convoglio vicino a Tripoli, e non presentandosi più rischi di attacchi di navi di superficie, si avvia sulla rotta di rientro.
Alle 11.25, in posizione 32°51’ N e 13°58’ E (80 miglia ad est di Tripoli) il sommergibile britannico P 34 (tenente di vascello Peter Robert Helfrich Harrison) avvista il convoglio n. 1 su rilevamento 040°, mentre questo procede in linea di fila su rotta 250°; alle 11.49 il battello lancia una salva di quattro siluri, dalla distanza di 4115 metri. Nessuna delle armi va a segno, ed alle 11.58 ha inizio il contrattacco della scorta, che dura oltre due ore; vengono lanciate in tutto 57 bombe di profondità, alcune delle quali esplodono piuttosto vicine al P 34, ma alla fine il sommergibile riesce a sottrarsi alla caccia.
I convogli giungono indenni a Tripoli tra le 16 e le 16.40 del 23.
26 febbraio 1942
Il porto di Tripoli viene attaccato da sette bombardieri Vickers Wellington del 37th Squadron della Royal Air Force, decollati da Malta. L’incursione è accurata: sei bettoline vengono affondate (una di esse, carica di munizioni provenienti da una delle navi del convoglio, salta in aria causando ulteriori danni), altre quattro gravemente danneggiate, un pontone Siebel tedesco viene incendiato e portato all’incaglio.
Anche la Monginevro viene colpita da una bomba, alle 21.55, subendo gravi danni in coperta. Tre membri dell’equipaggio rimangono uccisi (tra di essi il carpentiere quarantaseienne Nicolò Piccardo, già sopravvissuto agli affondamenti delle navi cisterna Franco Martelli e Giulio Giordani), altri quattro sono feriti.
20 marzo 1942
La Monginevro lascia Tripoli per Napoli alle 19, scortata fino a Messina dal cacciatorpediniere Premuda.
22 marzo 1942
La motonave giunge a Napoli alle 9.
18 settembre 1942
La Monginevro, dopo aver caricato 650 tonnellate di munizioni e materiali, 2354 di benzina e lubrificanti, 162 automezzi, tre carri armati ed 82 militari di passaggio, salpa da Taranto (dov’è giunta da Napoli) per Bengasi alle 18.50, scortata dal cacciatorpediniere Antonio Da Noli e delle torpediniere Pallade, Centauro e Ciclone.
19 settembre 1942
Alle sette del mattino Monginevro e scorta si uniscono ad un secondo convoglio, formato dalla motonave Apuania scortata dai cacciatorpediniere Freccia (caposcorta, capitano di fregata Minio Paluello) e Nicolò Zeno e dalla torpediniera Calliope, provenienti da Brindisi. Il convoglio costeggia la Grecia occidentale, prima di dirigersi verso la Libia; viene però avvistato da ricognitori britannici.
20 settembre 1942
Durante la notte, 90 miglia a ponente di Creta, il convoglio viene attaccato da bombardieri, senza subire danni. Alle 9.25 le navi (che godono anche di nutrita scorta aerea) sono anche avvistate dal sommergibile britannico Taku (tenente di vascello Jack Gethin Hopkins), che alle 9.25 lancia – in posizione 33°30’ N e 21°10’ E (a nord di Bengasi) – tre siluri da 1370 metri di distanza, scendendo in profondità subito dopo. La Monginevro avvista due dei siluri, l’Apuania il terzo; entrambe li evitano con la manovra.
Il convoglio giunge a Bengasi tra le 16.40 (Apuania) e le 17 (Monginevro).
30 settembre 1942
La Monginevro lascia Bengasi diretta a Brindisi, via Navarino, alle 18.10, insieme alla motonave Ravello e con la scorta del cacciatorpediniere Lampo (caposcorta) e delle torpediniere Partenope, Aretusa e Clio.
1° ottobre 1942
A mezzogiorno, il convoglio si divide: Monginevro, Lampo e Clio fanno rotta per Navarino, mentre Ravello, Aretusa e Partenope dirigono verso il Pireo. Alle 17.40 il convoglio della Monginevro viene attaccato da nove bombardieri, ma non subisce danni.
Alle 21.40 Monginevro, Lampo e Clio giungono a Navarino.
16 ottobre 1942
La Monginevro salpa da Brindisi per Bengasi alle 21.30, scortata dalle torpediniere Orsa (tenente di vascello Enrico Bucci) ed Aretusa (capitano di corvetta Roberto Guidotti).
17 ottobre 1942
Giunta presso Corfù verso le 7.15, alle 11 la Monginevro con la sua scorta si congiunge ad un secondo gruppo proveniente da Taranto e diretto a Tobruk, formato dalla motonave tedesca Ankara scortata dai cacciatorpediniere Aviere (caposcorta, capitano di vascello Ignazio Castrogiovanni), Geniere (capitano di fregata Marco Notarbartolo) e Camicia Nera (capitano di fregata Adriano Foscari). Formato un unico convoglio, le motonavi lasciano Corfù alle 17.40 (o 18).
18 ottobre 1942
In mattinata si unisce alla scorta anche il cacciatorpediniere Alpino (capitano di vascello Candido Bigliardi), proveniente da Navarino.
Alle 20.10 il convoglio si scinde di nuovo: Monginevro con Aviere, Geniere e Camicia Nera per Bengasi; Ankara con Alpino, Orsa ed Aretusa a Tobruk.
19 ottobre 1942
Monginevro e scorta giungono a Bengasi alle 10.30, senza essere stati attaccati (a differenza del gruppo dell’Ankara, che comunque supera indenne i ripetuti attacchi aerei cui è fatto oggetto).
A testimonianza della disastrosa situazione logistica dei porti libici, la Monginevro impiega due settimane per scaricare il proprio carico a Bengasi e caricare del materiale di sgombero (la battaglia di El Alamein sta volgendo al termine, ed una volta spezzate le linee italo-tedesche, le forze britanniche avanzeranno speditamente verso la Cirenaica: Bengasi cadrà il 20 novembre).
4 novembre 1942
La Monginevro lascia Bengasi alle 13, diretta a Brindisi, con la scorta dei cacciatorpediniere Freccia (caposcorta), Folgore ed Hermes (tedesco) e delle moderne torpediniere di scorta Ardito ed Uragano.
5 novembre 1942
Alle 23 il Freccia lascia la scorta del convoglio, venendo sostituito nel ruolo di caposcorta dal Folgore.
6 novembre 1942
Le navi giungono a Brindisi alle 6.45.
16 novembre 1942
La Monginevro e la motonave Sestriere salpano da Napoli per Biserta alle 7, scortate dai cacciatorpediniere Mitragliere (caposcorta), Bombardiere e Velite, cui alle 17 si aggiungerà anche il gemello Legionario.
17 novembre 1942
Il convoglio giunge a Biserta alle 7.
20 novembre 1942
Monginevro, Sestriere, Legionario (caposcorta, capitano di fregata Corrado Tagliamonte), Bombardiere (capitano di fregata Giuseppe Meschini) e Velite (capitano di fregata Ernesto Pellegrini) lasciano Biserta per Napoli alle 21.15.
21 novembre 1942
Durante la navigazione, i cacciatorpediniere rilevano più volte dei sommergibili all’ecogoniometro.
Alle 14.35 il sommergibile britannico P 228 (poi Splendid, tenente di vascello Ian Lachlan Mackay McGeogh) avvista le due motonavi ed uno dei cacciatorpediniere della scorta, e manovra per attaccare il cacciatorpediniere: McGeogh intende eliminarlo, per poi emergere ed attaccare una delle motonavi col cannone di coperta. Durante la manovra d’attacco, tuttavia, il comandante britannico avvista anche un secondo cacciatorpediniere, e comprende che la seconda parte del piano è irrealizzabile. Alle 15, il sommergibile lancia l’ultimo siluro rimastogli dal tubo di poppa, da una distanza di soli 640 metri, contro il Velite.
Alle 15.04, in posizione 40°30’ N e 13°33’ E (18 miglia a sudovest di Ischia), il Velite viene colpito dal siluro, perdendo la poppa; viene preso a rimorchio dal Bombardiere, che riuscirà a condurlo in salvo a Napoli con la scorta del Legionario (giungendovi alle 4 del 22). Due minuti dopo il siluramento, prima di procedere al rimorchio, Bombardiere e Legionario danno brevemente la caccia al sommergibile: non riuscendo ad ottenere un contatto all’ecogoniometro, si limitano a lanciare dieci bombe di profondità a scopo intimidatorio. Nessuna delle bombe esplode vicina al P 228.
Monginevro e Sestriere, intanto, proseguono da sole verso l’ormai vicina Napoli, dove arrivano alle 19.
26 novembre 1942
Monginevro e Sestriere partono da Napoli per Biserta alle 15.10, scortate dai cacciatorpediniere Maestrale (caposcorta), Grecale, Ascari e Camicia Nera.
27 novembre 1942
Alle 11.28 il sommergibile britannico Una (tenente di vascello John Dennis Martin) avvista tre cacciatorpediniere della scorta circa tre miglia verso nord, ed alle 11.32 avvista anche uno dei mercantili, avente rotta 240°. Il sommergibile, che si trova 7315 metri a proravia del mercantile, inizia una manovra d’attacco, che conclude alle 12.26 con il lancio di quattro siluri da 1100 metri (in posizione 37°34’ N e 10°47’ E), per poi scendere in profondità subito dopo. Nessuna delle armi va a segno.
Il convoglio giunge a Biserta alle 13.45.
4 dicembre 1942
Monginevro e Sestriere ripartono da Biserta, scortate da Folgore (caposcorta), Ardito ed Uragano, alle 17.
5 dicembre 1942
Il convoglio giunge a Napoli alle 20.20.
10 dicembre 1942
La Monginevro salpa da Napoli per Biserta alle 15.30, scortata dai cacciatorpediniere Maestrale (caposcorta) e Vincenzo Gioberti. A bordo della motonave si trova il personale destinato ad armare il naviglio francese catturato in Tunisia a seguito dell’occupazione italo-tedesca della Francia di Vichy e della Tunisia.
11 dicembre 1942
Aerosiluranti attaccano la Monginevro alle 3.30, ma la nave ne esce indenne. La nave giunge a Biserta alle 19.
12 dicembre 1942
Mentre si trova nell’avamporto di Biserta, la Monginevro viene mitragliata da velivoli nemici alle 22.40, ma non subisce danni.
14 dicembre 1942
La Monginevro viene colpita a Biserta durante un bombardamento aereo; scoppiano a bordo degli incendi, che minacciano di raggiungere il carico di benzina e munizioni con catastrofiche conseguenze. Le squadre di pompieri della Marina rinunciano all’intervento, ritenuto troppo pericoloso; viene allora inviato il plotone «G» del Reggimento «San Marco», che riesce a domare le fiamme prima che sia troppo tardi.
I danni sono gravi, tanto da richiedere diversi mesi di lavori di riparazione.
 

Un’altra immagine del varo della Monginevro (da “Riva Trigoso, il cantiere e la sua storia” di E. Bo, Tipolito Olonia, 1991, via Franco Lena e www.naviearmatori.net
L’affondamento

La Monginevro, per via dei lavori seguiti ai danni riportati il 14 dicembre, rimase a Biserta per lunghissimo tempo: solo il 16 aprile 1943, alle 21.30, lasciò il porto tunisino per rientrare a Napoli via Trapani, ma non avrebbe mai rivisto le coste dell’Italia.
La motonave era in convoglio con una grossa nave cisterna ex francese, la Tarn, e la scorta di tre torpediniere: la Sagittario (capitano di corvetta Antonio Corsero di Montezemolo, e con a bordo il caposcorta, capitano di fregata Marco Notarbartolo), la Groppo e la Perseo.
Notizie sulla prevista partenza del convoglio erano da tempo nel mirino di “ULTRA”: già il 7 aprile i decrittatori britannici avevano appreso che la Monginevro e la Tarn sarebbero dovute partire da Biserta per Napoli quel giorno stesso, a 11 nodi di velocità, ma l’indomani appresero che la loro partenza era stata annullata. Il 9 aprile seppero che le due navi sarebbero dovute partire l’8, tempo permettendo, ma l’11 le navi non erano ancora partite, tanto che “ULTRA” riferì ai comandi britannici che Monginevro e Tarn «sono pronte a partire per Napoli». Il 14 aprile, infine, “ULTRA” menzionò Monginevro e Tarn tra le navi mercantili che risultavano pronte a partire da Biserta, in attesa di scorta.
Sebbene continuo, il flusso di informazioni di “ULTRA” su questo convoglio fu troppo vago per essere utile: nessuna informazione sulla data di partenza finale, né tanto meno su orari e porti di partenza e di arrivo, rotta da seguire, scorta. Non dipese quindi da “ULTRA” quello che accadde nella notte tra il 16 ed il 17 aprile.

Poco dopo mezzanotte, al largo di Zembretta, il convoglio – che era ancora sulle rotte di sicurezza – iniziò ad essere sorvolato da ricognitori angloamericani. Alle 2.08 del 17 aprile, poche miglia a settentrione di Zembretta, la Sagittario (che procedeva in testa al convoglio) avvistò una sagoma scura, contro la quale aprì il fuoco insieme a Groppo e Perseo. Poco dopo, però, comparvero altre due sagome, e si comprese immediatamente che erano motosiluranti. Si trattava delle britanniche MTB 634 e MTB 656. Queste si allontanarono coprendosi con cortine nebbiogene, inseguite dal tiro delle torpediniere, ma non prima di aver lanciato dei siluri: alle 2.10 la Monginevro venne colpita a poppa da uno di essi, rimanendo immobilizzata (secondo “La difesa del traffico con l’Africa Settentrionale”; “Navi mercantili perdute” riporta invece l’1.50).
Mentre il resto del convoglio proseguiva per Napoli (dove giunse senza altri danni alle 7.15 del 18, dopo aver superato un attacco di aerosiluranti ed uno di bombardieri), la Perseo fu lasciata ad assistere la Monginevro. La torpediniera prese a rimorchio la motonave danneggiata e la trainò per un’ora circa, ma infine dovette arrendersi: la Monginevro stava affondando, ed occorreva mollare i cavi. La motonave s’inabissò alle 3.40 (mentre “Navi mercantili perdute” indica l’ora nelle 7.20), a nove miglia e mezzo per 13° (cioè a nord) da Zembretta.
Non vi furono perdite tra il personale imbarcato.

La Monginevro con colorazione mimetica (g.c. Mauro Millefiorini via www.naviearmatori.net



Nessun commento:

Posta un commento