sabato 9 luglio 2016

Stromboli

Profilo dello Stromboli (da www.anb-online.it

Il minuscolo trasporto militare Stromboli nacque nel cantiere Navalmeccanica di Castellammare di Stabia (numero di cantiere 421) nel 1940, come un’anonima bettolina, con il prosaico nome di Betta N. 5 bis (bis, perché doveva rimpiazzare la vecchia Betta 5, risalente al 1894).
Lunga 41,9 metri, larga 7,20 e pescante 2,60, con un dislocamento di 475 (per altra fonte 206) tonnellate, la piccola nave vantò di essere la prima bettolina, nella storia della Regia Marina, ad essere inclusa in un Almanacco Navale, quello del 1939 (nel quale figurava tra le unità in ordinazione, non essendo ancora cominciata la sua costruzione): più che altro per esasperazione e per “fare numero”, dato che la carenza di acciaio per nuove costruzioni aveva fatto slittare in avanti gli ultimi programmi navali, e l’Almanacco avrebbe altrimenti presentato troppi imbarazzanti “vuoti”. Si era perciò deciso di includere ogni unità in costruzione od in ordinazione, anche le più piccole (fino ad allora, era consuetudine limitarsi a registrare le bettoline nei nuclei del naviglio ausiliario locale). Per la Betta N. 5 bis, comunque, questa inclusione si limitò all’ultima riga dell’ultima pagina riservata alle navi trasporto, senza neanche – come invece per ogni altra unità – un suo profilo.
Pur essendo poco più che una bettolina, la nave non era affatto indifesa: a prua campeggiava infatti un vecchio cannone da 76/40 mm, risalente al 1917, mentre ai lati della plancia si trovavano due mitragliere singole da 13,2 mm (per altra fonte, da 8 mm). Propulsa da una macchina alternativa a vapore della potenza di 500 HP, poteva raggiungere una velocità di 12 nodi.

La Betta N. 5 bis venne varata il 7 aprile 1940 e, ancora in allestimento, venne notata da una “penna eccellente” del giornalismo italiano: niente meno che Dino Buzzati, allora corrispondente di guerra in Marina, che quello stesso anno le dedicò un articolo “di colore” che intitolò «Il celebre caso della ‘Betta 5’». L’ufficio censura del Ministero della Marina, tuttavia, rispedì il pezzo al mittente: troppo “leggero”, si disse, e poi avrebbe potuto rivelare informazioni sensibili in merito ad una navigazione di trasferimento della betta ed al progressivo potenziamento logistico dei porti libici allora in corso.
La Betta N. 5 bis fu completata il 26 novembre 1941, e continuò ad avere una sorte singolare per una nave tanto piccola e all’apparenza insignificante: a differenza delle tante bettoline che l’avevano preceduta, infatti, qualcuno decise che era il caso di darle un nome vero e proprio. La scelta cadde su un nome portato in precedenza da un incrociatore e da una pirocorvetta, navi di ben altro valore bellico: un altro dei tanti punti singolari della breve e bizzarra vita di questa navicella. Fu così che la Betta N. 5 bis cambiò nome in Stromboli.
Sulla sua vita operativa, prima dell’affondamento, non sembra essersi conservato molto. Nel 1942 operò assiduamente nei porti e sulle rotte del Tirreno meridionale e del Canale di Sicilia (movimentando sacchi di cemento, munizioni ed altri rifornimenti), senza mai subire danni.

La sera del 17 gennaio 1943 lo Stromboli, al comando del nocchiere di prima classe Leonardo Carofiglio, salpò da Trapani diretta a Lampedusa, con un carico di benzina in fusti.
Verso le 2.45 del 19 gennaio la nave, giunta a 25 miglia da Lampedusa, si trovò improvvisamente illuminata da proiettori, e subito dopo venne fatta oggetto di violento tiro d’artiglieria: a sparare erano tre cacciatorpediniere della Forza K di Malta, i britannici Nubian (capitano di fregata Douglas Eric Holland-Martin) e Pakenham (capitano di vascello Eric Barry Kenyon Stevens) ed il greco Vasilissa Olga (capitano di corvetta Georgios Blessas).
Le tre navi erano salpate da Malta il pomeriggio precedente per una puntata offensiva al largo della costa tunisina, tra Capo Ras Caputia e l’isola di Kuriat; verso le due di notte del 19, Nubian e Pakenham avevano localizzato lo Stromboli al radar, da una distanza di tre miglia, e si erano avvicinati per attaccare. Il primo ad aprire il fuoco fu il Pakenham, seguito dal Nubian; il Vasilissa Olga aprì il fuoco per ultimo, ma fu il primo a colpire il bersaglio, con due salve consecutive di sei colpi da 120 mm.
Le salve dei cacciatorpediniere erano sparate dal lato più buio rispetto alla nave italiana (era una notte senza luna): per lo Stromboli – armato con un cannone da 76 mm e due mitragliere da 13,2 contro un totale di 12 cannoni da 120 mm, 5 da 102 mm, uno da 76 mm, 8 mitragliere da 40 mm, 12 da 20 mm, 8 da 12,7 mm, e 12 tubi lanciasiluri da 533 mm – non c’era nessuna speranza. Impensabile prevalere nel combattimento e nemmeno fuggire, con una velocità massima che era un terzo di quella delle navi avversarie.
Inizialmente le tre unità nemiche identificarono il loro bersaglio, visibile alla luce dei proiettili illuminanti, come un piropeschereccio d’altura (trawler); in effetti le dimensioni dello Stromboli coincidevano approssimativamente con quelle dei piropescherecci, ed anche la sua sagoma presentava abbastanza somiglianze con essi da poter trarre in inganno.
Quando però lo Stromboli – subito dopo essere stato attaccato – aprì il fuoco a sua volta col suo cannoncino da 76 mm, i cacciatorpediniere Alleati ritennero che dovesse invece essere una corvetta (tipo di nave di dislocamento doppio o triplo, sebbene dalla sagoma forse non troppo dissimile). Il tiro delle navi anglo-elleniche colpì lo Stromboli dapprima a poppa, scatenando l’incendio della benzina trasportata, e poi nella zona della plancia; nondimeno, la navicella italiana continuò a rispondere ostinatamente al fuoco, tanto che gli attaccanti pensarono, nel loro pregiudizio sulla combattività degli italiani, che dovesse trattarsi di una nave scorta tedesca.
Un proiettile da 76 mm dello Stromboli riuscì anche a colpire a centro nave il Nubian, capo flottiglia, uccidendo due uomini. La sorte dell’unità italiana era comunque segnata: ridotta ad un relitto in fiamme, la piccola nave colò a picco in un quarto d’ora.
Dei 33 uomini che componevano l’equipaggio dello Stromboli, 10 vennero recuperati dai cacciatorpediniere prima di rientrare a Malta. Fu così che gli anglo-ellenici appresero che la nave che avevano affondato non era tedesca ma italiana; dato che il suo nome non figurava nel Jane’s Fighting Ships (l’equivalente britannico, ma con copertura mondiale, dell’Almanacco Navale), i britannici si sentirono tuttavia riconfermati nell’errata impressione che la Stromboli dovesse essere «una delle corvette di nuova costruzione italiane» della classe Gabbiano, anziché una ben più modesta bettolina armata.
La torpediniera di scorta Ciclone, che passò nella zona dell’affondamento otto ore più tardi (alle 10.30 del 19), recuperò altri sei sopravvissuti, tra cui il comandante Carofiglio, ferito.
I dispersi furono 17.

I loro nomi:

Nicola Amoroso, sottocapo cannoniere, da Bari
Daniele Badessi, capo meccanico di seconda classe, da Paese
Ignazio Carrara, marinaio fuochista, da Palermo
Osvaldo Castriconi, sergente nocchiere, da Monte Argentario
Pasquale Ferrigno, marinaio fuochista, da Portici
Salvatore Gambacorta, marinaio cannoniere, da Giardini Naxos
Andrea Guida, marinaio fuochista, da Maddaloni
Lattanino Ionta, sergente musicante, da Sessa Aurunca
Dante Liguori, marinaio radiotelegrafista, da Napoli
Giuseppe Mancuso, marinaio, da Gela
Francesco Maniglia, marinaio fuochista, da Porto Empedocle
Arvedo Moro, sergente elettricista, da Venezia
Luigi Palumbo, marinaio cannoniere, da Molfetta
Giuseppe Romeo, sergente cannoniere, da Giardini Naxos
Cleofino Vicino, secondo capo meccanico, da Villorba
Luigi Vitiello, marinaio nocchiere, da Ponza


Il medesimo disegno di prima, con i colori che lo Stromboli doveva avere nel 1943 (da www.marinaiditalia.com). Non sembrano esistere immagini fotografiche di questa nave.



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